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martedì 12 giugno 2012

Psicologia e dintorni



L'analisi transazionale di Bearne

L'Analisi Transazionale (A.T.), fondata da Eric Berne (1910-1970), è una teoria sia psicologica che sociale, caratterizzata da un contratto bilaterale di crescita e cambiamento.
Come sistema di psicoterapia l'Analisi Transazionale viene utilizzata nel trattamento di disturbi psicologici di ogni tipo, essendo un metodo di psicoterapia individuale, di coppia, di gruppo e familiare.

Le prime pubblicazioni sull’Analisi Transazionale risalgono al 1949, quando lo psichiatra canadese E. Berne diede luce ad una serie di articoli sull’intuizione. L’interesse verso i processi di pensiero di tipo intuitivo nacque in Berne durante la seconda guerra mondiale, quando l’autore, dovendo effettuare numerose visite cliniche-psichiatriche al giorno, si confrontò con il problema di resistere alla routine e di tener desta l’intuizione; via via egli scoprì che riusciva, in un elevato numero di casi, ad intuire che tipo di lavoro facevano i vari soldati.
Finita la guerra mise insieme queste riflessioni e iniziò a creare le fondamenta teoriche dell’A.T. Le osservazioni di Berne si concentrarono sulle variazioni di comportamento che avevano luogo in una persona quando si attivava uno stimolo nuovo. Egli cominciò a porre attenzione a quei cambiamenti nell’espressione del viso, nell’intonazione delle parole, nella postura del corpo, nel portamento, nei gesti, nella strutturazione delle frasi etc.

Notò allora che ogni persona racchiudeva in sé svariati “se stessi” e di volta in volta qualcuno di essi prendeva il sopravvento nella personalità dell’individuo. Ad esempio la persona qualche volta si comportava da Bambino e qualche volta da Adulto, a queste strutture di personalità ben definite diede il nome di stati dell’Io; più tardi aggiunse il Genitore. In seguito approfondì il modo in cui queste strutture di personalità si relazionavano con il mondo esterno e cominciò ad analizzare le transazioni (unità di scambio reciproco tra due persone). Scoprì quindi che alcune transazioni avevano scopi ulteriori e che servivano a manipolare gli altri in “giochi” psicologici. Inoltre si accorse che spesso le persone si comportavano in modi preordinati, proprio come se stessero recitando un copione su di un palcoscenico. 


Eric Berne morì prima di aver potuto elaborare compiutamente molte questioni teoriche importanti. Priva dell'autorità del suo creatore, la teoria analitico transazionale subì negli anni Settanta un vero e proprio "assalto integrativo" da parte di terapeuti che arricchirono l'impianto originario con tecniche prese a prestito da altre scuole, prima fra tutte la psicoterapia gestaltica. L'analisi transazionale sta subendo negli ultimi anni un ulteriore sviluppo, soprattutto ad opera di studiosi anglosassoni, sulla base del confronto con le più recenti acquisizioni operate dalle neuroscienze.
L’A.T. è una corrente della psicologia umanistica-esistenziale (Maslow, Rogers, Perls, Allport) e in tal senso non corrisponde semplicemente alla concezione medica della guarigione da una malattia. Infatti, “la sofferenza psichica viene vista come un blocco di crescita del potenziale psicofisico dell’essere umano” (Novellino, 2003).
 Ci sono alcuni presupposti filosofici che caratterizzano l’A.T. e che è importante considerare:

Assunti Filosofici dell'Analisi Transazionale:

- ogni individuo è ok (va bene così com'è): le persone sono uguali tra loro ed ognuna ha valore in quanto persona, indipendentemente dalla sua razza e dal suo contesto socio-culturale;
- ogni persona ha la capacità di pensare e di autodeterminarsi: ognuno può decidere che cosa fare della propria vita ed ha la capacità di crescere e di imparare qualunque esperienza abbia avuto anche negativa;
- le decisioni prese possono essere modificate: ciascuna persona prende delle decisioni e ne è responsabile, ed è anche responsabile di cambiarle quando non sono più funzionali.

A.T. e modello decisionale
La teoria dell’Analisi Transazionale è basata su un modello decisionale. Ciascuno di noi impara comportamenti specifici e decide un piano di vita nell’infanzia. Benché le nostre decisioni infantili siano fortemente influenzate dai genitori e da altre persone, siamo noi stessi che prendiamo queste decisioni nel modo peculiare di ogni persona. Dal momento che siamo noi ad aver deciso il nostro piano di vita, abbiamo anche il potere di cambiarlo, prendendo nuove decisioni in qualsiasi momento.

Contrattualità dell’A.T.
La metodologia di intervento dell' A.T. si fonda sulla contrattualità: la relazione terapeutica è vista come un accordo tra terapeuta e cliente, i quali hanno una responsabilità congiunta nel lavorare per raggiungere gli obiettivi di terapia definiti in modo chiaro e specifico. “Il paziente viene quindi responsabilizzato dall’inizio a porsi come controparte attiva di un professionista il cui compito non è quello di risolvere i problemi del paziente, bensì quello di aiutare a comprendere come finora si è bloccato dal risolverli da solo.” (Novellino, 1998).
I contratti di terapia, attraverso i quali viene specificamente stabilita la meta della terapia,  possono essere distinti in contratti di controllo sociale e contratti di autonomia.

I contratti di controllo sociale (terapia breve) sono accordi di terapia tesi a risolvere un problema specifico e hanno come obiettivo un cambiamento comportamentale e il suo mantenimento nel tempo.
Per contratti di autonomia (terapia che può richiedere anni) si intendono, invece, quei contratti in cui la meta della terapia non è solo un cambiamento comportamentale ma un cambiamento del copione della persona, per cui la terapia non è rivolta solo ad un sollievo dai sintomi, bensì alla ristrutturazione della personalità.
Per spiegare questa differenza usiamo una metafora ideata da Berne: ciascun individuo nasce principe o principessa ed esperienze negative precoci convincono alcune persone ad essere ranocchi, da ciò deriva lo sviluppo della patologia. Gli obiettivi terapeutici possono essere due: il primo tende al miglioramento, ad un progresso che equivale ad uno star meglio come ranocchi; il secondo tende a curare, a guarire che significa togliersi la pelle del ranocchio e riprendere nuovamente lo sviluppo interrotto del principe o della principessa. 




martedì 5 giugno 2012

Psicologia e dintorni


Cervello e mente


Bion, diversamente da Freud, postula un collegamento più stretto tra cervello e mente. In particolare, secondo Bion il cervello inizialmente era destinato a compiti diversi, e solo successivamente si è adattato ad ospitare i pensieri. Infatti una persona, o un gruppo di persone, di fronte ad un pericolo imminente non pensano, ma agiscono subito. D’altro canto avere la possibilità di pensare i pensieri comporta un’angoscia, sia per i contenuti che per il distacco dall’uomo-animale. È qui che si articola il passaggio del cervello come proto-cervello a cervello come mente, in grado di contenere ed elaborare i pensieri.
Si è soliti fare una distinzione tra ciò che è cognitivo e ciò che è affettivo. Bion non è d’accordo con questa distinzione e considera il pensiero come un tutt’uno, quindi anche investito di affetti. Oltre questa caratteristica, l’autore differenzia due tipi di pensiero, il pensiero tecnologico e il pensiero che si assume la responsabilità del pensiero. Va subito precisato che il passaggio dal proto-cervello alla mente non si identifica con l’acquisizione del pensiero tecnologico, ma come l’acquisizione della capacità di assumersi la responsabilità dei contenuti dei pensieri.
Un’altra caratteristica dei pensieri è quella di promuovere lo sviluppo della mente, in quanto essendo trattenuti in essa, le permettono di espandersi, di evolversi e di diventare capace di vivere le esperienze. Non essere capaci di pensare corrisponde ad un deficit dell’uomo che a sua volta corrisponde ad una comparsa di manifestazioni psichiatriche.
Secondo Bion inoltre, l’assumersi la responsabilità del pensiero è un processo che attraversa due stadi, il primo di allontanamento dal gruppo e il secondo di riavvicinamento e di riaccettazione della propria appartenenza al gruppo. L’acquisizione del pensiero come responsabilità non è fissa, ma tale capacità deve essere continuamente riconquistata.
Secondo Bion il cervello primitivo (proto-cervello) continua ad essere attivo anche quando si sviluppa la mente che opera con un pensiero evoluto. Questo è valido anche quando si parla di gruppi, infatti anche nel gruppo il cervello primitivo collettivo continua ad essere attivo quando si sviluppa un cervello evoluto collettivo (mente di gruppo).
Per cervello primitivo collettivo si intendono quell’insieme di canali comunicativi che sono in maggioranza automatici e inconsapevoli. Bion in particolare parla di un livello basico della vita mentale del gruppo, secondo cui le persone rispondono a stimoli collettivi in maniera automatica. Questo comportamento automatico è controllato da un primitivo cervello di gruppo, il sistema protomentale. Il concetto qui esposto di Bion, è si veritiero, ma non tiene conto che il livello basico è anche in rapporti con il piano dei sentimenti, delle passioni e del pensiero. Spesso non è facile capire nel gruppo se la dimensione basica sia di dimensione sensoriale e affettiva o sia automatica e non evoluta.
Il livello basico nello stadio protomentale non è l’unico operante nella mente di gruppo. Infatti a livello superiore si può parlare di una relazione tra mente dell’individuo e mente del gruppo.
Secondo McDougall la mente di gruppo è un sistema organizzato di forze mentali, che non è presente nella mente di nessun individuo, ma si costituisce grazie alle relazioni che si ottengono tra le menti dei diversi individui.
Ciò che in particolare differenzia il livello evoluto dal livello primitivo nel gruppo, è la presenza di una lingua e di una cultura. Ci sono infatti dei momenti in cui sembra che il linguaggio permetta di un contatto tra le menti del gruppo.
Un’altra caratteristica che differenzia la mente di gruppo dai livelli basici a quelli più evoluti è che l’individualità del singolo individuo non viene persa, ma mantiene le sue caratteristiche. Infatti l’individuo non perde la capacità di esercitare il proprio pensiero. La possibilità di coesistenza del pensiero del singolo e del pensiero del gruppo porta all’assenza di automaticità o obbligatorietà nella comunicazione, che invece è cercata e continuamente modificata. Naturalmente per fare in modo che la mente degli individui e la mente del gruppo entrino in rapporto è necessario che sia il gruppo che l’individuo abbiano raggiunto un certo grado di evoluzione. Nel gruppo tale stato si acquisisce nello stadio della Comunità e dei fratelli. Per quanto riguarda l’individuo, invece, è richiesta la capacità di rendersi disponibile alla raccolta e all’elaborazione dei pensieri, senza sentirsi invaso o annullato da essi. Accettare i pensieri altrui implica fare spazio dentro se stessi.
Un ulteriore aspetto importante nella comunicazione tra il pensiero dell’individuo e quello del gruppo è che tra i due ci sia sincronia. Infatti il pensiero del gruppo è un pensiero autonomo e se non c’è sincronia, l’individuo può avvertirlo come inaccessibile.
Stern definisce il processo di sincronia attunement, ovvero una regolazione che preserva le caratteristiche individuali, ma consente di promuovere il funzionamento d’insieme.

lunedì 4 giugno 2012

Psicologia e dintorni


Il gruppo come entità specifica

Si possono differenziare diversi modelli teorici che hanno descritto il gruppo come entità specifica, questi sono i modelli funzionalisti, i modelli strutturalisti, i modelli genetici e i modelli di trasformazione.
I modelli funzionalisti si occupano principalmente di spiegare le funzioni e i processi di un gruppo. In questa prospettiva il gruppo è inteso come un sistema funzionale di rapporti d’interdipendenza, il gruppo, quindi, esiste nel momento in cui gli individui realizzano i loro obiettivi meglio insieme che separati. Questi teorici si preoccupano di capire quali sono le funzioni che emergono dal gruppo e che sono necessarie per il suo equilibrio.
I primi psicologi assegnavano una funzione fondamentale al conduttore. Il suo ruolo è quello di soddisfare i bisogni dei membri (tra cui la gestione dei conflitti). Per gli psicanalisti, invece, il ruolo del conduttore è quello di rappresentare le parti di sé che i membri abbandonano per sostituirle con formazioni psichiche condivisibili con gli altri membri. I membri, delegano quindi il conduttore a rappresentare i loro ideali e di incarnare le figure genitoriali tutelari.
Le funzioni dell’ideale sono effetti della prematurità umana alla nascita. L’idealizzazione, infatti, protegge dalla sofferenza e dalla dipendenza, portando l’oggetto ad un grado di perfezione assoluta. Il gruppo, secondo Roheim, diviene una difesa contro l’impotenza originaria. Si possono differenziare due modalità di idealizzazione, l’idealizzazione primaria, la quale struttura l’io ideale che attraverso la negazione della dipendenza dall’oggetto, assicura l’autosufficienza narcisistica e il recupero dell’onnipotenza infantile; l’idealizzazione secondaria, l’oggetto incarna un ideale che l’io vorrebbe stabilire in sé, ed è amato per la perfezione che rappresenta. Queste due forme di ideale si realizzano nei gruppi.
Un’altra funzione del gruppo è quello di coltivare il narcisismo delle piccole differenze, secondo cui si mettono da parte gli altri per affermare se stessi e considerare il proprio gruppo superiore agli altri.
La funzione di credenza, è una delle funzioni che ha la capacità di sostenere la coesione del gruppo. La credenza è un antidepressivo prodotto dal gruppo, organizza l’attesa messianica e mantiene il diniego della debolezza di un tale oggetto.
Jaques ha messo in evidenzia che il gruppo offre ai suoi membri delle organizzazioni difensive comuni sulla quali essi possono addossare i propri meccanismi di difesa, come le alleanze inconsce o certe componenti della leadership.
Un’altra funzione del gruppo è quella di creare un confine per assicurare l’equilibrio degli scambi tra l’interno e l’esterno. Il gruppo è un involucro, che deve permettere ai membri di creare uno spazio interno sicuro.
I modelli strutturalisti, si preoccupano di descrivere i livelli stabili e le strutture profonde della realtà psichica del gruppo, i processi che permettono o ostacolano i passaggi da una struttura all’altra e descrivono i principi dell’organizzazione del gruppo e dei rapporti tra i suoi membri. L’idea del gruppo per gli strutturalisti, è che quest’ultimo è costituito da un insieme di individui i quali sono riuniti da una legge di composizione, la quale permette che al di la del cambiamento, la struttura del gruppo resti.
Per Foulkes, l’idea del gruppo come matrice psichica è fondamentale per la teoria e il processo della terapia. Infatti tutte le comunicazioni avvengono all’interno di questo quadro di riferimento. In particolare l’autore sostiene che ogni malattia deve essere considerata come qualcosa che si produce all’interno di una rete complessa di rapporti interpersonali, e la psicoterapia di gruppo ha il compito di trattare l’intera rete dei disturbi.
Anche le idee di Bion si inseriscono nell’approccio strutturalista. In particolare l’idea della mentalità di gruppo, come l’attività mentale che si forma a partire dai desideri inconsci e dalla volontà dei suoi membri. Questi contributi permetto una certa soddisfazione delle pulsioni e dei desideri, garantendo l’accordo della vita del gruppo con gli assunti di base.
Una particolare nozione, introdotta da Abraham, che potrebbe individuare il grado zero della struttura, è la nozione di co-sé, che descrive l’emergere di uno stato caotico in cui non esiste ancora una distinzione tra soggetto e oggetto.
Un altro concetto importante è quello di legge del gruppo. È importante però, distinguere la legge del gruppo e la legge di gruppo. La prima si riferisce ad una legge locale consentita o imposta dai membri in modo esplicito o implicito per la realizzazione dei loro fini (il leader è l’incarnazione di questa legge). La legge di gruppo, invece, definisce l’insieme delle regole e dei divieti per i membri di un gruppo. In questa prospettiva il divieto e la rinuncia (alla soddisfazione diretta delle mete pulsionali), rende possibile gli scambi.
Il discorso di gruppo è una nozione che esprime la pluralità dei discorsi e degli enunciati, che si intrecciano gli uni con gli altri, producendo un discorso originale che porta l’iscrizione degli effetti dell’inconscio. Ciò presuppone che nel gruppo si sviluppi un discorso psichicamente organizzato.
Diversi autori, tra cui Redl e Bion, hanno considerato importanti le emozioni nel gruppo. Il primo asserisce che le emozioni siano un legante gruppale, mentre Bion considera il gruppo come il luogo di emozioni forti che prevalgono sul giudizio (le emozioni nascono nel proto mentale).
L’approccio strutturalista, nella prospettiva dell’interpretazione, ha avuto il merito di portare l’analisi sulla realtà psichica del gruppo, individuando così uno spazio diverso da quello che modella l’apparato psichico individuale.
I modelli genetici, nascono come una reazione contro i modelli strutturalisti (soprattutto quando questi ultimi sostengono che il cambiamento sia illusorio). Il modello genetico afferma che il gruppo viva dei momenti di nascita, di crescita, di malattia e di morte. Inoltre, questo modello, parla di un particolare aspetto la regressione. In questa prospettiva la regressione gruppale è intesa come regressione del gruppo ad uno stato di orda, assumendo una serie di regressioni verso organizzatori anteriori alla conclusione del complesso di Edipo (in genere in situazioni che minacciano la coesione del gruppo).
I modelli di trasformazione pongono l’accento su un aspetto diverso, i legami tra i membri del gruppo e i legami del membro con il gruppo.

mercoledì 16 maggio 2012

Psicologia e dintorni



Apraisal e Reappraisal
Le strutture cerebrali considerate cruciali per l’elaborazione e la regolazione delle emozioni sono:
-   l’amigdala: centrale nell’evocazione e nel mantenimento delle emozioni legate alla paura, come di tutte le altre emozioni negative e per il riconoscimento delle espressioni facciali aggressive; l’amigdala può essere considerata la base neurologica per eccellenza degli stati emotivi;
      
- l’ipotalamo: è collegato all’amigdale e determina la risposta fisica emozionale (modifica del battito cardiaco, della pressione sanguigna, della salivazione, del ritmo del respiro, della sudorazione e del diametro pupillare);
-   l’insula: è fortemente coinvolta nell’emozione del disgusto e sembra determinare il senso di sé (quando diciamo <<mi sento …>>> è lei in primo piano);
-  l’ippocampo: è fondamentale per la formazione delle paure apprese.

Un ruolo importante hanno i neuroni-specchio che sono attivati sia quando un soggetto esegue un movimento, sia quando il soggetto vede lo stesso movimento eseguito da un altro.

I processi di regolazione emozionale, nelle società complesse, funziono secondo due canali intrecciati:
- le risposte emozionali agiscono automaticamente, secondo i meccanismi cerebrali connessi allo stile emozionale;
- le risposte emozionali possono essere modulate attraverso l’uso di strategie emozionali fondate su processi cognitivi (appraisal), grazie alla capacità delle regioni prefrontali di influenzare la reattività dell’amigdala e, dunque, di regolare le emozioni.
Un esempio di strategia emozionale? Reagire ad un’offesa con una risposta tagliente piuttosto che con un’aggressione fisica è, ad esempio, una maniera più efficace di manifestare la rabbia, quando la norma sociale vieta di gestire i conflitti malmenando l’antagonista.
Reprimere l’emozione negativa, anziché modularla, ha – invece - effetti negativi sullo stato di salute.
La rabbia e l’ostilità represse hanno, infatti, effetti devastanti sul sistema cardiovascolare.

Cos’è l’appraisal?

Da Magda Arnold (1960) è mutuato il concetto di appraisal, indicante la valutazione immediata ed automatica di un evento come positivo o negativo per il benessere e gli scopi individuali.
Nella concezione di Arnold, poi ripresa da un larghissimo numero di studiosi (Frijda, Oatley, Collins, Scherer e altri), l’appraisal è il processo di mediazione cognitiva fra lo stimolo e il suo significato soggettivo, da cui si generano le emozioni.
Si può, in sintesi, dire che esiste un appraisal primario, che è la valutazione immediata e automatica di una transazione con l’ambiente come rilevante o meno per gli scopi dell’individuo, ed un appraisal secondario, che è l’ulteriore valutazione di una transazione soggettivamente rilevante effettuata in base alle prospettive di coping (strategie di risoluzione) che l’individuo può mobilitare per gestirla (Lazarus).
Lazarus, Speisman e altri studiosi hanno rilevato che il potere stressante di uno stimolo varia in funzione della sua valutazione, cioè gli effetti dello stimolo emotigeno cambiano a seconda delle persone e di contesti.
A questo punto entra in campo il ruolo del reappraisal, che è la modificazione del significato attribuito ad un evento emotigeno alla luce di informazioni o di considerazioni acquisite o formulate prima, durante o dopo il suo accadere.

Lazarus, Speisman e altri studiosi hanno effettuato esperimenti per indagare sulle reazioni allo stress, in relazione alla valutazione dell’evento.
Essi hanno sottoposto un gruppo di persone alla visione di un film, preparandone la visione. Il film descrive un rito d’iniziazione maschile in uso presso una tribù primitiva australiana, consistente in una sequenza di subincisioni palesemente dolorose e la cui visione provoca negli spettatori marcate reazioni di stress.
Le strategie messe in atto per verificarne l’impatto emotivo sugli spettatori sono state:
-          intellettualizzazione: il film viene presentato come un <<interessante studio antropologico dei costumi degli aborigeni>> senza fare alcun riferimento a ciò che possono provare i ragazzi sottoposti al rito di iniziazione (atteggiamento distaccato e analitico);
-          diniego e formazione reattiva: vengono negati sia i rischi per la salute dei ragazzi sottoposti al rito, sia la loro sofferenza, anzi viene enfatizzata l’importanza del rito di passaggio e l’orgoglio degli iniziandi per il futuro ingresso nella società maschile adulta;
-          condizione di controllo: il film è presentato senza alcun commento sonoro;
-          condizione di accentuazione dello stress (traumatico): il commento sottolinea i pericoli e la dolorosità del rito.
I risultati mostrano che, rispetto alla condizione di controllo, le due condizioni di appraisal difensivo (intellettualizzazione e diniego / formazione reattiva) sono in grado di ridurre significativamente sia l’esperienza emotiva soggettiva negativa, sia le reazioni fisiologiche allo stress, che invece sono incrementate nella condizione di appraisal traumatico.

Altri studi hanno rilevato, inoltre, che anche l’inibizione dell’espressione dell’emozione negativa ha effetti deleteri sulla salute perché ne riduce l’espressione, non l’intensità del vissuto.

Gli studi correlazionali hanno, infatti, dimostrato che l’uso abituale della soppressione espressiva delle emozioni si associa ad un aumento delle emozioni negative, tra cui il senso di inautenticità, e a una diminuzione di quelle positive; a una minore condivisione delle proprie emozioni, a una minore richiesta di sostegno sociale e a relazioni di amicizia meno strette; a più bassi livelli di autostima e di ottimismo, a un maggior senso d’insoddisfazione della propria vita, a più elevati livelli di depressione e a un minor livello di benessere psicologico complessivo (Gross e John).

La letteratura indica perciò quanto la regolazione delle emozioni negative sia rilevante per la salute: come fattore che favorisce la malattia nel caso di una regolazione inadeguata, o viceversa come fattore preventivo in grado di modulare l’impatto sulla salute delle emozioni negative correlate allo stato di malattia.
Bibliografia:
O. Matarazzo, V.L. Zammuner (a cura di), La regolazione delle emozioni, Bologna, Il Mulino, 2009
N.H. Frijda, Emozioni, Bologna, Il Mulino, 1990

mercoledì 2 maggio 2012

Psicologia e dintorni: spunti di lettura.

L'influenza sociale
I nostri pensieri, i nostri comportamenti, le nostre emozioni sono influenzati continuamente dagli altri. Secondo lo studioso G. Allport gli altri ci influenzano persino quando non ci troviamo in loro  presenza fisica. In un certo senso è come se "portassimo dentro di noi", io lo chiamo il nostro corredo, possono essere  i nostri genitori, gli amici, gli insegnanti, ecc.
Ma quel che più dovrebbe turbarci che a livello ancora più nascosto ciascuno di noi si trova immerso in un contesto sociale e culturale che inevitabilmente ci influenza, senza che noi ne abbiamo consapevolezza,  attraverso le tradizioni, la cultura, le mode, etc. Spesso noi sottostimiamo l'influenza sociale interpretando il comportamento in termini di tratti della personalità. Quanto allora ha rilevanza l'influenza sociale?  Ciò può meglio comprendersi mediante l'esame delle "motivazioni umane fondamentali". Gli uomini sono organismi complessi in quanto in ogni determinato momento i pensieri ed il nostro comportamento sono sottesi da una moltitudine di motivazioni sovrapposte che spesso non comprendiamo.
Tra tutte due rivestono una importanza fondamentale:
  1. il bisogno di giustificare i nostri pensieri e le nostre azioni per sentirci a posto e star bene con noi stessi
  2. il bisogno di essere accurati
Riguardo il secondo punto è interessante la teoria condotta da Rosenthale e Jacobson chiamata "Profezia che si auto avvera"  cioè attraverso i nostri comportamenti portiamo gli altri ad agire come non vorremmo o come vorremmo, alimentando, a causa di noi stessi, un determinato pregiudizio e provocando cosi un'inevitabile conseguenza.

Per approfondire puoi leggere:
Fondamenti di psicologia sociale
http://www.in-formazione-psicologia.com/LAPROFEZIACHESIAUTOAVVERA.PDF
Profezia che si autoavvera
psicologizzando

vedi anche:
L'esperimento di Tripplett
La psicologia delle Folle
http://www.aracneeditrice.it/pdf/0156.pdf
Le folle
la psicologia delle folle