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mercoledì 10 dicembre 2014

Il simbolismo del Labirinto




Il termine labyrinthos è greco, ma ci rimanda a un'epoca molto più antica. Lo scrittore latino Plinio il Vecchio parla di labirinto, probabilmente, perché egli stesso lo aveva trovato scritto presso altre fonti. In epoca più recente il termine labirinto può essere fatto derivare dal latino labor intus, che significa "lavoro interiore".
Il labirinto non è un semplice gioco della fantasia o un ornamento ma un archetipo ancestrale radicato in una verità primordiale che sfida qualsiasi riduzionismo materialistico. La psicologia junghiana, ha riscoperto questa antica forma di sapienza archetipa di cui il labirinto è uno dei più importanti esempi. Il Labirinto è dunque il simbolo del un lungo e difficile cammino dell’iniziato alla ricerca continua del "centro", asse cosmico che corrisponde a una sacra geografia interiore.
L’archetipo del labirinto accompagna da sempre l’uomo ed è riprodotto in costruzioni antiche di migliaia di anni. Erodoto (484-425 a.C.) descrive nelle sue Storie le rovine del "labirinto" ubicato vicino al lago Moeris (attualmente lago Karoum) in Egitto, in un sito chiamato "Il Tempio dell'ingresso del lago".

Molti disegni antichi presenti anche nelle grandi cattedrali, mostrano il labirinto.Il labirinto delle cattedrali, o labirinto di Salomone, è,ci dice Marcellin Berthelot:
"una figura cabalistica che si trova anche sul frontespizio di alcuni manoscritti alchimici e che fa parte delle tradizioni magiche attribuite a Salomone.E'una serie di cerchi concentrici,interrotti in certi punti,in modo da formare un percorso bizzarro ed inestricabile".







Cattedrale di Chartres
I problemi della vita appaiono spesso all’uomo comune come un intricato labirinto, nel quale è difficile imboccare la giusta direzione, se non dopo aver compiuto molti tentativi ed errori ed averne pagato le conseguenze. Se si potessero però vedere le cose da altri punti di vista, ad esempio salendo di una piccola altura, il labirinto rivelerebbe subito la sua ingannevole struttura, e sarebbe molto più facile trovare l’uscita.


“Cristo nel Labirinto” di Alatri

Il labirinto si presenta come una rete di meandri apparentemente senza fine, almeno fino a quando non si comprende che tutto ciò porta ad uno scopo e si riconosce l'unico cammino che conduce al centro. Nel labirinto il cammino termina al centro. Dunque il labirinto è la via interiore che bisogna trovare e percorrere fino al centro. Per trovarla occorre uscire dagli stereotipi della comune percezione.
In tutto il mondo le rappresentazioni dei labirinti presentano da sempre una struttura omogenea contenente un cammino a spirale che porta fino al centro. La forma di base è una croce circoscritta in un cerchio, generata dal movimento intorno al centro. La croce simboleggia la terra e la personalità, composte tutte e due da quattro elementi o forze eteriche che si manifestano anche nei quattro corpi o veicoli, della personalità. Il cerchio è il simbolo del sole dell’universo, del macrocosmo.

Duomo di Lucca
Il labirinto con le sue sette, nove, dieci o dodici circonvoluzioni, si può dunque intendere come un luogo di orientamento. Chi vi entra è in cammino per la destinazione finale: il centro, il nucleo del suo essere. L’uomo in cammino nel labirinto si avvicina al centro per esserne poi allontanato subendo cosi un processo di maturazione, nel corso del quale viene messa alla prova la sua volontà e la sua perseveranza. All'interno dello spazio chiuso del labirinto, cioè in se stesso, si possono conciliare la croce dell'uomo terrestre ed il cerchio dell'eternità.

Per l’ermetismo il labirinto simboleggia la via che porta al principio centrale, interiore, esoterico del microcosmo. Chi trova l'entrata può raggiungere il centro, purché non torni indietro. Nel labirinto non c'è scelta tra sinistra e destra, alto o basso, ma solo fra l'avanzare o il tornare indietro. Chi non persevera muore. Chi riesce a vincere diventa un uomo nuovo, trova nel suo centro l’occultam lapidem.



Appare dunque intrigante la “coincidenza” che il più celebre dei labirinti antichi,quello di Cnosso a Creta, scoperto nel 1902, era chiamato Absolum, parola è assai vicina a quella di Absolu (Assoluto), nome con il quale gli antichi alchimisti indicavano la “ pietra filosofale ".


lunedì 13 maggio 2013

Tratto da "Ricordi, sogni, riflessioni" di Carl Gustav Jung



Prologo
La mia vita è la storia di un'autorealizzazione dell'inconscio. Tutto ciò che si trova nel profondo dell'inconscio tende a manifestarsi al di fuori, e la personalità, a sua volta, desidera evolversi oltre i suoi fattori inconsci, che la condizionano, e sperimentano se stessa come totalità. Non posso usare un linguaggio scientifico per delineare il procedere di questo sviluppo in me stesso, perché non posso sperimentare me stesso come un problema scientifico. Che cosa noi siamo per la nostra visione interiore, e cosa sia l'uomo sembra essere sub specie aeternitatis, può essere espresso solo con un mito. Il mito è più individuale, rappresenta la vita con più precisione della scienza. La scienza si serve di concetti troppo generali per poter soddisfare alla ricchezza soggettiva della vita singola. Ecco perché, a ottantatré anni, mi sono accinto a narrare il mio mito personale. Posso fare solo dichiarazioni immediate, soltanto "raccontare delle storie"; e il problema non è quello di stabilire se esse siano o no vere, perché l'unica domanda da porre è se ciò che racconto è la mia favola, la mia verità. Un'autobiografia è tanto difficile a scriversi per il fatto che non abbiamo misure oggettive, né fondamenti oggettivi per giudicare noi stessi. Non vi sono termini di confronto veramente adatti. So di non essere simile agli altri in molte cose, ma non so veramente a cosa somiglio. L'uomo non può paragonarsi con alcuna creatura: non è una scimmia, né una mucca, né un albero. Io sono un uomo. Ma cos'è essere uomo?
Come ogni altro essere anch'io sono un frammento dell'infinita divinità, ma non posso paragonarmi con nessun animale, con nessuna pianta, nessuna pietra. Forse che solo un essere mitico ha una posizione più elevata di quella dell'uomo. Dal momento che l'uomo non ha una base di sostegno per osservarsi, come può allora formarsi un'opinione definitiva di se stesso?
[…]
La storia di una vita comincia da un punto qualsiasi, da qualche particolare che per caso ci capita di ricordare; e quando essa era a quel punto, era già molto complessa. Noi non sappiamo dove tende la vita: perciò la sua storia non ha principio, e se ne può arguire la meta solo vagamente. La vita umana è un esperimento di esito incerto.
[…]La vita mi ha sempre fatto pensare a una pianta che vive del suo rizoma: la sua vera vita è invisibile, nascosta nel rizoma. Ciò che appare alla superficie della terra dura solo un'estate e poi appassisce, apparizione effimera.
Quando riflettiamo sull'incessante sorgere e decadere della vita e della civiltà, non possiamo sottrarci a un'impressione di assoluta nullità: ma io non ho mai perduto il senso che qualcosa vive e dura oltre questo eterno fluire. Quello che noi vediamo è il fiore, che passa: ma il rizoma perdura. In fondo, le sole vicende della mia vita che mi sembrano degne di essere riferite sono quelle nelle quali il mondo imperituro ha fatto irruzione in questo mondo  transeunte. Ecco perché parlo principalmente di esperienze interiori, nelle quali comprendo i miei sogni e le mie immaginazioni Questi costituiscono parimenti la materia prema della mia attività scientifica: sono stati per me il magma incandescente dal quale nasce, cristallizzandosi, la pietra che deve essere scolpita. Tutti gli altri ricordi di viaggi, di persone, di ambienti che ho frequentati sono impalliditi di fronte a queste vicende interiori….
ma i miei racconti con l'"altra" realtà, gli scontri con l'inconscio, si sono impressi in modo indelebile nella mia memoria. In questo campo vi è stata sempre esuberanza e ricchezza, e ogni altra cosa al confronto ha perduto importanza.