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sabato 9 maggio 2015

Psicologia e dintorni...Hikikomori

Hikikomori (引きこもり? letteralmente "stare in disparte, isolarsi",[1] dalle parole hiku "tirare" e komoru "ritirarsi"[2]) è un termine giapponese usato per riferirsi a coloro che hanno scelto di ritirarsi dalla vita sociale, spesso cercando livelli estremi di isolamento e confinamento. Tali scelte sono causate da fattori personali e sociali di varia natura. Tra questi, la particolarità del contesto familiare in Giappone, caratterizzato dalla mancanza di una figura paterna e da un'eccessiva protettività materna, la grande pressione della società giapponese verso autorealizzazione e successo personale, cui l'individuo viene sottoposto fin dall'adolescenza. Il termine hikikomori si riferisce sia al fenomeno sociale in generale, sia a coloro che appartengono a questo gruppo sociale.
Il percorso terapeutico, che può durare da pochi mesi a diversi anni, consiste nel trattare la condizione come un disturbo mentale (con sedute di psicoterapia e assunzione di psicofarmaci) oppure come problema di socializzazione, stabilendo un contatto con i soggetti colpiti e cercando di migliorarne la capacità di interagire. Il fenomeno, già presente in Giappone dalla seconda metà degli anni ottanta, ha incominciato a diffondersi negli anni duemila anche negli Stati Uniti e in Europa.
http://it.wikipedia.org/wiki/Hikikomori


http://www.iltuopsicologo.it/


             HIKIKOMORI: “LA STANZA DI DENTRO”

(a cura della Dott.ssa Francesca Lecce - Psicologa)

IO MI SENTO AL SICURO SOLO QUI'


Lo scopo di questo articolo consiste proprio nella spiegazione di tale affermazione, che sintetizza in poche righe il nucleo essenziale delle ricerche in letteratura che ho condotto in questi mesi: quello che comunichiamo è ciò che l’altro ha compreso e non quello che pensiamo di aver comunicato.
La “stanza segreta” della nuova generazione Giapponese è un fenomeno alquanto complesso, la sua manifestazione non si riduce soltanto a ciò che comunemente hanno definito come “ritiro sociale di adolescenti problematici”, ma si promuove come “la nuova comunicazione della generazione umana”. Termine che non si attribuisce automaticamente a tutta la realtà giovanile ma che rappresenta tutta l’inquietudine del mondo osservata dagli occhi di chi “fatica” a comunicare.
Tutti i mutamenti, tutti gli accadimenti tutte le devianze che gravitano intorno al termine “adolescenti problematici” vanno visti come l’emergere della ri-posizione di un soggetto uscito dall’età innocente. Gli elementi di crisi che definiscono ciascun soggetto adolescente mettono in luce, attraverso le sue specifiche manifestazioni, la struttura del soggetto al di là della cultura e delle epoche che necessariamente cambiano.
Oggi riti molto meno complessi e di poco valore simbolico segnerebbero il passaggio ad un’altra fase della vita. Tuttavia, quasi sempre, questi mutamenti non vanno di pari passo con l’emergenza pulsionale, una metamorfosi che con l’evidenza dei cambiamenti del corpo sessuato non è più ignorabile. In tutte le società il passaggio dalla famiglia (microcosmo) al mondo esterno (macrocosmo), dalla caduta dell’onnipotenza e della dipendenza infantile all’assunzione di una consapevolezza intesa come capacità di una iniziativa sempre più vasta, è valutata una fase molto complessa. Una fase più o meno lunga, di solitudine e di domande senza risposte, in cui affrontare i mutamenti della propria esistenza e della propria pulsionalità in relazione al sociale sino all’accettazione di un ruolo adulto. La separazione dalla madre, dal nucleo familiare, se non ancora più specificamente la mancanza delle iniziative dell’attaccamento (infantili e materne), la carenza del sottile gioco degli atti, l’assenza delle relazioni sincroniche e diacroniche e delle loro interpretazioni, è infatti sentito dall’adolescente come un lutto e come pericolo di morte.
Pertanto, l’abbandono dell’onnipotenza infantile è sentito come mancanza di appigli e come necessità di trovarne di nuovi in maniera autonoma e particolare. Una chiamata ineludibile, a cui non è possibile non rispondere.
Così i comportamenti “devianti” (come il fenomeno Hikikomori) evidenziano punti conflittuali rimossi e, celano, ciò che l’adolescente ricerca per affermare la sua individualità nel sociale e nel pulsionale. A tal riguardo credo che il caso Hikikomori vada  affrontato da diversi punti di vista.

Una comunicazione di tipo “selettivo”.
A mio avviso il primo punto da analizzare, dopo aver chiarito le problematiche relazionali che incontra e manifesta l’adolescente, riguarda indiscutibilmente la comunicazione (di tipo selettivo) e il messaggio che si trasmette tramite tale comunicazione. La comunicazione come l’altra faccia dello specchio rispetto all’apparente natura del fenomeno Hikikomori. Nessuno può negare che nella società Giapponese si assiste nel periodo contemporaneo, ad  una nazione forte sul piano industriale e finanziario che minaccia di surclassare quei paesi occidentali più avanzati che lo hanno sponsorizzato. Sarebbe sufficiente partire da questo spunto per argomentare alcune risposte al quesito di apertura di questa affermazione socio-culturale (Carbonaro, La Rosa, 1997). Ma prima di soffermarmi sul principale cardine del Giappone: il conformismo più spinto alle regole, sia nella scrittura che nelle consuetudini e, perdere il controllo, nel parlare su quanto il fenomeno Hikikomori sia influito dalla società Giapponese (società modernizzata, ricca e potente ma anche fragile e in crisi di identità, formale e impenetrabile) vorrei incentrare l’argomento non sull’espressione “consumo e lavoro ergo sono” ma sulla citazione di Gregory Bateson - la comunicazione si crea attraverso le incessanti alchimie e trasformazioni che si generano all’interno delle relazioni tra gli elementi che compongono il sistema; la comunicazione, dunque, nasce, e si sviluppa nel segno delle differenze e del cambiamento, in un universo di messaggi che acquisiscono un chiaro significato solamente se collocate nel loro contesto relazionale e ambientale-.
Se si tiene in considerazione la mente di ciascuno di noi si può notare come essa elabori tutto secondo il proprio vissuto e, quindi, come non sia altro che il prodotto del proprio vissuto. Questo concetto, conferma, come la comunicazione si può ricondurre ad un rapporto tra lessico e interazione sociale in chiave genetica ed evolutiva. Prendiamo ad esempio una parola ordinaria come “aiuto”, o “ mangiare”, o “allegro”, o “chiudere” e osserviamo come e cosa un adolescente può  suscitare al ricevente tramite la trasmissione del messaggio.