METODO FEUERSTEIN: guardare oltre, al di là dei limiti... nella sfera delle possibilità.
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martedì 4 novembre 2014
domenica 2 febbraio 2014
Poesia...in musica
Danza Macabra: Schiarazula
Marazula e ballo in fa diesis minore
Uno dei brani più affascinanti di
Angelo Branduardi è Ballo in fa diesis minore, del 1977, contenuto nell'album
La Pulce d'acqua. Il brano ha una lunga storia ed è ispirato alla danza macabra
medioevale, in cui la morte viene rappresentata mentre guida una danza con cui
accompagna uomini di ogni condizione sociale al loro inesorabile destino. Nella
canzone di Branduardi invece, tramite la musica (le launeddas) e la danza
(il ballo tondo), gli uomini sconfiggono
la morte costringendola a deporre la sua falce e ballare al suono della loro
musica. Questo il senso del brano nelle parole dello stesso Branduardi:
"...c'è l'idea che la musica abbia un potere talmente alto da far
dimenticare alla morte di essere venuta per portarci via. Un esorcismo della
morte attraverso la musica e la danza".
Il testo di "Ballo in fa diesis minore"
Sono io la morte e porto corona,
io Son di tutti voi signora e padrona
e così sono crudele, così forte sono e dura
che non mi fermeranno le tue mura.
Sono io la morte e porto corona,
io son di tutti voi signora e padrona
e davanti alla mia falce il capo tu dovrai chinare
e dell 'oscura morte al passo andare.
Sei l'ospite d'onore del ballo che per te suoniamo,
posa la falce e danza tondo a tondo:
il giro di una danza e poi un altro ancora
e tu del tempo non sei più signora.
Ma come è arrivato Branduardi a comporre questo brano?
La Musica di "Ballo in fa diesis Minore"
La musica utilizzata da
Branduardi è quella del ballo Schiarazula Marazula (o s'ciarazule marazule o
s'ciarazula marazula), ballo tipico del Friuli e che risale, probabilmente, a
prima del XV secolo. La musica di questo ballo ci è pervenuta scritta grazie
un'opera del 1578, Il primo libro dei balli accomodati per cantar et sonar
d'ogni sorte de instromenti di Giorgio
Mainerio.
Mainerio fu una stranissima
figura di musicista e prete, Maestro di Cappella della chiesa di Aquileia,
viaggiatore, astrologo, mago. Su di lui venne anche aperta un'indagine dal
tribunale dell'Inquisizione di Aquileia che non condusse tuttavia alla
formulazione di un'accusa perché non venne trovato nulla di sospetto.
Ecco il video della versione che Branduardi ha proposto di
Schiarazula Marazula:
Testo di Schiarazula Marazula:
Schiarazule marazule
la lusigne, la cracule,
la piciule si niciule
di polvar a si tacule
O schiarazule maraciule
cu la rucule e la cocule
la fantate jè une trapule
il fantat un trapolon
traduzione italiana di Schiarazula Marazula:
Scjaraciule (bastone, bordone) e Maraciule (finocchio),
la scintilla e la raganella,
la piccola si dondola
e di polvere si macchia.
O' scjaraciule maraciule,
con la rucola e la noce,
la ragazza è una trappola (bugiarda)
il ragazzo un trappolone
Del testo originario non si sa
quasi nulla, solo qualche verso in italiano, tradotto dal friulano e contenuto
in una denuncia all'inquisizione del 1624: “schiarazzola marazzola a marito
ch'io me ne vo’ et quello che segue si come son donzella che piova questa
sera”. Il testo attuale sopra riportato è stato scritto dal poeta friulano
Domenico Zannier nel XX secolo e non ha nulla a che fare con il testo
originale.
rivolge agli uomini
Anche la storia del testo del
brano di Branduardi è interessante e degna di essere raccontata. A Pinzolo,
piccolo comune in provincia di Trento, c'è la chiesa di san Vigilio, risalente
al X secolo e ampliata nel XVI secolo. Nella facciata destra della chiesa vi
sono numerosi affreschi, proprio sotto la gronda, è raffigurata una danza
macabra, realizzata dal pittore bergamasco Simone Baschenis da Averaria tra il
1519 e il 1539, la sua firma è visibile come la data in cui fu terminata
l'opera, il 25 ottobre 1539. L'affresco è alto 2 metri e lungo 22 metri e vi è
raffigurato un corteo che procede da destra verso sinistra. Si tratta di 18
personaggi, ciascuno trafitto da una freccia e accompagnato da uno scheletro,
che procedono danzando verso la morte, rappresentata da uno scheletro seduto su
un trono e con una corona che suona la cornamusa conducendo la danza, a
significare l'assoluto dominio su tutti gli uomini, di qualsiasi condizione,
della morte. Ogni personaggio rappresenta una determinata figura sociale: un
papa, un cardinale, un vescovo, un sacerdote, un imperatore, un duca, un
cavaliere, un ricco avaro, un giovane vanitoso, ecc. Proprio sotto la morte e i due scheletri che
la accompagnano si trova un'iscrizione contenente le parole con cui la morte si
rivolge agli uomini.
Questa la trascrizione del testo
con le parole con cui la morte di Pinzolo ammonisce gli uomini :
Io sont la morte che porto corona
Sonte signora de ognia persona
Et cossi son fiera forte et dura
Che trapaso le porte et ultra le mura
Et son quela che fa tremare el mondo
Revolgendo mia falze atondo atondo
O vero l'archo col mio strale
Sapienza beleza forteza niente vale
Non e Signor madona ne vassallo
Bisogna che lor entri in questo ballo
Mia figura o peccator contemplerai
Simile a mi tu vegnirai
No offendere a Dio per tal sorte
Che al transire no temi la morte
Che più oltre no me impazo in bene male
Che l'anima lasso al judicio eternale
E come tu averai lavorato
Cossi bene sarai pagato
Come si può notare il testo delle prime due strofe di
"Ballo in fa diesis minore" riprende i primi versi delle parole della
morte di Pinzolo, mentre la terza strofa, opera di Branduardi, conclude la
canzone e segna, a differenza delle danze macabre medioevali, il trionfo finale
dell'uomo sulla morte.
Per Saperne di più sulla Danza Macabra di Pinzolo:
da medioevo.org: San Vigilio a Pinzolo
comune di Pinzolo: San Vigilio
da Pinzolo dolomiti: la danza Macabra di San Vigilio
da Sagen.at: tutti i testi della danza macabra di Pinzolo
(pubblicato da Gianfranco Marini)
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Poesia... in musica
«Da sempre considero la musica un
qualcosa che non si trova qui e ora, ma accade in qualche modo da un’altra
parte, accade altrove. È uno sguardo al di là della porta chiusa, ma è anche la
risorsa che hanno i bambini di fronte alla paura, per cui quando si trovano al
buio si mettono a cantare e tutto passa. Come sguardo che si getta al di là
della nostra finitezza ha quindi direttamente a che fare con l’oltre, o meglio
l’Oltre con la O maiuscola. Ed è quindi per questo un fatto assolutamente
spirituale»
(di Angelo Branduardi)
La sposa rubata
di Angelo branduardi
"La sposa rubata" pare sia la
trasposizione quasi letterale di una ballata bretone intitolata "La
fiancée de Satan", spogliata però di ogni riferimento al fatto che
"il signore che la rubò" è, appunto, il diavolo. Il posto in cui la
sposa viene portata è l'inferno: non un mondo *sotto* uno specchio d'acqua,
quindi, ma un mondo *oltre* il fiume («Stavano parlando ancora, e già su una
piccola barca erano affidati al fiume e portati via, e già oltrepassavano
l'oceano, e il lago dell'Angoscia e delle Ossa. Ed ecco, erano alle porte
dell'inferno»). Un tema simile è presente anche in una canzone (cantata anche
da Joan Baez), "House Carpenter". In questo caso, come nella versione
di Branduardi, la nave su cui la sposa e il diavolo stanno viaggiando, affonda
nelle acque del mare.
Da tre notti non riposo
resto ad ascoltare :
è la vipera che soffia,
soffia presso l'acqua.
Ho composto un canto nuovo,
vieni ad ascoltare
della sposa che al banchetto
mai più ritorno fece.
C'era un invitato in più
che la rimirava:
"Alla mia gente vorrei
mostrare
il tuo abito da sposa".
Lei ingenua lo segui`
certa di tornare,
fino a notte attesa,
lei non ritornò.
Se ne andava in piena notte
da solo un suonatore,
ma davanti gli si parò
il signore sconosciuto:
"Forse tu cerchi la sposa
che andò perduta,
se hai cuore di seguirmi
da lei ti condurrò".
E una barca lo portò
lungo un'acqua scura,
ritrovò la sposa
e aveva vesti d'oro.
"Il mio anello ti darò,
portalo al mio uomo,
qui non soffro più
nè male nè desiderio".
Il suonatore si girò,
fece un solo passo
poi gridare la senti`
nell 'acqua che la soffocava,
Come luce lei brillava
quando sposa andò,
dove mai l'avrà portata
il signore che la rubò.
Da tre notti non riposo
resto ad ascoltare:
è la vipera che soffia,
soffia presso l'acqua.
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Poesia...in musica
Le confessioni di un malandrino di Angelo Branduardi
Confessioni di un malandrino è una canzone del 1975
cantata da Angelo Branduardi, contenuta nel suo secondo album La luna. Il testo
è frutto di una traduzione e adattamento dello slavista Renato Poggioli (su
musica dello stesso Branduardi) di una poesia del 1920 del poeta russoSergej
Esenin, intitolata Confessioni di un teppista (in russo Исповедь хулигана)
Mi piace spettinato camminare
il capo sulle spalle come un lume
e mi diverto a rischiarare
il vostro autunno senza piume.
Mi piace che mi grandini sul viso
la fitta sassaiola dell'ingiuria,
mi agguanto solo per sentirmi vivo
al guscio della mia capigliatura.
Ed in mente mi torna quello stagno
che le canne e il muschio hanno sommerso
ed i miei che non sanno di avere
un figlio che compone versi;
ma mi vogliono bene come ai campi
alla pelle ed alla pioggia di stagione,
raro sarà che chi mi offende
scampi alle punte del forcone.
Poveri genitori contadini,
certo siete invecchiati e ancor temete
il Signore del cielo e gli acquitrini,
genitori che mai non capirete
che oggi il vostro figliolo è diventato
il primo tra i poeti del Paese
e ora in scarpe verniciate
e col cilindro in testa egli cammina.
Ma sopravvive in lui la frenesia
di un vecchio mariuolo di campagna
e ad ogni insegna di macelleria
la vacca si inchina sua compagna.
E quando incontra un vetturino
gli torna in mente il suo concio natale
e vorrebbe la coda del ronzino
regger come strascico nuziale.
Voglio bene alla patria
benchè afflitta di tronchi rugginosi
m'è caro il grugno sporco dei suini
e i rospi all'ombra sospirosi.
Son malato di infanzia e di ricordi
e di freschi crepuscoli d'Aprile,
sembra quasi che l'acero si curvi
per riscaldarsi e poi dormire.
Dal nido di quell'albero, le uova
per rubare, salivo fino in cima
ma sarà la sua chioma sempre nuova
e dura la sua scorza come prima;
e tu mio caro amico vecchio cane,
fioco e cieco ti ha reso la vecchiaia
e giri a coda bassa nel cortile
ignaro delle porte dei granai.
Mi sono cari i miei furti di monello
quando rubavo in casa un po' di pane
e si mangiava come due fratelli
una briciola l'uomo ed una il cane.
Io non sono cambiato,
il cuore ed i pensieri son gli stessi,
sul tappeto magnifico dei versi
voglio dirvi qualcosa che vi tocchi.
Buona notte alla falce della luna
sì cheta mentre l'aria si fa bruna,
dalla finestra mia voglio gridare
contro il disco della luna.
La notte e` così tersa,
qui forse anche morire non fa male,
che importa se il mio spirito è perverso
e dal mio dorso penzola un fanale.
O Pegaso decrepito e bonario,
il tuo galoppo è ora senza scopo,
giunsi come un maestro solitario
e non canto e non celebro che i topi.
Dalla mia testa come uva matura
gocciola il folle vino delle chiome,
voglio essere una gialla velatura
gonfia verso un paese senza nome.
Confessione di un teppista
di Sergej Esenin
di Sergej Esenin
Non a tutti è dato cantare,
E non tutti possono cadere come una mela
Sui piedi degli altri.
Questa è la più grande confessione,
Che mai teppista possa rivelarvi.
Io porto a bella posta la testa spettinata,
Lume a petrolio sopra le mie spalle.
Mi piace illuminare nelle tenebre
L’autunno spoglio delle vostre anime.
E mi piace quando una sassaiola di insulti
Mi vola contro, come grandine di rutilante bufera,
Solo allora stringo più forte tra le mani
La bolla tremula dei miei capelli.
È così dolce allora ricordare
Lo stagno erboso e il suono rauco dell’ontano,
Che da qualche parte vivono per me padre e madre,
Che se ne fregano di tutti i miei versi,
E che a loro sono caro come il campo e la carne,
Come la pioggia fina che rende morbido il grano verde
[a primavera.
Con le loro forche verrebbero a infilzarvi
Per ogni vostro grido scagliato contro di me.
Miei poveri, poveri contadini!
Voi, di sicuro, siete diventati brutti,
E temete ancora Dio e le viscere delle paludi.
O, almeno se poteste comprendere,
Che vostro figlio in Russia
È il più grande tra i poeti!
Non vi si raggelava il cuore per lui,
Quando le gambe nude
Immergeva nelle pozzanghere autunnali?
Ora egli porta il cilindro
E calza scarpe di vernice.
Ma vive in lui ancora la bramosia
Del monello di campagna.
Ad ogni mucca sull’insegna di macelleria
Da lontano fa un inchino.
E incontrando i cocchieri in piazza,
ricorda l’odore del letame dei campi nativi,
Ed è pronto a reggere la coda d’ogni cavallo,
come fosse uno strascico nuziale.
Amo la patria!
Amo molto la patria!
Anche con la sua tristezza di salice rugginoso.
Adoro i grugni infangati dei maiali
E nel silenzio della notte, la voce limpida dei rospi.
Sono teneramente malato di ricordi infantili,
Sogno delle sere d’aprile la nebbia e l’umido.
Come per scaldarsi alle fiamme del tramonto
S’è accoccolato il nostro acero.
Ah, salendo sui suoi rami quante uova,
Dai nidi ho rubato alle cornacchie!
È lo stesso d’un tempo, con la verde cima?
È sempre forte la sua corteccia come prima?
E tu, mio amato,
Mio fedele cane pezzato?!
La vecchiaia ti ha reso rauco e cieco
Vai per il cortile trascinando la coda penzolante,
E non senti più a fiuto dove sono portone e stalla.
O come mi è cara quella birichinata,
Quando si rubava una crosta di pane alla mamma,
e a turno la mordevamo senza disgusto alcuno.
Io sono sempre lo stesso.
Con lo stesso cuore.
Simili a fiordalisi nella segale fioriscono gli occhi nel
viso.
Srotolando stuoie d’oro di versi,
Vorrei dirvi qualcosa di tenero.
Buona notte!
A voi tutti buona notte!
Più non tintinna nell’erba la falce dell’aurora…
Oggi avrei una gran voglia di pisciare
Dalla mia finestra sulla luna.
Una luce blu, una luce così blu!
In così tanto blu anche morire non dispiace.
Non m’importa, se ho l’aria d’un cinico
Che si è appeso una lanterna al sedere!
Mio buon vecchio e sfinito Pegaso,
M’occorre davvero il tuo trotto morbido?
Io sono venuto come un maestro severo,
A cantare e celebrare i topi.
Come un agosto, la mia testa,
Versa vino di capelli in tempesta.
Voglio essere una vela gialla
Verso il paese per cui navighiamo.
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domenica 8 settembre 2013
Autori e dintorni... Sergio Bambarén
Tratto da "La musica del silenzio"
“ Ho imparato che il silenzio ha una
sua essenza, e che, se chiudi gli occhi e lasci fluire te stesso nel divenire
dell’universo, ha suono e ritmi propri.
Il silenzio è una musica eseguita dalla
natura, non dagli esseri umani. Ho imparato anche che nel vero silenzio sei in
grado di trovare le risposte che l’universo ha in serbo per te, se soltanto
dimostrerai la volontà di sottrarti alla “pazza folla”.
Ricordati: il silenzio,
come quello che stai vivendo ora, è difficile da trovare, e ancor più difficile
da capire.”
[…]
se tu puoi ricordare questo
silenzio che hai sperimentato e riprodurlo in te ogni volta in cui ne avrai bisogno, sarai sempre
capace di ascoltare la musica dell’universo, la musica composta da Dio. Essa ti
darà le risposte vere, illuminerà i punti oscuri della tua esistenza. Non dimenticartene.”
[…]
“ Chiusi gli occhi e, dopo tanti
anni, sentii la musica del silenzio.
Quel silenzio che mi permette di starmene
da solo, per conto mio, e mi lascia scoprire che quel posto solitario nel mio
cuore appartiene solo a me, mi dice chi sono io.
Si tratta di un posto etereo,
che non ha luogo, né tempo…
E’ la mia anima.”
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