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giovedì 16 aprile 2015

Scuola, didattica, motivazione...Insegnare tra meraviglia e personalizzazione

Tratto da Educare.it  

Articolo di Aida Dattola, insegnante.



La conoscenza umana è nata da uno stupore iniziale che ha proteso l’uomo verso mete sempre più alte, capaci, ogni volta, di suscitargli vere e proprie emozioni. A chi, come noi, vive quotidianamente l’avventura scolastica, sarà capitato più volte di leggere negli occhi dei bambini lo stupore di fronte alla novità, a una piccola conquista o davanti a un “prodotto” finito. Sarà pure capitato di sentire un applauso finale dopo una lezione particolarmente coinvolgente e sentirsi felici di aver comunicato emozioni, mai fine a se stesse, ma capaci di innescare ulteriori meccanismi di motivazione ad apprendere.
Creare aspettative e sollecitare la domanda motivazionale degli alunni è una dinamica indispensabile dell’insegnamento e compito della scuola è creare le condizioni ottimali affinché ciò si realizzi. Pertanto è necessario personalizzare l’insegnamento, prestando attenzione agli aspetti interattivi e connettivi delle esperienze cognitive. Fondamentale è il rapporto tra docenti ed alunni, che deve essere caratterizzato dall’accoglienza, dalla propositività, dalla comunicatività e dalla ricerca di motivazioni. Ogni docente deve rappresentare per gli alunni un modello da seguire ed imitare (modeling); essere guida, compagno di viaggio e sostegno (mentoring) e saper porsi in una relazione diretta e personale (tutoring).
La personalizzazione diventa dunque uno degli indicatori maggiormente significativi della qualità dell’insegnamento. Motivazioni reali, relazioni logiche e soluzioni di problemi rappresentano gli elementi imprescindibili di ogni procedimento didattico.
Personalizzare l’insegnamento significa trovare un punto d’incontro significativo tra i “metodi” e gli “stili cognitivi”, che rappresentano l’elemento dinamico, soggettivo, variabile, ricercando le strategie più idonee per raggiungere la meta prefissata e utilizzando i linguaggi più adatti, per soddisfare la sete di sapere degli alunni. Ciò che più conta, quindi, non è tanto stabilire misure standardizzate sul loro rendimento, quanto identificare i punti di forza e i lati deboli di ciascuno: lo strumento più adatto a tal fine è l’osservazione continua in una varietà di situazioni e di condizioni, per rilevare vari comportamenti ed abilità .
L’attenzione va focalizzata su modi, stili, livelli di comprensione più che sull’immagazzinamento mentale dell’informazione. La personalizzazione comporta una flessibilità operativa calibrata sulle potenzialità e sulle richieste del singolo.
La scuola, per rispondere in modo adeguato alle pressanti richieste di una società in rapida evoluzione, deve accompagnare e sostenere gli alunni in un processo di crescita che li aiuti a diventare uomini liberi e capaci di gestire in modo autonomo il futuro. La scuola dell’ autonomia, recependo le istanze più significative del mondo contemporaneo, dovrebbe garantire percorsi formativi personalizzati, considerando l’alunno nella sua dimensione di persona unica ed irripetibile, portatrice di valori. E proprio questa ”esclusività” del rapporto educativo deve garantire ad ognuno lo stupore di fronte alla novità di un sapere che è costante ricerca e costruzione personale, che rifugge da schemi stereotipati e da “pacchetti” preconfezionati per diventare possibilità di offrire risposte nuove e significative a problematiche emergenti. La conoscenza deve produrre un cambiamento dentro di noi e perché ciò avvenga deve essere pregnante, suscitando le stesse emozioni che i nostri progenitori provarono “scoprendo” il mondo circostante e mai spegnendo, con inutili o sterili pseudosaperi, l’ansia di crescita insita in ognuno di noi.
Una scuola laica, pluralista e democratica consente all’alunno di utilizzare gli strumenti culturali ed emotivi come risorse. La scuola dell’autonomia garantisce a ciascun alunno la possibilità di esprimere le proprie potenzialità,  garantendo percorsi personalizzati e perciò proficui, perché in grado di tradurre le capacità personali in competenze in un contesto formativo stimolante e vario, in cui la logica del sapere è coniugata con quella del saper essere e del saper fare. Perciò trovarsi in un laboratorio e sentire un alunno esclamare con gioia, dopo aver completato la sua casetta realizzata con la tecnica dell’origami: «Guarda, maestra, l’ ho fatta io!», significa aver perseguito un obiettivo fondamentale del nostro insegnamento, che è quello della conquista personale del sapere, in cui il ruolo del docente è quello del facilitatore procedurale, che indirizza senza imporsi e stimola senza prevaricare.

Quando i bambini fanno: ”Oh, che meraviglia!” possiamo esser certi di vederli crescere, perché il mondo, con le sue bellezze e le sue contraddizioni, non finirà mai di stupirli: a noi il compito di insegnare a guardarlo con immutato stupore! 

lunedì 16 febbraio 2015

Autori e dintorni..Hernan Huarache Mamani

LA PROFEZIA DELLA CURANDERA


Kantu sapeva che l’arcobaleno è un ponte di comunicazione attraverso il quale alcuni esseri diventano spirito e si elevano al cielo mentre altri ridiventano materia e ridiscendono verso la terra.





Non cercare di afferrarti a me perché allora sarei solo il tuo salvagente in mezzo al mare della vita; devi imparare a nuotare. Tu sei la mia discepola e io il tuo istruttore…
[...]
“Non sono un maestro.  Un uomo può essere solamente un istruttore o un educatore, ma non può insegnare l’amore. Solo una donna può giungere a essere una maestra perché lei, nel silenzio e con grande pazienza, sa guidare, sa trasmettere le sue conoscenze. Guida con il suo esempio, senza dover ricorrere alle parole. Un maestro non predica, insegna con l’esempio della sua vita.”


domenica 21 settembre 2014

Autori e dintorni...M. Buber

Dove ci si trova
(Martin Buber)

"C'è qualcosa che tu non puoi trovare in alcuna parte del mondo, eppure esiste un luogo in cui la puoi trovare".

C'è una cosa che si può trovare in un unico luogo al mondo, è un grande tesoro, lo si può chiamare il compimento dell'esistenza. E il luogo in cui si trova questo tesoro è il luogo in cui ci si trova.
La maggior parte di noi giunge solo in rari momenti alla piena coscienza del fatto che non abbiamo assaporato il compimento dell'esistenza, che la nostra vita non è partecipe dell'esistenza autentica, compiuta, che è vissuta per così dire ai margini dell'esistenza autentica. Eppure non cessiamo mai di avvertire la mancanza, ci sforziamo sempre, in un modo o nell'altro, di trovare da qualche parte quello che ci manca. Da qualche parte, in una zona qualsiasi del mondo o dello spirito, ovunque tranne che là dove siamo, là dove siamo stati posti: ma è proprio là, e da nessun'altra parte, che si trova il tesoro. Nell'ambiente che avverto come il mio ambiente naturale, nella situazione che mi e toccata in sorte, in quello che mi capita giorno dopo giorno, in quello che la vita quotidiana mi richiede: proprio in questo risiede il mio compito essenziale, lì si trova il compimento dell'esistenza messo alla mia portata. Sappiamo di un maestro del Talmud che per lui le vie del cielo erano chiare come quelle di Nehardea, sua città natale; il chassidismo rovescia questa massima: per uno è meglio che le vie della città natale siano chiare come le vie del cielo. È qui, nel luogo preciso in cui ci troviamo, che si tratta di far risplendere la luce della vita divina nascosta.
Quand'anche la nostra potenza si estendesse fino alle estremità della terra, la nostra esistenza non raggiungerebbe il grado di compimento che può conferirle il rapporto di silenziosa dedizione a quanto ci vive accanto. Quand'anche penetrassimo nei segreti dei mondi superiori, la nostra partecipazione reale all'esistenza autentica sarebbe minore di quando, nel corso della nostra vita quotidiana, svolgiamo con santa intenzione l'opera che ci spetta. È sotto la stufa di casa nostra che è sepolto il nostro tesoro.
Secondo il Baal-Shem, nessun incontro  - con una persona o una cosa - che facciamo nel corso della nostra vita è privo di un significato segreto. Gli uomini con i quali viviamo o che incrociamo in ogni momento, gli animali che ci aiutano nel lavoro, il terreno che coltiviamo, i prodotti della natura che trasformiamo, gli attrezzi di cui ci serviamo, tutto racchiude un'essenza spirituale segreta che ha bisogno di noi per raggiungere la sua forma perfetta, il suo compimento. Se non teniamo conto di questa essenza spirituale inviata sul nostro cammino, se - trascurando di stabilire un rapporto autentico con gli esseri e le cose alla cui vita siamo tenuti a partecipare come essi partecipano alla nostra - pensiamo solo agli scopi che noi ci prefiggiamo, allora anche noi ci lasciamo sfuggire l'esistenza autentica, compiuta. Sono convinto che questo insegnamento è profondamente vero. La più alta cultura dell'anima resta fondamentalmente arida e sterile, a meno che da questi piccoli incontri, a cui noi diamo ciò che spetta, non sgorghi, giorno dopo giorno, un'acqua di vita che irriga l'anima; allo stesso modo la potenza più immane è, nel suo intimo profondo, solo impotenza se non si trova in alleanza segreta con questi contatti - umili e pieni di carità nel contempo - con un essere estraneo eppur vicino.
Parecchie religioni negano alla nostra esistenza sulla terra la qualità di vita autentica. Per le une, tutto ciò che appare quaggiù è solo un'illusione che dovremmo togliere, per le altre si tratta solo di un'anticamera del mondo autentico, un'anticamera che dovremmo attraversare senza prestarvi troppa attenzione. Nell'ebraismo è completamente diverso: quello che un uomo fa nella santità qui e ora non è meno importante né meno autentico della vita del mondo futuro. Ma è nel chassidismo che questo insegnamento ha conosciuto lo sviluppo più accentuato.
Rabbi Hanoch di Alexander disse: "Anche le genti della terra credono all'esistenza di due mondi. 'In quel mondo', li si sente ripetere. La differenza sta in questo: loro pensano che i due mondi siano distinti e separati l'uno dall'altro, Israele invece professa che i due mondi sono in verità uno solo e devono diventare uno solo in tutta realtà".
Nella loro intima verità i due mondi sono uno solo: si sono semplicemente separati, per così dire. Ma devono ridiventare l'unità che sono nella loro verità intima, e l'uomo è stato creato proprio perché riunisca i due mondi. Egli opera a favore di questa unità mediante una vita santa con il mondo in cui è stato posto, nel luogo in cui si trova.
Una volta si parlava in presenza di Rabbi Pinchas di Korez della misera vita dei bisognosi; questi ascoltava, affranto dal dolore. Poi sollevò la testa ed esclamò: "Basta che portiamo Dio nel mondo, e tutto sarà appagato!".
Come? E possibile attirare Dio nel mondo? Non è un modo di vedere arrogante e pretenzioso? Come potrebbe osare il vermiciattolo immischiarsi in ciò che si basa esclusivamente sulla grazia di Dio: quanto di sé Dio concede alla sua creazione? Ancora una volta un insegnamento ebraico si oppone qui agli insegnamenti delle altre religioni e, di nuovo, è nel chassidismo che si esprime con la massima intensità. Noi crediamo che la grazia di Dio consiste proprio in questo suo volersi lasciar conquistare dall'uomo, in questo suo consegnarsi, per cosi dire, a lui. Dio vuole entrare nel mondo che è suo, ma vuole farlo attraverso l'uomo: ecco il mistero della nostra esistenza, l'opportunità sovrumana del genere umano!
Un giorno in cui riceveva degli ospiti eruditi, Rabbi Mendel di Kozk li stupì chiedendo loro a bruciapelo: "Dove abita Dio?". Quelli risero di lui: "Ma che vi prende? Il mondo non è forse pieno della sua gloria?". Ma il Rabbi diede lui stesso la risposta alla domanda: "Dio abita dove lo si lascia entrare".
Ecco ciò che conta in ultima analisi: lasciar entrare Dio. Ma lo si può lasciar entrare solo là dove ci si trova, e dove ci si trova realmente, dove si vive, e dove si vive una vita autentica. Se instauriamo un rapporto santo con il piccolo mondo che ci è affidato, se, nell'ambito della creazione con la quale viviamo, noi aiutiamo la santa essenza spirituale a giungere a compimento, allora prepariamo a Dio una dimora nel nostro luogo, allora lasciamo entrare Dio.


sabato 16 novembre 2013

Autori e dintorni...K. Gibran



 

Nessuno può insegnarvi se non ciò che già in dormiveglia giace nell’alba della nostra conoscenza. Il maestro che tra i suoi discepoli incede all’ombra del tempio non distribuisce saggezza propria bensì la sua fede e la sua benevolenza. Se veramente è saggio non vi invita a entrare nella dimora della sua saggezza, ma vi conduce piuttosto alla soglia della vostra stessa mente. 
(da Il Profeta)