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martedì 3 dicembre 2013

Da "Oggiscienza"



Gli “universali” del cervello che legge

Pubblicato da Eleonora Viganò
 I circuiti attivati nel cervello per leggere un testo in cinese e uno in francese, o in un’altra lingua alfabetica, sono gli stessi, come hanno dimostrato i ricercatori guidati da Stanislas Dehaene del National Institute of Health and Medical Reserach in Francia in uno studio pubblicato su PNAS . Identiche inoltre non sono solo le aree coinvolte ma anche i due network, quello visivo e quello motorio, presi in considerazione dallo studio, anche se con intensità differenti tra ideogrammi e alfabeto. Aver considerato occhio e mano – e non udito, come nelle ricerche precedenti – ha quindi permesso di dare una svolta ai circuiti cerebrali in funzione e alle caratteristiche universali della lettura.

Per comprendere meglio questi processi e i risvolti pratici dello studio abbiamo intervistato Alfonso Caramazza, direttore del Laboratorio di neuropsicologia cognitiva dell’Università di Harvard e del Centro Interdipartimentale Mente–Cervello dell’Università degli Studi di Trento.

Alfonso Caramazza, cosa accade quando si legge?

Durante la lettura una stringa di elementi visivi viene trasformata in una sequenza di suoni e in un significato. Prendiamo la parola “sedia”: mentre la leggiamo trasformiamo questo pattern visivo in un suono e in un concetto. La stessa cosa accade di fronte all’immagine di una sedia, grazie alla quale ci verrà sicuramente in mente sia il significato sia il suono della parola. Qual è la differenza tra parola e immagine? Nel rapporto tra oggetto (o immagine) e suono non esiste un pezzo dell’immagine che corrisponde a una delle lettere che compongono la parola sedia, mentre quando leggiamo c’è corrispondenza tra parti della parole e parti del suono. Viceversa non esiste sovrapposizione tra parole e elementi del significato, ma quando vediamo una sedia, alcuni elementi dell’immagine corrispondono a parti del significato: lo schienale per esempio sorregge le spalle.

Quindi tra immagini e parole …

La differenza risiede nella composizione. Durante la lettura, la composizione delle parole corrisponde alla composizione dei suoni, mentre quando vediamo un’immagine la composizione degli oggetti corrisponde al significato dell’oggetto rappresentato. Quando imparo a leggere, imparo a unire le lettere ai suoni.

Nel cervello cosa succede?

L’ipotesi è che vi sia un’area nella zona temporale posteriore deputata all’analisi dello stimolo visivo, chiamata visual word-forming area (VWFA).  Qui vengono riconosciute le lettere e le sequenze di lettere e l’informazione viene condivisa con altre parti del cervello: la parte superiore del lobo temporale è deputata a riconoscere il significato della parola, il lobo parietale è coinvolto nella unione tra elemento visivo e suono, il lobo frontale è invece chiamato in causa per pronunciare la parola. Queste aree sono attivate grazie alla componente visiva.

Quando leggiamo tuttavia si è visto che vengono attivate sia queste aree sia aree motorie corrispondenti ai gesti compiuti mentre scriviamo la parola stessa, soprattutto se la parola è scritta in corsivo, con una grafia distorta e veloce.

Esiste un’area per questa componente motoria?

Sì, l’area di Exner, localizzata nella parte laterale del lobo frontale, è coinvolta nella scrittura e nella lettura attraverso la percezione mentale dei movimenti compiuti scrivendo quella parola.

Dove risiede l’universalità?

Nella lettura esiste un sistema universale condiviso tra tutte le culture composto da questi due sistemi:  quello percettivo/visivo e quello motorio.

… e la diversità?

Esistono ovviamente delle differenze tra le varie lingue, in relazione al peso che assumono queste due componenti. Nelle lingue alfabetiche la parte motoria è meno sfruttata rispetto all’elemento percettivo, soprattutto se si utilizzano le lettere in carattere stampatello e non in corsivo. La componente motoria è inoltre propria del linguaggio: se nell’esperimento i ricercatori avessero utilizzato immagini e figure, il circuito motorio non si sarebbe attivato perché non devo riconoscere nessun carattere.

Mi ricordo quando parlavo di caratteri cinesi con una mia dottoranda: lei muoveva la mano per riprodurre quel carattere. In inglese e in italiano al limite possiamo fare lo spelling, mentre per lingue come il cinese non esiste una decomposizione del carattere come avviene con le lettere. Quindi per comporre un carattere complesso, come nella lingua cinese, è necessario attingere al circuito motorio.

Una ricaduta pratica?

Si potrebbe mettere a punto un esperimento dove consideriamo persone affette da un qualche deficit motorio e verificare quanto sia facile per loro imparare a leggere in cinese e in una lingua alfabetica. Nella dislessia il problema principale consiste nel collegare lettere e suoni, scomporre la parola in fonemi e ricomporla. Questa capacità si acquisisce e si sviluppa durante lo sforzo compiuto per leggere, mentre nel dislessico vi è proprio una difficoltà a unire la parte visiva con quella sonora.

Quando vogliamo imparare una lingua straniera cosa succede?

L’attivazione è identica. Ho lavorato su un progetto che coinvolgeva partecipanti cinesi senza udito e senza la capacità di parlare, uno dei soggetti produceva addirittura suoni irriconoscibili, ma abbiamo visto che le aree attivate durante l’apprendimento erano le stesse di chi può parlare e imparare le lingue alfabetiche.

La predisposizione alle lingue è riconducibile a una spiccata attivazione?

Le basi delle differenze nella predisposizione all’apprendimento delle lingue sono individuali e ancora sconosciute, come accade per altre doti e abilità, come la matematica. Io per esempio dopo anni ad Harvard parlo ancora l’inglese americano con accento italiano e l’italiano con un forte accento inglese americano, e c’è chi invece non ha accento. Di certo sappiamo che, nella universalità dei meccanismi e dei circuiti cerebrali coinvolti, ci sono enormi differenze.

mercoledì 19 settembre 2012

Osho: "L'Amicizia"

 […]L’amicizia va più in profondità dell'amore. L'amore può finire, l'amicizia non finisce mai. Noi possiamo odiare domani quelli che amavamo oggi - ma colui che è amico non potrà mai diventare un nemico. Se diventa un nemico allora sappi che non vi era mai stata amicizia in primo luogo. Le relazioni basate sull'amicizia appartengono a dimensioni profonde e sconosciute. Questo è il motivo per cui Buddha non ha detto alle persone di amarsi l'un l'altra. Ha chiamato la relazione "amicizia". Aveva una ragione per questo - ha detto di avere amici nella propria vita. Qualcuno ha chiesto a Buddha: "Perché non lo chiami amore? "Buddha ha risposto: "L'amicizia è più profonda dell'amore. L'amore può finire, l'amicizia non finisce mai". L'amore lega, l'amicizia dà libertà. L'amore può assoggettare qualcuno, lo può possedere, può diventarne il padrone. L'amicizia non diventa il padrone di nessuno, non trattiene nessuno, non imprigiona, è libera. L'amore diventa schiavitù, poiché ogni amante pretende che l'altro non ami nessuno all'infuori di lui. L'amicizia non ha questo tipo di pretesa. Una persona può avere migliaia di amici, milioni di amici, perché l'amicizia è molto vasta, è un'esperienza molto profonda. Nasce dal più profondo centro della vita. Per questo, l'amicizia diventa la via più importante per condurci al divino. Una persona che è amica con tutti, prima o poi raggiungerà il divino, poiché entra in contatto con il centro di ognuno. E un giorno o l'altro sarà inevitabile che entri in contatto con il centro dell'universo. Le relazioni che abbiamo nel corso della vita, non dovrebbero essere semplicemente intellettuali, né solo di cuore, dovrebbero essere più profonde, appartenere al centro. Per esempio, in nessun posto al mondo è chiaro - ma prima o poi lo diventerà.... Prima o poi arriveremo a scoprire che siamo connessi con fonti di energia vitale lontanissime, che non possiamo vedere. Sappiamo che la luna è molto lontana, ed esercita una qualche influenza sconosciuta sull'acqua del mare. L'acqua del mare inizia a crescere o a calare con la luna. Sappiamo che il sole è molto lontano, ma è connesso con la vita, attraverso qualche filo invisibile. Il sole sorge la mattina e in ogni cosa vivente succede una rivoluzione. Tutto ciò che dormiva, tutto ciò che era disteso come morto, tutto ciò che era inconscio, inizia a diventare conscio. Cose che dormivano iniziano a svegliarsi, i fiori iniziano a fiorire, gli uccelli a cantare. Un invisibile flusso solare inizia a influenzarci. Ci sono tante invisibili fonti di energia vitale che ci raggiungono in questo modo, che guidano continuamente la nostra vita. Non solo il sole, non solo la luna, non solo le stelle nel cielo, ma la vita in se stessa ha un flusso di energia che non si vede, ma che continuamente influenza e guida i nostri centri. Più ricettivo è il nostro centro, più questa energia può influenzare la nostra vita. Meno ricettivo è il nostro centro, meno questa energia lo può influenzare.  Il sole sorge, il fiore fiorisce. Ma se noi costruiamo un muro attorno al fiore e la luce solare non lo raggiunge, allora il fiore non potrà fiorire e appassirà. Il sole non può entrare efficacemente e aprire questo fiore. Il fiore deve essere all'aperto, deve essere pronto. Il fiore deve dare la possibilità al sole di entrare e aprirlo.     Il sole non può andare alla ricerca di un singolo fiore, cercando di vedere quale fiore si nasconde dietro il muro, in modo tale da poterlo raggiungere. Il sole non sa nulla dei fiori. Si tratta di un processo vitale assolutamente inconscio:  il sole sorge, i fiori fioriscono. Se un fiore si trova vicino a un muro, non fiorirà,  appassirà e morirà. L'energia vitale è un fluire in tutte le direzioni, ma quelli che non hanno il centro aperto saranno privati di questo flusso. Non lo conosceranno neppure. Non capiranno che  questa energia era lì e non erano aperti, che c'era qualcosa di nascosto dentro che  non si è potuto aprire. Non sapranno che è così. Questo fiorire , chiamato fiore di loto sin dai tempi più antichi, viene chiamato loto poiché ha la possibilità dell'apertura - è possibile che venga aperto da una qualche energia vitale. Ci vuole un po' di preparazione perché questo succeda. Per questo motivo il nostro centro deve essere disponibile al cielo aperto e noi dobbiamo rimanere all'erta. Allora l'energia vitale disponibile può raggiungere il centro e dargli vita. Noi pensiamo che l'audacia sia assenza di paura; è un errore. L'audacia non è assenza di paura. L'audacia è una cosa totalmente differente che accade dentro, in presenza della paura. Non è assenza di paura. L'audacia è la totale presenza di paura, con il coraggio di fronteggiarla.                    

venerdì 22 giugno 2012

Oltre i limiti...


L'Universo è un'illusione
ovvero, il "paradigma olografico"
di Richard Boylan


Le teorie di Aspect, Bohm, Pribram sulla nuova fisica scuotono i principi della scienza tradizionale:  dalle particelle subatomiche alle galassie giganti, tutto è parte infinitesimale e totalità di "Tutto"


 Nel 1982 un'équipe di ricerca dell'Università di Parigi, diretta dal fisico Alain Aspect, condusse forse il più importante esperimento del 20º secolo.  Aspect ed il suo team scoprirono che, sottoponendo a determinate condizioni delle particelle subatomiche come gli elettroni, esse sono capaci di comunicare istantaneamente una con l'altra indipendentemente dalla distanza che le separa, sia che si tratti di 10 metri o di 10 miliardi di chilometri.  Come se ogni singola particella sappia esattamente cosa stiano facendo tutte le altre.

Un fenomeno che può essere spiegato solo in due modi:  o la teoria di Einstein - che esclude la possibilità di comunicazioni più veloci della luce - è da considerarsi errata, oppure le particelle subatomiche sono connesse non-localmente.

La maggior parte dei fisici nega la possibilità di fenomeni che oltrepassino la velocità della luce, ma l'esperimento di Aspect rivoluziona il postulato, provando che il legame tra le particelle subatomiche è effettivamente di tipo non-locale.  David Bohm, celebre fisico dell'Università di Londra recentemente scomparso, sosteneva che le scoperte di Aspect implicassero la non-esistenza della realtà oggettiva.  Vale a dire che, nonostante la sua apparente solidità, l'Universo è in realtà un fantasma, un ologramma gigantesco e splendidamente dettagliato.

Ologrammi, la parte e il tutto
Per capire la sbalorditiva affermazione di Bohm gettiamo uno sguardo alla natura degli ologrammi.  Un ologramma è una fotografia tridimensionale prodotta con l'aiuto di un laser:  l'oggetto da fotografare viene prima immerso nella luce di un raggio laser, poi un secondo raggio laser viene fatto rimbalzare sulla luce riflessa del primo e lo schema risultante dalla zona di interferenza dove i due raggi si incontrano viene impresso sulla pellicola fotografica.  Quando la pellicola viene sviluppata risulta visibile solo un  intrico di linee chiare e scure ma, illuminata da un altro raggio laser, ecco apparire il soggetto originale.  La tridimensionalità non è l'unica caratteristica interessante degli ologrammi:  se l'ologramma di una rosa viene tagliato a metà e poi illuminato da un laser, si scopre che ciascuna metà contiene ancora l'intera immagine della rosa.  Anche continuando a dividere le due metà, vedremo che ogni minuscolo frammento di pellicola conterrà sempre una versione più piccola, ma intatta, della stessa immagine.  

Diversamente dalle normali fotografie ogni parte di un ologramma contiene tutte le informazioni possedute dall'ologramma integro. Si schiude così una nuova comprensione dei concetti di organizzazione e di ordine.


UNA PRECISAZIONE...

L'affermazione secondo la quale ogni frammento dell'ologramma conterrebbe tutta l'informazione, non è esatta:  si verifica sempre una certa perdita di informazione, tanto maggiore quanto più è piccolo il frammento. Questo però non invalida affatto l'ipotesi dell'Universo olografico, ma anzi, restringe le reciproche influenze delle cose - da una precedente inconcepibile infinitezza ad ambiti più circoscritti - rendendo tutta la teoria ancor più credibile.

La rana, l'atomo e la rosa
Per quasi tutto il suo corso la scienza occidentale ha agito sotto il preconcetto che il modo migliore di capire un fenomeno fisico, che si trattasse di una rana o di un atomo, era quello di sezionarlo e di studiarne le varie parti.  Gli ologrammi ci insegnano che alcuni fenomeni possono esulare da tale approccio.  Bohm lo intuì, aprendo una strada alla comprensione della scoperta del professor Aspect.

Per Bohm il motivo per cui le particelle subatomiche restano in contatto indipendentemente dalla distanza che le separa risiede nel fatto che la loro separazione è un'illusione.  Era infatti convinto che, ad un livello di realtà più profondo, tali particelle non sono entità individuali, ma estensioni di uno stesso "organismo" fondamentale.  Bohm semplificava con un esempio:  immaginate un acquario contenente un pesce.  Immaginate che l'acquario non sia visibile direttamente, ma solo attraverso due telecamere, una  posizionata frontalmente e l'altra lateralmente rispetto all'acquario.

Guardando i due monitor televisivi possiamo pensare che i pesci siano due entità separate, la differente posizione delle telecamere ci darà infatti due immagini lievemente diverse.  Ma, continuando ad osservare i due pesci, alla fine ci accorgeremo che vi è un certo legame tra loro:  quando uno si gira, anche l'altro si girerà;  quando uno guarda di fronte a sé, l'altro guarderà lateralmente.  Essendo all'oscuro dello scopo reale dell'esperimento, potremmo credere che i due pesci comunichino tra loro, istantaneamente e misteriosamente.  Secondo Bohm il comportamento delle particelle subatomiche indica che esiste un livello di realtà del quale non siamo consapevoli, una dimensione che oltrepassa la nostra.  Se le particelle subatomiche ci appaiono separate è perché siamo capaci di vedere solo una porzione della loro realtà, esse non sono "parti" separate bensì sfaccettature di un'unità più profonda e basilare, che risulta infine altrettanto olografica ed indivisibile quanto la nostra rosa.  E poiché ogni cosa nella realtà fisica è costituita da queste "immagini", ne consegue che l'Universo stesso è una proiezione, un ologramma.

Il magazzino cosmico
Oltre alla sua natura illusoria, questo universo avrebbe altre caratteristiche stupefacenti:  se la separazione tra le particelle subatomiche è solo apparente, ciò significa che, ad un livello più profondo, tutte le cose sono infinitamente collegate.  Gli elettroni di un atomo di carbonio del cervello umano sono connessi alle particelle subatomiche che costituiscono ogni salmone che nuota, ogni cuore che batte ed ogni stella che brilla nel cielo.  Tutto compenetra tutto.  Sebbene la natura umana cerchi di categorizzare, classificare e suddividere i vari fenomeni, ogni suddivisione risulta necessariamente artificiale e tutta la natura non è altro che una immensa rete ininterrotta.

In un universo olografico persino il tempo e lo spazio non sarebbero più dei principi fondamentali.  Concetti come la località vengono infranti in un universo dove nulla è veramente separato dal resto, sicché anche il tempo e lo spazio tridimensionale (come le immagini del pesce sui monitor TV) dovrebbero venire interpretati come semplici proiezioni di un sistema più complesso.  Al suo livello più profondo la realtà non è altro che una sorta di super-ologramma dove il passato, il presente ed il futuro coesistono simultaneamente.  Disponendo degli strumenti appropriati un giorno potremmo spingerci entro quel livello della realtà e cogliere delle scene del nostro passato da lungo tempo dimenticato.  Cos'altro possa contenere il super-ologramma resta una domanda senza risposta.  In via ipotetica, ammettendo che esso esista, dovrebbe contenere ogni singola particella subatomica che sia, che sia stata e che sarà, nonché ogni possibile configurazione di materia ed energia:  dai fiocchi di neve alle stelle, dalle balene ai raggi gamma.  Dovremmo immaginarlo come una sorta di magazzino cosmico di Tutto-ciò-che-Esiste.  Bohm si era addirittura spinto a supporre che il livello super-olografico della realtà potrebbe non essere altro che un semplice stadio intermedio oltre il quale si celerebbe un'infinità di ulteriori sviluppi.
 
Poiché il termine ologramma si riferisce di solito ad una immagine statica che non coincide con la natura dinamica e perennemente attiva del nostro universo, Bohm preferiva descrivere l'Universo col termine "olomovimento".  Affermare che ogni singola parte di una pellicola olografica contiene tutte le informazioni in possesso della pellicola integra significa semplicemente dire che l'informazione è distribuita non-localmente.  Se è vero che l'Universo è organizzato secondo principi olografici, si suppone che anch'esso abbia delle proprietà non-locali e quindi ogni particella esistente contiene in se stessa l'immagine intera.  Dato il presupposto, tutte le manifestazioni della vita provengono da un'unica fonte di causalità che include ogni atomo dell'Universo.  Dalle particelle subatomiche alle galassie giganti, tutto è allo stesso tempo parte infinitesimale e totalità di "tutto".

Miliardi di informazioni...
Lavorando nel campo della ricerca sulle funzioni cerebrali, anche il neurofisiologo Karl Pribram, dell'Università di Stanford, si è convinto della natura olografica della realtà.  Numerosi studi, condotti sui ratti negli anni '20, avevano dimostrato che i ricordi non risultano confinati in determinate zone del cervello:  dagli esperimenti nessuno però riusciva a spiegare quale meccanismo consentisse al cervello di conservare i ricordi, fin quando Pribram non applicò a questo campo i concetti dell'olografia.  Egli ritiene che i ricordi non siano immagazzinati nei neuroni o in piccoli gruppi di neuroni, ma negli schemi degli impulsi nervosi che si intersecano attraverso tutto il cervello, proprio come gli schemi dei raggi laser che si intersecano su tutta l'area del frammento di pellicola che contiene l'immagine olografica.

Quindi il cervello stesso funziona come un ologramma e la teoria di Pribram spiegherebbe come il cervello riesca a contenere una tale quantità di ricordi in uno spazio così limitato.  Quello umano può immagazzinare circa 10 miliardi di informazioni, durante la durata media di vita (approssimativamente l'equivalente di cinque edizioni dell'Enciclopedia Treccani!).  Di converso, si è scoperto che gli  ologrammi possiedono una sorprendente possibilità di memorizzazione, infatti semplicemente cambiando l'angolazione con cui due raggi laser colpiscono una pellicola fotografica, si possono accumulare miliardi di informazioni in un solo centimetro cubico di spazio.

...ma anche di idee
La nostra stupefacente capacità di recuperare velocemente una qualsivoglia informazione dall'enorme magazzino cerebrale risulta spiegabile più facilmente, supponendone un funzionamento secondo principi olografici.  Inutile, quindi, scartabellare nei meandri di un gigantesco archivio alfabetico cerebrale, perché ogni frammento di informazione sembra essere sempre istantaneamente correlato a tutti gli altri:  si tratta forse del massimo esempio in natura di un sistema a correlazione incrociata.  Nell'ipotesi di Pribram si analizza la capacità del cervello di tradurre la valanga di frequenze luminose, sonore, ecc. ricevute tramite i sensi, nel mondo concreto delle percezioni.  Codificare e decodificare frequenze è esattamente quello che un ologramma sa fare meglio, fungendo da strumento di traduzione per convertire un ammasso di frequenze prive di significato in una immagine coerente:  il cervello usa gli stessi principi olografici per convertire matematicamente le frequenze ricevute in percezioni interiori.

IL CERVELLO RIMESCOLATO

Paul Pietsch, critico verso la teoria olografica della mente, provò a confutarla (libro Shufflebrain, vedi links a fine pagina). Poichè aveva scoperto che le salamandre sono capaci di ampie capacità di rigenerazione del tessuto nervoso (nervi e cervello), ipotizzò che la localizzazione delle funzioni cerebrali potesse essere evidenziata "scambiando" fra loro parti di cervello. Lo fece, sezionando il cervello di alcune salamandre in parti uguali, per poi risistemarle nella scatola cranica ruotate, scambiate di posto, e così via. Pietsch si aspettava di osservare gravi disfunzioni o strani comportamenti, invece la maggior parte delle salamandre continuò a comportarsi come prima.   XmX
Vi è una impressionante quantità di dati scientifici a conferma della teoria di Pribram, ormai condivisa da molti altri neurofisiologi.  Il ricercatore italo-argentino Hugo Zucarelli ha applicato il modello olografico ai fenomeni acustici, incuriosito dal fatto che gli umani possono localizzare la fonte di un suono senza girare la testa, pur sordi da un orecchio.  Ne risulta che ciascuno dei nostri sensi è sensibile ad una varietà di frequenze molto più ampia.  Ad esempio:  il nostro sistema visivo è sensibile alle frequenze sonore, il nostro olfatto percepisce anche le cosiddette "frequenze osmiche" e persino le cellule biologiche sono sensibili ad una vasta gamma di frequenze.  Tali scoperte suggeriscono che è solo nel dominio olografico della coscienza che tali frequenze possono venire vagliate e suddivise.


La realtà?  Non esiste.
Ma l'aspetto più sbalorditivo del modello cerebrale olografico di Pribram è ciò che risulta unendolo alla teoria di Bohm.  Se la concretezza del mondo non è altro che una realtà secondaria e ciò che esiste non è altro che un turbine olografico di frequenze e se persino il cervello è solo un ologramma che seleziona alcune di queste frequenze trasformandole in percezioni sensoriali, cosa resta della realtà oggettiva?  In parole povere:  non esiste.  Come sostenuto dalle religioni e dalle filosofie orientali, il mondo materiale è una illusione.  Noi stessi pensiamo di essere entità fisiche che si muovono in un mondo fisico, ma tutto questo è pura illusione.  In realtà siamo una sorta di "ricevitori" che galleggiano in un caleidoscopico mare di frequenze e ciò che ne estraiamo lo trasformiamo magicamente in realtà fisica:  uno dei miliardi di "mondi" esistenti nel super-ologramma.

Questo impressionante nuovo concetto di realtà è stato battezzato "paradigma olografico" e sebbene diversi scienziati lo abbiano accolto con scetticismo, ha entusiasmato molti altri.  Un piccolo, ma crescente, gruppo di ricercatori è convinto si tratti del più accurato modello di realtà finora raggiunto dalla scienza.  In un Universo in cui le menti individuali sono in effetti porzioni indivisibili di un ologramma e tutto è infinitamente interconnesso, i cosiddetti "stati alterati  di coscienza" potrebbero semplicemente essere il passaggio ad un livello olografico più elevato.  Se la mente è effettivamente parte di un continuum, di un labirinto collegato non solo ad ogni altra mente esistente o esistita, ma anche ad ogni atomo, organismo o zona nella vastità dello spazio, ed al tempo stesso, il fatto che essa sia capace di fare delle incursioni in questo labirinto e di farci sperimentare delle esperienze extracorporee, non sembra più così strano.

Coscienza e visualizzazione
Il paradigma olografico presenta implicazioni anche nelle cosiddette scienze pure, come la biologia.  Keith Floyd, uno psicologo del Virginia Intermont College, ha sottolineato il fatto che se la concretezza della realtà non è altro che una illusione olografica, non potremmo più affermare che la mente crea la coscienza (cogito ergo sum).  Al contrario, sarebbe la coscienza a creare l'illusoria sensazione di un cervello, di un corpo e di qualunque altro oggetto ci circondi che noi interpretiamo come "fisico".

Una tale rivoluzione nel nostro modo di studiare le strutture biologiche spinge i ricercatori ad affermare che anche la medicina e tutto ciò che sappiamo del processo di guarigione verrebbero trasformati dal paradigma olografico.  Infatti, se l'apparente struttura fisica del corpo non è altro che una proiezione olografica della coscienza, risulta chiaro che ognuno di noi è molto più responsabile della propria salute di quanto riconoscano le attuali conoscenze nel campo della medicina.  Quelle che noi ora consideriamo guarigioni miracolose potrebbero in realtà essere dovute ad un mutamento dello stato di coscienza che provochi dei cambiamenti nell'ologramma corporeo.  Allo stesso modo, potrebbe darsi che alcune controverse tecniche di guarigione alternative come la "visualizzazione" risultino così efficaci perché nel dominio olografico del pensiero le immagini sono in fondo reali quanto la "realtà".

Il mondo è una tela bianca
Perfino le visioni ed altre esperienze di realtà non ordinaria possono venire facilmente spiegate se accettiamo l'ipotesi di un universo olografico.  Nel suo libro "Gifts of Unknown Things", il biologo Lyall Watson descrive il suo incontro con una sciamana indonesiana che, eseguendo una danza rituale, era capace di far svanire istantaneamente un intero boschetto di alberi.  Watson riferisce che mentre lui ed un altro attonito osservatore continuavano a guardare, la donna fece velocemente riapparire e scomparire gli alberi diverse volte.  Sebbene le conoscenze scientifiche attuali non ci permettano di spiegarle, esperienze come queste diventano più plausibili qualora si ammetta la natura olografica della realtà.  In un universo olografico non vi sono limiti all'entità dei cambiamenti che possiamo apportare alla sostanza della realtà, perché ciò che percepiamo come realtà è soltanto una tela in attesa che noi vi si dipinga sopra qualunque immagine vogliamo.  Tutto diviene possibile, dal piegare cucchiai col potere della mente, ai fantasmagorici eventi vissuti da Carlos Castaneda durante i suoi incontri con Don Juan, lo sciamano Yaqui.  Nulla di più, né meno, miracoloso della capacità che abbiamo di plasmare la realtà a nostro piacimento durante i sogni.  E le nostre convinzioni fondamentali dovranno essere riviste alla luce della teoria olografica della realtà. >>

Dr. Richard Boylan

lunedì 14 maggio 2012

Psicologia e dintorni


Transfert e Controtransfert

Il termine transfert (o traslazione) è stato elaborato nell'esperienza psicoanalitica e sta ad indicare il trasferimento sulla persona dell'analista dei conflitti intrasoggettivi del paziente. Con il termine controtransfert viene designato il transfert (o vissuto globale) dell'analista nei confronti del paziente.
Il meccanismo del transfert consente di proiettare sull'analista i sospesi conflittuali delle relazioni intersoggettive reali o anche solo immaginarie che il paziente ha vissuto nell'infanzia. Nella relazione di transfert, che può essere positiva o negativa in base al tipo di sentimento provato (benevolo od ostile) il soggetto ripropone la qualità del sentimento sperimentato nel rapporto con i genitori, riproducendone le dinamiche complessuali.
Secondo Jung il transfert è un fenomeno ascrivibile nel meccanismo della proiezione in cui si trasferiscono contenuti psichici inconsci che hanno bisogno di esprimersi. Nel transfert il vissuto emotivo viene proiettato sull'analista, che assurge a figura rievocativa delle dinamiche relazionali apprese in età infantile. È dunque un processo proiettivo dall'effetto fortemente distorsivo sui dati di realtà.
Il transfert, nelle sue forme negative, esprime la tendenza del paziente ad usare l'analista senza una reale volontà di cambiamento perpetuando quel rapporto di dipendenza madre-figlio che caratterizza la sua specificità di complesso psicologico (1).
Il transfert negativo può avere una connotazione seduttiva, in quanto il paziente investe lo psicoterapeuta con la sua carica erotica allo scopo di sedurlo per sminuirlo nel suo ruolo di operatore di autonomia e sentirsi così giustificato a non cambiare. Può avere inoltre una connotazione "storica" in quanto il paziente, attraverso la relazione di odio e amore con lo psicoterapeuta, porta alla luce un contenuto affettivo storicamente riferito ad un'altra situazione e persona. Il contenuto rimane intatto mentre viene spostato il riferimento sullo psicoterapeuta, costretto a divenire oggetto dell'investimento complessuale operato dal paziente.
Il transfert d'amore è invece basato su un sentimento di empatia. L'interazione paziente-analista non è giocata sulla reviviscenza di dinamiche complessuali all'interno delle quali opera una coazione a ripetere sempre gli stessi schemi senza di fatto cambiare mai radicalmente, ma apre alla novità originale della vita. In questa prospettiva l'intervento d'aiuto è un atto d'amore che spinge l'individuo a rintracciare il suo Sé autentico.
Nel quotidiano delle relazioni affettive l'individuo tende a sperimentare vissuti transferali, memorie complessuali che affondano le radici nelle dinamiche relazionali apprese nelle prime interazioni significative della vita con l'adulto di riferimento. Quanto più la relazione affettiva è coinvolgente tanto maggiori sono le probabilità di sperimentare contenuti psichici inconsci condizionati dal transfert ed erroneamente ritenuti causati dall'esterno.
In una relazione di aiuto si toccano le corde dell'io che smuovono residui tanatici (2), antiche memorie di relazioni date o mancate, reali o fantasmatiche, che il soggetto porta dentro come criterio di lettura del reale. Il mancato o insufficiente sviluppo di una sana relazionalità affettiva comporta l'incapacità di cogliere l'autentico valore d'amicizia del gesto d'aiuto, che viene pertanto interpretato attraverso i filtri cognitivi ed emotivi dell'Io. Quest'ultimo, incapace di riconoscere il nuovo che lo approssima, lo riconduce alle consuete dinamiche difensive e transferali, stravolgendone il significato di atto di amicizia e di amore.
(1) Il termine complesso, introdotto in psichiatria da Jung, indica un insieme strutturato e attivo di rappresentazioni, pensieri e ricordi, in parte o del tutto inconsci, dotati di forte carica affettiva.
(2) Relativi alla pulsione di morte: la tendenza stessa del vivente è a ritornare a una forma di esistenza inorganica. Postulata da Sigmud Freud è stata successivamente denominata Thanatos (greco Θάνατος) in riferimento alla personificazione maschile della morte presso gli antichi Greci.

Fonti:
Umberto Galimberti. Enciclopedia di Psicologia. Garzanti. Milano, 1999.

domenica 13 maggio 2012

Psicologia e dintorni


La relazione diadica

La diade, dal latino tardo dyas, dal greco δυάς derivato di δύο (due), è un termine psicoanalitico introdotto da René Árpád Spitz per indicare la relazione madre-figlio nei primi anni di vita.
Il neonato vive con la madre una relazione simbiotica in cui c'è una percezione empatica della condizione emotiva di quest'ultima. Il bambino nasce e subisce l'ambiente familiare e l'organizzazione psicologica della madre.
In un arco di tempo che va dai sei ai diciotto anni ogni uomo si confronta con la realtà della diade. Si tratta di una sorta di realtà a due poli di cui uno, rappresentato dall'Io del bambino, è in costante azione e interazione con il secondo, l'Io dell'adulto-madre, vissuto come criterio di lettura del reale e principio informatore di ogni azione. In un normale processo di maturazione psicologica, il fanciullo si apre progressivamente alla molteplicità dell'esistenza e sviluppa un'azione personale via via più centrata su stesso anziché sull'adulto-madre. Quando il soggetto realizza l'unità di azione nel proprio Io pensante. per lui si apre la possibilità di cogliere il reale in modo totale, non più scisso. Con il graduale abbandono della diade l'individuo trova la propria utilità esistenziale.
Quando storicamente l'essere, ormai adulto, resta legato nella diade, ovvero continua a nutrirsi e convivere con essa, quel primo rapporto fondamentale individuo-madre stabilisce il comportamento nel soggetto. La diade diventa la matrice che cristallizza la tipologia di comportamento e definisce l'orizzonte di senso e di significato della sua esistenza. La relazione diadica, a questo punto diviene patologica perché impedisce all'individuo di aprirsi alla novità costante della vita e imprime una direzione ineliminabile e invariabile alla sua esistenza. La relazione diadica, è un passaggio necessario nel processo di maturazione psicologica dal momento che il bambino è incapace di provvedere a se stesso: il piccolo, per una necessità biologica di dipendenza, è costretto a svilupparsi in doppio, acquisendo dalla madre le strutture linguistiche e comportamentali; qualsiasi cosa voglia o faccia egli apprende dalla madre il modo di risposta ai suoi bisogni.
La relazione madre-figlio diventa patologica quando l'individuo vi resta incastrato dentro, subendola come complesso dominante. Quando il bambino diviene adulto sente l'esigenza di rispondere alle varie istanze della vita (vuole l'amicizia, l'amore, il sesso, il lavoro, l'autonomia) ma l'antica diade non è più sufficiente a rispondere alla complessità in divenire degli stimoli, pertanto il giovane, non trovando il modo di realizzare e soddisfare le sue istanze, cade in frustrazione. Un esempio tratto dalla biologia può aiutarci a comprendere meglio gli effetti devastanti di tale limitazione psicologica: nei processi di divisione cellulare vi è una fase in cui si producono due nuclei all'interno della cellula, dal nucleo originario si forma un'altra unità che progressivamente si differenzia dalla prima fino alla separazione completa. In una relazione diadica patologica la separazione non giunge mai a maturazione pertanto la nuova cellula resta incastrata nella cellula madre, impossibilitata a crescere e svilupparsi a sua volta.
L'adulto incastrato in una relazione diadica patologica sceglie e opera per complesso dominante, subisce la coazione a ripetere con un altro soggetto o ambiente che gli riproponga l'antico stile appreso dalla madre, perché è l'unico che conosce.
A livello inconscio gli uomini tendono a rimanere nella diade, ad agire in doppio, la circostanza di avere o meno perso la madre biologica è indifferente alla persistenza del legame perché questo si ripropone come coazione a ripetere, come dinamica complessuale, e scatta ogniqualvolta si incontra un problema.
Affinché la relazione diadica non degeneri in patologica regressione è indispensabile che il polo informatore dell'adulto-madre sia collegato all'ecogenesi dell'esistenza. Solo in questo caso, infatti, si dà possibilità di crescere con progressivo ampliamento degli orizzonti esistenziali. In caso contrario, attraverso la diade si trasmette solo la coazione a ripetere gli stereotipi sociali di cui la madre è soggetto trasmettitore, con progressiva regressione dell'individuo in un circuito di frustrazione esistenziale, accompagnato dai connessi vissuti emotivi di rabbia ed aggressività.

Fonti:
Umberto Galimberti. Enciclopedia di Psicologia. Garzanti. Milano, 1999.

domenica 6 maggio 2012

La storia dei bambini senza sorriso

di Aida Dattola
C'era una volta, in un Paese lontano, un re molto cattivo e tanto avido di denaro da costringere anche i bambini a lavorare. Un giorno vietò loro di giocare e ordinò che fosse ucciso chiunque non avesse ubbidito. 
Fu un giorno molto triste per le famiglie di quel regno: i bambini spensero i loro sorrisi e si guardarono intorno con occhi malinconici. Il sole, che brillava alto nel cielo, si nascose dietro una nuvola per non assistere a quello strazio.
Il re sembrava non far caso a quanto succedeva e costringeva i bambini a lavorare nei campi, per potersi arricchire ancora di più.
Le strade erano diventate silenziose; non si sentivano più le risate argentine dei bambini che giocavano a nascondino, i giocattoli giacevano nei bauli coperti di polvere... Che tristezza la vita senza i giochi dei bambini! 
Il mago Diritto non sopportò a lungo quella situazione e si presentò a corte. Con il suo fare garbato, ma deciso, disse al re:
-Sua Maestà, io difendo i diritti dei bambini e le assicuro che ogni bambino ha diritto di giocare , perché per lui il gioco è vita e dal gioco impara tante cose.
Il re si mise a ridere.
-Ah, sì- gli disse- cosa può imparare un bambino giocando, se non a sbucciarsi le ginocchia?-
Il mago Diritto diventò serio:
-La invito a far giocare di nuovo i bambini per rendere felice il suo regno.-
Il re aveva già chiamato le sue guardie per farlo cacciare, quando arrivò il giardiniere di corte con le lacrime agli occhi.
-Sua Maestà, mi aiuti, mio figlio sta per morire!-
-Certo- rispose il re- quanto denaro ti serve?-
- No, Sua Maestà, non mi serve denaro... Lei deve soltanto far giocare il mio bambino. Senza il gioco è senza vita ed ha perso il suo sorriso-.
Il mago Diritto guardò il re negli occhi, come per dirgli:
-Avevo ragione?-
E il re, compreso il suo errore, ordinò che tutti i bambini tornassero a giocare.
Le strade del regno si animarono, il sole brillò felice nel cielo e sulle bocche dei bambini tornò il sorriso.
Tutto il mondo fu felice, perché ai bambini di quel regno era garantito il diritto al gioco.

martedì 1 maggio 2012

Il pallino della matematica


di Stanislas Dehaene

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Ne’  “Il pallino della matematica” Stanislas Dehaene
(1997) sostiene, in accordo con Butterworth che parla di un
modulo numerico di natura genetica, che siamo dotati sin
dalla nascita di una rappresentazione mentale delle quantità
molto simile a quella di molti animali, dai ratti alle scimmie.



Autore/i: Stanislas Dehaene
Tradotto da: Vesentini Ottolenghi M. L
Editore: Mondadori
Collana: Oscar saggi


Chi di noi non si è sentito dire, almeno una volta, "non hai il pallino della matematica"? Chi non si è stupito per aver compiuto un banale errore in una sottrazione o in una moltiplicazione? E chi non è rimasto colpito dal modo in cui i bambini subiscono il fascino della magia dei numeri? Per quanto possa apparire strano, tutto ciò non è che la conseguenza del fatto che il nostro cervello è un cervello da primate, capace di cogliere immediatamente quantità e numero, ma inadatto, se non al prezzo di un continuo esercizio, a far di conto e a manipolare simboli più o meno astratti. In questa nuova edizione dell'opera che più di ogni altra l'ha reso celebre al grande pubblico, Stanislas Dehaene aiuta a coltivare l'intuizione dei numeri nelle pieghe del cervello, senza timore per le nostre debolezze e con la convinzione che è l'appassionato lavoro su se stessi a generare il genio matematico.

Inizialmente qualcuno può pensare che si tratti di un libro che, come tanti altri, espone in maniera semplice ed accattivamente alcuni concetti della matematica, la sua presenza o utilità nella realtà quotidiana, la sua bellezza, il piacere intelletuale che può dare o alcuni aneddoti relativi alla storia di questa disciplina da tante persone odiata e ritenuta ostica. In realtà, leggendolo si scopre tutt'altro: vengono indagati i motivi della diversa predisposizione verso la matematica da parte delle persone. L'autore, che insegna psicologia cognitiva sperimentale al Collège de France, espone qui i risultati delle sue ricerche sull'argomento in questione. Il libro collega così la matematica e la psicologia, molto distanti tra loro nell'immaginario comune (ma non mancano neanche riferimenti ad altre discipline, come la linguistica).
Nel corso della lettura si scopre che esistono delle strutture cerebrali alla base delle capacità matematiche già presenti nei bambini piccoli in età prescolare, in popoli con una cultura matematica molto ridotta e addiritura in diverse specie animali.
La struttura cerebrale di base non è tutto: l'autore indaga su come questa possa essere influenzata dalla struttura linguistica, dall'educazione e dall'esperienza scolastica e propone, alla fine del testo, anche alcune soluzioni per migliorare le situazioni di difficoltà.
Il pallino della matematica, così, risulta utile per chi si interessa di psicologia, per gli insegnanti della scuola primaria, per i genitori di bambini affetti da discalculia o più semplicemente con difficoltà in matematica, ma può essere utile anche per i genitori di bambini privi di debolezze in questa materia.
Un altro aspetto positivo di questo libro è che esso mostra il metodo scientifico, il metodo con cui procede un ricercatore, e ben rappresenta il tipo di quesiti che ci si pone durante un'indagine scientifica.
Un'ulteriore chiave di lettura può essere offerta ai matematici per capire meglio la propria disciplina. Ad esempio, in matematica l'impalcatura dei numeri viene costruita a partire da quelli naturali per giungere soltanto in un momento successivo a quelli reali. Si parte, cioè, dal discreto per giungere al continuo. Leggendo il libro si scopre che in realtà nel nostro cervello le cose non sono definite così nettamente... ma anche che la matematica dal punto di vista fisiologico non è così esatta come invece è stata poi costruita dalla nostra evoluzione culturale. Evoluzione che, come la selezione naturale darwiniana, ha portato ad eliminare quella parte della matematica risultata non efficace.
Allo stesso modo il nostro cervello si è evoluto con una struttura matematica perchè così riesce meglio a comprendere l'ambiente ed interagire con esso con successo.
Queste considerazioni costituiscono una parziale risposta al quesito posto dal matematico Jacques Hadamard: "Verrà mai il giorno in cui i matematici ne sapranno abbastanza di fisiologia del cervello e i neurofisiologi saranno abbastanza al corrente delle scoperte matematiche, perché sia possibile una cooperazione effiace?".
....................
Conludendo, considero Il pallino della matematica un libro interessante. Consiglio di leggerlo per approfondire quanto qui accennato e scoprire tutto il resto. Buona lettura!
Antonietta Fadda

domenica 29 aprile 2012

da "Le scienze"


Il pensiero analitico stimola l'incredulità religiosa

Uno studio sperimentale dimostra che quando si stimola il pensiero analitico, lasciando in sottofondo il sistema cognitivo intuitivo, che è basato su scorciatoie mentali utili per ottenere risposte rapide anche disponendo di poche informazioni,  il livello di adesione a credenze religiose e soprannaturali diminuisce, almeno temporaneamente. (red)
Pensare in modo analitico tende a minare, almeno temporaneamente, le convizioni religiose. E’ questa la conclusione di una ricerca condotta da due psicologi dell'Università della British Columbia, Will M. Gervais e Ara Norenzayan, che la illustrano in un articolo pubblicato su “Science”.

“La fede religiosa e l'incredulità sono fenomeni complessi, determinati da più fattori e plasmati  psicologicamente e culturalmente plasmati”, scrivono gli autori, osservando che, mentre sono state condotte diverse ricerche sperimentali sulle specifiche basi cognitive delle fede, esiste invece una significativa lacuna per quanto riguarda analoghi studi sull’ateismo.

I risultati ottenuti da Gervais e Norenzayan si basano su un classico modello della psicologia umana che individua due sistemi cognitivi, distinti ma correlati, per elaborare le informazioni: un sistema "intuitivo" che si basa su collegamenti mentali rapidi, scorciatoie utili per ottenere risposte rapide ed efficienti anche disponendo di poche informazioni sulla situazione, e un sistema più "analitico" che prevede la raccolta e la valutazione ponderata di informazioni e che conduce a una risposta motivata.

I due processi – che ogni persona tende a equilibrare in modo leggermente differente - lavorano spesso e volentieri insieme, ma in alcune circostanze, si può produrre uno squilibrio a favore dell'uno o dell'altro.

Il pensiero analitico stimola l'incredulità religiosa
A differenza di quanto accade osservando Il pensatore di Rodin, guardare il Discobolodi Mirone non stimola il pensiero analitico. (© Gianni Dagli Orti/CORBIS)
Nello studio in questione - che ha coinvolto 650 volontari canadesi e statunitensi - i ricercatori hanno cercato di valutare se la stimolazione dell’uso del pensiero analitico possa andare a discapito dell’altro, coinvolgendo le proprie credenze religiose.

"Ricerche precedenti hanno messo in relazione le credenze religiose con il pensiero 'intuitivo'", spiega Ara
Norenzayan. "I nostri risultati suggeriscono che l'attivazione nel cervello del sistema cognitivo 'analitico' possa minare, almeno temporaneamente, il sostegno 'intuitivo' alla fede." Varie ricerche  hanno infatti suggerito che una serie convergente di processi cognitivi intuitivi agevolino e sostengano la fede nell’esistenza di agenti soprannaturali, un aspetto centrale di pressoché tutte le credenze religiose. Questi processi comprendono in primo luogo le intuizioni di tipo teleologico (ciò che avviene, avviene in vista di un fine), ma anche la percezione della mente altrui, l'immortalità psicologica e il dualismo mente-corpo.

Nello studio i ricercatori hanno sottoposto i loro soggetti a cinque esperimenti. Nel primo le persone sono state invitate a rispondere a una serie di domande volte a misurare in modo specifico il loro pensiero analitico. Quindi, hanno risposto a questionari volti a valutare il loro livello di credenza religiosa. I ricercatori hanno scoperto che le persone più inclini ad adottare un atteggiamento analitico tenevano in genere a mostrarsi meno religiose.

Successivamente, per escludere che si trattasse di un risultato casuale o di una correlazione non indicativa di un rapporto causa-effetto, hanno valutato il livello di fede dopo aver sottoposto le persone sia a compiti di problem solving, sia a situazioni che potessero stimolare in loro la tendenza a ricorrere al pensiero analitico. E’ così risultato, fra l’altro, che la semplice osservazione dell’immagine di qualcuno che mostra di riflettere profondamente a qualcosa – come la scultura di Auguste Rodin Il pensatore – induce anche chi guarda a mettere in moto le proprie risorse analitiche.

"Il nostro obiettivo era approfondire la questione fondamentale del perché la gente crede in un Dio in misura diversa" dice Gervais. "Una combinazione di fattori complessi influenza le questioni legate alla spiritualità personale, e queste nuove scoperte suggeriscono che il sistema cognitivo legato al pensiero analico sia un fattore che può influenzare l’incredulità."

Lo psicologo Joshua Greene, dell'università di Harvard, che lo scorso anno ha pubblicato un lavoro sullo stesso argomento, ha commentato positivamente la ricerca di Gervais e Norenzayan, apprezzandone in particolare la rigorosa metodologia. Intervistato da "Scientific American", Greene ha però aggiunto che i loro risultati pongono un interrogativo provocatorio ai credenti: "Ci sono milioni di persone perfettamente razionali che credono in Dio e questo studio non dimostra la non esistenza di Dio. Ma se Dio esiste, e se credere in Dio è perfettamente razionale, perché aumentando il pensiero razionale la fede in Dio tende a diminuire?"

giovedì 19 aprile 2012

"...che non ti manchi mai la gioia, anzi che ti nasca in casa; e nascera' purche' essa sia dentro a te stesso. Le altre forme di contentezza non riempiono il cuore, sono esteriori e vane. E' lo spirito che deve essere allegro ed ergersi pieno di fiducia al di sopra di ogni evento. Credimi, la vera gioia e' austera.  E' l'animo che devi cambiare non il cielo sotto cui vivi. (Seneca)

lunedì 26 marzo 2012

da Repubblica curiosità sulle nostre cellule nervose


CERVELLO
Le nostre cellule nervose
"nuotano e gattonano"
Riescono a creare nuove sinapsi - spiega uno studio italiano della Sissa pubblicato sui Pnas - solo spostandosi simultaneamente e lo fanno a velocità costante. Determinante è la struttura: è "l'impalcatura" che, crescendo, genera il movimento spingendo la membrana cellulare

Le nostre cellule nervose "nuotano e gattonano"

Le nostre cellule nervose "nuotano e gattonano"TRIESTE - L'unione fa la forza, ed è vero anche per la crescita delle cellule nervose: riescono a creare nuove connessioni fra loro solo muovendosi simultaneamente nuotando o "gattonando" e lo fanno a velocità quasi costante, indipendentemente dalle forze esterne che si oppongono al loro spostamento. La scoperta, pubblicata sulla rivista dell'Accademia delle Scienze degli Stati Uniti, è italiana e si deve ad un gruppo della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (Sissa) di Trieste.

Il risultato è nato dalla collaborazione fra matematici, fisici ed esperti di neuroscienze. Luca Cardamone e Antonio De Simone, Alessandro Laio, Rajesh Shahapure e Vincent Torre hanno sviluppato un modello teorico per simulare la crescita delle cellule che, organizzandosi in strutture compatte, si muovono "gattonando". Le cellule possono muoversi, secondo De Simone, "nuotando o gattonando. Per muoversi in quest'ultimo modo è determinante la loro struttura. E' "l'impalcatura" delle cellule (chiamata citoscheletro) che, crescendo, genera il movimento spingendo la membrana cellulare. Il movimento, spiegano i ricercatori, ricorda quello di una persona che cammina all'interno di una palla: le braccia che spingono corrispondono al citoscheletro, la palla alla membrana cellulare. Lo stesso meccanismo chimico di spinta e crescita è alla base delle metastasi, della reazione del sistema immunitario e della cicatrizzazione delle ferite.

Partendo dall'ipotesi che le proteine che costituiscono l'impalcatura cellulare (chiamate actine) si auto-organizzano in strutture compatte, i ricercatori triestini hanno riprodotto al computer il movimento del citoscheletro. Dallo studio emerge che la meccanica delle forze ha un ruolo determinante nell'innescare il processo di crescita, che è stato studiato dai ricercatori della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati.

"Quantitativamente è la meccanica a spiegare la geometria della struttura del citoscheletro: le proteine che lo formano - spiegano i ricercatori - si compattano in una struttura in cui ciascun ramo è sostenuto dagli altri e lo sforzo è uniformemente distribuito. I rami di crescita spingono sempre in modo simmetrico rispetto alla direzione in cui avanza la struttura e per questo riescono ad avanzare senza rompersi".

Dallo studio si evince che la struttura in cui si compattano le actine è il risultato di un processo di selezione darwininana: se i filamenti crescessero isolati si spezzerebbero. Il meccanismo di sincronizzazione non è stabilito a priori ma emerge spontaneamente con la trasmissione degli sforzi.

domenica 25 marzo 2012

Storie da raccontare

 


  
"Ci sono giorni memorabili nelle nostre vite in cui incontriamo persone che ci fanno fremere come ci fa fremere una bella poesia, persone la cui stretta di mano è colma di tacita comprensione e il cui carattere dolce e generoso dona alle nostre anime desiderose e impazienti una pace meravigliosa. Forse non le abbiamo mai viste prima e magari non attraverseranno mai più il sentiero della nostra vita; ma l’influsso della loro tranquillità e umanità è una libagione versata sul nostro malcontento, e sentiamo il suo tocco salutare come l’oceano sente la corrente della montagna che rinfresca le sue acque salate".
(Helen Keller) 


     "Quando la porta della gioia si chiude, subito se ne apre un'altra; ma spesso restiamo incantati a guardare la porta chiusa, e non ci accorgiamo di quella aperta".

Helen Keller, una bambina nata il 27 giugno del 1880, cieca e sorda a 19 mesi, forse a causa di una scarlattina o più probabilmente per una meningite, vive un mondo tutto suo e la famiglia, per quanto benestante, non sa come affrontare la sua situazione, se non assecondandone ogni comportamento e cercando di semplificarle le cose. Quando Helen ha circa 6 anni, discutono seriamente come affrontare la sua educazione, avendo rinunciato definitivamente ad ogni speranza di guarigione. L'ostinato rifiuto della madre di rinchiuderla in un istituto che l'avrebbe affiancata a malati mentali d'ogni genere, porta ad assumere una educatrice personale.
La storia di Helen Keller e di Anne SullivanIl.  6 marzo 1887,  Annie Sullivan fu chiamata a dedicarsi a Helen. Annie proviene da un istituto per ciechi, oltre che da una difficile infanzia da orfana. E’quasi completamente guarita dalla cecità, ha studiato molto ed ha un carattere fortissimo. Helen aveva trascorso la maggior parte del tempo in grembo alla propria madre che, con sensibilità amorosa, veniva incontro a tutte le necessità. Tra maestra e allieva, Annie volle però una rigida gerarchia. Fu una fatica, attraverso veri e propri scontri fisici, e a volte persino a suon di schiaffoni. Rischiò a quel punto di essere estromessa, ma infine rimase. Helen con due gesti semplici, esprimeva solo il desiderio di mangiare e di bere. Annie le cominciò a scrivere sul palmo della mano delle frasi; le regalò una bambola e le sillabò nel palmo la parola. Applicò poi lo stesso procedimento con gli oggetti più diversi, rifiutando di servirsi di immagini simboliche semplificate, ma utilizzando fin dall’inizio il normale linguaggio alfabetico. Helen imparò a riprodurre il segnale e a rimandarlo. Non era ancora giunta ad astrarre le lettere contenute nell’immagine complessiva della sequenza di stimoli tattili, che poi riproduceva a sua volta, in modo inizialmente incompleto, eppure riconoscibile. Il 20 marzo Helen cercò di comunicare con il suo amato cagnolino scrivendogli sulla zampa. Il 31 marzo conosceva diciotto sostantivi e tre verbi e aveva cominciato a chiedere il nome delle cose, che portava alla maestra porgendole il palmo della mano perché vi scrivesse sopra. La bambina aveva quindi un’evidente esigenza di appropriarsi di tali collegamenti mentali.

Il momento fatidico
Helen non afferrava il principio del simbolismo, confondeva sostantivi e verbi, la cosa e l’azione. Non conosceva ad esempio il termine che indicava il bere, s’aiutava compiendo la pantomima del bere. Il passo successivo fu drammatico. Una mattina mentre Anne la lavava, le chiese come si chiamava l’acqua, e lei la sillabò. Poi le venne un’idea, la portò sotto il rubinetto con il suo bicchiere e quando si riempì e l’acqua fredda le scese sulla mano, sull’altra mano le picchiettò con le dita la parola acqua, con un ritmo corrispondente. Helen s’illuminò, sembrò perplessa, rimase ferma come una statua, immobile, fece cadere il bicchiere a terra. I suoi lineamenti si trasformarono e presero una luce del tutto nuova. Sillabò la parola acqua sulla mano. Scriverà poi da adulta: “Ad un tratto passò in me un ricordo indistinto, nebbioso, un lampo del pensiero che ritornava e fu svelato innanzi a me il segreto della  parola: avevo capito che “acqua”  significava quel qualcosa di fresco che scorreva sulla mia mano e questa parola destò la mia anima, le diede luce speranza, piacere, sciolse le mie catene”... Io stavo in piedi, immobile, e tutta la mia attenzione era concentrata sui movimenti delle sue (di Anne) dita. Improvvisamente, sentii una vaga consapevolezza, come di un qualcosa di dimenticato, il brivido di un pensiero che stava tornando, e, in qualche modo, il mistero del linguaggio mi si rivelò in pieno”…“Una piccola parola ‘acqua’ cadde dalle dita di un’altra nella mia mano che stringeva il nulla e il mio cuore sussultò nell’estasi di sentirsi vivere.”  Ed ecco invece la descrizione di quel momento di Anne: “Si accovaccio toccò la terra e chiese come si chiamasse, poi la pompa dell’acqua, il cancello… poi si voltò di colpo verso di me e chiese il mio nome….come un elfo volava da un oggetto all’altro, chiedeva il significato di ogni cosa e mi baciava per la gioia”.

Imparare a pensare
Accade dunque che due simultanee esperienze tattili, delle quali l’una veicola l’oggetto-acqua e l’altra il concetto-parola che gli corrisponde, generò nella mente una confluenza di sensazioni da cui scaturì un’astrazione improvvisa, un’intuizione. L’intelletto corporeo o immaginale, produce astrazioni che per quanto oggettive, e appunto astratte, sono in realtà fortemente embricate a sensazioni ed emozioni aderenti alla soggettività del corpo e alla realtà concreta. Al momento della nascita il bambino è già dotato della capacità di apprendere e impara da solo, a patto però, che non gli manchino i necessari stimoli esterni; impara a parlare perché non può fare altrimenti, esattamente come un uccello impara a volare. Impariamo, un po’ come un lessico, i simboli delle cose e le relazioni fra di esse, e ciò che abbiamo appreso viene inserito in una cornice preesistente, senza la quale non saremmo in grado di pensare in quel modo, senza il quale non faremmo parte dell’umanità. La straordinaria velocità con cui si è sviluppato il pensiero concettuale in Helen Keller dimostra soprattutto che in questo caso non si trattava di costruire qualcosa che mancava, ma di mettere in azione qualcosa già esistente, che non aspettava altro che di essere attivato. “Sarebbe una fatica di Ercole” scrive la Sullivan “cercare di insegnare a un bambino delle parole la cui immagine non fosse già presente nel bambino” (Lorenz K. (1973) L’altra faccia dello specchio, tr. it. 1991, gli Adelphi,  Milano, 313). Ecco perché è così difficile far dire due parole a una scimmia.

Helen e il successo
Helen sogna di diventare una grande scrittrice. I suoi articoli, che sono il racconto della sua vita  e dei suoi progetti, furono pubblicati nel Ladie’s Home Journal di Filadelfia e furono  pagati somme eccezionali. Il suo libro “Storia della mia vita” ebbe successo enorme, fu tradotto in molte lingue , immesso in tutte le biblioteche e trascritto in Braille (Keller H. (1903), La storia della mia vita, Milano, Paoline, 1981).
Nel 1962 venne girato un film sulla vicenda, The Miracle Worker, di Arthur Penn, con Anne Bancroft nel ruolo di Anne, e Patty Duke in quello di Helen. Entrambe le attrici vinsero l'Oscar per la loro toccante interpretazione. In Italia, la vicenda venne trasposta in un film-tv, interpretato da Anna Proclemer e dalla undicenne Ottavia Piccolo. Il celebre dramma The Miracle Worker di William Gibson tradotto in italiano in Anna dei miracoli che venne messo in scena per la prima volta nel 1975 negli Stati Uniti.
Il 5 giugno 1968, circondata dai familiari, Helen morì serenamente ventisei giorni prima che compisse gli ottantotto anni nella sua casa di Westport nel Connecticut, costruita sull’area di quella distrutta dall’incendio subito dopo la guerra .
Nella vecchia casa tutto era andato perduto: gli scritti, i libri, le cose care della famiglia; solo un albero del giardino bruciato a metà, l’albero di Annie era germogliato di nuovo.