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martedì 3 dicembre 2013

Afasia, Laboratorio Sperimentale - Torino




Da Neuroscienze.net
Posted By Daniela Trunfio 

Il Laboratorio Sperimentale Afasia si occupa di disturbi di comunicazione da patologia cerebrale acquisita. L’obiettivo che si pone è quello di migliorare la qualità della vita dei soggetti colpiti da ictus e delle loro famiglie mediante:
  
- l’individuazione di un percorso specifico che consenta all’utente di sviluppare nuove strategie di comunicazione;

- la stimolazione emotiva e cognitiva dell’utente attraverso attività risocializzanti di gruppo che consentano di contrastare efficacemente la tendenza al ritiro sociale;

- un sostegno ad un cambiamento di ruolo finalizzato al reinserimento sociale;

- un appoggio (affiancamento) alle famiglie degli utenti nel lavoro di cura del congiunto e un aiuto nel processo di accettazione realistica del cambiamento improvvisamente intervenuto nelle loro vite.

Il Laboratorio Sperimentale Afasia va a colmare una lacuna presente sul territorio relativa alla riabilitazione dei pazienti colpiti da ictus e afasici in fase cronica.

Infatti dopo il tradizionale percorso di riabilitazione logopedica e motoria i pazienti portatori di deficit cerebrale acquisito si ritrovano a sperimentare  un vuoto esistenziale ed assistenziale del quale spesso si fanno carico esclusivamente le famiglie.

Il Laboratorio Sperimentale Afasia è stato concepito per colmare questo vuoto. La riabilitazione infatti deve procedere in un’ottica psico-sociale.

Il Laboratorio Sperimentale Afasia ritiene che molto si possa fare in fase cronica sul versante della comunicazione e dell’aggregazione per permettere a queste persone, capaci di pensare, di non sentirsi soli schiavi di una patologia senza voce.


I laboratori prevedono una riabilitazione neurocognitiva riferibile:

    all’area pragmatico-funzionale, con esercizi cognitivi e di apprendimento cooperativo sulla comunicazione:

·          Laboratorio di comunicazione con pazienti gravi

·           Laboratorio di comunicazione con pazienti medio-lievi

·           Laboratorio di creazione di un giornale

·

    alle terapie espressive:

·          Laboratorio di Arteterapia

·          Danzamovimento

·          Laboratorio di  Musicoterapia

·          Attivita’ di lettura giornali e conversazione

·          Attivita’ di visione di pellicole di films

·          Servizio di psicologia sul deficit acquisito

·          Gruppi Caregivers

·          Supporto Psicologico ai familiari dei pazienti



Laboratorio Sperimentale Afasia- Torino C.so Vittorio Emanuele II, 1 – info@afasialab.it – www.afasialab.it

giovedì 10 maggio 2012

da "Le Scienze"


Il controllo inconscio delle emozioni sui processi mentali superiori.
 Dimostrato sperimentalmente per la prima volta un meccanismo cerebrale inconscio che interferisce con i processi mentali di alto livello per ridurre al minimo l'impatto negativo di un contenuto emotivo potenzialmente pericoloso. Potrebbe trattarsi di un processo analogo al meccanismo di repressione teorizzato da Freud. La scoperta è stata fatta osservando in persone bilingui le aree cerebrali attivate da parole della seconda lingua di diverso valore emotivo emotiva: per quelle molto negative, e solo per esse, viene bloccato l'accesso ai circuiti della lingua madre.
 Per la prima volta è stata osservata a livello neurofisiologico l’esistenza di un meccanismo psichico di repressione che riguarda le attività cerebrali superiori. La scoperta è emersa da una ricerca condotta presso la Bangor University ed è illustrata in un articolo pubblicato sul “Journal of Neuroscience”.
Che il nostro cervello sia in grado di elaborare informazioni senza che nulla di questo processo affiori alla coscienza è ben noto alle neuroscienze, ma finora si riteneva che il fenomeno riguardasse informazioni di “basso”livello, facendo sostanzialmente da filtro nei confronti di quelle meno rilevanti che avrebbero costituito un rumore di fondo di ostacolo al lavoro delle aree cerebrali superiori.
Molti studi precedenti avevano dimostrato che lo stato emotivo è in grado di interferire con le funzioni cerebrali di base come l’attenzione, la memoria, il controllo motorio e della visione, ma non era mai stato dimostrato che la stessa azione venisse esercitata sulle funzioni superiori di elaborazione linguistica e sulla comprensione delle parole.
La conclusione è stata tratta sulla base di alcuni esperimenti condotti su persone bilingui. Nel corso dei loro studi, condotti anche con l'ausilio di tecniche di neuroimaging, i ricercatori avevano scoperto che, per quanto fluida sia la padronanza di una seconda lingua, quando  leggono un testo le persone bilingui  accedono comunque inconsciamente alla loro prima lingua.
Si sono però accorti che questo accesso non avveniva quando si trovavano di fronte a parole dal significato spiccatamente negativo, come “guerra”, “afflizione”, “sfortuna”: di fronte a esse, il cervello blocca a livello inconscio l’accesso alla prima lingua. E' nata così l'ipotesi che il fenomeno osservato rappresenti la prima prova sperimentale dell’esistenza di processi inconsci in grado di interdire l’accesso di informazioni strutturate alla coscienza e ai livelli cerebrali superiori.
 
"Riteniamo – ha osservato Guillaume Thierry, che ha diretto la ricerca - che si tratti di un meccanismo protettivo. Sappiamo, per esempio, che in una situazione traumatica le persone si comportano in modo molto diverso dal normale. Nel cervello i processi consci di superficie sono modulati da un sistema emotivo più profondo. Forse, questo meccanismo cerebrale tende spontaneamente a ridurre al minimo l'impatto negativo di un contenuto emotivo disturbante sul nostro modo di pensare, per evitare che induca uno stato di ansia o di disagio mentale".

"Abbiamo ideato questo esperimento per svelare le interazioni inconsce tra l’elaborazione del contenuto emotivo e l'accesso al sistema della lingua madre. Pensiamo di avere individuato per la prima volta il meccanismo con cui l’emozione controlla i processi di pensiero fondamentali di fuori della coscienza. Forse si tratta di un processo analogo al meccanismo di repressione teorizzato da tempo, ma che non era mai stato individuato in precedenza", ha aggiunto Yan Jing Wu, che ha partecipato allo studio. 

venerdì 17 febbraio 2012

da Repubblica

Bimbi, parolieri inaspettati
Dalla culla ci capiscono già

Secondo uno studio dell'Università di Pennsylvania, a sei mesi i bebè conoscono il significato di molti nomi comuni. Il loro vocabolario sembra fermo alle lallazioni, ma in realtà iniziano a comprenderci (e in certi casi, a guardarci storto) molto prima di quanto immaginiamo di GIULIA BELARDELLI

SONO ANCORA lì nel lettino, a produrre suoni incomprensibili e scalciare  -  più o meno ridenti  -  all'aria. A volte sembra che non ci prestino molta attenzione, immersi come sono nel loro mondo fatto di poppate e biberon, lallazioni e pisolini. Eppure, anche se non ci guardano, fanno caso alle nostre parole, ci ascoltano e  -  zitti zitti  -  ci capiscono. A sostenere che l'età della comprensione linguistica inizi molto prima di quanto ritenuto finora è uno studio condotto da un gruppo di psicologi dell'Università di Pennsylvania 1 appena pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences 2. Secondo i ricercatori, i bambini capiscono il significato di molte parole già a sei mesi d'età, quando il loro vocabolario è una sinfonia di sillabe in continuo mutamento, ma nulla che somigli a una parola di senso compiuto.

Così, incuriositi dallo scarto tra tutti questi "da-da"/"ba-ba" e i fiumi di parole che escono a noi adulti quando ci troviamo in presenza di un infante, gli psicologi della Penn University si sono voluti concentrare su bambini di età compresa tra i sei e i nove mesi, per vedere se davvero sia giusto considerarli, come viene fatto di solito, "pre-linguistici". I risultati hanno sorpreso anche loro, portandoli a mettere in discussione il concetto stesso di "età pre-lingustica". "Dai nostri test  -  ha spiegato Daniel Swingley, professore del Dipartimento di Psicologia  -  è emerso che già a sei mesi i piccoli hanno imparato il significato di molte parole del linguaggio comune grazie alla loro interazione quotidiana con la lingua".

"Finora  -  ha proseguito Swingley  -  si è sempre ritenuto che i bambini imparassero la loro lingua madre non attraverso le parole, ma scoprendo caratteristiche del discorso orale come consonanti, vocali e combinazioni di suoni. In particolare, si credeva che la comprensione delle parole, a differenza della percezione dei suoni, venisse più tardi, tra i nove e i quindici mesi, quando il bambino ha già sviluppato la capacità di interpretare gli obiettivi e le intenzioni degli altri. Il nostro studio mostra che questa ricostruzione dei fatti è a dir poco carente, visto che già a sei mesi i bebè sembrano conoscere il significato di molte parole del linguaggio comune".

Nell'obiettivo di far "parlare" la voce della verità, i ricercatori hanno dunque concepito due diversi esperimenti a cui hanno partecipato 33 bebè di età compresa tra i sei e i nove mesi e 50 bambini tra i dieci e i venti mesi. Nel primo test il bambino, seduto sul grembo del genitore, era messo davanti a uno schermo sul quale comparivano di volta in volta immagini di cibi e/o parti del corpo (una mela, un naso, un pomodoro e via così). All'adulto venivano coperti gli occhi, così da non dare indicazioni al bambino su quale oggetto guardare. I ricercatori, tramite delle cuffie, "suggerivano" al genitore una frase da pronunciare ad alta voce, del tipo "Guarda la mela!" oppure "Dov'è la mela?". A questo punto entrava in gioco un dispositivo per seguire lo sguardo del piccolo e vedere su quale oggetto e in quale momento ricadesse la sua attenzione. Il secondo compito era più o meno simile, solo che gli oggetti che apparivano sullo schermo erano inseriti nel loro contesto naturale, come dei cibi messi in tavola o la figura intera di un essere umano. La sfida, in entrambi i casi, era capire se al suono di una determinata parola il bimbo guardasse l'oggetto più a lungo, mostrando così di averne capito il significato.

I risultati hanno parlato chiaro: nella maggior parte dei casi, i piccoli partecipanti fissavano con particolare attenzione gli oggetti nominati, senza che nessun elemento li rendesse più "accattivanti" dal punto di vista visivo (i ricercatori hanno tenuto conto anche di questo, bilanciando immagini molto colorate ad altre meno attraenti  -  altro punto rilevante: i piccoli hanno gusto, eccome!).

L'aspetto più sorprendente  -  suggeriscono i ricercatori  -  è nella generalità dei termini utilizzati, che a differenza di parole come "mamma" e "papà" non si riferiscono a soggetti particolari, ma indicano delle categorie. "Il nostro studio è il primo a concentrarsi su parole più generiche che si riferiscono a insiemi di cose", ha detto la ricercatrice Elika Bergelson. "Stiamo infatti parlando di oggetti che possono apparirci diversi ogni volta: parole che non indicano individui, ma categorie". In più, visto che i test non sono stati preceduti da alcun tipo di "training" in laboratorio, si tratta di vocaboli che i bimbi imparano automaticamente, grazie alla loro interazione giornaliera con la lingua. A tutte quelle volte in cui, al di là di ogni sospetto, ci studiano e ci ascoltano. Anzi, ci capiscono.

Secondo Bergelson e Swingley, è proprio a questa età così precoce che si registra la prima "impennata linguistica". Poi, tra gli 8 e i 14 mesi, l'aumento di vocaboli crescerebbe di poco, prima di intraprendere quella "corsa stupefacente" che avviene dai 14 mesi in avanti. I ricercatori, ad esempio, non hanno trovato differenze significative tra bambini di sei e nove mesi, segno che in quella fase il piccolo sta "giocando" con quanto imparato, prima di lanciarsi alla volta di aspetti più complessi, come la sintassi.

"Considerando che di solito i bambini pronunciano le prime parole attorno ai 10-11 mesi d'età, ci siamo abituati a pensare che la comprensione verbale non possa precedere di molto questa fase", ha aggiunto Swingley. "Ora invece stiamo scoprendo che non è così. Personalmente trovo straordinario il fatto che esserini così piccoli - che non dicono nulla, non camminano e talvolta non indicano nemmeno - possano in realtà capire le nostre parole". Sotto la superficie, al di là di ogni sospetto, cercano di mettere insieme gli oggetti che li circondano con le parole che più spesso li accompagnano, azzeccandoci quasi sempre. "Questi risultati  -  ha concluso lo studioso - gettano un po' di luce su uno dei misteri più grandi dell'acquisizione del linguaggio: come facciano i bambini a diventare padroni della lingua in così poco tempo, di solito mostrando di conoscere centinaia di parole già a due anni. Una possibile risposta, a quanto pare, è che l'apprendimento inizi in realtà fin dalle prime fasi della vita". In sordina, lontani da occhi indiscreti, i bambini potrebbero insomma iniziare a capirci ancor prima di iniziare a farfugliare.

mercoledì 8 febbraio 2012

Funzioni mentali superiori: linguaggio e intelligenza.

Le funzioni mentali superiori sono delle abilità o funzioni che la specie umana presenta in modo nettamente distinto, per livello o qualità, rispetto a tutte le altre specie animali.
Queste speciali funzioni sono il linguaggio e l’intelligenza.
La struttura mentale che sta alla base di queste forme di plasticità della condotta o di sistemi di comunicazione negli animali si rivela, tuttavia, (anche negli esseri più vicini a noi, come i primati antropoidi) sempre e comunque distinta da quella umana e con delle precise e fondamentali limitazioni. Queste limitazioni nella condotta adattiva o nella comunicazione sono talora non visibili nelle situazioni di routine, nelle quali gli animali possono apparirci “intelligenti” perché ben adattati ed abili e quasi “umani”, ma emergono con immediatezza se si introducono delle novità e dei fattori che non rientrano nello schema adattivo proprio della specie e dell’individuo. Molti animali dimostrano delle capacità di manipolazione e di articolazione della condotta che, a prima vista, sembrano fornire una prova di grande intelligenza e di comportamento volontario e finalizzato (si pensi alla costruzione dei nidi, ai riti di corteggiamento, alla cura della prole, alle tecniche di caccia, alle migrazioni coordinate di grandi stormi, ecc.) Se, però, si introduce una variazione ambientale che richiederebbe un processo adattivo della condotta complessa propria dell’animale, vediamo che pressoché, invariabilmente, l’animale non sembra tenere conto e prosegue come se nulla fosse nel suo comportamento complesso di sempre, che si rivela quindi stereotipato  e non adattabile.
A prima vista sembra che solo gli umani siano capaci di autentica comunicazione, e che ciò che separa il linguaggio umano da quello di tutti gli altri animali sia uno iato pressoché incolmabile. Il linguaggio verbale umano viene considerato il tratto distintivo della “specie”, “la barriera ultima che lo divide dagli animali”.
La comunicazione, invece, distinta dal linguaggio, rimane pur sempre un fenomeno generale, presente ad ogni livello del regno animale. Si pensi ad esempio ai feromoni degli insetti, che trasmettono informazioni tramite il canale olfattivo, o alla danza delle api, o alla comunicazione gestuale. 
Si parla di codice articolato invece quando i segnali possono essere analizzati secondo due livelli di articolazione: la prima è quella dei segni (ovvero delle unità che trasmettono il significato); la seconda è quella delle figure (ossia delle unità che non trasmettono significato). Il linguaggio umano è l’esempio tipico di codice doppiamente articolato; è infatti scomponibile in fonemi, non veicolanti significato, ed in parole, veicolanti significato. I vantaggi di un codice doppiamente articolato derivano dalla possibilità , praticamente infinita, di ricombinare le figure in segni (ossia nel caso del linguaggio umano, i fonemi in parole). A loro volta poi le parole stesse possono essere infinitamente ricombinate per la formazione e l’invio di messaggi in numero, ancora, infinito.
La doppia articolazione è descrivibile, nella terminologia linguistica, come articolazione di regole fonetiche e regole sintattiche. Le regole fonetiche sono quelle che permettono, a partire da un numero estremamente limitato di suoni ( l’alfabeto italiano ad es. comprende solo 21 suoni), di comporre un numero altissimo di parole. Detto altrimenti, le regole fonetiche sono il primo meccanismo moltiplicatore, che a partire da pochi suoni base permette di comporre interi vocabolari. La sintassi è quindi il secondo meccanismo moltplicatore, quello che permette, a partire da un numero già alto di parole, di comporre un numero pressoché infinito di enunciati.
Il cervello umano ha, anche rispetto ai cervelli animali più evoluti, diverse particolarità anatomiche che vale la pena di vedere da vicino.
Per cominciare, l’encefalo umano è decisamente grande rispetto al corpo. La specie umana ha quindi un alto indice di encefalizzazione. La correlazione diretta tra dimensioni del cervello e  intelligenza è tuttavia piuttosto grossolana : di fatto, ciò che è rilevante non è la dimensione assoluta dell’encefalo quanto la quota di cervello che, una volta assolti i compiti nervosi di base,  resta “libera”  per le funzioni cognitive elevate.
Inoltre, la parte di encefalo umano che, in proporzione, è cresciuta di più, è senz’altro la neocorteccia, e cioè la zona dove si svolgono le funzioni cognitive superiori. Il progressivo aumento della neocorteccia è una caratteristica tipica degli ominoidei e specifica di Homo.
Ma non basta: il cervello umano mostra anche altre particolarità funzionali, legate alla specializzazione delle diverse zone encefaliche. La specializzazione più macroscopica , e meglio nota, è senz’altro quella relativa agli emisferi: mentre l’emisfero destro controlla le ricezioni e le risposte di tipo olistico, spaziale ed emozionale, il sinistro presiede alle funzioni analitiche, sequenziali e linguistiche. La specializzazione emisferica non è completa alla nascita e progredisce nel corso dello sviluppo ontogenico, per giungere a maturazione con la pubertà. L’encefalo è poi suddivisibile in quattro lobi: parietale( controllo dell’integrazione e dell’associazione sensoriale), frontale (controllo del comportamento motorio), temporale ( controllo della memoria), occipitale (controllo della visione). Nella specie umana i primi tre lobi sono sviluppati a discapito del quarto.
Infine, le circonvoluzioni della neocorteccia determinano aree altamente specializzate. Le zone deputate al linguaggio sono in Homo sapiens l’area di Broca, che presiede alla combinazione dei fonemi in parole, e che si trova nella porzione posteriore della circonvoluzione frontale inferiore; e l’area di Wernicke, che presiede all’identificazione e selezione dei suoni verbali, e che comprende la circonvoluzione temporale superiore ed il lobulo parietale inferiore. A proposito di queste aree si è affermato che esse rappresentano  strutture interamente nuove del cervello umano, nel senso che sono tra le ultime a completare l’isolamento mielinico, molti mesi dopo la nascita.  
Il cervello non è ovviamente, l’unico organo preposto al linguaggio: la produzione materiale effettiva dei suoni è affidata alla faringe, alla laringe e alla bocca. Nei vertebrati, i meccanismi di controllo della faringe, laringe e bocca servono primariamente come componenti dell’apparato respiratorio e di quello alimentare, e sono poi riutilizzati, in gradi diversi e con possibilità ed esiti diversi, per le emissioni vocali. Solo in  Homo sapiens raggiungono la piena capacità articolatoria, e quindi la capacità di gestire un linguaggio vero e proprio.   La filogenesi dello sviluppo del linguaggio non è direttamente esplorabile, e, si sono contrapposte due teorie principali.
La teoria gradualista ipotizza che l’evoluzione morfologica e quella culturale degli ominidi siano state parallele, graduali e uniformi, e che il linguaggio si sia evoluto progressivamente e lentamente alla stregua di un qualsiasi altro organo complesso.
Anche il linguaggio avrebbe dunque avuto un’evoluzione graduale e continua alla pari di tutti gli altri fattori di sviluppo culturale (pensiero figurativo, capacità manuale, organizzazione sociale, etc.).
La teoria del salto linguistico ipotizza invece che l’aumento della capacità cranica sia correlato non già a un potenziamento del linguaggio, quanto, più in generale, a un progressivo miglioramento delle capacità cognitive. Poi, ad un determinato stadio dell’evoluzione ominide, e probabilmente solo con la nostra specie, si avrebbe avuto l’emergere improvviso, in un tempo relativamente breve, di una nuova capacità di gestire le informazioni a livello superiore, che avrebbe avviato una sorta di esplosione culturale. In breve, si ipotizza che il linguaggio si sia instaurato in un tempo relativamente rapido come modulo di alto livello, sopra capacità cognitive già pienamente evolute. In questa seconda ipotesi il linguaggio assume un ruolo centrale: il suo emergere in forma moderna e completa  segnerebbe infatti la linea di discrimine fra le capacità cognitive primitive e quelle definitivamente moderne.
Nella stima dell'encefalizzazione quel che più conta non è il valore assoluto delle dimensioni del cervello tra gli umani  ed i  parenti più prossimi, le grandi antropomorfe bensì, quanto la parte "residuale" di encefalo che, in rapporto alle dimensioni corporee, resta per cosi dire "libera" per lo sviluppo delle funzioni cognitive.
Senz'altro meglio dotato dal punto di vista della capacità encefalica, Homo Sapiens tuttavia non dà vita, per tutta la prima parte della sua esistenza. a nessuna "rivoluzione tecnologica". Ci si deve quindi domandare che cosa sia successo 30.000 anni fa, quando finalmente avviene il grande "salto cognitivo", e perchè mai l'esplosione culturale non corrisponda all'emergere di una nuova specie, bensì alla stabilizzazione mondiale di Homo sapiens moderno. 
(Canestrari)

martedì 31 gennaio 2012

I neuroni della lettura di Stanislas Dehaene

"Grazie perché state leggendo questo articolo. Il lavoro che affrontate è impegnativo. I vostri occhi esplorano il testo con rapidi movimenti a zig-zag in apparenza casuali. Quattro o cinque volte al secondo lo sguardo si ferma su una parola. A gran velocità la scompone in parti significative – eventuale prefisso, fonemi centrali, desinenza – poi il cervello la ricompone e interpreta.
Come e perché riusciamo a compiere con facilità operazioni così complesse è il tema che Stanislas Dehaene, psicologo cognitivo sperimentale al Collège de France, affronta nel saggio I neuroni della lettura (Raffaello Cortina), con l’autorevole viatico di Jean-Pierre Changeux.
Scrittura e lettura sono forse ciò che distingue più nettamente l’uomo dagli altri animali perché richiedono funzioni incredibilmente raffinate. Eppure la scrittura nasce soltanto 5400 anni fa, l’alfabeto fonetico ha 3800 anni. Tempi brevissimi rispetto a quelli dell’evoluzione biologica. Non è sorprendente che stiate scorrendo queste righe?
Il segreto sta nella plasticità cerebrale, spiega Dehaene, una proprietà studiata da pochi decenni. Il bambino che impara a leggere adatta i neuroni per riconoscere i volti e ogni altra forma, gli stessi degli altri animali, a cogliere significati astratti in quelle forme artificiali che sono le lettere dell’alfabeto. In pratica, è una riconversione di funzioni cerebrali preesistenti e molto più generali. Questo però è solo l’inizio della storia. Facciamo un esperimento. Pane, cielo, steca, voce, canto. Avete avvertito un lieve disagio leggendo la parola steca? Qualcosa come un inceppamento del pensiero? Il motivo è semplice. Steca non esiste, pur essendo una parola formata secondo un modello compatibile con la lingua italiana.
Dunque si può già distinguere la lettura in due fasi: nella prima l’occhio legge la parola, nella seconda il risultato della lettura viene confrontato con un vocabolario noto, nascosto da qualche parte del cervello. Se la parola non si trova nel deposito, parte un meccanismo di verifica: rilettura, tentativo di interpretazione attraverso il contesto, associazione con parole simili caso mai si trattasse di un errore di stampa.
Andando più in profondità, come avviene la lettura di una singola parola? Dehaene usa come esempio la parola «sbottonare». Occhio e cervello ne colgono subito inizio e fine: la «s» perché dà un senso privativo (togliere) e «are» perché rivela che si tratta di un verbo. Poi l’attenzione si concentra sulle sillabe centrali e afferra la parola sommersa «bottone». Infine tutto viene ricomposto: stiamo leggendo un termine che indica l’azione di togliere la chiusura data da bottoni. Il processo ha una struttura ad albero che parte dall’intero e si ramifica fino a separare le singole lettere.
Zone specifiche del cervello sono chiamate in causa, inclusi i nervi motori della fonazione: anche da adulti e lettori consumati, è come se interiormente pronunciassimo le parole che leggiamo. Ci si imbatte qui in un dualismo fndamentale: «tutti i sistemi di scrittura oscillano tra la scrittura del significato e quella dei suoni», così si può imboccare la «via fonologica che
decifra le lettere, ne deriva una pronuncia possibile e tenta di accedere al significato», oppure «una via diretta che prima recupera la parola e il significato, poi usa queste informazioni per recuperare la pronuncia».
Una grande sfida è scoprire a che cosa corrispondano questi processi nel cervello. Il primo lume si accese quando nell’ottobre 1887 il signor C., un commerciante di tessuti francese, si mise in poltrona per leggere il giornale e di colpo si accorse che per lui le lettere dell’alfabeto avevano perso ogni significato. Eppure riconosceva bene i visi e sapeva ancora scrivere, salvo poi non poter rileggere ciò che aveva scritto. Quando nel 1892 morì per un ictus peggiore di quello che aveva già subito, il neurologo Joseph-Jules Déjerine trovò nell’emisfero posteriore sinistro del suo cervello la lesione che gli impediva di leggere: fu la prima localizzazione di questa fondamentale funzione umana. La risonanza magnetica funzionale, un moderno sistema diagnostico che mostra quali parti del cervello «si accendono» durante la sua attività, ha aggiunto molte informazioni sui meccanismi della lettura eDehaene ce li racconta: il processo si svolge in tre strati cerebrali di 8 millimetri, in prevalenza nell’emisfero sinistro.