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giovedì 11 giugno 2015

Psicologia e dintorni...

Sulla dissociazione: frammenti

Non è che tu non sia reale. Pensiamo
tutti di essere reali e non c’è niente
di sbagliato. Sei reale. Ma quando
pensi di essere realmente reale, esageri”

Un Lama Buddhista citato da R.Thurman



Dicevo in uno degli ultimi post che “L’interfaccia che determina il modo in cui noi siamo nel mondo, il nostro esserci, è così come ci viene data ed è il punto di partenza da cui il bambino inizia, già immerso in un mondo che non è geometrico e in cui più che diventare geometri dobbiamo imparare ad essere dei bravi giocolieri.” Mi riferivo alla fragilità e alla fallacia di aspettarsi un equilibrio stabile e all’inutilità di irrigidirsi nell’aspettativa di una realtà misurabile e controllabile in ogni momento e, mentre scrivevo la frase di cui sopra, pensavo già al “geometra”: quella parte di noi che, incurante di ogni consiglio di flessibilità e di ogni invito alla consapevolezza del mutamento, erige muri che dovrebbero separare il bene dal male e garantire durata e benessere a chi sta… protetto.
Protetto da cosa? Cosa mettiamo dall’altra parte e cos’è questa suddivisione per parti: dentro/fuori, io/gli altri, familiare/perturbante?
Quando Winnicott disse “il bambino non esiste” si riferiva all’impossibilità di osservare il bambino nei suoi primi mesi di vita senza osservare anche la madre. Tutti noi all’inizio “non siamo esistiti”: c’erano delle sensazioni, dei bisogni, delle funzioni fisiologiche, delle percezioni ma niente di paragonabile a quello che sentiamo o crediamo di essere ora; niente di simile ad un centro di controllo e smistamento o ad un regista che decide quali stimoli accettare, quali risposte scegliere, quali strategie adottare. “I bambini piccoli o i neonati non hanno idea di cosa provano. Sono mossi dalle emozioni, posseduti da esse, ma le loro menti non hanno ancora la capacità di ricordare simboleggiare o definire o capire cosa accade. Per queste funzioni essi dipendono esclusivamente dalle figure di accudimento.” (Epstein) Chi accudisce il bambino ha il compito di presentargli il mondo ed è partendo da quella presentazione che il piccolo di essere umano si costruisce una prima mappa, un primo filtro per scandire le percezioni e un sistema per cogliere le differenze.
Se siete in grado di leggere questo post, di essere d’accordo, di dissentire o di dubitare lo dovete ad un processo che vi ha permesso, fin dall’inizio, di distinguere differenze e di sopravvivere all’impatto del mondo. E il mondo non era là fuori! Non lo era finché non abbiamo imparato a distinguere e a tollerare la differenza. Il corpo stesso era estraneo. Guardate un bambino alle prese con un fenomeno oscuro come… un po’ di aria nello stomaco: vedrete una sorta di spavento, un terrore che esprime “oddio, che sta succedendo?”, una sorta di panico che viene attenuato non appena un adulto lo solleva e con qualche colpetto sulla schiena e qualche parola rassicurante lo aiuta a passare attraverso ad un evento sconosciuto che, qualche mese dopo, non verrà nemmeno preso in considerazione.
Ora immaginate lo stesso bambino di fronte ad un’emozione non interpretata, un bambino da solo alle prese con un fatto difficile e doloroso e senza un adulto che lo sostiene nell’impresa, senza nessuno che gli insegni a gestire quell’oggetto. Cercherà di tenerlo fuori! “Come possono confermare i terapeuti che hanno lavorato nell’ambito della dissociazione, la preoccupazione principale del Sé di fronte ad un trauma sta nel proteggersi per evitare di essere sopraffatto o danneggiato (…). L’Ego prende in mano la situazione allontana le minacce e tira avanti in uno stato limitato o ridotto. Altri aspetti della personalità, come le emozioni insopportabili evocate dai traumi, sono relegate in zone periferiche, spesso fuori dalla consapevolezza.” (Epstein).
Ecco il muro: ciò che non è capito e reso assimilabile viene escluso, messo da parte, spostato fuori dai confini dell’io. Così si può tirare avanti ma colui che procede, anche se sopravvissuto all’evento sconcertante, non è più intero: va avanti, sì, ma portando con sé una scissione e usando energie preziose per tenere su il muro, per escludere certi aspetti dolorosi che, come scoprì Freud, ritornano come sintomi o spingono come nemici al di là della barriera rendendo finta la sensazione di sicurezza che chi si è dissociato spesso ostenta.
Il prezzo da pagare è molto alto, la dissociazione è una delle difese psicologiche più costose e nessuno ne è totalmente esente. Ci sono casi molto gravi: persone che, di fronte a traumi insostenibili sono letteralmente andate a pezzi e si sono scisse in personalità diverse e indipendenti, ci sono individui in cui l’assenza di cure ha lasciato un segno così profondo da renderli quasi “inadatti alla vita”, incapaci di tollerare esposizioni che altri considerano normali. E poi c’è chi solo a volte fa i conti con certi insostenibili sintomi e prova a ributtarli dietro al muro: uno reale che… a volte esagera considerandosi realmente reale; se stesso in quanto separato da.
Sì, perché questo è il primo vero indicatore di dissociazione: proprio come un bambino spaventato e un po’ solo chi si dissocia crea confini rigidi, si prende sul serio, sta “molto al di qua”, si differenzia isolandosi, nasconde i sintomi sotto ad un Sé esterno che sembra più un’armatura che un vestito.
Quando ci sentiamo così, quando questa diventa la forma vitale e la postura psichica che indossiamo, in questi momenti in cui perdiamo la leggerezza del giocoliere a favore di uno scafandro da “persona equilibrata”, la dissociazione diventa la modalità dominante.
E’ in questi momenti che avremmo bisogno di un buon care-giver, una sorta di madre che: “…comunica al neonato che sa cosa sta succedendo e imprime all’accaduto una sfumatura ottimista con una combinazione di distacco ironico e sintonizzazione amorevole” (Winnicott). Una cosa tipo: “ma sì amore… che spavento che ti sei preso… lo so che è difficile…ma non è la fine del mondo, è una di quelle cose che passano, adesso vediamo”. Cose così insomma. Messaggi che favoriscono più la soglia che il muro, più l’idea di un passaggio e di una continuità che di una divisione.

Ci vuole altro per risolvere certe dissociazioni. Ma per complesso che sia il messaggio deve contenere la stessa sostanza: una combinazione di distacco ironico e sintonizzazione amorevole. All’occorrenza, quanto basta, anche più volte al giorno.

sabato 1 novembre 2014

Psicologia del Benessere

"La felicità di ciascuno 
è necessaria alla felicità di tutti" 




Cos’è Dinamica Mentale

tecniche di rilassamento e Sviluppo personale per il benessere somatopsichico
Dinamica Mentale Base (metodo dott. Marcello Bonazzola), anche conosciuta come Dinamica del Benessere, è la denominazione di uno stage (teorico-pratico) della durata di venti ore circa che illustra e fa conoscere, per un utilizzo immediato, attraverso delle semplici tecniche di rilassamento alfageniche, i meccanismi di funzionamento della mente umana, al fine di ottenere o mantenere salute e benessere per una migliore qualità di vita.

Il corso si inserisce a pieno titolo nella Psicologia del Benessere: un orientamento psicologico emerso in questi ultimi anni nell'ambito della Psicologia della Salute per favorire la capacità di vivere armoniosamente la relazione con se stessi, con gli altri e con il mondo: una capacità determinante nel contrastare il diffuso malessere individuale e sociale.
Tutto questo - è bene ricordarlo - a partire dal 1972, l'anno in cui Marcello Bonazzola ha incominciato a promuovere il metodo di Dinamica Mentale Base in Italia: un buon anticipo anche su quella che, nata negli USA nei primi anni Novanta del secolo scorso soprattutto ad opera di Martin Seligman, s'è venuta definendo come Psicologia Positiva ed ora è oggetto di ricerche e di attività anche in Italia.

Dinamica Mentale o del Benessere, principia la Somatopsichica e il Progetto Permanente di Dinamica Educativa Alternativa dell'Accademia Europea.
Non è di tipo psicoterapeutico, né di psicologia clinica e persegue lo scopo di ottimizzare le risorse umane.
Per partecipare a questo corso ed apprendere efficacemente le tecniche proposte non è necessaria alcuna base culturale o titolo di studio particolare.

Il seminar è aperto a chiunque sia interessato a migliorare la propria qualità della vita.



A cosa serve Dinamica Mentale

allenare la mente per orientarla verso lo star bene e l’autorganizzazione.

Attraverso le tecniche di rilassamento (fisico, emozionale e mentale), visualizzazione creativa e programmazione mentale per un migliore equilibrio dello psicosoma, il corso di Dinamica Mentale Base o del Benessere insegna:

   IL RILASSAMENTO FISICO
   per ridurre lo stress e vivere la netta sensazione di uno stato di salute, aiutarsi a guarire più rapidamente, ovviare a malesseri o dolori di tipo psicosomatico (mal di testa, emicrania, bruciori di stomaco, mestruazioni dolorose, stitichezza, ecc...).
    
   IL CONTROLLO DELLE EMOZIONI
   per controllare l'aggressività e gli stati d'ansia, ottimizzare la propria "reazione alla vita", addestrarsi a "sentire" e migliorare la comunicazione.
    
   IL RILASSAMENTO MENTALE E LA FOCALIZZAZIONE DELLE IDEE
   per programmare abitudini positive, ritrovare la concentrazione mentale, potenziare la salute mediante tecniche per: smettere di fumare, dimagrire, vincere l'insonnia, sviluppare un corretto Atteggiamento Mentale Positivo.
    
   RITROVARE LA PROPRIA PACE INTERIORE
   Avere maggiore equilibrio psicofìsico per ottenere serenità interiore, riscoprire il proprio spazio interiore e stare in pace con se stessi.
    
   RI-IMPARARE AD APPREZZARE IL POSITIVO DI SÉ
   Ricercare e individuare i propri punti di forza, rispettare se stessi. Imparare a prendersi cura di sé e volersi bene.
    
   RI-SCOPRIRE SE STESSI
   Ri-trovare la propria aspirazione alla vita. Imparare ad esprimere la propria forza interiore e ri-conoscere i propri valori.
    
   POTENZIARE LA SPINTA ALLA RICERCA INTERIORE
   Espandere la propria conoscenza dei valori della vita, scoprire la innate capacità e trasformare gli ostacoli in opportunità positive.

Il seminar in pratica aiuta a consapevolizzare il nostro potenziale mentale e insegna ad usarlo efficacemente per la realizzazione dei nostri progetti in una più articolata e complessiva tendenza all'autorealizzazione.