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mercoledì 13 novembre 2013

COMPORTAMENTO

IL CERVELLO TRINO
(DI Massimo Catalucci)


Quando parliamo di cambiamento di un qualsiasi nostro comportamento che ci crea disagio nella nostra esistenza, di solito pensiamo che sia sufficiente la sola volontà di fare o non fare una determinata cosa.

In un nostro qualsiasi comportamento che vorremmo cambiare, come ad esempio smettere di fumare, oppure, avere un igiene alimentare conforme alla nostra struttura fisica, oppure ancora smettere di fare eccessivo uso di alcool o droghe, sappiamo che possono coesistere in noi sia la consapevolezza di quello che stiamo facendo, che la nostra inconsapevolezza in merito al perché lo facciamo e questo accade anche se siamo molto convinti di voler evitare uno dei comportamenti su detti.

Lavorare quindi solo sull’aspetto emotivo (inconscio) della persona rispetto a quello razionale (conscio) o viceversa, non fornisce, secondo il mio punto di vista, la soluzione migliore.

Partendo dal concetto olistico e quindi ad una visione più ampia delle conoscenze  a cui faccio riferimento in ambito dello sviluppo e potenziamento delle risorse umane, credo che si debba sempre tenere conto l’intero di qualsiasi cosa, arrivare magari al dettaglio per poi ricomporre il tutto in un intero.

In qualità di esseri umani, sappiamo di essere dotati di un struttura superiore del cervello (neo-mammifero) rispetto agli altri esseri viventi sulla terra, che ci ha reso intelligenti e capaci di strutturare pensieri adeguati alle diverse situazioni e contesti in cui viviamo, con una proiezione futura di miglioramento intellettuale illimitata.

Questa struttura del nostro cervello superiore si è costituita nel corso di milioni di anni, sopra altri due cervelli più primitivi che non costituiscono la nostra attuale intelligenza, ma essendo presenti nel nostro sistema nervoso centrale creano comunque delle connessioni con la parte superiore e più giovane.

Al di sotto del nostro cervello superiore definito neo-mammifero (o neo-cortex) troviamo infatti il cervello paleo-mammario (o sistema limbico) ed infine quello più primitivo, il cervello rettiliano (o r-complex).

Secondo la teoria di Paul Mac Lean (si vedano indicazioni sul Triune Brain  “cervello trino”), ognuno di questi tre cervelli ha specifiche funzioni di vitali importanza per l’essere umano. Partendo dal cervello rettiliano, possiamo notare come le sue funzioni siano istintive e reattive all’ambiente in cui l’uomo vive, permettendogli di adattarsi ad esso, istintivamente appunto e come anche nell’istinto sessuale di riproduzione della nostra specie!

In quello limbico invece, hanno sede le emozioni e i rituali. Questo cervello ha necessità di una ripetizione costante e continua per poter apprendere, ma poi mantiene saldamente ciò che ha appreso, qui hanno sede quei rituali che difficilmente cambiamo.

Infine troviamo quello che abbiamo chiamato cervello superiore (o neo-cortex) che aggiungo ha un’ulteriore caratteristica, quella di divedersi in due emisferi cerebrali, destro e sinistro, con specifiche funzioni. Intanto possiamo affermare che l’emisfero destro controlla e gestisce la parte sinistra del corpo umano e l’emisfero sinistro controlla e gestisce la parte destra del corpo umano.

Laddove quindi l’emisfero destro è emotivo, sognatore, olistico, spaziale, intuitivo; quello sinistro è logico, temporale, analitico, sequenziale, verbale.

Occorre quindi considerare quanto appena accennato nella formulazione ed applicazione di un qualsiasi cambiamento di un nostro comportamento, integrando le conoscenze e le specifiche caratteristiche di cui il nostro sistema nervoso centrale è dotato, siano esse istintive, emotive che intellettive.

Da qui se ne deduce che l’essere umano attraverso le proprie esperienze, assorbe informazioni dalla sua realtà circostante, creando dei vincoli con la stessa, siano essi neurologici che sociali ed individuali.

Facciamo ora un esempio di cambiamento di un comportamento indesiderato. Poniamo che una persona sia in sovrappeso, non relativamente ad una patologia in atto ma per effetto di un comportamento disordinato alimentare, ed intenda ritrovare la “silhouette” conforme alla sua struttura fisica di base. La sola dieta ben studiata da uno specialista nella nutrizione umana, non sarà sufficiente a far ritrovare ciò che la persona vuole riconquistare, se non limitatamente nel tempo e se non in aggiunta di altre specifiche azioni. Né tanto meno la sola volontà di applicare la dieta con regolarità.

Come abbiamo visto, in particolare nella sede del cervello limbico (cervello emotivo), esistono meccanismi di registrazione lenti, ma che poi rimangono impressi indelebilmente in questa sede. Se non consideriamo ed integriamo nel processo di cambiamento di abitudine (alimentare), anche quanto registrato emotivamente, sarà una partita persa sin dall’inizio.

Ma anche il nostro sistema neurologico primitivo (cervello rettiliano) va considerato, permettendo ad esso di trovare quei ritmi equilbrati a lui indispensabili, come la qualità e la quantità di sonno necessari; qualità e quantità di alimentazione; qualità e quantità di attività sessuale; conformi all’ordinarietà dell’essere umano.

In ultimo, bisogna poi considerare quello che viene chiamato anche cervello parlante (neo-cortex) che presenta ulteriori ostacoli da superare. Infatti con le sue caratteristiche bilaterali, che hanno funzioni diverse e che sono sede una dell’inconscio (emisfero cerebrale destro) e del conscio (emisfero cerebrale sinistro) della persona, la stessa dovrà attivare un processo di “dialogo” tra le due parti, al fine di poter mandare ad effetto le eventuali azioni che intende intraprendere per attivare un comportamento alternativo e risolutivo al suo problema di peso.

Un “dialogo” adeguato tra i due emisferi, permette alla persona di considerare le eventuali azioni inconsce che l’emisfero destro attiva perché non soddisfatto emotivamente in alcuni suoi bisogni. In questo caso la parte inconscia incalza appunto l’emisfero sinistro con una pressione emotiva che quest’ultimo interpreta come messaggio semplice di ricerca, in questo caso, di cibo (vincolo neurologico ed emotivo).

Laddove viene permesso all’inconscio di dialogare con la parte cosciente della persona, diverrà più facile creare i presupposti per trovare diverse soluzioni al suo problema, che potrà attivare con maggiore facilità.

Se consideriamo tutto quanto suddetto e lo attiviamo nelle successive tre quattro settimane con costanza, l’assunzione e la memorizzazione di nuove informazioni avranno un effetto di radicamento nel sistema della persona, per cui la stessa originerà un automatismo del nuovo comportamento.

venerdì 11 ottobre 2013

Da "Repubblica Scienze"



Il cervello di Einstein era superconnesso:
"Il segreto del genio nel legame degli emisferi"

Uno studio torna a indagare le origini biologiche della brillante intelligenza dello scienziato: il corpo calloso, la lamina di fibre che collega parte destra e sinistra consentendo l’uniformità del ragionamento, era più spesso della media. Come se, nel padre della relatività, il lato creativo e quello analitico comunicassero meglio e in maniera più virtuosa di SIMONE COSIMI
Il cervello di Einstein era superconnesso: "Il segreto del genio nel legame degli emisferi"



PLOTONI di luminari si affannano da decenni per scoprire il segreto di Albert Einstein. Per scovare cioè la chiave della sua brillante intelligenza, che lo ha condotto a svelare i meccanismi reconditi dello spazio e del tempo. Lo fanno sulla base di una serie di immagini del cervello, alcune delle quali realizzate in fretta e furia il 18 aprile 1955 dal patologo Thomas Harvey, e oltre duemila "frammenti" distribuiti in giro per il mondo. Ricavati a partire dalle 170 sezioni che dal 2010 riposano al National Museum of Health and Medicine di Chicago e in cui l’encefalo dello scienziato fu diviso proprio da Harvey, il patologo che eseguì l’autopsia al Princeton Hospital, dopo la morte. Un ultimo studio, diffuso lo scorso anno su Brain, aveva legato a un cervello piccolo, ma pieno di curve in particolare in certe aree come la corteccia prefrontale, quella visiva e i lobi parietali, la ragione della genialità. Più o meno nello stesso periodo un’app per iPad ne ha addirittura reso disponibili a tutti 350 scansioni. Ma in realtà l’indagine è entrata nel vivo fin dagli anni '80, con le ipotesi di Marian Diamond. Ora un’altra ricerca, molto più affascinante, torna a indagare gli enigmi del padre della relatività.              
Pubblicata sulla stessa rivista, la nuova indagine punta stavolta sugli emisferi: secondo un team internazionale capitanato da Weiwei Men della East China Normal University di Shanghai, il cervello dello scienziato tedesco naturalizzato statunitense sarebbe stato clamorosamente iperconnesso. O meglio, le due parti in cui si divide il cervello – che presentano notevoli differenze funzionali – sarebbero state collegate in modo non usuale. "Nonostante molti studi abbiano focalizzato sulle caratteristiche istologiche e morfologiche del cervello di Einstein, i segreti della sua genialità restano un mistero" si legge nel documento, che segna così una netta differenza rispetto alle ipotesi sviluppate in passato. "Lo studio, più di ogni altro, getta davvero uno sguardo profondo all’interno del cervello di Einstein – ha aggiunto la coautrice, l’antropologa dell’evoluzione Dean Falk – ci fornisce nuove informazioni che aiutano a dare senso a quel che è invece sappiamo della sua superficie".

Per condurre la ricerca Weiwei e colleghi – fra cui Tao Sun della Washington University School of Medicine – hanno sfruttato 14 scatti fotografici inediti in alta risoluzione presi da diverse angolazioni e resi disponibili proprio lo scorso anno dalla stessa Falk. Due, in particolare, sono alla base delle scoperte. Sotto la lente è dunque finito lo spessore del cosiddetto corpo calloso. Di cosa si tratta? Dell’importante lamina interposta appunto tra i due emisferi cerebrali, costituita da fasci di fibre mieliniche e amieliniche che collegano tra loro aree corrispondenti nelle due metà. Serve a dare uniformità all’informazione elaborata in maniera diversa da ciascun emisfero. È esclusivamente grazie a quel ponte fibroso che i due aspetti del cervello, quello creativo e razionale, il cervello poeta e quello ingegnere, riescono a comunicare. Partorendo un unico risultato. A quanto pare gli scienziati hanno scoperto che il corpo calloso di Einstein – che in fondo sembra proprio figlio di questo prodigioso mix mentale – era più spesso in diverse zone. Soprattutto se comparato con la stessa struttura in due gruppi di controllo composti da 15 maschi più anziani e 52 più giovani nel 1905. Quello, come noto, fu il cosiddetto annus mirabilis: il 26enne Einstein pubblicò sei lavori che avrebbero gettato le basi per la rivoluzione della fisica moderna. Dalla teoria dei quanti di Planck a quella della relatività ristretta, che anticipò di un decennio quella generale. L’accentuato spessore indica una maggiore interconnessione fra i due emisferi che, secondo i ricercatori, sarebbe all’origine della sua brillante attività accademica e scientifica.

La tecnica sviluppata dal team sino-statunitense "misura e codifica il cambiamento di spessore del corpo calloso per tutta la sua lunghezza, dove i nervi passano da una parte del cervello all’altra – hanno spiegato dalla Florida State University, dove lavora Falk – questi livelli di spessore indicano il numero di connessioni che attraversano le due parti e quindi quanto sono collegati i due emisferi in queste regioni, aree che facilitano funzioni diverse a seconda di dov’è situata l’abbondanza di fibre". Insomma, questa sintonia fra il lato destro – fantasioso, immaginifico ed emotivo – e quello sinistro – analitico, calcolatore e razionale – del cervello sarebbe alla base della fervida intelligenza di Albert Einstein. Non meno dei solchi e delle circonvoluzioni nella corteccia cerebrale o dell’abbondanza di cellule gliali, le nutrici dei neuroni, ipotizzate dalla Diamond alla metà degli anni ‘80. Un cervello speciale, questo è certo. Peccato che lo studio non chiarisca la ricorrente e annosa domanda sul tema: geni si nasce o si diventa? Rimane insomma da appurare se questa spiccata comunicazione fosse un dono di natura o si sia è sviluppata col lavoro intellettuale.