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venerdì 10 aprile 2015

Autori e dintorni...W. Bion


Primo esperimento di Northfield

Avviato nel 1942 dal colonnello Rickman e dal maggiore Bion. Malgrado gli ottimi risultati l'esperimento fallisce per le tensioni interne.
La struttura viene assegnata alla direzione di Tom F. Main.
Main riprende il lavoro sulla base dei medesimi presupposti.

Così durante una delle riunioni... Bion comunicò ai pazienti/soldati che ne aveva abbastanza di loro e del fatto di dover disciplinare comportamenti da delinquenti. Disse che questi problemi erano loro e non suoi... non li avrebbe puniti ma nemmeno più visitati in corsia ... sarebbe rimasto in ufficio ogni mattina a loro disposizione..., ma solo per i soldati che si sarebbero presentati puliti e vestiti in ordine

La prospettiva di Rickman e di Bion era che ... questi soldati avrebbero alla fine desiderato riconquistare la loro dignità e il loro senso di autostima...” (Harrison,2000 pp 190­191.

Nelle settimane che seguirono, i soldati - scrive Main - sperimentarono la fermezza della sua decisione. La corsia si riempì di rifiuti, aumentarono le assenze, il numero degli ubriachi mentre tutto il personale era allarmato ed arrabbiato. Regnava il caos ma Bion restò fermo sulle sue decisioni.


L'esperimento si concluse brillantemente: “...il Super-Io, non più proiettato sui superiori era tornato al sistema di ordine inferiore e la corsia di Bion divenne la più efficiente dell'ospedale” .

Leaderless group project
Fiducia sulle funzioni auto organizzative implicite nelle dinamiche gruppali “Apprendere dall'esperienza”.
Dopo Northfield fu Bion soprattutto a sviluppare queste idee sul lavoro nei gruppi:
La gruppalità è intrinseca allo psichismo individuale.

Mentalità di gruppo (funziona come unità ) :

Work group
Assunti di base

Gli individui riuniti in un gruppo si trovano sotto la pressione di processi regressivi indotti, ad agire per “valenza”, cioè a condividere ed operare in modo istantaneo e involontario secondo gli assunti di base AdB- di dipendenza , attacco-fuga, accoppiamento.

 La coesistenza tra gruppo di lavoro e gruppo in assunto di base è inevitabile e perenne e determina un conflitto che sempre ricorre e si rinnova all'interno del gruppo . Si esprime in vari modi :conflitto tra l'idea nuova ed il gruppo, fra l'individuo come persona e membro del gruppo, fra compito ed assunto di base. Non vi è nessun conflitto diretto fra assunti di base, solo alternanza.

”...solo un passaggio da uno all'altro stato, che può essere effettuato con una facile evoluzione , oppure può essere determinato dall'intervento del gruppo razionale” Bion 1961p.104.


La mente umana ha una struttura gruppale, informata dalla cultura idiosincratica prodotta dalla famiglia di origine come gruppo antropologico.

“... l'esperimento di Northfield è un tentativo di utilizzare l'ospedale non come un'organizzazione gestita da medici con l'interesse rivolto a una maggiore efficienza tecnica, bensì come una comunità con l'obiettivo immediato di una piena partecipazione di tutti i suoi membri alla vita quotidiana, il cui scopo ultimo è la risocializzazione dell'individuo nevrotico per permettergli di vivere nella società normale”(Main, 1946)

Comunità viva ed operante, nel quale i pazienti condividono esperienze e si assumono responsabilità reali a stretto contatto con gli operatori. Il lavoro degli operatori è quello di funzionare come sostegno dell'Io aiutandolo a riflettere sul comportamento , sulle difficoltà valorizzando aspetti sani e adulti .








sabato 14 settembre 2013

Autori e dintorni...Wilfred Bion



Accogliere pensieri senza pensatore

di Claudio Neri



La parola “pensiero” è impiegata solitamente per designare una costruzione o espressione elaborata e organizzata. Bion la utilizza, invece, per indicare pensieri, fantasie, emozioni, affetti e perfino azioni che vanno nella direzione della consapevolezza, della responsabilità e della relazionalità.

Anche i “Pensieri senza pensatore” vanno in questa direzione e la raggiungono quando un pensatore li accoglie, ne diviene consapevole, se ne rende responsabile e li porta in una relazione di coppia o di gruppo.

In questo articolo, l’idea di “Pensieri senza pensatore” è esaminata dal punto di vista dell’analista e del terapista di gruppo. L’analista e del terapista di gruppo come possono accogliere e facilitare l’accoglimento dei pensieri e sentimenti non pensati che affollano la stanza d’analisi.
   


Bion aprì il workshop, tenuto a Roma il 15 luglio 1977, con queste parole:



«Comincerò pensando che quando ci sono molti individui, ci sono anche molti pensieri senza pensatore; e che questi pensieri senza pensatore sono, così, nell’aria da qualche parte.»



I “pensieri senza pensatore” sono pensieri - ma anche sentimenti - che ancora non hanno trovato accoglienza nella mente degli individui e che attendono qualcuno che dia loro forma ed espressione. Essi possono essere pensati, ma anche rimanere in stand by fino a quando si presenteranno le condizioni perché qualcuno li ospiti e dia loro una forma comunicabile. Bion proseguì in questo modo:



«Spero che qualcuno si possa sentire preparato ad alloggiare questi pensieri o nella propria mente o nella propria personalità. Mi rendo conto che questa è una grossa richiesta, perché questi pensieri senza pensatori, pensieri vagabondi, sono anche potenzialmente pensieri selvaggi […].

A noi tutti piace che i nostri pensieri siano addomesticati, ci piace che siano pensieri civilizzati, ben addomesticati, ci piace che siano pensieri razionali.

Ciononostante, spero che possiate osare di dare a questi pensieri, per quanto irrazionali, un qualche tipo di alloggio temporaneo. E che poi li vestiate con parole adatte perché possano esprimersi pubblicamente e possa essere data loro la possibilità di mostrarsi anche se sembra che non siano molto bene attrezzati.» (1977-1983, p. 61 dell’edizione italiana).


Autori e dintorni...Wilfred Bion





Per quanto mi riguarda, visto che non ci posso far niente, né la nascita né la morte mi interessano particolarmente; la gente nasce e muore, io stesso sono nato e muoio, sono eventi che non hanno la minima importanza, non sono nemmeno delle malattie. […] …Io posso dire che la sua morte non mi interessa più di quanto mi interessi la sua nascita; ma quel pezzettino piccolo tra nascita e morte, quello sì mi interessa. […] Ora, guardando questo particolare paziente, viene detto che sta morendo. Di nuovo, questo non m’impressiona, perché stiamo tutti morendo, visto che in effetti siamo vivi. Ma mi interessa se la vita e lo spazio che rimangono sono tali che valga la pena di vivere o no. […] …C’è qualche scintilla sulla quale si possa soffiare fino a che diventerà una fiamma, così che la persona possa vivere quella vita che ha, per così dire, nella banca?

[...]


Ci è permesso di sognare. Non è considerato altrettanto rispettabile avere un’allucinazione. […] Così, quando vi dico “Penso che qualcun altro dovrebbe parlare per un po’, per quanto selvaggio sia il suo pensiero, per quanto esso sia irrazionale, non-accettato, non-accettabile per il gruppo o per la persona”, mi sto aspettando, in realtà, che voi siate coraggiosi.
[…]
Cerco di dire la verità ai miei pazienti e di osare di dire quello che penso, anche se lo devo modificare leggermente perché voglio che essi capiscano quanto ho detto.
[…]
Quanto tempo c’è per decidersi: Qui possiamo discutere il problema per cinquanta minuti, o due ore, ma nella vita reale non c’è tempo per discutere; bisogna decidere istantaneamente se tradurti in una azione apparente e chiara o se preservarla per un altro giorno.
Questa è una scelta che nessuno può fare per l’individuo – tranne l’individuo. Solo l’individuo può decidere se essere o non essere.




venerdì 13 settembre 2013

Stati di coscienza:

“Senza memoria e senza desiderio”

“Complicare è facile, semplificare è difficile.
Un esperto è un uomo che ha fatto tutti gli errori
che è possibile compiere in un campo molto ristretto”
Niels Bohr


Articolo tratto da  “Cronache del Labirinto”

Racconta lo psichiatra J.S.Grotstein che, quando in una delle prime sedute con il suo maestro W.R.Bion, gli chiese di ripetere un’interpretazione che questi aveva appena formulato, si sentì rispondere: “Non posso ripeterla, il tempo è passato, dovremo riafferrarla a valle nella sua trasformazione.”.

Tale era la visione di Bion riguardo allo scorrere del tempo in seduta e riguardo all’atteggiamento che un terapeuta dovrebbe avere e che anche un paziente dovrebbe apprendere riguardo al flusso di coscienza. Siamo così abituati ad una sorta di stato di coscienza usuale in cui siamo noi a: fermare il tempo, trattenere certe informazioni, determinare il ritmo della nostra coscienza… che crediamo che questo modo, questa qualità dell’intercalare gli eventi e i pensieri, sia quello da privilegiare sempre e comunque.

Quello che sfugge quando si adotta acriticamente questo punto di vista è che l’idea di poter fermare gli eventi per riesaminarli o di poter imbrigliare la mente e “fare il punto” non è che uno dei modi per pensarsi e per leggere il proprio stato d’animo.

Quel che avviene, invece, quando si accetta di pensare più profondamente, è una specie di passo indietro che promuove e permette una consapevolezza di quanto certi gesti interni, certi modi di mettersi e di contenersi (quelle che in una delle mie prime cronache ho definito prese) determinano lo scorrere del flusso di coscienza, il suo contenimento e, quindi, il suo contenuto.

Siamo noi che tracciamo i confini e siamo noi che, spesso inavvertitamente, causiamo quello stato interno che, come uno sfondo, fa o non fa risaltare gli elementi che vi si sovrappongono.

L’ho già scritto e ribadito in molti dei post di questo blog e vado avanti a raccontarlo in modi diversi, citando diverse fonti, perché sono convinto che occorra uscire da quella che definisco Ipnosi del Solito Stato di Coscienza: una modalità abituale che impedisce l’esercizio di quelle che Bion definiva prospettive reversibili, altri punti meno abituali da cui guardare il mondo, la psiche e “noi stessi”.

Cambiare lo sfondo, il contenimento, la presa, non sono che metafore per mettere l’attenzione sul fatto che, anche se dovrebbe essere palese, continuiamo a scordarci di quanto la “realtà” in cui siamo immersi è determinata dal mondo e da noi, dall’esterno e dall’interno.

Viviamo in un mondo che privilegia compulsivamente la prospettiva secondo la quale è il contesto che determina il nostro umore, le nostre opinioni su noi stessi, le nostre priorità. L’idea che passa continuamente, che viene ribadita dai mezzi di comunicazione e che spesso noi stessi salmodiamo come un mantra di sottofondo, è qualcosa che suona pressapoco così: “Devo fare questo e quest’altro perché facendolo mi procurerò i mezzi e le occasioni per sentirmi in questo e in quest’altro modo… il ché poi mi darà la possibilità di fare… così che potrò procurarmi anche…”.

Naturalmente, come diceva Maslow, non appena un bisogno viene soddisfatto se ne presenta un altro più sottile e sofisticato che a sua volta esige di essere soddisfatto e… così via.

Bion suggeriva ai terapeuti di esercitarsi nello sforzo di abbandonare memoria e desiderio per diventare insaturi: sufficientemente vuoti per ascoltare il paziente con una mente sgombra, senza proiettare su di lui le cose che di lui “già sappiamo” e senza aspettarci che cambi nella direzione che “desideriamo”.

Sapeva, naturalmente, che è impossibile essere senza memoria e senza desiderio, ma sapeva anche che nell’esercitarci in questo compito impossibile, possiamo fare qualcosa che ci guarisca almeno un po’ da quella saturazione che ci orienta continuamente verso ciò che dovremmo fare per essere felici o stabili o adatti, ecc.

Sapeva anche che questa posizione del terapeuta favorisce una posizione diversa del paziente verso se stesso. Racconta ancora Grotstein che, una volta, dopo che aveva reagito ad un intervento particolarmente efficace di Bion, esclamando: “E’ stata una bella interpretazione”, si sentì rispondere: “Sì, una bella interpretazione sostiene lei. L’intoppo è che la mia bella interpretazione è stata resa possibile soltanto in virtù delle sue belle associazioni. Ma lei era talmente smanioso di ascoltarmi che ha dimenticato di ascoltarsi mentre parlava.”.

Quello che fa in questo caso l’analista è un’altra interpretazione che mette l’accento sulla condizione di saturazione del paziente che è così pieno di aspettative (desideri) da non avere più spazio per sé. Naturalmente, nella vita di tutti i giorni, succede spesso anche il contrario: siamo così impegnati ad ascoltare il nostro dialogo interno che non abbiamo più spazio per l’altro.

In entrambi i casi la saturazione andrebbe curata, se non altro per favorire uno stato di coscienza diverso in cui ci sia posto per l’osservatore oltre che per l’attore. Diceva ancora Bion allo stesso paziente, in una seduta in cui questi si sentiva depresso per una situazione che si era creata nella sua vita: “Eccola qui, lei, la persona più importante che probabilmente lei possa incontrare nel corso della sua esistenza, che mi racconta di avere dei rapporti tesi proprio con questa persona.”. I rapporti tesi che possiamo avere con noi stessi sono un tipo di presa che esercitiamo su ciò che crediamo essere noi stessi.

Ma: “Chi è costui? E’ reale? Quanto è frutto di una serie di aspettative nostre o degli altri? Quanto è il risultato di certe memorie piuttosto che di altre?”. Sono domande senza risposta che, tuttavia, vanno poste! Perché il porle ci permette di mettere l’accento su quella serie di gesti interni che determinano la condizione nella quale siamo o riteniamo di essere.

Porci queste domande ci permette di compiere alcuni passi di lato rispetto al solito stato di coscienza, e di farne alcuni verso altri modi, spesso più ecologici, di essere.

Mi viene in mente, a questo riguardo, una storia zen che mette l’accento su uno stile di vita distante da memoria e da desiderio:

“Il Maestro Zen Hakuin era rispettato dai suoi vicini come un uomo molto puro. Un giorno si scoprì che una bellissima ragazza che viveva vicino alla casa di Hakuin era incinta. I genitori erano molto arrabbiati. All’inizio la ragazza non voleva dire chi era il padre, infine, con grande tormento, indicò Hakuin. In gran collera i genitori si recarono da Hakuin, ma tutto quello che lui disse fu: ‘Ah, è così?’ Quando il bambino nacque fu portato da Hakuin – che nel frattempo aveva perso la sua rispettabilità, benché la cosa non sembrasse disturbarlo affatto. Hakuin si prese cura del bambino. Riuscì ad ottenere del latte e del cibo dai suoi vicini e tutto ciò di cui il bambino aveva bisogno. Un anno dopo la povera ragazza, non potendo più sopportarne il peso, raccontò ai genitori tutta la verità: il vero padre era un giovane che lavorava al mercato del pesce. Il padre e la madre della ragazza corsero come fulmini da Hakuin a dirgli tutta la storia scusandosi per il tempo passato, invocando il suo perdono, e riprendendosi il bambino. Mentre porgeva amorevolmente il bambino, Hakuin disse: ‘Ah, è così?’.” (B.S.Rajneesh, Dieci storie zen)