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sabato 6 dicembre 2014

Autori e dintorni...Eugenio Borgna


La solitudine dell'anima


La solitudine come rifugio ai tempi del social network
di Luciana Sica, la repubblica

Eugenio Borgna analizza il tema dell'isolamento in un mondo sempre connesso.
Separarsi temporaneamente dalle occupazioni quotidiane aiuta a farci rientrare nella nostra interiorità e a recuperare una dimensione creativa. Senza perdere la nostalgia degli altri.

Eugenio Borgna riscatta la qualità della solitudine in un mondo ammaliato dal digitale, eccitato e oppresso dal perenne collegamento con tutto e con tutti. Non ha però un taglio sociologico, il suo nuovo libro, e tanto meno un odore nostalgico: piuttosto è radicalmente controcorrente. È un elogio della scelta libera di stare soli, senza la presenza costante degli altri, un'apologia di quella esperienza umana e psicologica che è precondizione di ogni pensiero critico e di ogni attività creativa. Il titolo è La solitudine dell'anima (Feltrinelli, pagg. 198, euro 15), l'autore è uno psichiatra che ricorre alla letteratura e alla filosofia non per una sua improbabile civetteria, ma per restituire l'infinita complessità del nostro mondo interno ("la psichiatria ha bisogno della poesia", scrive lui con audacia).

Cos'è per lei la solitudine e perché si differenzia dallo stato d'isolamento?
«Solitudine e isolamento sono due modi radicalmente diversi di vivere, anche se spesso vengono identificati. Essere soli non vuol dire sentirsi soli, ma separarsi temporaneamente dal mondo delle persone e delle cose, dalle quotidiane occupazioni, per rientrare nella propria interiorità e nella propria immaginazione - senza perdere il desiderio e la nostalgia della relazione con gli altri: con le persone amate, e con i compiti che la vita ci ha affidato. Siamo isolati invece quando ci chiudiamo in noi stessi, perché gli altri ci rifiutano o più spesso sulla scia della nostra stessa indifferenza, di un egoismo tetro che è l'effetto di un cuore arido o inaridito».

Perché la solitudine si nutre di silenzio e l'isolamento è impastato di mutismo?
«Perché nella solitudine, così ricca di vita interiore, il silenzio ha un suo eros e un suo proprio linguaggio: dice le nostre malinconie, le angosce, le speranze inespresse, i timori, le attese. Dice i nostri desideri più autentici. Il silenzio ha mille modi di manifestare qualcosa e di nasconderla, di indicare e di alludere, di avvicinarsi e di allontanarsi, di affascinare e di intimorire. Quando invece si è isolati, distaccati dal mondo, monadi dalle porte e dalle finestre chiuse, non si hanno pensieri ed emozioni da trasmettere agli altri. Senza più parole, si sprofonda in un mutismo che ha un'unica dimensione: quella dell'insignificanza».

Ma noi siamo immersi nell'era dell'incantamento per il digitale, dove l'intimità viene esteriorizzata attraverso i social network, probabilmente in fuga dal senso di vuoto che deriva dall'assenza di legami reali, certamente in grado di comunicare rapidamente con chiunque. Sarà ancora possibile recuperare il senso più prezioso della solitudine?
«Lei tocca un aspetto emblematico della condizione umana di oggi, e di quella giovanile in particolare: la tendenza ai contatti de-emozionalizzati che rispondono ai bisogni del momento e s'inceneriscono senza lasciare tracce nel cuore e nella memoria. Non c¿è dubbio che oggi la solitudine è sempre più difficile da salvare, e da vivere, perché siamo trascinati in un vortice di sensazioni esteriori che non ci danno più nemmeno il tempo per pensare a noi stessi, per confrontarci con i nostri segreti, con il manzoniano guazzabuglio delle emozioni che sono in noi, con le cose che non vorremmo ricordare e tornano alla memoria, con l'autenticità o l'inautenticità delle relazioni che abbiamo con gli altri: in fondo, con il mistero del vivere e del morire».

La solitudine - come lei l'intende - non è allora destinata ad essere la prerogativa di una minoranza di anime belle?
«No, perché la solitudine, come io l'intendo, non è solo un'esperienza interiore di pochi eletti, ma al contrario è una matrice ideale di cambiamento relazionale e culturale, politico e sociale, e in ultima istanza ragione di vita storicamente significativa. È indispensabile ritrovare i valori inalienabili della riflessione critica e della solidarietà, dell'impegno etico nella politica, del rispetto radicale delle persone, e delle loro differenze - trasferendo la coscienza di questi valori in quella che è l'azione quotidiana, la testimonianza personale di ciascuno di noi».

Alcune pagine iniziali del suo libro rievocano un film di Bergman del '71: è "Sussurri e grida". Perché le ha scritte?
«Perché quelle quattro donne vestite di bianco declinano i diversi linguaggi paradigmatici della solitudine. C'è Agnese, ormai divorata dalla malattia, che anche nelle ultime ore non perde nulla della sua sensibilità, mai è chiusa in se stessa ma aperta a un dialogo con la memoria e con l'attesa misteriosa della morte. Accanto a lei c'è Anna, una giovane donna capace di condividere quel destino come fosse il suo. Poi ci sono le due sorelle di Agnese - Karin e Maria - imprigionate invece in una solitudine che rappresenta l'isolamento più egocentrico, il deserto delle emozioni, l'indifferenza ghiacciata all'amore e alla solidarietà, in un'insana idolatria dell'io, del corpo, della bellezza».

"Tutta l'infelicità dell'uomo deriva dalla sua incapacità di starsene nella sua stanza da solo": la solitudine dell'anima non si potrebbe riassumere in quest'aforisma di Pascal?

«Leggo Blaise Pascal dai tempi del liceo, eppure questa volta la folgorante incisività del suo pensiero non si è levata in volo dai quartieri della mia memoria. Sì, nell'aforisma pascaliano - che coglie la radicale dimensione esistenziale della solitudine: della fatica, e anzi dell'incapacità, di viverla - non si potrebbe riassumere meglio il senso trainante del mio libro. Mi spiace anche non aver citato una bella riflessione leopardiana, e lo faccio qui sintetizzando al massimo: la solitudine "ci ringiovanisce"».

venerdì 5 dicembre 2014

Psicologia e dintorni...

J. Dollard, gli Ashanti e la Somma di Sole

Dollard e i suoi collaboratori definirono che la vita associata è inevitabilmente frustrante e vengono di continuo ingenerate tendenze al comportamento aggressivo. Tendono quindi a svilupparsi determinate forme di adattamento culturale che evitano la distruzione della società stessa. Dollard e i suoi collaboratori hanno esaminato la letteratura esistente sul popolo degli Ashanti, società costituita da una notissima tribù dell’Africa Occidentale composta da individui fortissimi e bellicosi. La loro crudeltà in battaglia suscitava terrore in tutta la Costa D’Oro e fin molto all’interno. Dollard e collaboratori stilarono un rapporto su queste popolazioni in base ad un resoconto del capitano Rattray, il quale fu il primo a descrivere queste popolazioni nell’opera Totem ed esogamia.
Tutto è vietato in questa popolazione, anche l’aggressività nata dalle conseguenze della repressione. Tanto è alto il grado di distruttività che per non morirne una volta l’anno – per otto giorni – è permesso dai capi che tutto il popolo possa fare e dire quello che vuole. Interessante notare che la “libertà annuale” è il permesso, di fatto, di sfogare, scaricare la violenza. Un vecchio sacerdote, nel rapporto di Rattray, spiega il senso catartico del rito:

Tu sai che ognuno ‘ha una somma di sole’ (anima) che può venir ferita o maltrattata o ammalarsi e quindi far ammalare il corpo. 
Spessissimo, benché vi possano essere altre cause, per esempio magia e malanni questo è provocato dal male e dall’odio che un altro ha nella testa contro di te. Oppure, tu puoi avere nella tua testa dell’odio contro un altro, per qualche cosa che egli ti ha fatto ed anche questo può far sì che la tua ‘somma di sole’ si preoccupi e si ammali. I nostri predecessori sapevano come questo fosse effettivamente il caso, per cui stabilirono che una volta all’anno ogni uomo e ogni donna, liberi o schiavi, abbiano la libertà di dire apertamente quello che hanno dentro la testa, di dire ai loro vicini che cosa pensano di loro, delle loro azioni, e non soltanto dei loro vicini, ma anche del re o del capo. Quando si è parlato così liberamente, si sente la propria ‘somma di sole’ fresca e calma ed anche la ‘somma di sole’ dell’altra persona contro la quale si è parlato apertamente verrà calmata.”

È così compressa la “somma di sole” degli Ashanti che è per loro impellente liberarla attraverso quei riti purificatori.
Nel caso degli Ashanti, la catarsi, lo sfogo, ad un certo punto si rendono necessari, per evitare lo spegnimento della “somma di sole”.
Le forme di aggressività pericolose per il benessere del gruppo sono severamente vietate e conseguentemente punite. Si consentono, d’altro canto, le espressioni di aggressività all’interno del gruppo stesso e vengono usate in guerra, cioè quando l’espressione dell’aggressività serve a un fine utile.
[...]


lunedì 1 dicembre 2014

"Tra normalità e follia i confini sono sempre mobili"

Eugenio Borgna

In dialogo senza fine con il dolore...
FIAP 2014



Eugenio Borgna, primario emerito di Psichiatria all'Ospedale Maggiore di Novara, è libero docente in Clinica delle malattie nervose e mentali all’Università di Milano e uno dei maggiori esponenti italiani della psichiatria fenomenologica. A partire dalla contestazione dell'interpretazione naturalistica delle malattie mentali, pur dichiarando indispensabile l'ausilio dei farmaci nel caso di psicosi, Borgna ha sempre considerato le parole fondamentali nella cura psichiatrica, e difeso la necessità di porsi in relazione con il paziente e di penetrarne il mondo. 
Il suo metodo è basato sulla compartecipazione emotiva con l’altro, a partire dall’idea che il punto focale sia il dolore, non la malattia. 
Tra i suoi libri, Come in uno specchio oscuramente (Feltrinelli, 2007), L’arcipelago delle emozioni (Campi del sapere, 2008); Malinconia (Universale Economica. Saggi, 2008), Le emozioni ferite (Feltrinelli, 2011); La solitudine dell’anima (Feltrinelli, 2011), Di armonia risuona e di follia (Feltrinelli, 2012), La dignità ferita (Feltrinelli, 2013) e La fragilità che è in noi (Einaudi, 2014). 


«Ci sono emozioni forti ed emozioni deboli, virtù forti e virtù deboli, e sono fragili alcune delle emozioni più significative della vita» 
ha scritto Eugenio Borgna in La fragilità che è in noi, appena uscito per Einaudi. 

«Sono fragili la tristezza e la timidezza, la speranza e l’inquietudine, la gioia e il dolore dell’anima, l’amicizia e le lacrime». 


Ma se fragile è “ciò che si rompe facilmente”, la fragilità è struttura portante dell’esistenza umana. «Sono fragili, e si rompono facilmente, non solo quelle che sono le nostre emozioni e le nostre ragioni di vita, le nostre speranze e le nostre inquietudini, le nostre tristezze e i nostri slanci del cuore; ma sono fragili, e si dissolvono facilmente, anche le nostre parole». Ma Borgna ci invita a guardare oltre il lato d’ombra della fragilità, che è in noi come nostro destino.

«La fragilità, negli slogan mondani dominanti, è l’immagine della debolezza inutile e antiquata, immatura e malata, inconsistente e destituita di senso; e invece nella fragilità si nascondono valori di sensibilità e delicatezza, di gentilezza estenuata e di dignità, di intuizione dell’indicibile e dell’invisibile che sono nella vita, e che consentono di immedesimarci con più facilità e con più passione negli stati d’animo e nelle emozioni, nei modi d’essere esistenziali, degli altri da noi».




giovedì 13 febbraio 2014

Psicologia e dintorni..."La psicologia senz'anima" di Brentano



Brentano e la psicologia empirica

Franz Brentano pubblicò nel 1874 a Vienna, il saggio La psicologia dal punto di vista empirico, destinato ad avere una grande influenza sul successivo sviluppo della scienza psicologica.
Nella Premessa Brentano dichiarava: «Il mio punto di vista è quello empirico: per me soltanto l’esperienza ha valore di guida, ma questa impostazione non è incompatibile con un grado di intuizione ideale».
La sua versione di empirismo comprendeva sia l’osservazione interna che l’attività sperimentale, con preferenza per la prima, in una commistione che è più vicina al concetto aristotelico di esperienza che a quello galileiano.
Il mondo dei fenomeni, sostiene Brentano, è costituito da due grandi classi: quella dei fenomeni fisici e quella dei fenomeni psichici. La scienza naturale si occupa dei primi, la psicologia dei secondi. La psicologia cessava così di essere definitivamente, di essere la scienza dell’anima; si tratterrà, come disse Albert Lange, di unapsicologia senz’anima”. L’oggetto di studio della psicologia non è più costituito dall’anima, ma dalle “leggi della coesistenza e della successione dei fenomeni psichici” che regolano il susseguirsi delle rappresentazioni psichiche.
Brentano identifica i fenomeni fisici nei colori, nelle figure e nei paesaggi visti, nei suoi uditi, negli stati di caldo e di freddo percepiti; quelli psichici nelle rappresentazioni dei fenomeni fisici, “nonché in tutti quei fenomeni la cui base è costituita da rappresentazioni”. Udire un suono, vedere un oggetto colorato, sentire caldo o freddo, ma anche pensare un concetto generale, dare un giudizio, ricordare qualcosa, sono fenomeni psichici, come lo sono gioia, tristezza, paura, speranza, coraggio, vilta e cosi via. Pertanto il colore è un fenomeno fisico, la rappresentazione del colore un fenomeno psichico; un accordo sentito è un fenomeno fisico, sentire l’accordo è un fenomeno psichico; caldo e freddo sono fisici, sentire caldo o il sentire freddo psichici. Con il termine di “rappresentazione” egli non intendeva “ciò che viene rappresentato quanto piuttosto l’atto stesso del rappresentare”.
Non è tanto la mancanza di estensione a caratterizzare i fenomeni psichici nei confronti di quelli psichici, quanto il loro carattere di “inesistenza intenzionale”, espressione che Brentano trasse dalla scolastica medievale e che utilizzò con il significato di “oggettività immanente” e di “rapporto con il contenuto”, intendendo con questo “il riferirsi di ogni atto rappresentativo a un oggetto che rappresenta”.
Questa caratteristica, questa “intenzionalità” manca totalmente ai fenomeni fisici, i quali non significano mai ma sono. I fenomeno fisici si caratterizzano, dunque, per la loro mancanza di finalità intenzionale, quelli psichici esistono solo in quanto sono intenzionalmente dotati di significato.
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