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lunedì 9 febbraio 2015

Psicologia e dintorni...

L’Intelligenza
 Scritto da Dr.ssa Ludovica Mazzei  

La nostra mente non si esaurisce nelle operazioni di  recepire, selezionare le informazioni presenti nell’ambiente, memorizzarle  e comunicarle. La nostra mente è anche in grado di lavorare su quelle stesse informazioni per “andare oltre”: come trarre conclusioni a partire da ciò che è noto o esprimere un giudizio etc…
In casi di questo genere diciamo che “la mente pensa”, il pensiero non opera totalmente in autonomia rispetto agli altri processi cognitivi. Se dovessimo scegliere un aggettivo per qualificare una persona che è in grado di compiere bene operazioni mentali probabilmente il termine “intelligente” ci apparirebbe il più appropriato: da ciò si potrebbe pensare che l’intelligenza coincida con la capacità di pensare bene.

Stern definisce l’intelligenza come quella capacità o disposizione ad utilizzare in modo adeguato allo scopo tutti gli elementi del pensiero necessari per riconoscere impostare  e risolvere nuovi problemi.
Alcuni studiosi hanno cercato di individuare le cosiddette teorie implicite dell’intelligenza, ossia i complessi di opinioni che un individuo possiede circa l’intelligenza. Stenberg cercando di raggruppare le caratteristiche attribuite all’intelligenza individua le seguenti categorie: capacità di soluzione dei problemi, abilità verbale e competenza sociale. Queste indagini ci confermano che l’intelligenza viene soprattutto collegata alla capacità di pensiero (in particolare di tipo logico-verbale) sebbene includa aspetti non unicamente cognitivi.
E’ stato riscontrato il diversificarsi del concetto d’intelligenza in diverse culture: ad esempio nella popolazione dei Mashona (Zimbawe) la parola indigena che equivale ad intelligenza, “ngware”, è usata soprattutto per indicare un comportamento cauto e prudente nelle relazioni sociali.
Se ne deduce che il concetto di intelligenza è relativo al contesto culturale cui si appartiene e che in  alcuni ambiti, esso include elementi che vanno oltre i temi classicamente studiati dalla psicologia del pensiero.
I primi tentativi di studiare l’intelligenza sono partiti dall’assunto che l’intelligenza sia un'unica abilità generale; Binet fu incaricato di mettere a punto un test per individuare nella popolazione scolastica parigina, i bambini che manifestavano difficoltà intellettive per poterli inserire in classi speciali. Strutturò un serie di prove volte a rilevare l’ “Età mentale” dei soggetti (Binet/Simon 1905). L’ Età mentale di un individuo corrisponde alla capacità di rispondere adeguatamente alle prove cui tipicamente sanno rispondere i soggetti di una data età cronologica.
Il “Quoziente d’intelligenza” (Q.I) termine introdotto nel 1912 da Stern, esprime appunto il rapporto tra età mentale ed età cronologica (moltiplicando il risultato per cento); tale impostazione presuppone che l’intelligenza sia una capacità generale e omogenea che si manifesta in modo simile nei diversi campi in cui la persona si applica.
In seguito grazie agli apporti dell’impostazione fattorialista l’intelligenza iniziò ad essere considerata una struttura articolata, scomponibile in parti, chiamate “fattori”, i quali corrispondono a diverse abilità distinte.
Una idea “parsimoniosa”  - in parte ancora vicina all’idea di intelligenza unica – è quello di Spearman (1923) che prevede due soli tipi di fattori: un fattore generale (g), riferito ad una abilità presente in tutti i compiti intellettivi e alcuni fattori specifici propri dei diversi compiti; in questa ottica l’intelligenza di un individuo sarebbe determinata prevalentemente dal grado con cui egli possiede il fattore g, anche se tale abilità generale può manifestarsi con gradi differenti a seconda di quanto l’individuo è dotato nello specifico ambito (verbale spaziale) in cui si trova ad operare.
Un'altra bipartizione è proposta da Cattel (1971) che distingue tra intelligenza cristallizzata e intelligenza fluida. La prima riflette l’effetto dell’acculturazione; si riferisce all’insieme delle conoscenze acquisite dall’individuo, all’esperienze compiuta nel corso della vita, alla capacità di comprendere i messaggi che vengono comunicati, alla capacità di giudizio e di ragionamento in situazioni quotidiane. L’intelligenza fluida fa invece riferimento ad abilità che non sono trasmesse dalla cultura, ossia capacità di base indipendenti dall’esperienza.
Thurstone (1938), infine, individua 5 attitudini intellettive primarie: ragionamento astratto, ragionamento spaziale, abilità numerica, fluidità di pensiero, significato verbale. Le ultime tipologie citate suggeriscono i l’idea che l’intelligenza si differenzi secondo l’ambito in cui ritrova ad operare.
In questa prospettiva Gardner(1983) sostiene la cosiddetta “Teoria dell’intelligenze multiple” , in cui si continua a considerare l’intelligenza come composta da abilità distinte, che però non sono intese come fattori specifici per dominio ma sono individuate nella maggiore varietà di campi. Gardner ipotizza sette differenti tipologie di intelligenza logico-matematica, consistente nella capacità di operare su simboli e parole stabilendo rapporti e formulando regole; linguistica, collegata alla sensibilità per il significato, il suono, l’ordine delle parole e per le diverse funzioni del linguaggio; musicale, corrispondente alla capacità di distinguere il significato e l’importanza di una serie di suoni organizzati aritmicamente; spaziale , equivalente alla capacità di percepire forme e riconoscere elementi in diversi contesti; cinestetica, riferita alla capacità di usare abilmente il proprio corpo per fini espressivi e pratici; intrapersonale, dipendente dalla capacità di capire se stessi, i propri sentimenti e di esprimerli; interpersonale, riguardante la capacità di cogliere la personalità e le intenzioni altrui e di influire sugli altri.
Gardner ha ipotizzato anche l’esistenza di due ulteriori intelligenze, denominate naturalistica riferita alla capacità di risolvere problemi o creare prodotti traendo spunto da materiali o caratteristiche dell’ambiente naturale (Darwin: esempio) e spirituale , collegato alla profondità nel cogliere il significato nella vita e nella realtà.
La Teoria delle Intelligenze multiple comporta che i diversi tipi di intelligenza siano presenti in tutti gli esseri umani e che la differenza tra le relative caratteristiche intellettive vada ricercata unicamente nelle rispettive combinazioni.
La nozione  d’ intelligenza emotiva già descritta da Howard Gardner nelle due forme, intrapesonale e interpersonale, è stata tuttavia sviluppata nei suoi molteplici componenti e conseguenze pratiche da Daniel Goleman il quale distingue  due principali sottocategorie: le competenze personali, riferite alle capacità di cogliere i diversi aspetti della propria vita emozionale; le competenze sociali, relative alla maniera con cui comprendiamo gli altri e ci rapportiamo ad essi.
Tra le competenze personali troviamo la consapevolezza di sé, l’autocontrollo e soprattutto la capacità di alimentare la propria motivazione, formata da una giusta dose di ottimismo e di spirito d’iniziativa. Tra le competenze sociali, la più importante  è costituita dall’empatia, ossia la capacità di riconoscere le emozioni  e i sentimenti negli altri, ponendoci idealmente nei loro panni e riuscendo a comprendere i rispettivi punti di vista gli interessi e le difficoltà interiori. La comunicazione, altra attitudine sociale, è invece la capacità di parlare agli altri facendo coincidere il contenuto esplicito dei messaggi con le proprie convinzioni ed emozioni.
Da un punto di vista applicativo Goleman ha creato un training specifico a sviluppare la capacità di cogliere i sentimenti e el emozioni altrui e nostri, indirizzandoli in modo costruttivo. A differenza dell’intelligenza legata al QI, che si stabilizza intorno ai 16 anni, l’intelligenza emotiva può essere migliorata nel corso di tutta la vita.
Abbiamo sinora considerato un modo “orizzontale” di intendere l’organizzazione dell’intelligenza, un modo che porta ad individuare tipi di intelligenze poste, per cosi dire, sullo stesso piano. L’intelligenza può essere però articolata anche in senso verticale ipotizzando vari livelli.
Una concezione di questo genere è stata elaborata da Guilford (1967) che propone una struttura dell'intelligenza in base alla combinazione di tre dimensioni (operazioni, contenuti e prodotti). Le operazioni sono attività di base che la mente compie con le informazioni che riceve dai sistemi-percettivo sensoriali (cognizione, memoria,produzione divergente, produzione convergente).I contenuti fanno riferimento alla natura delle informazioni ( figurativo, simbolico, semantico,comportamentale). I prodotti si riferiscono alla forma assunta dalle informazioni quando viene elaborata dalla mente, cioè ai risultati dell’applicazione di un operazione ad un contenuto (unità, classi, relazioni, trasformazioni).
Guilford offrì, inoltre, una riflessione sul fatto che certi test valutano il risultato prodotto da un tipo di pensiero convergente  e conformista. Significa che certi tipi di prove sono espressione non solo del livello culturale, dell'ambiente ecologico e sociale, ma anche del tipo di pensiero utilizzato e richiesto per una  performance adeguata: l'originalità non è valutabile, o meglio, viene implicitamente valutata negativamente se non concorre a fornire le risposte richieste. 
Una teoria recente dell’intelligenza, che pure prevede un articolazione verticale, è la “Teoria triarchica” di Sternberg (1985), Questa si compone di tre sottoteorie: la teoria “contestuale”, definisce l’intelligenza in rapporto all’ambiente; la teoria “esperenziale”, studia l’interazione tra l’individuo e i compiti che deve affrontare; la teoria “componenzialecerca di individuare i meccanismi mentali di base, le componenti dell’intelligenza ( che si divide a sua volta in 3 sotto-componenti: metacomponenti – legati alle strategie e responsabili dell’organizzazioni generali del pensiero ; componenti di prestazione – permettono di realizzare i piani stabiliti a livello di metacomponenti; componenti di acquisizioni di conoscenze – utili per affrontare situazioni che si presentano per la prima volta.)
Da questa panoramica dei principali modi di intendere l’intelligenza ricaviamo l’idea che vi sono diverse forme attraverso cui le capacità di pensiero possono manifestarsi, forse anche per questo non esiste una definizione univoca di intelligenza, ma ogni definizione risente dell’orientamento di pensiero che la formula.

Fonte: (Riassunto da) "Psicologo verso la professione" , P.Moderato-F. Rovetto; ed. Mc Graw Hill 


sabato 18 gennaio 2014

Psicologia e dintorni...


Dopo la teoria psicoanalitica…nuove teorie a confronto.

La psichiatria dinamica è il fondamento della prospettiva psicodinamica ed ha come obiettivo fondamentale raggiungere la singolarità e l’unicità dell’esperienza soggettiva cercando soluzioni “su misura” per il paziente ed il suo contesto di vita, tenendo conto del mondo interiore del paziente.
Essa comprende quattro aree teoriche psicoanalitiche:

  •          La teoria dell’Io;
  •       La teoria delle relazioni oggettuali (Melanie Klein e scuola britannica);
  •       La psicologia del Sé (Kohut);  
  •    La teoria dello sviluppo.

Nell’ottica della psichiatria psicodinamica i sintomi e i comportamenti sono manifestazioni interne di processi inconsci; questa funzione è chiamata da Waelder Principio di Funzione Multipla. Per lo psichiatra psicodinamico il comportamento è il risultato finale di molte differenti forze in conflitto tra loro.  Rilevanza assumono indiscutibilmente le esperienze infantili. Il processo evolutivo è, pertanto, dato da un’interazione attiva fra tratti ereditari e fattori ambientali.
I nuovi autori dopo Freud hanno posto l’accento sulla competenza relazionale del bambino piuttosto che sulle vicissitudini delle energie istintuali.
Il persistere nella vita adulta di schemi infantili di organizzazione mentale implica che il passato si ripete nel presente. Con il transfert il paziente riattualizza le modalità che ha avuto con figure significative del passato. Quindi il paziente vive il terapeuta come una figura significativa del suo passato. 

Nel transfert vi sono due dimensioni:
-         Ripetitiva, per cui il paziente si aspetta che l’analista si comporti come facevano i suoi genitori;
-         Oggetto sé, in cui il paziente desidera fortemente un’esperienza risanante o correttiva che è mancata nella sua infanzia.

D. Winnicott notò nel suo lavoro con gli psicotici una diversa forma di controtransfert che chiamò “odio obiettivo” (la-funzione-positiva-dellodio-in-winnicott/): esso è una reazione naturale del terapeuta al comportamento irritante del paziente. Anche Otto Kemberg sottolineò la correttezza di tale affermazione.
Esso consiste nella resistenza e il desiderio del paziente di opporsi ai tentativi del terapeuta di produrre insight (introspezione, guardarsi dentro) e cambiamento.
Freud aveva già osservato nel 1912 come la resistenza accompagnasse il trattamento psicoanalitico ad ogni passo come compromesso tra le forze tendenti alla guarigione e quelle che si oppongono ad essa.
La resistenza può essere conscia, preconscia e inconscia; tutte hanno in comune il tentativo di evitare i sentimenti spiacevoli, come l’ansia, l’ira, la colpa, l’odio, la vergogna, il dolore, ecc.
Essa è un meccanismo di difesa del paziente che si manifesta nel trattamento psicodinamico; tuttavia, mentre la resistenza si può osservare, i meccanismi di difesa devono essere dedotti.
Freud connotava la resistenza come:
-         Un blocco nelle libere associazioni
-         La rivelazione di una relazione oggettuale interna significativa.

Delineati i suoi modelli (topografico e topico), si dedicò particolarmente alla rimozione (tra i meccanismi di difesa). Tra gli altri meccanismi di difesa ricordiamo:
-         Spostamento
-         Formazione reattiva
-         Isolamento
-         Annullamento retroattivo
-         Somatizzazione
-         Conversione
Un'altra classificazione li stabilisce secondo una gerarchia: dai più arcaici, immaturi o patologici, ai più maturi e sani.
Hartmann ha invece messo in evidenza i meccanismi non difensivi dell’Io ed ha insistito su una sfera dell’Io libera da conflitti.

Secondo la Teoria delle relazioni oggettuali il prototipo dell’esperienza positiva di amore si forma nel periodo dell’allattamento e racchiude:

-         Esperienze positive di Sé (neonato allattato)
-         Esperienze positive dell’oggetto (madre attenta)
-         Esperienze affettive positive ( piacere e sazietà)

Quando ritorna la fame e la madre non è momentaneamente disponibile si forma il prototipo dell’esperienza negativa che include:

-         Esperienza negativa del Sé (neonato frustrato)
-         Oggetto frustrante (madre non disponibile)
-         Esperienza affettiva negativa (rabbia o terrore)

I sistemi vengono interiorizzati e l’interiorizzazione della madre da parte del bambino (detta introiezione) comincia durante l’allattamento con le sensazioni fisiche e diviene significativa solo quando si è sviluppato un legame tra il mondo interno e quello esterno. Dopo alcuni mesi le immagini isolate della madre si fondono in una rappresentazione stabile. Allo stesso tempo si crea una rappresentazione duratura del Sé.
L’oggetto interiorizzato non corrisponde necessariamente all’oggetto esterno reale. Il conflitto, per i teorici, è lo scontro tra le coppie contrapposte di unità interne di relazioni oggettuali. Secondo la Klein nei primi mesi di vita il bambino prova un primitivo terrore di annichilimento, associato all’istinto di morte di Freud. Come modalità di difesa l’Io viene scisso (diviso).
Nella scissione il lattante vive nella paura della persecuzione materna. Questo tipo di paura genera l’angoscia fondamentale che la Klein definì posizione schizoparanoide.
Gli oggetti persecutori o cattivi sono proiettati sulla madre in modo da allontanarli dagli oggetti buoni ; solo dopo questa operazione possono essere re-introiettati, cioè riportati dentro, così da poterli controllare e dominare; i cicli divengono così oscillanti e i bambini quando integrano gli oggetti parziali in oggetto intero, sono turbati dal timore che le loro fantasie sadiche e distruttive nei confronti della madre, possono averla annientata. Questa nuova preoccupazione per la madre (percepita ora come intera), è definita dalla Klein angoscia depressiva ed annuncia l’arrivo della posizione depressiva. A questo punto la colpa diventa l’aspetto rilevante della vita affettiva del bambino che tenta di risolverla attraverso la riparazione ossia azioni che riparano il danno inferto alla madre nella realtà o nella fantasia.
I critici della Klein ritengono che si sia troppo concentrata sulla fantasia e abbia minimizzato l’influenza delle persone reali dell’ambiente e che abbia dato spazio all’istinto di morte, un concetto ridimensionato dagli altri analisti.
Queste posizioni aprirono un dibattito all’interno della Società di psicoanalisi britannica che si divise in un gruppo B seguaci di Anna Freud e un gruppo A fedele alla Klein. Un terzo gruppo si astenne del quale fecero parte Winnicott, Balint e Fairbain.
Winnicott ha coniato il termine di madre sufficientemente buona; Balint ha descritto il sentimento di qualcosa che manca, da lui definito “difetto fondamentale” che consta nella carenza dovuta al fallimento della madre nel rispondere ai bisogni fondamentali del bambino.
Fairbaim ha riscontrato nell’eziologia delle difficoltà dei suoi pazienti schizoidi l’incapacità delle madri di offrire le loro esperienze rassicuranti.
Tutti furono d’accordo sulla necessità di una Teoria del Deficit per una comprensione psicoanalitica completa dell’essere umano.
In questa ottica l’analista serve al paziente come nuovo oggetto che essi devono interiorizzare in modo da riparare le strutture intrapsichiche carenti.
Altro concetto chiave della scuola britannica è che l’infante ha una naturale tendenza alla realizzazione di Sé.
Winnicott riteneva appunto che ci fosse un vero Sé la cui crescita poteva essere facilitata o ostacolata dalle risposte della madre e di altre figure dell’ambiente familiare.

La scuola inglese delle relazioni oggettuali.pdf

/IL-METODO-DI-FORMAZIONE-DEI-GRUPPI-BALINT.aspx

Il Sé