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venerdì 24 luglio 2015

Autori e dintorni...E. Morin


CORRIERE UNIVERSITA'
da archivio Corriere della Sera

Meglio una TESTA ben fatta che piena
Il filosofo Edgar Morin: "E' necessario riunificare cultura scientifica e cultura umanistica" "I saperi disgiunti servono solo a un utilizzo tecnico. Il pensiero deve connettere fenomeni e conoscenze. Ma chi educhera' gli educatori?"


Meglio una TESTA ben fatta che piena Il filosofo Edgar Morin: 
"E' necessario riunificare cultura scientifica e cultura umanistica" "I saperi disgiunti servono solo a un utilizzo tecnico. Il pensiero deve connettere fenomeni e conoscenze. 

Ma chi educhera' gli educatori?" di WALTER PASSERINI 
Nel suo ultimo libro lo ripete piu' volte: "Meglio una testa ben fatta che una testa ben piena". Ma che cosa significa? La frase non e' mia, e' di Montaigne e indica la prima finalita' dell' insegnamento: una testa ben piena e' una testa in cui il sapere e' accumulato, ammucchiato; una testa ben fatta invece significa che anziche' accumulare e' meglio selezionare e organizzare i saperi, in modo da collegarli e dare loro senso. Lei invita gli studenti a diventare protagonisti della loro educazione... Si' , perche' troppo spesso li si vede annoiati dall' insegnamento, oppressi o afflitti. Vorrei che essi prendessero in mano la loro educazione. Con la curiosita' , che spesso viene piu' dalla letteratura che da altre discipline. La letteratura e' scuola di vita. Ricordo che io stesso, quando ero studente, mi annoiavo e leggevo clandestinamente durante le lezioni i romanzi di Balzac. Alle parole educazione istruzione, formazione, insegnamento, lei prefersice quella di insegnamento educativo. Educazione e formazione sono parole fortemente connotate, che poco hanno a che fare con l' autoformazione. Io preferisco insegnamento educativo non come trasmissione del sapere, ma come cultura che permette di comprendere la nostra condizione umana e di aiutarci a vivere. Come diceva Kleist: "Il sapere non ci rende migliori ne' piu' felici". Pero' l' educazione puo' aiutarci a diventare migliori e ci insegna a vivere la parte poetica delle nostre vite. La sua critica alla scuola e all' Universita' e' forte: i saperi non vanno divisi, frammentati disgiunti, ma collegati. La frammentazione dei saperi e' avvenuta per la prevalenza del metodo scientifico, che suddivide per analizzare e riprodurre. I saperi vengono cosi' , anche alla luce dell' iperspecialismo, divisi in discipline proprio mentre i problemi sono complessi, globali, multidimensionali. Ci hanno cosi' insegnato a disgiungere gli oggetti, a separare le discipline, piuttosto che a collegare e a integrare i problemi. Le conoscenze frammentate servono a un utilizzo tecnico. Non possiamo cadere nella sindrome di Pico della Mirandola: siccome non possiamo conoscere tutto, per accumulazione, rinunciamo alla conoscenza. Ma non e' cosi' . E' invece necessario riorganizzare le conoscenze. La sfida delle sfide e' proprio questa: rivoluzionare l' insegnamento per rivoluzionare il pensiero, le menti; rivoluzionare il pensiero per rivoluzionare l' insegnamento. Lei e' ottimista su questa rivoluzione? No, non sono ottimista. Pero' vedo che qualcosa si sta muovendo. In alcuni settori del sapere. Nelle scienze umane, nella biologia. Vedo qualcosa di piu' di segnali deboli, che tendono a ricongiungere, a restituire un legame tra cultura umanistica e cultura scientifica. Certo, ci sono delle resistenze da parte delle istituzioni. C' e' il potere dei mandarini. Pero' vedo segnali forti in molti Paesi, che si basano sull' idea dell' integrazione dei saperi per riformare l' insegnamento e il modo di pensare. Che cosa e' l' intelligenza? E' un' attitudine generale alla curiosita' , che troppo spesso la scuola tende a spegnere: piu' potente e' l' intelligenza generale, piu' grande e' la capacita' di trattare problemi speciali. E' un insieme di ars cogitandi (buon uso della logica), metis (insieme di sagacia, intuizione, elasticita' mentale) serendipity (ricostruire una storia da indizi e dettagli). Quindi l' obiettivo resta quello della connessione delle due culture. Si' , i due "partiti", quello scientifico e quello umanistico, sono sbagliati. E' necessario connettere, integrare, contestualizzare, globalizzare. E' necessario unire gli antagonisti nella molteplicita' . Che cosa pensa dell' uso dei simboli e delle metafore nell' insegnamento? Le metafore sono piu' precise della matematica. Per capire la qualita' di un buon vino non bastano le caratteristiche organolettiche, la gradazione. In un bicchier di vino c' e' la storia, la cultura, simboli, oltre alla fisica e alla chimica. Ma lei avverte davvero che sia in atto una ricomposizione delle culture? Avverto anche i ritardi, ma e' una necessita' . "Materie" come la cosmologia, la scienza della terra, l' ecologia, la nuova storia, permettono di articolare e unire discipline sinora disgiunte. Il nuovo spirito scientifico ci aiuta. E anche la cultura umanistica favorisce l' attitudine ad aprirsi ai grandi problemi, a riflettere, a cogliere la complessita' umana. E' questa l' essenza di cio' che io chiamo la comprensione. In questo, quale dovrebbe essere la funzione della scuola e dell' Universita' ? La scuola superiore dovra' occuparsi molto della formazione alla cittadinanza. L' Universita' dovra' svolgere una funzione paradossale: conservare il patrimonio culturale, adattarsi alla modernita' scientifica e integrarla, fornire insegnanti per le nuove professioni, e fornire un insegnamento meta - professionale, cioe' una cultura. E come vede gli insegnanti di oggi? Vedo una minoranza decisa e adeguata; un' altra minoranza chiusa e immobilistica e una maggioranza muta e sotto l' influenza della minoranza immobilista. E' necessaria una rigenerazione dell' insegnamento e degli insegnanti. Ma cio' sara' possibile, come diceva Platone, solo con la riscoperta della passione, dell' eros, dell' amore per il sapere e per la propria professione. Gli educatori dovranno educare se stessi. E' necessario creare un ambiente culturale adatto a questa rivoluzione dell' autoeducazione. Bisognera' passare dal piacere del sapere legato al potere al piacere del sapere legato al dono, a cio' che puo' suscitare amore per il sapere nei giovani. Dove non c' e' amore ci sono solo problemi di retribuzione, di carriera e di noia per l' insegnamento.*




martedì 18 novembre 2014

I bambini pensano grande, con Franco Lorenzoni


Il diario di un anno scolastico di Franco Lorenzoni, maestro elementare a Giove, in Umbria, si prova la meraviglia del nascere di un pensiero.

domenica 10 marzo 2013

Da Repubblica " Le scienze"




    

Il computer che riconosce i pensieri
      

           
Il computer che riconosce i pensieri ha un margine di errore del 10%. Per ora Il sistema è stato messo a punto all'Università di Pisa. Sa valutare la differenza nell'attività del cervello di una persona che sta assistendo ad un'azione (che, ad esempio, sente bussare alla porta) da quella di chi sta ascoltando un suono che fa parte dell'ambiente (come quello della pioggia). Applicazioni molto interessanti nel campo della riabilitazione motoria

    APPROFONDIMENTI
    Brindisys, il computer che legge nel pensiero

ROMA  - E' ancora un propotipo di laboratorio ma quello che fa è molto suggestivo, e fa sognare. E' un computer -messo a punto in Italia - in grado di riconoscere il pensiero. Basato su un sistema capace di analizzare l'attività delle diverse aree del cervello umano, riconosce "l'alfabeto" che utilizzano, come lettere che accendendosi formano una parola. Questo lavoro, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista PlosOne, si deve al gruppo di Medicina di laboratorio e Diagnostica molecolare dell'Azienda ospedaliera universitaria di Pisa (in collaborazione con ricercatori delle università di Pavia e Ferrara) diretto da Pietro Pietrini. Primo autore è Emiliano Ricciardi. Collegato al cervello in modo non invasivo, questo computer sa decodificare i segnali che arrivano dalle diverse aree cerebrali attivate di volta in volta con un'accuratezza di circa 90%.

Lo studio ha evidenziato che la rappresentazione mentale di un'azione compiuta da altri è sottesa dallo stesso codice neurale - sia in individui vedenti sia in non-vedenti dalla nascita. Gli scienziati hanno utilizzato la risonanza magnetica cerebrale funzionale (fMRI) per misurare la schema di risposta nel cervello di un gruppo di individui ai quali venivano mostrati, alternativamente, filmati di azioni compiute da altri, quali il piantare un chiodo o il bussare alla porta, oppure di scene ambientali (il cadere della pioggia o il soffiare del vento). Poi si sono chiesti se fosse possibile, partendo dall'analisi della risposta cerebrale, arrivare a capire cosa l'individuo stesse guardando in quel momento.

"Partendo dall'analisi multivariata dei diversi pattern di risposta neuronale della corteccia cerebrale - spiega Emiliano Ricciardi, uno degli scienziati pisani del team di ricerca - il computer ha messo a punto un 'classificatorè capace di discriminare con accuratezza se una persona stesse guardando un'azione o una scena ambientale. Più semplicemente, il computer è riuscito a leggere il pensiero, o meglio, il codice neurale del pensiero". Ma i ricercatori sono andati oltre. Si sono chiesti se il classificatore "visivo" fosse capace di riconoscere la risposta cerebrale legata alla percezione uditiva di un'azione, quale il sentir bussare alla porta, rispetto ad un suono ambientale quale il cadere della pioggia in individui privi della vista fin dalla nascita e che, pertanto, non avevano alcuna esperienza 'visivà di azioni o scene ambientali. Come speravano, il classificatore è stato in grado di predire con buona accuratezza se un individuo, cieco dalla nascita, stesse ascoltando suoni di azioni oppure di rumori ambientali.

"Questo studio dimostra che la rappresentazione del mondo esterno, nel nostro cervello, è sottesa da un codice neurale astratto, che non dipende da una singola modalità sensoriale e che anzi si sviluppa identico anche in chi nasce privo della vista", spiega Pietrini. In altre parole, i non vedenti codificano ed elaborano la percezione uditiva di un'azione come se l'avessero 'vista'. "Con queste nuove metodologie di analisi dell'attività neurale in vivo  -  conclude Pietrini - stiamo iniziando letteralmente a "leggere" nella mente delle persone. La speranza - ormai non più solo fantasia - è che con la "lettura del pensiero" si possa arrivare a mettere a punto sofisticate interfacce cervello-computer che permettano alle persone con gravi disabilità di comandare dispositivi con la forza della mente".

Non è il primo lavoro in questa direzione: un altro prototipo, anche questo specificamente indirizzato a utilizzo sanitario, è stato messo a punto dopo 15 anni di lavoro del team di ricerca della Fondazione Santa Lucia IRCCS di Roma, grazie ai finanziamenti della Fondazione AriSLA e col contributo dell'Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica (AISLA), era stato definito la "macchina delle meraviglie", si chiama Brindisys e ha l'obiettivo di dare una maggiore qualità della vita ai malati di Sla.