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venerdì 13 marzo 2015



“Se vogliamo ottenere qualcosa dobbiamo osare, dobbiamo affrontare gli ostacoli che si presentano quotidianamente sulla nostra strada e che fanno parte della vita. Solo affrontandoli si impara. Dobbiamo essere audaci e rischiare. Gli ostacoli superati ci irrobustiscono e ci fanno crescere come esseri umani perché ci permettono di avvalorarci”.
“… prima di tutto è importante che impari a conoscerti e ad accettarti per quella che sei. Dovrai essere solamente te stessa, te stessa e nessun altro. Spesso costruiamo la nostra vita raccogliendo i pezzi dell’esistenza degli altri e cerchiamo di plasmarci su modelli che ci vengono imposti dall’esterno. E’ molto probabile che tua madre ti abbia influenzato… o tua nonna, o tua zia, un’amica o altre conoscenze…”
[...]

Tratto da: La profezia della curandera

venerdì 15 novembre 2013



IL VUOTO CHE DANZA

di H.W.L. Poonja

Rimani ciò che sei ovunque tu sei.
Se fai così, saprai immediatamente
di essere Quello che hai cercato
per milioni di anni.

Non c'è ricerca,
perchè si cerca solo qualcosa che si è perso.
ma quando niente è andato perduto
non ha senso
cercare qualcosa.

Qui semplicemente Stai Quieto.
Non formare nemmeno un pensiero nella mente.
Allara saprai
Chi sei realmente.

Per tre motivi la ricerca e la pratica
sono follie fuorvianti,
sono l'inganno della mente per posporre la libertà.

Il primo è che viene a crearsi un cercatore.
Ciò rafforza l'idea di un individuo sofferente
separato dalla libertà,
e che il Sè sia "altro" da Quello qui e ora.

Il secondo è la ricerca.
La ricerca è una diversione che causa il posporre
e provoca un'inutile, infinita sofferenza.
La ricerca fa il gioco delle religioni, delle tradizioni
e dei sentieri a cui ti invita ad aderire,
ma che servono solo a intrappolarti più profondamente nell'illusione.
La verità è soltanto qui e ora,
ma la ricerca afferma che è domani.

Il terzo motivo
è che la ricerca postula un oggetto da trovare,
e questa può essere la trappola più sottile e fuorviante.

Appena inizi una ricerca concettualizzi
ciò che stai cercando.
E poichè la natura della maya, illusione,
è tale che quello che pensi diventa reale,
qualunque cosa immagini come la meta, questa otterrai.
Non c'è alcun dubbio: quello che pensi, lo diventi!

Quindi, cercando, creerai e raggiungerai
appunto ciò che pensi di stare cercando!
Qualunque paradiso o elevato stato spirituale a cui aneli
lo otterrai dopo averlo concettualizzato e creato.
Allora ti placherai soddisfatto in questa trappola
pensando di aver raggiunto il "paradiso".

Questa libertà tagliata a tua misura è un castello in aria
che i tuoi pensieri e i tuoi condizionamenti
costruiscono sopra il Reale.

estratto da Il Vuoto che Danza di H.W.L. Poonja



ll Vuoto che danza - (libro)- è un'esposizione in forma poetica della filosofia dell'Advaita Vedanta, che racchiude in una formulazione unitaria il messaggio dei testi più antichi della saggezza indiana, I Veda. Questo profondo messaggio ci stimola a trovare la nostra vera natura (in termini sanscriti il Brahaman) al di là del corpo, delle emozioni e dei pensieri e di tutto l'organismo psicofisico con cui erroneamente ci identifichiamo. A trovare l'Immutabile oltre il mutevole, l'eterno oltre il mortale, la Felicità al di là del dolore.

lunedì 12 novembre 2012

Osho - Osservare la mente



 Si tramanda una storia bellissima, che amo molto...
Un giorno il Buddha stava attraversando una foresta. Era un afoso giorno d'estate e aveva molta sete; disse ad Ananda, il suo discepolo più vicino: «Ananda, torna indietro. Cinque o sei chilometri fa, abbiamo attraversato un ruscello. Porta un po' d'acqua, prendi la mia ciotola. Sono molto stanco e assetato».  Era invecchiato...
Ananda tornò indietro, ma quando raggiunse il ruscello erano passati alcuni carri che avevano reso fangosa l'acqua. Le foglie morte che giacevano sul fondo erano sulla superficie; non era più possibile berla, perché si era intorbidita. Egli tornò a mani vuote e disse: «Dovrai aspettare un po'; andrò più avanti. Ho sentito dire che due, tre chilometri più avanti c'è un grande fiume. Porterò l'acqua da là».
Ma il Buddha insisté: «Torna indietro e prendi l'acqua da quel ruscello».
Ananda non riusciva a capire la sua insistenza, ma se il Maestro diceva così, il discepolo doveva eseguire l'ordine. Sebbene vedesse l'assurdità della cosa - camminare ancora per cinque chilometri, nonostante l'acqua non si potesse bere - si mise in cammino. Mentre partiva, il Buddha gli disse: «Non tornare se l'acqua è ancora torbida. In quel caso, siediti sulla riva in silenzio. Non fare nulla, non entrare nel fiume. Siediti sulla riva in silenzio e osserva. Prima o poi l'acqua tornerà limpida, riempirai la ciotola e tornerai indietro».
Ananda andò e il Buddha aveva ragione: l'acqua era quasi pulita, le foglie se n'erano andate, il fango si era depositato; ma poiché non era ancora totalmente limpida, egli si sedette sulla riva a guardare il fiume scorrere. A poco a poco divenne chiaro come un cristallo. Allora tornò indietro danzando: aveva capito l'insistenza del Buddha. In ciò che era successo c'era un messaggio per lui, e l'aveva compreso. Diede l'acqua al Buddha e, ringraziandolo, gli toccò i piedi.
Il Buddha disse: «Che cosa stai facendo? Sono io che dovrei ringraziarti, poiché mi hai portato l'acqua».
Ananda rispose: «Adesso posso capire. Prima ero arrabbiato; non l'ho fatto vedere, ma lo ero perché pensavo fosse assurdo tornare indietro. Tuttavia, ora comprendo il messaggio: era davvero ciò di cui avevo bisogno in questo momento. Seduto sulla riva del fiume, ho capito che la stessa cosa accade con la mente. Se salto nel ruscello, lo sporcherò di nuovo. Se salto nella mente, si crea più rumore, cominciano a sorgere nuovi problemi. Seduto in disparte, ho imparato la tecnica.
«Adesso anche con la mente mi siederò in disparte, osservandola in tutti i suoi problemi, la sporcizia, le foglie morte, le ferite, i traumi, i ricordi, i desideri. Imperturbato, starò seduto sulla riva, aspettando il momento in cui tutto sarà limpido.»
Accade da sé, perché quando siedi sulla riva della mente, non le dai più energia. Questa è la meditazione autentica. La meditazione è l'arte della trascendenza.

martedì 9 ottobre 2012

“La ricerca interiore” di Hillman


“La ricerca interiore” di Hillman pubblicato nel 1967, solo da poco disponibile in lingua italiana, nasce da alcune conferenze, tenute su invito di sacerdoti interessati alla psicologia analitica e counseling pastorale. Nel suo sviluppo il testo ha preso un più ampio respiro, affrontando temi che sconfinano nella ricerca dell’anima, nella fede, nella sua realtà e nelle conseguenze di una connessione con la propria realtà psichica.

Nell’affrontare il discorso Hillman riprende la massima di Eraclito, “La via verso l’alto e la via verso il basso sono la stessa cosa”. Ciò stabilisce la via per l’anima e la sua ricerca interiore, ogni coscienza proietta luce e contemporaneamente crea un’ombra. In questo troviamo il più prezioso degli insegnamenti del nostro, si può discendere verso il basso e verso l’interno senza diventare cristiani. La ricerca interiore è ancor più una necessità oggi che siamo consapevoli di quanto sia sovra-determinata dai segni cristiani che indicano la direzione verso l’alto anche mentre discendiamo. Questo ultimo lavoro dell’autore segue sentimento e fantasia sostenendo che c’è tanto da scoprire nella riflessione, nell’intuizione, nell’immaginazione e nel sogno, da essere paragonabile a qualsiasi sperimentazione scientifica. Hillman ci lascia una lettura della ricerca in noi stessi a cavallo tra scientificità, spiritualità religiosa e una nuova immaginazione della psicologia e dei suoi obiettivi. E’ dalla ricerca interiore che inizia quel processo di sviluppo umano creativo che per tutta la vita viene inseguito, cercando di conoscerlo e comunicarlo.

Il libro si struttura in quattro capitoli che ripercorrono gli stadi fondamentali per la ricerca di se stessi:

1 entrare in terapia e in un rapporto di cura, come inizio di ricerca interiore.

2 riconoscere l’inconscio e la terapia Jounghiana, evoca temi religiosi.

3 lottare contro le ombre di ciò che è condannabile e del rimorso.

4 ampliare la recettività interiore, l’immaginazione e il sentimento, quello che la terapia Jounghiana chiama il femminile o anima.

Il punto di incontro tra psicologia e religione che in assoluto non può essere negato è l’anima, pur non essendo per entrambe il principale interesse. Per Hillman la prima cosa che il paziente, così come il parrocchiano, vuole dall’analista/sacerdote è di renderlo consapevole delle sue sofferenze, attirandolo nel suo mondo di esperienza. In questa lotta per la scoperta dell’anima, l’offensiva arriva dai teologi, visto che più diventa importante la persona interiore, tanto più il sacerdote si trova costretto ad entrare nella profondità della psiche, obbligandosi a rivolgere attenzione alla psicologia.

In questo passaggio le strade si dividono: il terapeuta fa della sua personale conoscenza dell’inconscio la base su cui poggiare la moralità della sua professionalità, abituata tutti i giorni a questo confronto.

Il counselor spirituale non forte di una certa professionalità in merito, deve fare affidamento alla sua moralità spingendosi ad un incontro personale con il proprio inconscio. Solo attraverso l’inconscio possiamo trovare l’anima, la luce di noi stessi. Non si può arrivare all’anima senza passare per l’ombra, la parte di noi che più ci ferisce e ci spaventa, capace di azioni deprecabili alla quale è difficile dare perdono. In questo ci viene in aiuto la terapia, un paradosso che richiede due assiomi:

1 il riconoscimento morale che queste parti sono gravose e devono cambiare.

2 L’amorevole accettazione che le prende così come sono.

Superata ed accettata l’ombra si è nella condizione di predisposizione per accogliere l’anima e il profondo di noi stessi. Anche in questo passaggio il nostro si affida a Joung, si può scoprire l’anima solo venendo in contatto con il femminile interiore di noi stessi. “La via per una più grande, forte e solida virilità passa attraverso l’intima associazione con la propria femminilità interiore…”, non possiamo evitare l’anima perché così non farà che diventare più ribelle, seduttiva ed esigente, l’anima accoglie e conosce Dio solo come donna, solo attraverso le donne, con l’intimità e il rapporto con esse si impara ad accettare il lato femminile di noi stessi.

Nel trattare l’anima e la spiritualità Hillman procede sulle orme di Joung pur non coincidendo totalmente: “L’anima è andata perduta e la si può ritrovare con la psicoterapia, la quale ha affinità con l’attività religiosa”. Il percorso di ricerca interiore, per la scoperta dell’anima è difficile in quanto, dalle parole dell’autore sembra agisca un meccanismo, la negazione, per cui probabilmente l’anima è a portata di mano, non è perduta, semplicemente noi non l’abbiamo notata.

In tal senso la “Ricerca interiore” è un saggio sul guardare nel posto sbagliato, cercare dentro noi stessi un movimento verso l’interno, presentato attraverso quattro regioni dell’interiorità.