METODO FEUERSTEIN: guardare oltre, al di là dei limiti... nella sfera delle possibilità.
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lunedì 9 giugno 2014
domenica 9 marzo 2014
La conoscenza relazionale implicita
IN RICORDO DI DANIEL STERN
Daniel Stern è stato uno dei massimi rappresentanti della
psicoanalisi e della psicoterapia contemporanea. Professore di Psichiatria
presso la Cornell University di New York e, poi, anche presso l’Università di
Ginevra, Stern ha orientato le sue più importanti ricerche allo studio delle
relazioni precoci madre-bambino (in quel filone che va sotto il nome di infant-research),
proponendo teorie rivoluzionarie non solo per la psicologia dello sviluppo, ma
per le stesse concezioni sul funzionamento della mente. Esse mettono, infatti,
in evidenza come sulla costruzione del mondo psichico del bambino giocano un
ruolo fondamentale non tanto le istanze pulsionali di cui aveva parlato Freud,
quanto, soprattutto, le relazioni interpersonali concretamente esperite con le
figure significative di riferimento, in particolare con la madre. L’apparato psichico,
ha, dunque, per Stern, una matrice essenzialmente intersoggettiva e lo stesso
funzionamento della mente è reso possibile dall’interazione con l’altro. Queste
ricerche, documentate da opere di grande rilievo scientifico quali Il mondo interpersonale
del bambino e La costellazione materna (pubblicate entrambe, in edizione
italiana, da Bollati Boringhieri), hanno avuto importanti implicazioni anche in
ambito clinico. La dimensione intersoggettiva ha, infatti, un ruolo essenziale
anche nel processo psicoterapeutico, perché solo se la relazione terapeutica diventa veicolo empatico di
sintonizzazione emozionale, essa è capace di produrre trasformazioni evolutive.
Le tecniche interpretative, basate abitualmente sul linguaggio verbale, da sole
non bastano: è necessario, per Stern, quel “qualcosa in più” (il “ something
more ”) che consiste in
una condivisione emotiva tra terapeuta e paziente, più facilmente attivata da
linguaggi impliciti, mediati dal corpo (la gestualità, la mimica, le tonalità vocali)
che permettono una circolazione affettiva e che costituiscono ciò che Stern chiama
la “conoscenza relazionale implicita”. I fattori che schiudono nuove
visioni di realtà e aprono soluzioni di cambiamento vanno ricercati proprio in
quei momenti (“now
moments”, come Stern li chiama nel suo libro Il momento presente , Ed. Cortina)
in cui si realizza un particolare incontro emozionale tra terapeuta e paziente.
Questa “conoscenza relazionale implicita”, attraverso cui non solo le menti si incontrano,
ma mente e corpo, infine, si ricongiungono è, per Stern, l’aspetto fondante
della intersoggettività. Queste ricerche cliniche sono state peraltro oggi chiaramente
confermate da altre importanti scoperte nel campo delle neuroscienze, tra cui
quella dei “neuroni specchio” (compiuta dal gruppo italiano
dell’Università di Parma, guidato da Rizzolatti e Gallese): la funzione di
“rispecchiamento” di questi neuroni documenta una sorta di predisposizione
neurobiologica dell’individuo umano alla intersoggettività. In un memorabile
Convegno tenuto a Cagliari nell’aprile 2011, per iniziativa dell’Istituto di
Psicoterapia Sistemica, IEFCOSTRE, l’incontro e il dialogo tra Stern e Gallese,
mise a confronto non solo due eminenti scienziati, ma anche due campi apparentemente
lontani come la psicoterapia e le neuroscienze, proponendo la possibilità di
una “nuova alleanza” tra essi, ed evidenziando la affascinante apertura
interdisciplinare delle teorie di Stern. Nell’incontro di Cagliari, Stern, ebbe anche occasione di
presentare le sue ultime ricerche sulle Forme vitali (è il titolo del
suo ultimo libro, Ed. Cortina), cioè sulle manifestazioni di base della vitalità, fondate, ancora una
volta, su atti motori e linguaggi impliciti, che si ritrovano ovunque, nella
vita quotidiana, nello sviluppo psicologico, nella psicoterapia e nelle
espressioni artistiche. E mi pare assolutamente suggestivo che
l’ampiezza di orizzonti che le teorie di Stern hanno saputo dischiudere, lo
abbiano alla fine condotto a esplorare l’ambito dell’arte e quella dimensione
creativa, di cui è stato luminoso esempio la sua vita stessa. Come tutti i
Maestri veramente grandi, Daniel Stern sapeva unire alla profondità di pensiero
e alla creatività intellettuale, toccanti qualità umane, che rendevano semplice
e caldo il rapporto con lui. Il mondo scientifico sente oggi un grande vuoto, e
riceve, al tempo stesso, l’eredità di un patrimonio culturale incancellabile. Ma
per chi ebbe, come me, la fortuna e il privilegio di conoscerlo, rimane soprattutto
il ricordo e l’immenso rimpianto per una persona di straordinaria umanità.
Luigi Onnis
venerdì 24 gennaio 2014
Psicologia e dintorni....la depressione anaclitica
Anaclitico
Dal greco anáklitos, steso indietro, supino. Relativo ad
anaclisis.
Nella letteratura psicanalitica, indica la situazione di
appoggio di un soggetto, per esempio il bambino, a un oggetto, per esempio la
madre. La depressione anaclitica,
descritta da R. Spitz, insorge nel bambino quando questi perde il rapporto con
la madre dopo un'iniziale relazione con lei di tipo anaclitico.
È infatti un termine
introdotto inizialmente da Freud per designare la relazione primitiva delle pulsioni
sessuali con le pulsioni di autoconservazione: le pulsioni sessuali, che
diventano indipendenti solo secondariamente, si appoggiano sulle funzioni
vitali che forniscono loro una fonte organica, una meta e un oggetto. E’ anaclitica
la scelta che cade su una persona che presenta somiglianze con i genitori o
persone dell'ambiente infantile.
La depressione anaclitica dell’infante
Casi studiati da Anna
Freud e da Burlingham, descrivono così le reazioni di diversi bambini piccoli
allontanati dall’ambiente familiare durante il Blitz di Londra:
Questi bambini se ne
stavano solitamente distesi o seduti, gli occhi aperti e lo sguardo fisso, il
viso irrigidito, immobile, e l’espressione assente, come in un torpore; erano
palesemente estranei alla realtà che li circondava.
Con il termine di DEPRESSIONE ANACLITICA, si vuole indicare
il bisogno che il bambino ha di “appoggiarsi su”, praticamente di posarsi sulla
presenza affettiva della madre.
L’Angoscia di separazione è un fattore predisponente se
non determinante delle sindromi depressive dell’adulto. La depressione, in
senso generale ma anche essenziale, produce acutamente quel senso di mancanza e
di vuoto che il soggetto ha già sperimentato nella separazione prematura, madre
- bambino.
Freud aveva segnalato l’importanza dell’angoscia di
separazione nel 1922, quale fattore di alto rischio per il lattante, anche
per la perdita della soddisfazione orale del bambino.
Le ripetute separazioni che si verificano prematuramente
nell’infanzia hanno come deleteria conseguenza quella di destabilizzare il
progredire dell’evoluzione psicoaffettiva riportando l’individuo
all’inquietante regressione della depressione anaclitica.
Non è neppure raro notare, a proposito di queste separazioni
affettive premature, una successiva comparsa di patologie borderline.
Si è inoltre notato che di là delle ospedalizzazioni, come
una depressione della madre o i suoi lutti non superati, vadano altrettanto a
incidere sulla reazione depressiva del neonato.
Altre forme depressive pare siano invece indipendenti dal
rapporto madre bambino; per esempio in casi di bambini affetti da malattie
fisiche (…).
Specialisti dell’infanzia hanno rilevato che dei bambini,
ancor prima dei sei mesi, manifestano espressioni di depressione quale viso
irrigidito, la scomparsa del sorriso e delle vocalizzazioni, con frequente
allontanamento dello sguardo. Bambini perfino mancanti di quei naturali
atteggiamenti che di solito assumono nel venir presi in braccio dalle persone a
loro care. Oltre i sei mesi, si sono verificati casi di profonda indifferenza,
bambini con uno sguardo stranamente fissante, di tenebrosa superficialità da
far scoraggiare la relazione affettuosa da parte dei propri genitori.
[Despinoy, p. 77].
Tali stati depressivi, negli infanti causano squilibri
psicosomatici quali malattie laringo-faringee o seri disturbi digestivi.
Il persistere di tale depressione, nel bambino piccolo, fa
progredire psicosomatizzazioni che danno causa a comportamenti vuoti, stati di
disorganizzazione strutturale che esprimono il loro vuoto di pensiero;
producono condotte prive di affettività accompagnate da episodi di iperattività
con carenza emozionale. A questo punto è perfino problematico, se non
impossibile in alcuni casi, risalire alle cause dello stato depressivo
originario.
Si tratta di sintomatologie, appunto, complesse che
invalidano tutta la sfera emotiva relazionale che dalla depressione precoce può
sconfinare fin nei primi segni dell’autismo.
La diagnosi di autismo, infatti, viene spesso diagnosticata
in ritardo. Questo anche perché i segni inquietanti dell’autismo (verso la fine
del primo anno di vita) vengono sottovalutati in quanto si manifestano in forme
abbastanza moderate.
Frequenti sono anche i disturbi del sonno, tra cui
impressionanti insonnie di tipo calmo: il bambino lascia gli occhi aperti senza
manifestare nulla. Altre volte invece presentano un’insonnia con pianti e urla.
Malgrado tutta questa preoccupante sintomatologia riportata è
in genere prevalentemente indiziaria, non si tratta già di una malattia
ineluttabile purché tali segni siano sotto controllo e non si mantenga una
condotta attendista. Tutto ciò richiede delle consultazioni mediche specialistiche
della madre assieme al bambino e l’instaurazione di un’adeguata terapia medica
e psicoterapeutica.
Nell’adulto il malessere melanconico [depressione] come
visto, persiste dalle esperienze di relazioni infantili negative. Se si manifesta per la prima volta in età
adulta assume sempre, come nel bambino, uno stato mentale di perdita
irrimediabile e di vuoto.
Questo malessere può esprimersi anche attraverso due fasi
opposte [disturbo bipolare]: episodi di profonda prostrazione, tristezza si
alternano a periodi maniacali.
In questa esposizione, per semplificare la complessità del
tema in questione e per comprendere meglio la psicodinamica che caratterizza la
depressione in generale, vengono scelte due tipologie particolari della
depressione: quelle psicogene, ossia prive di disfunzioni organiche, e quelle
reattive (semplici) dette così perché sono stati d’animo causati da perdite
oggettuali.
In entrambi i casi si tratta di una sofferenza inerente a
proprie perdite affettive, anche se va specificato che tali perdite possono
essere reali o immaginarie.
Ci sono poi le depressioni reattive complesse che in genere
sono quasi sempre psicogene e si rapportano a tutte quelle complicanze delle
sintomatologie psiconevrotiche,attinenti al sapere psicoanalitico.
Sono seguite, dunque, con particolare accortezza poiché la
depressione nevrotica può portare fino al suicidio. Stati depressivi di questo
tipo coesistono alla sfera delle motivazioni inconsce, legate inesorabilmente
alle disfunzioni dello sviluppo psico affettivo infantile del depresso.
(Da Associazione Europea di Psicanalisi)
giovedì 23 gennaio 2014
Psicologia e dintorni... Disturbi di personalità
Che cos’è il disturbo Paranoide
Il disturbo paranoide di personalità è un disturbo di
personalità caratterizzato dalla tendenza, persistente ed ingiustificata, a
percepire e interpretare le intenzioni, le parole e le azioni degli altri come
malevole, umilianti o minacciose. Il mondo è vissuto come ostile e guardato
sempre, nei contesti più vari, con diffidenza e sospettosità, con conseguente
“obbligatoria predilezione” per uno stile di vita solitario. Sfiducia e
sospettosità portano le persone che soffrono di questo disturbo ad avere un atteggiamento
ipervigilante (ricercano segnali di minaccia, di falsità e di significati
sottostanti nelle parole e nelle azioni altrui), ad agire in modo cauto e
guardingo, ad apparire “fredde” e prive di sentimenti; questi soggetti sono,
inoltre, eccessivamente permalosi, polemici, ostinati e sempre pronti a
contrattaccare quando credono di essere criticati o maltrattati.
Questa patologia colpisce lo 0,5-2,5% della popolazione, con
una maggiore incidenza tra le minoranze etniche e gli immigrati. Si presenta
più frequentemente negli uomini.
Come si manifesta
La sensazione prevalente, praticamente costante, nelle
persone che presentano il disturbo paranoide, è quella di minaccia, pericolo,
aggressione. Ne conseguono uno stato di allerta e di tensione fisica
insopportabili. Tipicamente le persone con disturbo paranoie di personalità,
infatti, presentano pensieri del tipo: “Non si può mai abbassare la guardia!”,
“Appena ti rilassi sono pronti a fregarti!”. A volte la sensazione interna
assume una diversa sfumatura, quella della derisione, e gli altri, più che
pericolosi, sono percepiti come sprezzanti o provocatori.
La reazione emotiva e, quindi, il conseguente comportamento
variano:
quando la
convinzione è di essere, ingiustamente, vittime di un mondo ostile e umiliante
prevarranno rabbia, risentimento o irritazione e la tendenza sarà quella di
reagire attaccando e aggredendo;
quando, invece, la
sensazione che si vive è quella dolorosa di essere escluso, in quanto non
voluto, di essere emarginato dal gruppo, prevarranno ansia, tristezza, senso di
solitudine e astenia,con la conseguente tendenza ad isolarsi, a ritirarsi dal
mondo.
Gli individui con
questo disturbo possono essere anche morbosamente gelosi e sospettare, senza
reali motivi, che il coniuge o il partner sia infedele.
Questi soggetti presentano, inoltre, due importanti
difficoltà che si rinforzano reciprocamente. La prima è rappresentata
dall’incapacità di porsi nella prospettiva dell’altro, di distinguere il
proprio punto di vista da quello altrui; l’altra è la difficoltà a distinguere
tra mondo esterno (realtà obiettiva) e mondo interiore (proprie sensazioni e
idee). La sensazione pervasiva di minaccia, ad esempio, non viene mai
considerata come un vissuto soggettivo, una fantasia o un’ipotesi, ma come un
dato di realtà assoluto e certo.
Spesso le persone con questo disturbo sentono di non avere
capacità sufficienti per gestire determinate situazioni e provano quindi un
senso di costrizione da parte del mondo esterno rispetto alle loro scelte.
Come capire se si soffre di disturbo paranoide di personalità
Chi soffre di questo disturbo è, o spesso gli dicono di
essere, eccessivamente permaloso o geloso e soprattutto sempre sospettoso, sul
“chi va là”. Gli altri non ispirano quasi mai fiducia. La persona con disturbo
paranoide, infatti, pensa che c’è sempre “sotto c’è una fregatura” e si aspetta
di essere in qualche modo danneggiato, sfruttato o umiliato. In genere
preferisce limitare i contatti con gli altri e tende ad isolarsi e a condurre,
anche se con sofferenza, uno stile di vita solitario. Può alternare dei periodi
in cui prevale l’ansia e la tensione, a periodi più rabbiosi e rancorosi o
anche stati di depressione e abbattimento; quello che è certo è che non conduce
una vita serena, ma prevale comunque uno stato di sofferenza ed una difficoltà
a “vivere bene nel mondo, con gli altri”.
Alcuni di questi sintomi, tuttavia, si possono ritrovare
anche in altre patologie, è quindi in genere necessario rivolgersi a persone
competenti che possano fare una diagnosi seria ed accurata. Alcuni esempi:
spesso nel disturbo paranoide troviamo sintomi ansiosi e/o depressivi che
potrebbero farci pensare a disturbi d’ansia o a un disturbo dell’umore(disturbo
bipolare e depressione); l’eccessiva sospettosità caratterizza, inoltre, anche
il disturbo borderline di personalità e le idee di riferimento caratterizzano
anche i disturbi deliranti e la schizofrenia; il ritiro sociale, infine, è
presente sempre nel disturbo schizoide.
Cause
Non esistono,per questa patologia, delle cause certe e
specifiche. Tra i possibili fattori di rischio sembrano essere coinvolti:
fattori temperamentali, caratteristiche familiari e, spesso, trasferimenti di
città o di nazione.
L’esordio avviene in adolescenza o prima età adulta anche se
raramente il soggetto giunge all’osservazione di un terapeuta prima dei 30-40
anni.
Conseguenze
Diffidenza e sospettosità portano il soggetto ad avere
atteggiamenti e comportamenti che causano numerosi problemi. La modalità di
interazione spesso controllante, aggressiva e sospettosa, ad esempio, non
incoraggia certo gli altri ad approcci gentili e amichevoli, ma al contrario,
suscita nelle altre persone proprio il comportamento ostile o l’allontanamento
temuti dal paranoico; la persona con questo disturbo si conferma in questo modo
la “correttezza dell’approccio paranoide alla vita”.
Purtroppo nel tempo questo disturbo può causare problemi
lavorativi, coniugali, relazionali e, in alcuni casi, può portare ad un
isolamento che peggiora e rinforza il disturbo stesso.
Differenti tipi di trattamento
In genere le persone che soffrono di questo disturbo non
cercano spontaneamente aiuto, ma sono spesso i parenti ad insistere per diverse
motivazioni, tra le quali più frequentemente uno stato depressivo del soggetto,
un suo progressivo isolamento sociale o problemi relativi a comportamenti
rabbiosi e aggressivi.
La psicoterapia è sicuramente il trattamento di scelta, in
particolare una psicoterapia cognitiva individuale a lungo termine, anche se
difficile da impostare perché la sfiducia e la sospettosità dei soggetti con
disturbo paranoide si estendono a coinvolgere anche la figura del terapeuta.
Gli aspetti di trattamento più comportamentali possono essere usati, con buoni
risultati, per migliorare le capacità sociali e diminuire la sospettosità.
La terapia farmacologica può essere introdotta, come supporto
alla psicoterapia, se il paziente presenta sintomi che interferiscono con il
funzionamento quotidiano e/o sociale e sempre in presenza di ideazione
suicidaria (quindi sia nelle condizioni di abbattimento che di aggressività).
In genere si tende ad utilizzare i regolatori dell’umore in monoterapia, quando
non vi sono tematiche deliranti, in associazione con antipsicotici di seconda
generazione in presenza di deliri, comportamenti bizzarri e idee suicidarie.
Il trattamento metacognitivo-interpersonale
Nell’ambito dello sviluppo della terapia cognitiva sono
studiati diversi programmi di psicoterapia per la cura dei disturbi di
personalità.
Presso il Terzo Centro di Psicoterapia Cognitiva di Roma è
stato messo a punto un modello di trattamento metacognitivo-interpersonale
specifico per il disturbo paranoide di personalità. Questo tipo di trattamento
è volto ad individuare non solo i comportamenti disfunzionali, ma anche il
tessuto di cognizioni, gli aspetti affettivi e le strategie che caratterizzano
il disturbo; in altre parole, il
paziente è allenato a riconoscere e identificare quali emozioni prova, come
pensa, agisce e fronteggia i problemi.
L’obiettivo finale è quello di migliorare la qualità di vita
della persona, rispettando le sue esigenze e le sue priorità. Per raggiungere
tale obiettivo è indispensabile creare, fin dalle prime sedute, le condizioni
per stabilire un buon rapporto terapeutico; il terapeuta eviterà, infatti, il
coinvolgimento in dinamiche relazionali patologiche, accordandosi sugli scopi e
gli obiettivi del lavoro terapeutico.
Più specificatamente il trattamento si basa, in un primo
momento, sul riconoscimento degli stati d’animo che sono tipici dalla persona
con questo disturbo; in altre parole si aiuta il paziente a riconoscere, ad
esempio, lo stato di minaccia, pericolo o derisione, a cui seguono emozioni
quali ansia, tensione, rabbia, oppure lo stato in cui sente di essere stato
escluso dagli altri, a cui, invece, seguono tristezza ed isolamento.
Grazie alla presa di consapevolezza e alla maggiore
conoscenza di questi e altri stati d’animo è possibile, in un secondo momento,
lavorare per migliorare le due importanti difficoltà che tipicamente presentano
i soggetti con questo disturbo: l’incapacità di porsi nella prospettiva
dell’altro e la difficoltà di distinguere tra mondo esterno e mondo interiore.
Questo è uno degli aspetti più importanti del trattamento ed è fondamentale per
regolare lo stato interno del soggetto e le sue relazioni. Per insegnargli a
porsi nella prospettiva dell’altro, ad esempio, si guida la persona ad “osservare i processi mentali” del
terapeuta; quest’ultimo, infatti, illustra ed esplicita al paziente cosa pensa
in un dato momento, come arriva a determinate conclusioni e quali elementi
prende in considerazione per formarsi delle convinzioni. Il terapeuta, inoltre,
mostra in vivo quanto questa difficoltà occupa la mente del soggetto e quanto
gli condiziona la vita e le relazioni.
Un’ulteriore parte del trattamento, infine, è costituito
dalla messa in discussione delle interpretazioni disfunzionali del paziente
riguardo al comportamento e alle intenzioni degli altri, attraverso la formulazione di ipotesi
alternative alle sue convinzioni. In altre parole il paziente viene allenato a
fornire nuove interpretazioni delle situazioni, dei comportamenti e dei
pensieri degli altri. Questo permette al soggetto di migliorare le sue
difficoltà ed acquistare nuovi strumenti per verificare l’attendibilità delle
sue interpretazioni e ipotesi.
La psicoterapia, dunque, non solo mirerà a costruire delle
strategie utili e adeguate per affrontare e gestire gli stati interni e le
difficoltà di cui abbiamo parlato, ma permetterà al paziente di migliorare
funzionamento sociale e relazionali interpersonali.
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