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domenica 9 marzo 2014

La conoscenza relazionale implicita



IN RICORDO DI DANIEL STERN 

Daniel Stern è stato uno dei massimi rappresentanti della psicoanalisi e della psicoterapia contemporanea. Professore di Psichiatria presso la Cornell University di New York e, poi, anche presso l’Università di Ginevra, Stern ha orientato le sue più importanti ricerche allo studio delle relazioni precoci madre-bambino (in quel filone che va sotto il nome di infant-research), proponendo teorie rivoluzionarie non solo per la psicologia dello sviluppo, ma per le stesse concezioni sul funzionamento della mente. Esse mettono, infatti, in evidenza come sulla costruzione del mondo psichico del bambino giocano un ruolo fondamentale non tanto le istanze pulsionali di cui aveva parlato Freud, quanto, soprattutto, le relazioni interpersonali concretamente esperite con le figure significative di riferimento, in particolare con la madre. L’apparato psichico, ha, dunque, per Stern, una matrice essenzialmente intersoggettiva e lo stesso funzionamento della mente è reso possibile dall’interazione con l’altro. Queste ricerche, documentate da opere di grande rilievo scientifico quali Il mondo interpersonale del bambino e La costellazione materna (pubblicate entrambe, in edizione italiana, da Bollati Boringhieri), hanno avuto importanti implicazioni anche in ambito clinico. La dimensione intersoggettiva ha, infatti, un ruolo essenziale anche nel processo psicoterapeutico, perché solo se la relazione terapeutica diventa veicolo empatico di sintonizzazione emozionale, essa è capace di produrre trasformazioni evolutive. Le tecniche interpretative, basate abitualmente sul linguaggio verbale, da sole non bastano: è necessario, per Stern, quel “qualcosa in più” (il “ something more ”) che consiste in una condivisione emotiva tra terapeuta e paziente, più facilmente attivata da linguaggi impliciti, mediati dal corpo (la gestualità, la mimica, le tonalità vocali) che permettono una circolazione affettiva e che costituiscono ciò che Stern chiama la “conoscenza relazionale implicita”. I fattori che schiudono nuove visioni di realtà e aprono soluzioni di cambiamento vanno ricercati proprio in quei momenti (“now moments”, come Stern li chiama nel suo libro Il momento presente , Ed. Cortina) in cui si realizza un particolare incontro emozionale tra terapeuta e paziente. Questa “conoscenza relazionale implicita”, attraverso cui non solo le menti si incontrano, ma mente e corpo, infine, si ricongiungono è, per Stern, l’aspetto fondante della intersoggettività. Queste ricerche cliniche sono state peraltro oggi chiaramente confermate da altre importanti scoperte nel campo delle neuroscienze, tra cui quella dei “neuroni specchio” (compiuta dal gruppo italiano dell’Università di Parma, guidato da Rizzolatti e Gallese): la funzione di “rispecchiamento” di questi neuroni documenta una sorta di predisposizione neurobiologica dell’individuo umano alla intersoggettività. In un memorabile Convegno tenuto a Cagliari nell’aprile 2011, per iniziativa dell’Istituto di Psicoterapia Sistemica, IEFCOSTRE, l’incontro e il dialogo tra Stern e Gallese, mise a confronto non solo due eminenti scienziati, ma anche due campi apparentemente lontani come la psicoterapia e le neuroscienze, proponendo la possibilità di una “nuova alleanza” tra essi, ed evidenziando la affascinante apertura interdisciplinare delle teorie di Stern. Nell’incontro di Cagliari, Stern, ebbe anche occasione di presentare le sue ultime ricerche sulle Forme vitali (è il titolo del suo ultimo libro, Ed. Cortina), cioè sulle manifestazioni di base della vitalità, fondate, ancora una volta, su atti motori e linguaggi impliciti, che si ritrovano ovunque, nella vita quotidiana, nello sviluppo psicologico, nella psicoterapia e nelle espressioni artistiche. E mi pare assolutamente suggestivo che l’ampiezza di orizzonti che le teorie di Stern hanno saputo dischiudere, lo abbiano alla fine condotto a esplorare l’ambito dell’arte e quella dimensione creativa, di cui è stato luminoso esempio la sua vita stessa. Come tutti i Maestri veramente grandi, Daniel Stern sapeva unire alla profondità di pensiero e alla creatività intellettuale, toccanti qualità umane, che rendevano semplice e caldo il rapporto con lui. Il mondo scientifico sente oggi un grande vuoto, e riceve, al tempo stesso, l’eredità di un patrimonio culturale incancellabile. Ma per chi ebbe, come me, la fortuna e il privilegio di conoscerlo, rimane soprattutto il ricordo e l’immenso rimpianto per una persona di straordinaria umanità.
Luigi Onnis


venerdì 24 gennaio 2014

Psicologia e dintorni....la depressione anaclitica



Anaclitico

Dal greco anáklitos, steso indietro, supino. Relativo ad anaclisis.
Nella letteratura psicanalitica, indica la situazione di appoggio di un soggetto, per esempio il bambino, a un oggetto, per esempio la madre. La depressione      anaclitica, descritta da R. Spitz, insorge nel bambino quando questi perde il rapporto con la madre dopo un'iniziale relazione con lei di tipo anaclitico.
 È infatti un termine introdotto inizialmente da Freud per designare la relazione primitiva delle pulsioni sessuali con le pulsioni di autoconservazione: le pulsioni sessuali, che diventano indipendenti solo secondariamente, si appoggiano sulle funzioni vitali che forniscono loro una fonte organica, una meta e un oggetto. E’ anaclitica la scelta che cade su una persona che presenta somiglianze con i genitori o persone dell'ambiente infantile.




La depressione anaclitica dell’infante

 Casi studiati da Anna Freud e da Burlingham, descrivono così le reazioni di diversi bambini piccoli allontanati dall’ambiente familiare durante il Blitz di Londra:

 Questi bambini se ne stavano solitamente distesi o seduti, gli occhi aperti e lo sguardo fisso, il viso irrigidito, immobile, e l’espressione assente, come in un torpore; erano palesemente estranei alla realtà che li circondava.

Con il termine di DEPRESSIONE ANACLITICA, si vuole indicare il bisogno che il bambino ha di “appoggiarsi su”, praticamente di posarsi sulla presenza affettiva della madre.

L’Angoscia di separazione è un fattore predisponente se non determinante delle sindromi depressive dell’adulto. La depressione, in senso generale ma anche essenziale, produce acutamente quel senso di mancanza e di vuoto che il soggetto ha già sperimentato nella separazione prematura, madre - bambino.

Freud aveva segnalato l’importanza dell’angoscia di separazione nel 1922, quale fattore di alto rischio per il lattante, anche per la perdita della soddisfazione orale del bambino.

Le ripetute separazioni che si verificano prematuramente nell’infanzia hanno come deleteria conseguenza quella di destabilizzare il progredire dell’evoluzione psicoaffettiva riportando l’individuo all’inquietante regressione della depressione anaclitica.

Non è neppure raro notare, a proposito di queste separazioni affettive premature, una successiva comparsa di patologie borderline.

Si è inoltre notato che di là delle ospedalizzazioni, come una depressione della madre o i suoi lutti non superati, vadano altrettanto a incidere sulla reazione depressiva del neonato.

Altre forme depressive pare siano invece indipendenti dal rapporto madre bambino; per esempio in casi di bambini affetti da malattie fisiche (…).

Specialisti dell’infanzia hanno rilevato che dei bambini, ancor prima dei sei mesi, manifestano espressioni di depressione quale viso irrigidito, la scomparsa del sorriso e delle vocalizzazioni, con frequente allontanamento dello sguardo. Bambini perfino mancanti di quei naturali atteggiamenti che di solito assumono nel venir presi in braccio dalle persone a loro care. Oltre i sei mesi, si sono verificati casi di profonda indifferenza, bambini con uno sguardo stranamente fissante, di tenebrosa superficialità da far scoraggiare la relazione affettuosa da parte dei propri genitori. [Despinoy, p. 77].

Tali stati depressivi, negli infanti causano squilibri psicosomatici quali malattie laringo-faringee o seri disturbi digestivi.

Il persistere di tale depressione, nel bambino piccolo, fa progredire psicosomatizzazioni che danno causa a comportamenti vuoti, stati di disorganizzazione strutturale che esprimono il loro vuoto di pensiero; producono condotte prive di affettività accompagnate da episodi di iperattività con carenza emozionale. A questo punto è perfino problematico, se non impossibile in alcuni casi, risalire alle cause dello stato depressivo originario.

Si tratta di sintomatologie, appunto, complesse che invalidano tutta la sfera emotiva relazionale che dalla depressione precoce può sconfinare fin nei primi segni dell’autismo.

La diagnosi di autismo, infatti, viene spesso diagnosticata in ritardo. Questo anche perché i segni inquietanti dell’autismo (verso la fine del primo anno di vita) vengono sottovalutati in quanto si manifestano in forme abbastanza moderate.

Frequenti sono anche i disturbi del sonno, tra cui impressionanti insonnie di tipo calmo: il bambino lascia gli occhi aperti senza manifestare nulla. Altre volte invece presentano un’insonnia con pianti e urla.

Malgrado tutta questa preoccupante sintomatologia riportata è in genere prevalentemente indiziaria, non si tratta già di una malattia ineluttabile purché tali segni siano sotto controllo e non si mantenga una condotta attendista. Tutto ciò richiede delle consultazioni mediche specialistiche della madre assieme al bambino e l’instaurazione di un’adeguata terapia medica e psicoterapeutica.

Nell’adulto il malessere melanconico [depressione] come visto, persiste dalle esperienze di relazioni infantili negative.  Se si manifesta per la prima volta in età adulta assume sempre, come nel bambino, uno stato mentale di perdita irrimediabile e di vuoto.

Questo malessere può esprimersi anche attraverso due fasi opposte [disturbo bipolare]: episodi di profonda prostrazione, tristezza si alternano a periodi maniacali.

In questa esposizione, per semplificare la complessità del tema in questione e per comprendere meglio la psicodinamica che caratterizza la depressione in generale, vengono scelte due tipologie particolari della depressione: quelle psicogene, ossia prive di disfunzioni organiche, e quelle reattive (semplici) dette così perché sono stati d’animo causati da perdite oggettuali.

In entrambi i casi si tratta di una sofferenza inerente a proprie perdite affettive, anche se va specificato che tali perdite possono essere reali o immaginarie.

Ci sono poi le depressioni reattive complesse che in genere sono quasi sempre psicogene e si rapportano a tutte quelle complicanze delle sintomatologie psiconevrotiche,attinenti al sapere psicoanalitico.

Sono seguite, dunque, con particolare accortezza poiché la depressione nevrotica può portare fino al suicidio. Stati depressivi di questo tipo coesistono alla sfera delle motivazioni inconsce, legate inesorabilmente alle disfunzioni dello sviluppo psico affettivo infantile del depresso.
(Da Associazione Europea di Psicanalisi)




giovedì 23 gennaio 2014

Psicologia e dintorni... Disturbi di personalità


Che cos’è il disturbo Paranoide

Il disturbo paranoide di personalità è un disturbo di personalità caratterizzato dalla tendenza, persistente ed ingiustificata, a percepire e interpretare le intenzioni, le parole e le azioni degli altri come malevole, umilianti o minacciose. Il mondo è vissuto come ostile e guardato sempre, nei contesti più vari, con diffidenza e sospettosità, con conseguente “obbligatoria predilezione” per uno stile di vita solitario. Sfiducia e sospettosità portano le persone che soffrono di questo disturbo ad avere un atteggiamento ipervigilante (ricercano segnali di minaccia, di falsità e di significati sottostanti nelle parole e nelle azioni altrui), ad agire in modo cauto e guardingo, ad apparire “fredde” e prive di sentimenti; questi soggetti sono, inoltre, eccessivamente permalosi, polemici, ostinati e sempre pronti a contrattaccare quando credono di essere criticati o maltrattati.
Questa patologia colpisce lo 0,5-2,5% della popolazione, con una maggiore incidenza tra le minoranze etniche e gli immigrati. Si presenta più frequentemente negli uomini.


Come si manifesta

La sensazione prevalente, praticamente costante, nelle persone che presentano il disturbo paranoide, è quella di minaccia, pericolo, aggressione. Ne conseguono uno stato di allerta e di tensione fisica insopportabili. Tipicamente le persone con disturbo paranoie di personalità, infatti, presentano pensieri del tipo: “Non si può mai abbassare la guardia!”, “Appena ti rilassi sono pronti a fregarti!”. A volte la sensazione interna assume una diversa sfumatura, quella della derisione, e gli altri, più che pericolosi, sono percepiti come sprezzanti o provocatori.
La reazione emotiva e, quindi, il conseguente comportamento variano:

    quando la convinzione è di essere, ingiustamente, vittime di un mondo ostile e umiliante prevarranno rabbia, risentimento o irritazione e la tendenza sarà quella di reagire attaccando e aggredendo;
    quando, invece, la sensazione che si vive è quella dolorosa di essere escluso, in quanto non voluto, di essere emarginato dal gruppo, prevarranno ansia, tristezza, senso di solitudine e astenia,con la conseguente tendenza ad isolarsi, a ritirarsi dal mondo.
    Gli individui con questo disturbo possono essere anche morbosamente gelosi e sospettare, senza reali motivi, che il coniuge o il partner sia infedele.

Questi soggetti presentano, inoltre, due importanti difficoltà che si rinforzano reciprocamente. La prima è rappresentata dall’incapacità di porsi nella prospettiva dell’altro, di distinguere il proprio punto di vista da quello altrui; l’altra è la difficoltà a distinguere tra mondo esterno (realtà obiettiva) e mondo interiore (proprie sensazioni e idee). La sensazione pervasiva di minaccia, ad esempio, non viene mai considerata come un vissuto soggettivo, una fantasia o un’ipotesi, ma come un dato di realtà assoluto e certo.
Spesso le persone con questo disturbo sentono di non avere capacità sufficienti per gestire determinate situazioni e provano quindi un senso di costrizione da parte del mondo esterno rispetto alle loro scelte.



Come capire se si soffre di disturbo paranoide di personalità

Chi soffre di questo disturbo è, o spesso gli dicono di essere, eccessivamente permaloso o geloso e soprattutto sempre sospettoso, sul “chi va là”. Gli altri non ispirano quasi mai fiducia. La persona con disturbo paranoide, infatti, pensa che c’è sempre “sotto c’è una fregatura” e si aspetta di essere in qualche modo danneggiato, sfruttato o umiliato. In genere preferisce limitare i contatti con gli altri e tende ad isolarsi e a condurre, anche se con sofferenza, uno stile di vita solitario. Può alternare dei periodi in cui prevale l’ansia e la tensione, a periodi più rabbiosi e rancorosi o anche stati di depressione e abbattimento; quello che è certo è che non conduce una vita serena, ma prevale comunque uno stato di sofferenza ed una difficoltà a “vivere bene nel mondo, con gli altri”.
Alcuni di questi sintomi, tuttavia, si possono ritrovare anche in altre patologie, è quindi in genere necessario rivolgersi a persone competenti che possano fare una diagnosi seria ed accurata. Alcuni esempi: spesso nel disturbo paranoide troviamo sintomi ansiosi e/o depressivi che potrebbero farci pensare a disturbi d’ansia o a un disturbo dell’umore(disturbo bipolare e depressione); l’eccessiva sospettosità caratterizza, inoltre, anche il disturbo borderline di personalità e le idee di riferimento caratterizzano anche i disturbi deliranti e la schizofrenia; il ritiro sociale, infine, è presente sempre nel disturbo schizoide.


Cause

Non esistono,per questa patologia, delle cause certe e specifiche. Tra i possibili fattori di rischio sembrano essere coinvolti: fattori temperamentali, caratteristiche familiari e, spesso, trasferimenti di città o di nazione.
L’esordio avviene in adolescenza o prima età adulta anche se raramente il soggetto giunge all’osservazione di un terapeuta prima dei 30-40 anni.


Conseguenze

Diffidenza e sospettosità portano il soggetto ad avere atteggiamenti e comportamenti che causano numerosi problemi. La modalità di interazione spesso controllante, aggressiva e sospettosa, ad esempio, non incoraggia certo gli altri ad approcci gentili e amichevoli, ma al contrario, suscita nelle altre persone proprio il comportamento ostile o l’allontanamento temuti dal paranoico; la persona con questo disturbo si conferma in questo modo la “correttezza dell’approccio paranoide alla vita”.
Purtroppo nel tempo questo disturbo può causare problemi lavorativi, coniugali, relazionali e, in alcuni casi, può portare ad un isolamento che peggiora e rinforza il disturbo stesso.


Differenti tipi di trattamento

In genere le persone che soffrono di questo disturbo non cercano spontaneamente aiuto, ma sono spesso i parenti ad insistere per diverse motivazioni, tra le quali più frequentemente uno stato depressivo del soggetto, un suo progressivo isolamento sociale o problemi relativi a comportamenti rabbiosi e aggressivi.
La psicoterapia è sicuramente il trattamento di scelta, in particolare una psicoterapia cognitiva individuale a lungo termine, anche se difficile da impostare perché la sfiducia e la sospettosità dei soggetti con disturbo paranoide si estendono a coinvolgere anche la figura del terapeuta. Gli aspetti di trattamento più comportamentali possono essere usati, con buoni risultati, per migliorare le capacità sociali e diminuire la sospettosità.
La terapia farmacologica può essere introdotta, come supporto alla psicoterapia, se il paziente presenta sintomi che interferiscono con il funzionamento quotidiano e/o sociale e sempre in presenza di ideazione suicidaria (quindi sia nelle condizioni di abbattimento che di aggressività). In genere si tende ad utilizzare i regolatori dell’umore in monoterapia, quando non vi sono tematiche deliranti, in associazione con antipsicotici di seconda generazione in presenza di deliri, comportamenti bizzarri e idee suicidarie.


Il trattamento metacognitivo-interpersonale

Nell’ambito dello sviluppo della terapia cognitiva sono studiati diversi programmi di psicoterapia per la cura dei disturbi di personalità.
Presso il Terzo Centro di Psicoterapia Cognitiva di Roma è stato messo a punto un modello di trattamento metacognitivo-interpersonale specifico per il disturbo paranoide di personalità. Questo tipo di trattamento è volto ad individuare non solo i comportamenti disfunzionali, ma anche il tessuto di cognizioni, gli aspetti affettivi e le strategie che caratterizzano il disturbo; in altre parole,  il paziente è allenato a riconoscere e identificare quali emozioni prova, come pensa, agisce e fronteggia i problemi.
L’obiettivo finale è quello di migliorare la qualità di vita della persona, rispettando le sue esigenze e le sue priorità. Per raggiungere tale obiettivo è indispensabile creare, fin dalle prime sedute, le condizioni per stabilire un buon rapporto terapeutico; il terapeuta eviterà, infatti, il coinvolgimento in dinamiche relazionali patologiche, accordandosi sugli scopi e gli obiettivi del lavoro terapeutico.
Più specificatamente il trattamento si basa, in un primo momento, sul riconoscimento degli stati d’animo che sono tipici dalla persona con questo disturbo; in altre parole si aiuta il paziente a riconoscere, ad esempio, lo stato di minaccia, pericolo o derisione, a cui seguono emozioni quali ansia, tensione, rabbia, oppure lo stato in cui sente di essere stato escluso dagli altri, a cui, invece, seguono tristezza ed isolamento.
Grazie alla presa di consapevolezza e alla maggiore conoscenza di questi e altri stati d’animo è possibile, in un secondo momento, lavorare per migliorare le due importanti difficoltà che tipicamente presentano i soggetti con questo disturbo: l’incapacità di porsi nella prospettiva dell’altro e la difficoltà di distinguere tra mondo esterno e mondo interiore. Questo è uno degli aspetti più importanti del trattamento ed è fondamentale per regolare lo stato interno del soggetto e le sue relazioni. Per insegnargli a porsi nella prospettiva dell’altro, ad esempio, si guida la persona  ad “osservare i processi mentali” del terapeuta; quest’ultimo, infatti, illustra ed esplicita al paziente cosa pensa in un dato momento, come arriva a determinate conclusioni e quali elementi prende in considerazione per formarsi delle convinzioni. Il terapeuta, inoltre, mostra in vivo quanto questa difficoltà occupa la mente del soggetto e quanto gli condiziona la vita e le relazioni.
Un’ulteriore parte del trattamento, infine, è costituito dalla messa in discussione delle interpretazioni disfunzionali del paziente riguardo al comportamento e alle intenzioni degli altri,  attraverso la formulazione di ipotesi alternative alle sue convinzioni. In altre parole il paziente viene allenato a fornire nuove interpretazioni delle situazioni, dei comportamenti e dei pensieri degli altri. Questo permette al soggetto di migliorare le sue difficoltà ed acquistare nuovi strumenti per verificare l’attendibilità delle sue interpretazioni e ipotesi.
La psicoterapia, dunque, non solo mirerà a costruire delle strategie utili e adeguate per affrontare e gestire gli stati interni e le difficoltà di cui abbiamo parlato, ma permetterà al paziente di migliorare funzionamento sociale e relazionali interpersonali.

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