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giovedì 10 maggio 2012

da "Le Scienze"


Il controllo inconscio delle emozioni sui processi mentali superiori.
 Dimostrato sperimentalmente per la prima volta un meccanismo cerebrale inconscio che interferisce con i processi mentali di alto livello per ridurre al minimo l'impatto negativo di un contenuto emotivo potenzialmente pericoloso. Potrebbe trattarsi di un processo analogo al meccanismo di repressione teorizzato da Freud. La scoperta è stata fatta osservando in persone bilingui le aree cerebrali attivate da parole della seconda lingua di diverso valore emotivo emotiva: per quelle molto negative, e solo per esse, viene bloccato l'accesso ai circuiti della lingua madre.
 Per la prima volta è stata osservata a livello neurofisiologico l’esistenza di un meccanismo psichico di repressione che riguarda le attività cerebrali superiori. La scoperta è emersa da una ricerca condotta presso la Bangor University ed è illustrata in un articolo pubblicato sul “Journal of Neuroscience”.
Che il nostro cervello sia in grado di elaborare informazioni senza che nulla di questo processo affiori alla coscienza è ben noto alle neuroscienze, ma finora si riteneva che il fenomeno riguardasse informazioni di “basso”livello, facendo sostanzialmente da filtro nei confronti di quelle meno rilevanti che avrebbero costituito un rumore di fondo di ostacolo al lavoro delle aree cerebrali superiori.
Molti studi precedenti avevano dimostrato che lo stato emotivo è in grado di interferire con le funzioni cerebrali di base come l’attenzione, la memoria, il controllo motorio e della visione, ma non era mai stato dimostrato che la stessa azione venisse esercitata sulle funzioni superiori di elaborazione linguistica e sulla comprensione delle parole.
La conclusione è stata tratta sulla base di alcuni esperimenti condotti su persone bilingui. Nel corso dei loro studi, condotti anche con l'ausilio di tecniche di neuroimaging, i ricercatori avevano scoperto che, per quanto fluida sia la padronanza di una seconda lingua, quando  leggono un testo le persone bilingui  accedono comunque inconsciamente alla loro prima lingua.
Si sono però accorti che questo accesso non avveniva quando si trovavano di fronte a parole dal significato spiccatamente negativo, come “guerra”, “afflizione”, “sfortuna”: di fronte a esse, il cervello blocca a livello inconscio l’accesso alla prima lingua. E' nata così l'ipotesi che il fenomeno osservato rappresenti la prima prova sperimentale dell’esistenza di processi inconsci in grado di interdire l’accesso di informazioni strutturate alla coscienza e ai livelli cerebrali superiori.
 
"Riteniamo – ha osservato Guillaume Thierry, che ha diretto la ricerca - che si tratti di un meccanismo protettivo. Sappiamo, per esempio, che in una situazione traumatica le persone si comportano in modo molto diverso dal normale. Nel cervello i processi consci di superficie sono modulati da un sistema emotivo più profondo. Forse, questo meccanismo cerebrale tende spontaneamente a ridurre al minimo l'impatto negativo di un contenuto emotivo disturbante sul nostro modo di pensare, per evitare che induca uno stato di ansia o di disagio mentale".

"Abbiamo ideato questo esperimento per svelare le interazioni inconsce tra l’elaborazione del contenuto emotivo e l'accesso al sistema della lingua madre. Pensiamo di avere individuato per la prima volta il meccanismo con cui l’emozione controlla i processi di pensiero fondamentali di fuori della coscienza. Forse si tratta di un processo analogo al meccanismo di repressione teorizzato da tempo, ma che non era mai stato individuato in precedenza", ha aggiunto Yan Jing Wu, che ha partecipato allo studio. 

martedì 1 maggio 2012

Il pallino della matematica


di Stanislas Dehaene

il-pallino-della-matematica.png

Ne’  “Il pallino della matematica” Stanislas Dehaene
(1997) sostiene, in accordo con Butterworth che parla di un
modulo numerico di natura genetica, che siamo dotati sin
dalla nascita di una rappresentazione mentale delle quantità
molto simile a quella di molti animali, dai ratti alle scimmie.



Autore/i: Stanislas Dehaene
Tradotto da: Vesentini Ottolenghi M. L
Editore: Mondadori
Collana: Oscar saggi


Chi di noi non si è sentito dire, almeno una volta, "non hai il pallino della matematica"? Chi non si è stupito per aver compiuto un banale errore in una sottrazione o in una moltiplicazione? E chi non è rimasto colpito dal modo in cui i bambini subiscono il fascino della magia dei numeri? Per quanto possa apparire strano, tutto ciò non è che la conseguenza del fatto che il nostro cervello è un cervello da primate, capace di cogliere immediatamente quantità e numero, ma inadatto, se non al prezzo di un continuo esercizio, a far di conto e a manipolare simboli più o meno astratti. In questa nuova edizione dell'opera che più di ogni altra l'ha reso celebre al grande pubblico, Stanislas Dehaene aiuta a coltivare l'intuizione dei numeri nelle pieghe del cervello, senza timore per le nostre debolezze e con la convinzione che è l'appassionato lavoro su se stessi a generare il genio matematico.

Inizialmente qualcuno può pensare che si tratti di un libro che, come tanti altri, espone in maniera semplice ed accattivamente alcuni concetti della matematica, la sua presenza o utilità nella realtà quotidiana, la sua bellezza, il piacere intelletuale che può dare o alcuni aneddoti relativi alla storia di questa disciplina da tante persone odiata e ritenuta ostica. In realtà, leggendolo si scopre tutt'altro: vengono indagati i motivi della diversa predisposizione verso la matematica da parte delle persone. L'autore, che insegna psicologia cognitiva sperimentale al Collège de France, espone qui i risultati delle sue ricerche sull'argomento in questione. Il libro collega così la matematica e la psicologia, molto distanti tra loro nell'immaginario comune (ma non mancano neanche riferimenti ad altre discipline, come la linguistica).
Nel corso della lettura si scopre che esistono delle strutture cerebrali alla base delle capacità matematiche già presenti nei bambini piccoli in età prescolare, in popoli con una cultura matematica molto ridotta e addiritura in diverse specie animali.
La struttura cerebrale di base non è tutto: l'autore indaga su come questa possa essere influenzata dalla struttura linguistica, dall'educazione e dall'esperienza scolastica e propone, alla fine del testo, anche alcune soluzioni per migliorare le situazioni di difficoltà.
Il pallino della matematica, così, risulta utile per chi si interessa di psicologia, per gli insegnanti della scuola primaria, per i genitori di bambini affetti da discalculia o più semplicemente con difficoltà in matematica, ma può essere utile anche per i genitori di bambini privi di debolezze in questa materia.
Un altro aspetto positivo di questo libro è che esso mostra il metodo scientifico, il metodo con cui procede un ricercatore, e ben rappresenta il tipo di quesiti che ci si pone durante un'indagine scientifica.
Un'ulteriore chiave di lettura può essere offerta ai matematici per capire meglio la propria disciplina. Ad esempio, in matematica l'impalcatura dei numeri viene costruita a partire da quelli naturali per giungere soltanto in un momento successivo a quelli reali. Si parte, cioè, dal discreto per giungere al continuo. Leggendo il libro si scopre che in realtà nel nostro cervello le cose non sono definite così nettamente... ma anche che la matematica dal punto di vista fisiologico non è così esatta come invece è stata poi costruita dalla nostra evoluzione culturale. Evoluzione che, come la selezione naturale darwiniana, ha portato ad eliminare quella parte della matematica risultata non efficace.
Allo stesso modo il nostro cervello si è evoluto con una struttura matematica perchè così riesce meglio a comprendere l'ambiente ed interagire con esso con successo.
Queste considerazioni costituiscono una parziale risposta al quesito posto dal matematico Jacques Hadamard: "Verrà mai il giorno in cui i matematici ne sapranno abbastanza di fisiologia del cervello e i neurofisiologi saranno abbastanza al corrente delle scoperte matematiche, perché sia possibile una cooperazione effiace?".
....................
Conludendo, considero Il pallino della matematica un libro interessante. Consiglio di leggerlo per approfondire quanto qui accennato e scoprire tutto il resto. Buona lettura!
Antonietta Fadda

mercoledì 25 aprile 2012

da Repubblica

Coi traumi cervello più pigro
e così dimentichiamo le cose

Secondo uno studio pubblicato su The Lancet, dietro certi tipi di amnesia potrebbe nascondersi una ridotta attività cerebrale seguita a esperienze sconvolgenti. Una scoperta che suggerisce la possibilità di curare intervenendo su specifiche aree cerebrali. Gli esperti: "Ma la cura dipende dalla causa" di SARA FICOCELLI

"MEMORIA": una parola talmente chiara e compatta da far pensare a qualcosa di altrettanto lineare e unitario. Ma non è così. Non esiste "la" ma "le" memorie, tante quante le cause che scatenato i ricordi e le aree del cervello che quei ricordi li formano, conservandoli o cancellandoli. Tra le varie forme di amnesia (dal greco a-mnesis, non-ricordo), quella psicogena è una delle più misteriose, perché non provocata da alcuna lesione cerebrale palese. Si sapeva che a causarla fossero i traumi psicologici e ora, grazie a Hans Markowitsch, della tedesca University of Bielefeld, sappiamo anche che tutto ciò è dovuto a una riduzione dell'attività cerebrale. In alcuni casi, cioè, il cervello dimenticherebbe perché ha vissuto un'esperienza sconvolgente che ha portato il suo substrato neurale a "funzionare meno", e l'ipofunzionamento sarebbe mediato dall'azione degli ormoni dello stress.

La scoperta, pubblicata su The Lancet, suggerisce la possibilità di curare questo tipo di amnesia intervenendo su specifiche aree cerebrali, ma, precisano gli esperti, è ancora presto per giungere a conclusioni di questo tipo. Quel che è certo, spiega Markowitsch, è che i disturbi della memoria non sempre si verificano dopo un danno cerebrale: a provocarli può essere un disagio psichiatrico più profondo e, raccogliendo per 5 anni dati attraverso la risonanza magnetica funzionale, lo studioso ha capito che uno stress prolungato può influenzare il funzionamento della corteccia infero-laterale frontale destra tanto da "bloccare" il recupero dei ricordi personali. "Quest'area - spiega Elisa Ciaramelli del Centro studi e ricerche in Neuroscienze Cognitive di Cesena, specializzata in memoria episodica - è particolarmente importante per innescare ricordi autobiografici, ed in stretto contatto con altre regioni frontali coinvolte nell'attività di self-proiection, che permettono di "viaggiare nel tempo" e sentirsi gli attori dei propri ricordi. Quando funzionano male, il recupero dei ricordi autobiografici si blocca".

Non è la prima volta che lo studioso tedesco fa luce sui misteri dell'amnesia. Poco tempo fa si era occupato del rapporto tra memoria autobiografica, stress psicologico e disturbo post-traumatico, spiegando che, in particolari condizioni emozionali e ambientali (nel suo studio fa l'esempio estremo dei reduci della Seconda Guerra Mondiale), il cervello subisce un trauma talmente forte da "ristrutturare" i ricordi creando false memorie. Chi è stato in guerra o ha subìto un incidente stradale, dunque, non deve fidarsi di tutto ciò che ricorda delle proprie esperienze di vita: la memoria autobiografica, nei soggetti che hanno vissuto uno shock, è spesso soggetta a distorsioni e produce informazioni falsate.

"Questi fenomeni però non sono tutti uguali - spiega Piergiorgio Strata, docente di Neurofisiologia all'Università di Torino e presidente dell'Istituto Nazionale di Neuroscienze - e dipendono in parte dalla disposizione genetica del soggetto e in parte dalla durata del periodo traumatico, dall'età, dal sesso e dalle esperienze di vita precedenti. Tutto viene mediato dagli ormoni dello stress, liberati dal corpo per migliorare la capacità di affrontare situazioni altrimenti insopportabili". Quello dell'amnesia da stress post-traumatico è dunque un meccanismo complesso rispetto al quale c'è ancora molto da scoprire. "E di questo bisogna tenere conto, ad esempio - conclude l'esperto, che si è occupato della memoria pro-veritate difensiva per il caso dei coniugi di Erba, Olindo e Rosa - quando i testimoni oculari nei processi hanno subìto un trauma".

In questo come in altri casi, è però molto difficile parlare di cura. Come spiega Benedetto Sacchetti, docente di Basi neurofisiologiche del comportamento umano presso la Scuola di Specializzazione in Psicologia della Salute dell'Università di Torino, per quanto la ricerca in questo campo stia facendo passi da gigante (scienziati dell'università di Harvard hanno scoperto che iniettando del propanolo subito dopo un evento traumatico si cancella il ricordo scioccante, esperimento poi criticato da Cristina Alberini, ricercatrice italiana che lavora a New York), la cura dipende sempre dalle cause, e quindi ogni caso ne avrà una specifica. "Ci sono poi situazioni - spiega Sacchetti - come nel caso di un danno cerebrale, in cui il ricordo si perde completamente, è irrecuperabile. Altre forme invece possono essere affrontate con la psicoterapia e altre ancora possono essere avvantaggiate dall'impiego di tecniche di allenamento della memoria".

La buona notizia infatti è questa: la memoria si può esercitare e dall'amnesia, salvo traumi psicologici e danni cerebrali, ci si può proteggere. Ecco il perché di libri come "101 modi per allenare la memoria" (Newton & Compton, 200 p.,12,50 euro) delle neuroscienziate Sara Bottiroli ed Elena Cavallini. Ed ecco perché, nel suo lavoro, Markowitsch insiste sull'importanza della psicoterapia, unica arma in grado di carpire le sfaccettature che compongono la memoria. Che non è un'unità ma un insieme di sistemi e che come tale va affrontata. "Il trattamento dell'amnesia e dei disturbi dei ricordi è ancora un mistero. Persino per me che studio tutto ciò da 30 anni", conclude. "La società dovrebbe investire più risorse per aiutare i pazienti. Con il mio lavoro ho dimostrato che non esiste un approccio unitario. E che quindi, per trovare una cura, ci sono infinite possibilità".

sabato 24 marzo 2012

Curiosità

 

Dove si trovano i ricordi nel cervello?

Le nostre esperienze modificano le sinapsi (le connessioni fra neuroni) e queste alterazioni permanenti sono responsabili della memoria. In pratica, quando accade qualcosa che in futuro ricorderemo, si genera nel cervello un segnale elettrico che provoca variazioni chimiche e strutturali dei neuroni. Queste variazioni sono possibili grazie a una catena di reazioni che coinvolge diverse molecole fra cui gli ioni calcio e alcuni enzimi e neurotrofine, e il cui risultato finale è il potenziamento delle sinapsi.

Molto di ciò che sappiamo sulla memoria si deve a un paziente identificato con la sigla H. M., che a causa di una grave epilessia subì la rimozione di alcune parti del cervello. Migliorò, ma perse completamente la capacità di fissare nuovi ricordi perché le aree rimosse (una parte dei lobi temporali che comprendeva l’ippocampo) erano quelle coinvolte nella formazione della memoria. H. M. manteneva i ricordi di quando era piccolo, perché le regioni temporali sono necessarie alle memorizzazione, ma poi i ricordi sono immagazzinati in altre aree. In generale, la memoria dichiarativa (per esempio ricordare un numero) risiede nelle aree della corteccia, mentre quella procedurale (per esempio come si va in bicicletta) dipende da altre regioni, come i gangli della base.


sabato 17 marzo 2012

La tesi di Christof Koch: l' «idea del sé»

da Corriere della sera

    SCIENZA E IDENTITÀ IL RICERCATORE AMERICANO COLLOCA L' ORIGINE DELLA CONSAPEVOLEZZA NELLA «REGIONE TALAMOCORTICALE». E SI CONFRONTA CON IL DARWINISMO

    Ecco dove si trova la coscienza

    La tesi di Christof Koch: l' «idea del sé» è in un' area precisa del cervello

    Siamo sulla terrazza panoramica di una casa o di un albergo di montagna, in una giornata di sole pieno. Chiudiamo gli occhi per un attimo, inspirando l' aria. In questo momento di sospensione, «là fuori» non c' è altro che una distesa sterminata di materia, organica e inorganica; un brulichio di atomi o molecole, senza particolari attributi. Poi riapriamo gli occhi, attivando un intricato processo dialettico tra la mente e il mondo: la nostra retina viene investita da dieci milioni di bit di informazione visiva al secondo, graduata in diverse lunghezze d' onda; i fotorecettori (50 tipi di cellule differenti, tra cui 100 milioni di bastoncelli, sensibili alla luce fioca, e 5 milioni di coni, sensibili alla luce intensa) ne scartano la maggior parte e ne trasmettono una quantità selezionata (trasformando segnale ottico in elettrico) a precise aree cerebrali, a partire dalla corteccia visiva primaria o V1, adibita alla «topografia» di un' immagine; e ogni area codifica una componente specifica della visione (l' orientamento dello spazio, il rapporto sfondo/primo piano, la forma degli oggetti, il colore, il movimento), coordinando e collegando la propria elaborazione con quella delle altre aree. Alla fine del processo - che avviene in un tempo rapidissimo, anche se non inferiore al quarto di secondo - vediamo aprirsi davanti a noi una «scena integrata» ad alta definizione: per esempio delle creste montuose su un cielo terso, una porzione di lago e una fuga di boschi e di case in lontananza. Nella Ricerca della coscienza (appena uscito da Utet) il biologo Christof Koch elegge l' orchestrazione della consapevolezza visiva - di cui è non a caso uno dei maggiori studiosi sperimentali, insieme con il suo compianto maestro e mentore Francis Crick - come uno degli esempi più convincenti per capire come il cervello produca «significato» dalle sollecitazioni dell' ambiente. Da un lato, lo studio dei danni selettivi in certi pazienti evidenzia infatti l' alta specificità di certe aree: la paziente L.M. - con una lesione all' area collegata alla cognizione del movimento - non riesce a versare il tè o il caffè (che vede come «congelati» in un ghiacciaio) o ad attraversare la strada (una macchina a cento metri si materializza di colpo a pochi passi, come in due inquadrature fisse senza legame) e i pazienti affetti dalla sindrome di Balint - colpiti nelle aree responsabili dell' organizzazione dello spazio - vedono ogni oggetto isolato nel cono d' attenzione, senz' alcun contesto in cui collocarlo. Dall' altro lato, l' incidenza della plasticità cerebrale (il fatto che senza V1 sia impossibile vedere, ma che V1 da sola non basti) dimostra come ogni struttura fisiologica sia condizione necessaria ma non sufficiente per l' articolazione di una funzione psicologica complessa. Proprio la plasticità diventa un fattore decisivo quando Koch espande la sua indagine dalla coscienza visiva alla coscienza tout court, cioè a quella musica insieme inconfondibile ed elusiva estesa ben al di là dello stesso fatto visivo (come dimostra la coscienza nei ciechi nati) e così sfuggente da avere alimentato un estenuante dibattito tra filosofi, che ne hanno graduato il termine di volta in volta in «vigilanza», «consapevolezza» o «idea del sé». Una volta stabilito per convenzione che la coscienza è il prodursi di una percezione o di un insieme di percezioni «consapevoli» - e, in quanto tali, già capaci di disegnare l' identità del soggetto -, la prospettiva di Koch viene spesso contrapposta a quella di un altro eminente neuroscienziato, Gerald Edelman. La prima, infatti, privilegia il dettaglio: nella fattispecie, la ricerca dei minimi «correlati neurali della coscienza», cioè del più piccolo insieme di strutture cerebrali e di eventi biochimici utili a produrre uno stato cosciente, e lo identifica in una geografia composta da corteccia, talamo e gangli della base. La seconda, invece, è una teoria «globale» in cui la coscienza è il prodotto di un incessante dialogo tra molte aree cerebrali, e in cui il cervello opera secondo criteri di «selezione» in senso darwiniano. Eppure - come osserva Silvio Ferraresi nella Nota introduttiva al libro di Koch - a uno sguardo attento le due prospettive possono convergere, così da mostrarci insieme «gli alberi e la foresta». Quando Koch - in una pagina molto intensa - descrive la propria reazione emotiva davanti al figlio adolescente che gli parla e gli sorride, elenca le strutture specifiche coinvolte nella reazione (certe aree corticali per la decifrazione dei volti e della mimica facciale, la corteccia uditiva e le regioni linguistiche per la codifica della voce e del senso delle parole, e così via), ma poi riconduce l' unità della scena all' «integrazione delle regioni disseminate nel cervello»: non è un' apertura esemplare alla prospettiva «globale» di Edelman? A rovescio, Edelman collega il processo della coscienza, come detto, a una «diffusa sincronizzazione» tra diverse aree cerebrali, ma individua il «nucleo dinamico» di tale sincronizzazione nell' attività del sistema talamocorticale: non è una parziale reintroduzione delle proprietà specifiche di certe strutture? Oltretutto, il «nucleo dinamico» di Edelman coincide in sostanza proprio con la «geografia» minima individuata da Koch. Comunque sia, l' insieme delle qualità con cui Koch delinea la coscienza nel corso della sua ricerca, potrebbe essere condiviso da tutti i neuroscienziati. Sfuggente se non ambigua sul piano psicologico (perché non necessariamente legata all' «attenzione» né, all' opposto, alle capacità della memoria inconscia, come la guida), in larga misura imperfetta (come dimostra la messa a fuoco di tante percezioni sensoriali, sottoposte a compensazioni e aggiustamenti), sottilmente asincrona, in quanto infittita di microsdruciture temporali (in una stessa scena, la percezione del mutamento di un colore può precedere quella del mutamento di un movimento di 75 millisecondi) e discontinua (perché scandita da impercettibili stacchi che la spezzettano in microistantanee, legate in un continuum illusorio), la coscienza è insieme tenace e fragile, coesa e intimamente precaria. Per accorgersene non è necessario verificarlo nelle neuropatologie o nei disturbi degenerativi: è sufficiente osservarla attraverso libri come quello di Koch, cioè scontornandola da quelle silenziose proprietà rassicuranti che lei stessa ci fornisce. * * * L' autore Il neuroscienziato americano Christof Koch è nato nel 1956 e insegna Biologia cognitiva e comportamentale al California Institute of Technology. Il suo saggio «La ricerca della coscienza. Una prospettiva neurobiologica» è a cura di Silvio Ferraresi (Utet, pp. XXXIV-506, 26) *** Il sito internet di Christof Koch http://www.klab.caltech.edu offre, oltre al riassunto del suo lavoro scientifico sulla coscienza, un glossario interdisciplinare con la spiegazione delle parole chiave necessarie alla comprensione degli studi su mente e cervello

    mercoledì 1 febbraio 2012



    IL BENESSERE VISIVO - IL METODO BATES

    A cura della Dott.ssa Laura Canepa
    IL METODO BATES



    L’Occhio è uno strumento prodigioso che riferisce al cervello tutto quanto è necessario per comprendere la realtà che circonda l’individuo e la Vista è semplicemente una risposta alla luce, è l’azione riflessa dell’occhio che gira verso la luce, misurabile oggettivamente.
    La Visione invece è il processo di interpretazione di ciò che viene visto, è un processo attraverso il quale si trae il significato da ciò che si vede, è la capacità di capire e integrare quanto visto mettendo in campo tutti i sensi, tatto, udito, gusto e olfatto… tutto ciò, mediato dalle emozioni dell’individuo, dall’ambiente e dall’imprinting ricevuto.
    La visione sta alla base della vita poiché circa l’80% delle informazioni utili alla sopravvivenza e allo sviluppo dell’individuo passa per la vista mentre gli altri sensi si contendono il restante 20 %. La vista ha quindi il primato dei 5 sensi.
    Per tutto il ‘900 i vizi refrattivi sono stati considerati soprattutto in modo meccanicistico e organicistico ma un folto gruppo di terapeuti, da W.H. Bates ai bioenergetici come Reich, Lowen, Groddeck e anche Freud avevano parlato di disturbi visivi psicogeni, quindi in molti hanno continuato a studiare e ottenere risultati nel migliorare “la visione”, nel limitare la crescita del vizio refrattivo, nel dimostrare che la visione è migliorabile.
    Oggi il mondo delle neuroscienze consente di avere molte chiavi di lettura del lavoro di Rieducazione Visiva.
    Spesso in ambito specialistico il paziente ascolta emettere sui suoi occhi, sulle sue capacità visive delle “sentenze” che non lasciano scampo a un futuro di inabilità. Si sa bene cosa significa vivere una patologia senza speranza… la sola aspettativa dell’aggravamento può “incoraggiare” l’evoluzione di tale stato.
    Nell’esperienza dell’autrice, si è appresa l’importanza di associare alle terapie farmacologiche classiche un percorso di consapevolezza che attraverso il rilassamento consente al paziente di alleggerire le aspettative negative e valorizzare tutto ciò che può arginare l’aspetto ansiogeno di certe situazioni.
    Come ortottista, l’autrice ha voluto conoscere e comprendere tutti gli aspetti della funzione visiva pura e semplice per entrare nel mondo della “visione”, per dare ai pazienti la possibilità di ampliare gli orizzonti, rompere gli schemi che condizionano il “modo di vedere”, il “modo di sentire” proprio di ciascuno.
    Occuparsi di visione significa aiutare, favorire il cambiamento, dare strumenti facili e fruibili in modo che il paziente possa favorire il processo di guarigione iniziato con il suo terapeuta.
    Di seguito, viene descritto in quanti modi si può “stare meglio con i propri occhi” e dare un codice semplice da portare sempre in tasca o meglio da avere chiaro nella mente ed è il seguente :
    - Dare al sistema corpo–mente la possibilità di muovere e di esprimersi;
    - Dare al sistema corpo–mente più luce;
    - Dare al sistema corpo–mente più respiro e più aria;
    - Dare al sistema corpo–mente miglior cibo;
    - Dare al sistema corpo–mente più emozioni
    E quindi dare agli occhi più libertà e concedergli anche la possibilità di stare senza correzione ottica quando possibile, imparare che spesso l’ausilio visivo che serve per lontano non è necessario per vicino, e certamente è sufficiente indossarne uno più leggero. È importante avere la consapevolezza che spesso un deficit visivo può essere transitorio e in concomitanza con un periodo stressante della vita e questo vale anche per i bambini.