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lunedì 14 dicembre 2015

Da La Stampa - Tuttoscienze

Il trauma superato si sposta in un’altra parte del cervello
Studiosi “registrano” per la prima volta l’azione della psicoterapia sui terremotati di San Giuliano


Un trauma, se superato cambia, posto nel cervello. Lo hanno scoperto ricercatori italiani che sono riusciti a fotografare, osservando le attività cerebrali, un trauma ancora attivo. Ma hanno anche potuto fotografare quello superato, la cui elaborazione avviene in una diversa area cerebrale grazie al trattamento di psicoterapia chiamato Emdr (Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari).  

A realizzare lo studio, basato sul trattamento del trauma a San Giuliano di Puglia nel Molise a 10 anni dal terremoto, l’Associazione Emdr Italia, il Cnr e l’università di Tor Vergata che l’hanno illustrato a Roma.  

«Dopo un trauma come un lutto, una violenza, una catastrofe naturale, ma anche la perdita del lavoro, la memoria dell’evento resta “congelata” nelle reti del cervello in modo non funzionale, l’informazione non può essere elaborata e continua a provocare patologie come il disturbo post traumatico da stress (Ptsd) e altri disturbi psicologici», spiega Isabel Fernandez, presidente di Emdr Italia.  

«Noi abbiamo avuto la possibilità di misurare 10 anni dopo i sintomi cronici dello stress traumatico sui sopravvissuti al terremoto di San Giuliano, persone mai curate che avevano ancora dei disagi significativi: attacchi di panico, dissociazione, continui malesseri generali. Abbiamo avuto la possibilità di misurarlo non soltanto in termini di diagnosi, ma anche di farlo prima e dopo il trattamento e questo è stato importantissimo e un’occasione unica in campo clinico».  

«I movimenti oculari dell’Emdr, simili a quelli del sonno Rem e quindi del tutto naturali, riattivano la capacità di “autoguarigione” del cervello che trova le risorse per metabolizzare l’evento traumatico. Dopo il lavoro i pazienti ricordano il fatto ma sentono che fa ormai parte del passato», aggiunge Fernandez.  

L’aspetto particolare della ricerca è stato studiare quello che accade durante una psicoterapia attraverso il monitoraggio elettroencefalografico (Eec) prima, durante e dopo una seduta di Emdr. In particolare, sono stati analizzati i segnali elettrici durante la fase “chiave” dell’Emdr, ovvero quella della stimolazione bilaterale (Bilateral Stimulation, Bs) con movimenti oculari, allo scopo di verificare l’affidabilità dei risultati e soprattutto studiare le differenze funzionali tra tipologie di traumi diversi e tra soggetti con traumi psicologici risalenti a periodi diversi.  

Altri importanti risultati di questa ricerca sono stati l’evidenziare sia l’efficacia dell’Emdr sia come la remissione dei sintomi e la risoluzione clinica vengano confermati dai cambiamenti dal punto di vista neurobiologico. 

Alla ricerca, spiega Marco Pagani dell’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Cnr, «hanno partecipato 60 persone: 20 vittime del crollo della scuola di San Giuliano (7 ragazzi e 13 tra genitori e parenti dei ragazzi), le cui attivazioni cerebrali durante la rivisitazione dell’evento traumatico sono state confrontate con quelle di 20 persone con traumi vari (abusi, incidenti, eccetera), trattati a Roma, e con quelle di 20 volontari sani privi di sintomi, che hanno focalizzato la terapia sull’evento traumatico di maggior rilievo nella propria vita, fungendo da gruppo di controllo». 


«Al termine della terapia Emdr - spiega Giorgio Di Lorenzo del Dipartimento di medicina dei sistemi dell’università di Roma Tor Vergata - è stato osservato un significativo spostamento delle attività elettriche dalle aree cerebrali visive (prevalenti durante la prima seduta Emdr) alle regioni cerebrali frontali e temporo-parietali (prevalenti durante l’ultima seduta Emdr). Questi risultati suggeriscono che l’elaborazione degli eventi traumatici si muove da aree che “sviluppano” le immagini patologiche del trauma a regioni del cervello con un ruolo di tipo cognitivo e associativo, le cui attività permettono di regolare i ricordi dell’evento traumatico e di eliminare e controllare le emozioni negative a esso legato. Il diminuito malessere psicologico e la riduzione dei sintomi post-traumatici sono stati inoltre correlati all’aumento della connettività funzionale tra le regioni limbiche e quelle di integrazione multisensoriale».  

lunedì 18 maggio 2015

Psicologia e dintorni...la Frenologia


Di Alessandro Zocchi

La frenologia era una disciplina medico-scientifica fondata tra il 18o e il 19o secolo dal medico tedesco Franz Joseph Gall (1758-1828). Questi asseriva che era possibile definire le qualità psicologiche di una persona esaminando la conformazione del suo cranio. Il principio alla base di questa pratica consisteva nel fatto che, secondo Gall, il cervello fosse suddiviso in tante regioni quante erano le caratteristiche della personalità. Più una facoltà era sviluppata maggiore era il volume dell'area cerebrale corrispondente. E questo si rifletteva sulla superficie del cranio che di conseguenza si rigonfiava.

L'opera dei frenologi consisteva essenzialmente nel far scorrere le dita, o i palmi delle mani, sulla testa per distinguere ogni elevazione e depressione del cranio. Talvolta veniva usato un calibro oppure un nastro millimetrato. La "lettura" del cranio forniva cosi` una descrizione delle attitudini più o meno sviluppate di un individuo.

Gall identificò 26 aree diverse sul cranio alle quali corrispondevano altrettanti "organi", come lui definiva le regioni cerebrali preposte alle varie caratteristiche mentali. Egli colleziono` crani animali e umani e costruì molti calchi in gesso per studiare lo sviluppo delle protuberanze. La maggior parte dei crani umani raccolti appartenevano a persone che si erano distinte in vita per particolari attitudini come il coraggio, l'intelligenza o la spietatezza nell'uccidere.

La frenologia nel giro di pochi anni divenne piuttosto popolare in Europa e in America grazie anche alla divulgazione effettuata dal più importante dei collaboratori di Gall, Johan Kaspar Spurzheim. A Edinburgo nacque la prima società frenologica, seguita da molte altre in Inghilterra e America.

Ai tempi del suo maggior sviluppo la frenologia fu applicata per diversi scopi. Si credeva che potesse indicare la carriera migliore per un giovane o individuare il compagno di vita. Alcuni datori di lavoro pretendevano l'analisi del carattere dei dipendenti per assicurarsi che fossero onesti e gran lavoratori. I frenologi venivano considerati come persone speciali, capaci di prevedere il comportamento degli individui nelle più diverse circostanze.

Gli adepti di questa disciplina la consideravano come "l'unica vera scienza della mente", ma molti la contestavano e ridicolizzavano. Verso la fine del 19o secolo fu completamente discreditata come scienza, anche se molte sue frange vissero molto oltre.

Alcuni antropologi degli inizi del 1900 sfruttarono la frenologia per confermare la loro credenza nella superiorità degli europei, in particolare della "razza ariana", sugli altri uomini.

Nel 1931, negli USA, Lavery e White inventarono lo "psicografo". Si trattava di una macchina costituita da 1954 parti all'interno di una sorta di casco metallico collegato ad un contenitore che poteva stampare dei giudizi su 32 facoltà mentali. Le facoltà erano classificate con un punteggio da 1 a 5 (da "mancante" a "molto alto"). Il punteggio veniva ottenuto dal modo in cui 5 punte delle 32 sonde del casco entravano in contatto con le varie superfici del cranio. Per ogni facoltà la macchina stampava il giudizio corrispondente al punteggio e, alla fine, si otteneva una valutazione personalizzata, dovuta alla grande varietà di combinazioni di giudizi.

Gli psicografi ebbero un gran successo negli USA dove resero ricchi i produttori. Tuttavia nel giro di una decina d'anni lo scetticismo attorno questo strumento crebbe, finche` divenne utile solo come pezzo da museo (www. mtn.org).

Il punto debole della frenologia fu che le sue basi teoriche non furono mai verificate scientificamente. I frenologi cercavano ed evidenziavano solo le conferme alle loro ipotesi, scartando tutto ciò che le contraddiceva.

Oggi si sa che parti del cervello non crescono verso l'esterno andando a modificare la configurazione del cranio. Descrivere le caratteristiche psicologiche di un individuo tastando il suo cranio e` quindi impossibile.

Tuttavia, si può dire che la frenologia aveva indovinato un fatto: diverse funzioni sono, almeno parzialmente, localizzate nel cervello. E` ben noto, infatti, che lesioni traumatiche circoscritte della corteccia cerebrale producano la disfunzione di particolari facoltà. Inoltre, la tecnica della risonanza magnetica funzionale ha dimostrato che durante l'esecuzione di specifici compiti si attivino di preferenza certe aree cerebrali e non altre.

Purtroppo le funzioni identificate da Gall (in seguito modificate ed aumentate dai suoi seguaci) non riflettono la mappa costruita dalle moderne neuroscienze. Tutti gli "organi" dei frenologi sono oggi considerati frutto della fantasia. Con un'eccezione: "la facoltà della parola" venne, casualmente, localizzata nei pressi delle aree identificate oggi come quelle che controllano il linguaggio.


Per saperne di piu:

    C. Temple, Il nostro cervello. Come funziona e come usarlo. Laterza 1996
    R.L. Gregory, The Oxford Companion to the Mind. Oxford Univ. Press, 1987
    Oliverio A. Biologia e filosofia della mente. Laterza, 1999



lunedì 24 febbraio 2014

Da Scienze - "La Stampa"



Nel cervello c’è un “area social”

Possibile bersaglio di future terapie contro i disturbi del comportamento, come autismo, schizofrenia e disordini bipolari.
È stata individuata nel cervello un’area “social”. Si tratterebbe di una piccola regione essenziale per memorizzare le relazioni sociali, ossia la capacità degli animali di riconoscere un individuo della stessa specie.
Pubblicato su Nature e ottenuto negli Stati Uniti, il risultato si deve al gruppo di ricerca del Columbia University Medical Center coordinato da Steven Siegelbaum. 
L’area è stata individuata nei topi e, se confermata nell’uomo, potrebbe diventare il bersaglio di future terapie contro i disturbi del comportamento, come autismo, schizofrenia e disordini bipolari.
Chiamata CA2, l’area si trova nell’ippocampo, una regione già nota per il ruolo cruciale che gioca nella nostra capacità di ricordare. Recenti studi hanno dimostrato che le differenti sotto-regioni dell’ippocampo sono specializzate in funzioni specifiche per distinguere, ad esempio, ambienti simili già visti o per richiamare un ricordo da spunti parziali. «Tuttavia - rileva Siegelbaum - il ruolo di questa regione era rimasta in gran parte sconosciuto». 

Per saperne di più i ricercatori hanno creato un topo transgenico in cui le cellule nervose della regione CA2 potevano essere selettivamente “silenziate”. Una volta silenziati i neuroni, sui topi sono stati condotti test comportamentali. 
«Normalmente - spiega il primo autore Frederick Hitti - i topi mostrano curiosità verso un topo che non hanno mai incontrato, ma passano più tempo a scrutare un loro simile sconosciuto rispetto a uno familiare». 
Nell’esperimento, però, gli animali non hanno mostrato alcuna preferenza per un topo nuovo contro uno già noto, e ciò indica, secondo Hitti, mancanza di memoria sociale. Anche nell’uomo è stato osservato che le lesioni dell’ippocampo compromettono la memoria sociale e questo fenomeno è associato a comportamenti sociali alterati, dalla schizofrenia all’autismo. Se l’area sarà individuata anche nell’uomo, sottolinea Siegelbaum, potrebbe costituire un nuovo bersaglio terapeutico per tali malattie.