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sabato 17 maggio 2014

Tratto da "Strategie della mente.it"

Psicosomatica Analogica – La mente trascritta nei sintomi

Quando pensiamo noi lo facciamo nel corpo. La conseguenza ovvia di questo assunto è che il corpo diventerà non solo il vettore di un pensiero o di uno stato emozionale, ma il bersaglio stesso. Naturalmente, ciò non significa che il corpo sia condizionato unicamente dalla mente. Esistono altri fattori in grado di generare effetti visibili nel corpo sotto forma di reazioni fisiologiche, trasformazioni somatiche, patologie e sintomi. Pensate alla radioattività, all’alimentazione, allo sport, eccetera.
Comunque sia, possiamo riconoscere che i nostri pensieri sono una potente fonte di energia capace  non solo di produrre la qualità della vita in termini di soddisfazioni, ma anche quella di generare salute o malattia. Anche la medicina ufficiale ha accolto l’idea che i pensieri hanno una ricaduta sullo stato di salute. La branca filosofica che si occupa di questo viene chiamata psicosomatica.  Esistono svariate discipline che cercano di dare una lettura della mente attraverso i sintomi fisici, dalla medicina di Hamer, alla psicologia psicodinamica fino alle concezioni più remote delle speculazioni che nascono in ambito new age. Spesso queste teorie si sconfessano vicendevolmente generando una certa difficoltà a determinare quale sia l’interpretazione più affidabile. Non è  questa la sede per individuare chi vanta più crediti o demeriti.  Per questo ci vorrebbe una discussione più articolata. Al momento, posso solo suggerire prudenza nel credere troppo rapidamente alle svariate correnti che pretendono fornire la formula definitiva. Credo che sia utile avere una visione d’insieme più che un’equazione assoluta entro cui associare rigidamente ogni sintomo fisico ad un particolare fatto psicologico.
I nostri pensieri, stati d’animo ed emozioni sono in grado di influenzare la funzionalità del corpo fino a generare veri e propri quadri clinici. La scienza che studia i meccanismi di corrispondenza tra mente e corpo non ha ancora compreso del tutto le leggi biologiche mediante le quali tutto ciò avvenga. Probabilmente ciò è dovuto al fatto che la scienza cerca le risposte unicamente in ciò che si può analizzare e controllare, scartando quanto si riferisce all’astrazione.
Ciononostante è possibile trovare delle spiegazioni passando semplicemente attraverso il metodo analogico. L’analogia è la relazione di affinità tra due fatti apparentemente scollegati tra loro. Sebbene l’analogia non sia apprezzata in ambito scientifico, essa permette di cogliere una serie di collegamenti che sfuggono alle lenti del metodo sperimentale. Si pensi che la Medicina Tradizionale Cinese, oggigiorno adottata dalla medicina ufficiale (vedi l’agopuntura) ha prodotto praticamente il suo intero arsenale teorico a partire dall’analogia. Infatti, i punti dell’agopuntura sono invisibili e appartengono a dei canali energetici chiamati “meridiani” altrettanto immateriali i quali sono stati teorizzati a partire da una relazione analogica con quanto esiste nel mondo conosciuto. Il paradosso vuole che la medicina ufficiale utilizza dei punti che sono stati generati propriamente dal metodo che essa respinge fermamente. Mistero.

"Siamo ciò che pensiamo. Tutto quello che siamo nasce dai nostri pensieri. con i nostri pensieri creiamo il mondo.
(Buddha)
Sul fronte dell’analogia tra malattia e pensieri possiamo fare alcune congetture a carattere analogico. Per esempio, possiamo accettare l’idea che i meccanismo biologici che avvengono nel cervello sono compatibili a quelli che avvengono nel corpo. Ciò significa che mente e corpo usano un linguaggio conciliabile. Se i miei pensieri vengono elaborati dal cervello il quale ha il compito di trasferirli nel corpo, ne consegue che il linguaggio adottato dai miei pensieri deve trovare un piano di riconoscimento nel corpo. Da questa prospettiva dobbiamo supporre che le reazioni biochimiche e le trasformazioni organiche seguano delle direttive parallele leggibili i due sensi: mente-corpo e corpo-mente.
In altre parole, se ho pensieri inflessibili e impostazioni irremovibili,  questa rigidità mentale deve trovare nel corpo un corrispondente fisiologico che richiami il concetto di flessibilità/inflessibilità.
Quale sarà dunque il bersaglio fisiologico dell’inflessibilità mentale? Ovviamente le strutture colpite saranno quelle che meglio rispondono alla funzione della flessibilità: schiena (specialmente la zona lombare), le ginocchia e anche le cervicali. In effetti tutte le articolazioni servono al movimento, ma queste tre sono quelle più predisposte al piegamento. Da questa prospettiva un mal di schiena può certamente essere prodotto da uno sforzo esagerato, ma sul versante psicologico possiamo trovare l’influenza di idee statiche come la severità, l’intransigenza e la fissazione per le regole e le norme. Queste qualità avranno una ricaduta propriamente sulla parte del corpo che ha la funzione di piegare e flettere. È chiaro però che la funzione dl collo non è identica a quella della zona lombare o delle ginocchia. Queste parti corporee assolvono a richieste differenti, sebbene abbiano in comune una qualità di base. Per esempio con il collo mi guardo attorno, con le ginocchia mi abbasso e mi sollevo, con la schiena mi piego in avanti e roteo del busto. Evidentemente queste differenze funzionali saranno utilizzate diversamente dalla mente.
D’altra parte se noi ponessimo l’attenzione sul risultato sarebbe ancora più semplice capire questa intima relazione analogica.  Prendiamo il mal di schiena: esso m’impedisce di piegarmi o mi rende difficile tale compito. Se il corpo avesse la parola cosa direbbe? Non direbbe forse che stenta a piegarsi o che è tutto rigido? È vero, non lo sapremo mai visto che il corpo non usa parole per esprimersi. Allora vediamo cosa esprime una persona col mal di schiena. Dice: “Non riesco a piegarmi”.
Ovviamente questa frase è posta su di un livello funzionale. Ed ecco che l’analogia ci aiuta a districare il problema. Trasferite ora la stessa proposizione Non riesco a piegarmi su di un livello mentale. La frase diventa pertanto una denuncia di ciò che avviene a livello mentale!
Similmente, una persona che ha ma di gola direbbe: “Non riesco a deglutire – Non mi va giù il boccone -  Non riesco a parlare”. Ma non è forse ciò che potrebbe accadere a livello mentale? Il boccone non potrebbe riguardare problemi da inghiottire “bocconi mentali amari”? Il parlare, anziché riguardare soltanto l’emissione del suono, non potrebbe riferirsi alle parole conflittuali che non si dicono? D’altra parte, a guardare bene, l’organo che si infiamma è la gola (faringe, laringe), ovvero il luogo di passaggio della voce, struttura mediante la quale possiamo dare voce ai nostri pensieri e, in secondo luogo, è la via di transito per lasciar passare ciò che proviene dall’esterno (cibo o eventi sgraditi).Questo ragionamento si può replicare a qualsiasi parte del corpo poiché tutte hanno funzioni specifiche e distinte, così coem ogni sintomo racchiude in sé un limite e una richiesta che possono essere letti attraverso il metodo analogico.
Questo ragionamento potrebbe risultare strano, eppure è oramai diffusa l’idea che lo stress infiammi lo stomaco (gastrite). Ma cos’è lo stress? Non è forse un rifiuto? Stress significa “pressione”, tensione”. È la pressione che io esercito quando respingo mentalmente un evento del quale non posso liberarmi. Una persona può stressarsi in mezzo al traffico non tollerando (rifiutando) questa circostanza. Un altro può sperimentare lo stress sul lavoro, altri a casa, altri ancora con il partner. Ogni volta è un’opposizione ad una situazione percepita come pesante e molesta. Quindi la gastrite sarebbe il prodotto di un rifiuto intenso perpetrato nel tempo. Guardate ora l’analogia  sul piano fisiologico: lo stomaco ha la funzione di accogliere cibo, creare acidi mescolati ad enzimi digestivi per una prima elaborazione. Accogliere – acidità – digestione.
Lo stress è l’aggressività (acidi) contro qualcosa ritenuto indigesto (l’evento). quindi lo stomaco non accoglie più e le cose “rimangono sullo stomaco”. Se guardiamo i sintomi troviamo una chiara corrispondenza con questo stato di rifiuto mentale in cui tutto risulta pesante e indigesto:  digestione lenta, rigurgiti, acidità di stomaco, pesantezza dopo i pasti, gonfiore di pancia.
Certo, non c’è alcuna prova scientifica che questo sia il meccanismo definitivo, eppure l’analogia ci permette di fare un passo in avanti nella comprensione.
Sia chiaro che i sintomi non sono l’unico sistema per comprendere se il nostro percorso è stato frainteso. Anche la forma del corpo dice molte cose, la deambulazione e l’espressività e, dulcis in fundo, lo stato d’animo stesso.
Il corpo parla anche con i sintomi così che questi ultimi sono vettori di informazioni che avvengono sul piano della coscienza. Ogni sintomo è un richiamo all’alienazione dell’uomo da se stesso, dalla propria natura, dal proprio sentiero. Il corpo urla (con i dolori) mentre il guidatore è spesso ignaro di vivere in un corpo intelligente dotato di un linguaggio simbolico che ha come fine il ripristino dell’equilibrio. Altre volte l’uomo se ne rende conto, avverte che esiste una qualche relazione tra ciò che pensa e ciò che sperimenta nel corpo, ma è troppo preso dai propri obiettivi per dare la giusta attenzione. E così molti passano la loro esistenza a dare battaglia a quei sintomi che sembrano togliere loro la libertà e la felicità. Eppure, i sintomi hanno lo scopo di comunicare qualcosa, talvolta un’abitudine errata, oppure un’alimentazione inadeguata, una cura errata (malattie iatrogene), e più spesso dei pensieri inadeguati.

Il sintomo chiede una correzione ad un certo piano dell’esistenza. Per questo il sintomo non va combattuto, non va annientato o soppresso. Il sintomo va capito poiché non è il nemico. Esso è la lampadina d’allarme che comunica che il vero nemico si nasconde nel malato stesso. Occorre dunque una dilatazione dello stato di coscienza, una dilatazione che viene chiama consapevolezza. Questo è il primo passo per ottenere dei risultati sul piano della salute e della crescita personale. Ma se il percorso si ferma sulla consapevolezza, allora il cambiamento sarà nullo.

" La conoscenza non ha valore se non la metti in pratica" 
(Herbert J. Grant)

Articolo a cura di Florian Cortese

sabato 1 marzo 2014

Psicologia e dintorni...Disturbo Psicosomatico


“Questo è il grande errore dei medici del nostro tempo:
 tenere separata l’anima dal corpo”.
Platone

La Medicina Psicosomatica studia i rapporti che intercorrono tra il nostro mondo interno e le reazioni corporee. Nelle reazioni psicosomatiche, in generale, manca l’operazione di elaborazione degli eventi che ci causano sofferenza e la partecipazione della intera personalità a questi possibili accadimenti della vita appare limitata. Manca la consapevolezza del collegamento tra gli eventi dolorosi della vita e gli effetti negativi che essi possono causare all’organismo.
Un esempio banale, utile per capire:
    “Mi è venuto un tremendo mal di testa perché ho lavorato troppo” – stress da super-lavoro –, dice una persona; “
    Mi è venuto un tremendo mal di testa e non lo so perché”, dice un’altra.
Quest’ultima persona dimostra di avere qualche difficoltà ad accedere alla comprensione del suo “star male” e potrebbe continuare a lavorare aggravando il suo sintomo, mentre la prima, consapevole della possibile origine del suo mal di testa, potrebbe scegliere di fermarsi di lavorare e magari concedersi dei momenti di pausa rispettosi del suo modo di essere e del suo livello di fatica.
Le persone che tendono a funzionare come la persona citata per seconda, possono essere candidate ad avere sintomi di natura psicosomatica, cioè hanno maggiore probabilità di sviluppare una sofferenza psicosomatica.
Il modello psicosomatologico di interpretazione della malattia e dello “star male”, ribalta, d’altra parte, lo schema classico il quale prevede la lesione dell’organo quale base del suo mal funzionamento, nello schema secondo cui il protrarsi di uno stress intenso può generare una disfunzione di quell’organo e, quindi, il suo mal funzionamento e, addirittura, se non si riescono a porre ripari in tempi normali, una sua lesione.
Ricerche
Molte ricerche hanno dimostrato che i condizionamenti psicologici e sociali sono una classe di fattori che si trovano presenti in tutte le malattie e in tutti i disturbi fisici anche se il loro peso può variare da disturbo a disturbo, da un individuo all’altro.
Dalla letteratura internazionale si ricava che il disturbo psicosomatico è caratteristico di quelle persone che presentano difficoltà nei processi di mentalizzazione, ossia di elaborazione psichica delle emozioni attraverso le operazioni del pensiero, sia intellettuale e cosciente sia immaginativo e fantastasmatico.

Inoltre, le caratteristiche della loro personalità sono incentrate su un’accentuazione del pensiero operativo, queste persone sono sempre rigidamente aderenti alla realtà concreta e difficilmente la loro vita è ricca di vita fantastica.
Teorie a confronto: Freud, Reich, Lowen et al.
Secondo S. Freud, la sofferenza psicosomatica e, in senso lato, il disturbo psichico, nascerebbe da un conflitto tra la soddisfazione di un desiderio e la constatazione della impossibilità o, quantomeno, della difficoltà nel realizzarlo.
Secondo un altro grande del pensiero psicoanalitico, W. Reich, tutti i processi vitali seguono i fenomeni di carica e scarica. Per cui, quando la scarica risulta impedita, l’organismo vive in uno stato di carica senza sfogo e se questa condizione diventa cronica, si forma una corazza caratteriale a livello psichico e una corazza muscolare a livello fisico, in tal modo l’organismo arriva a svolgere una operazione di controllo delle emozioni e una potente struttura di difesa da esse.
Mentre quindi Freud poneva attenzione soltanto alla produzione verbale dei suoi pazienti, Reich introdusse nella psicoanalisi anche l’osservazione del corpo, come l’espressione degli occhi e del viso, la qualità della voce e i vari tipi di tensione muscolare. Descrisse per primo quello che oggi noi chiamiamo il linguaggio del corpo.
Le teorie di Reich hanno prodotto lo sviluppo dell’analisi bioenergetica, metodica psicoterapeutica elaborata da A. Lowen.
Questo approccio, unico nel suo genere, considera la mente e il corpo un’unità funzionale, inscindibile, tanto che il suo intervento è costituito da una complessa combinazione di lavoro sul corpo e lavoro psicoanalitico.
Tra gli anni Quaranta e gli anni Cinquanta, Franz Alexander propose che gli stati conflittuali, attraverso la mediazione del sistema neurovegetativo, fossero implicati nelle cause di varie malattie psicosomatiche.
Un’altra teoria molto significativa è quella proposta dalla Dunbar. Ella sostenne che la struttura della personalità individuale può condizionare le difese corporee, predisponendo allo sviluppo di determinate malattie.
Nonostante le molte obiezioni, gli studi di questa autrice sollevarono un certo interesse nella comunità scientifica internazionale e favorirono altre ricerche, tra le quali quelle di Friedman e Rosenman, che portarono all’identificazione di un pattern di Comportamento definito di “tipo A”, oggi considerato ufficialmente un fattore di rischio per le malattie cardiovascolari.

L’individuo di “tipo A” e malattie coronariche
    L’individuo “di tipo A” ha sempre fretta, avverte la pressione del tempo, è eccessivamente coinvolto nel lavoro, è ambizioso e competitivo, è impaziente e si annoia facilmente, è ostile ed irritabile, è ansioso ed impulsivo, ha uno stile di espressione a volte arrogante ed un linguaggio rapido e incalzante, ricerca il successo e la valorizzazione sociale, è sempre teso, impegnato senza tregua verso il raggiungimento di obiettivi.
Nel 1981 il “Comportamento di Tipo A” è stato riconosciuto ufficialmente come fattore di rischio nei confronti delle malattie coronariche, riconoscimento di portata storica per la psicosomatica, che venne condiviso anche dalla Organizzazione Mondiale della Sanità.
Vent’anni di studi ulteriori, tra il 1970 e il 1990, hanno chiarito che sensibile alle reazioni emozionali non è solo il sistema nervoso vegetativo ma anche, e notevolmente, il sistema endocrino, inaugurando il filone di ricerca della psiconeuroendocrinologia.
Mentre, a partire dagli anni ’80, anche il sistema apparentemente più lontano, il sistema immunitario, risultò avere connessioni con il sistema nervoso e molto sensibile allo stress.
Psiconeuroendocrinoimmunologia
Vengono così gettate le basi della neuroimmunomodulazione e nasce la psiconeuroendocrinoimmunologia. Com’è noto, animali stressati – ad esempio ripetutamente spaventati – producono meno anticorpi e spesso si ammalano con più facilità rispetto ad animali di controllo non stressati.
Lo stress può indurre aumentata mortalità in seguito all’esposizione ad agenti infettivi. Persone in lutto per la morte di un proprio caro possono risultare immunodepresse.
Sifneos, negli anni Sessanta, parlò di “alessitimia”, letteralmente “emozione senza lessico”; secondo questo autore le persone affette da disturbi psicosomatici avrebbero incapacità ad esprimere verbalmente le loro emozioni, la loro attenzione sarebbe interamente centrata sugli oggetti concreti e sulla realtà esterna tanto da essere “sbilanciate” anche sotto l’aspetto neuropsicologico, nel senso che predominerebbe, in queste persone, la neocorteccia a danno del sistema libico, mancando ogni integrazione tra componenti intellettive ed emozionali.
In Italia, il compianto Ferruccio Antonelli nel 1981 iniziò a parlare di “brositimia”, letteralmente “sentimento ingoiato”.
Secondo questo autore, le persone affette da disturbi di natura psicosomatica, presenterebbero difficoltà nel reagire alle avversità della vita, tanto che questo loro stile di vita risultò essere il principale responsabile delle loro sofferenze, la più chiara espressione della somatizzazione dell’ansia. “Mandare giù”, d’altra parte, ricorda il comportamento dello struzzo: non risolve i problemi ma li dirotta all’interno lasciandoli irrisolti.
Di Alfredo Ferrajoli


domenica 23 febbraio 2014

Autori e dintorni...



 Un castello di sabbia. Storie della mia vita e della mia schizofrenia
di  Elyn R. Saks


Una malattia mentale come la schizofrenia, raccontata in prima persona da una paziente eccellente: una studiosa di filosofia che è diventata - proprio grazie alla sua malattia - docente di psichiatria all'Università della California. Un racconto denso e toccante, dove il dolore si tinge di ironia, passione e intelligenza.
Un castello di sabbia è l'autobiografia di Elyn Saks: le sue rotture psicotiche, i ricoveri, le regressioni, i suoi rapporti di amore e di amicizia, le sue conquiste come donna e come accademica.
Cresciuta a Miami negli anni Cinquanta, in una famiglia normale e premurosa, intorno agli otto anni Elyn comincia a sentirsi "come un castello di sabbia con tutta la sabbia che si sta sgretolando sotto le onde... La consapevolezza a poco a poco perde la sua coerenza. Visioni, suoni, pensieri e sentimenti non vanno più insieme. Non c'è più un principio organizzativo che prenda i momenti che si succedono nel tempo e li organizzi in una forma coerente da cui trarre un senso".
E con l'adolescenza, le cose peggiorano: "La schizofrenia arriva come una lenta nebbia, che diventa impercettibilmente sempre più fitta con il passare del tempo".
È l'inizio di una battaglia lunga e difficile per tenere a bada i suoi demoni e i suoi incubi.
Una battaglia che Elyn Saks è determinata a vincere: studia filosofia, psicologia e legge, si laurea prima a Oxford e poi a Yale: grazie alla sua determinazione e alla sua incrollabile forza di volontà, la sua malattia diventa una opportunità, uno stimolo ad allargare i propri orizzonti di conoscenza e ad aprirsi verso il mondo.
E oggi, Elyn Saks è convinta che, un giorno, il suo successo sarà anche quello di quanti soffrono come ha sofferto lei.

"È il racconto più lucido e positivo sulla schizofrenia che abbia mai letto" (Oliver Sacks, M.D.)
"Elyn Saks non è la prima persona che è sopravvissuta alla tempesta della schizofrenia, ma è l'unica che ci ha fornito un contributo per disegnarne la mappa" (The American Journal of Psychiatry).

Elyn R. Saks insegna alla University of Southern California Gould School of Law ed è adjunct professor di psichiatria alla University of California, San Diego, School of Medicine.

martedì 11 febbraio 2014

Autori e dintorni...



"LE VIE SONO DIVERSE, LA META E' UNICA. NON SAI CHE MOLTE VIE CONDUCONO A UNA SOLA META? LA META NON APPARTIENE NE' ALLA MISCREDENZA NE' ALLA FEDE; LI' NON SUSSISTE CONTRADDIZIONE ALCUNA. QUANDO LA GENTE VI GIUNGE LE DISPUTE E LE CONTROVERSIE CHE SORSERO DURANTE IL CAMMINO SI APPIANANO; E CHI SI DICEVA L'UN L'ALTRO DURANTE LA STRADA "TU SEI UN EMPIO" DIMENTICA ALLORA IL LITIGIO, POICHE' LA META E' UNICA".






Gialàl-ad-Dìn Rūmī – Il poeta di Dio
(a cura di Francesco Mazzarini)        





Qualcuno lo definisce, senza troppa esagerazione, “il più grande poeta mistico di tutti i tempi”.
Come spesso accade i mistici non amano parlare molto di loro stessi, così Gialàl-ad-Dìn Rūmī ha deciso di comunicarci solamente i dati indispensabili della sua esistenza visibile. Alcuni aneddoti sulla sua vita si possono però trovare nel “Manàqib al-Arifin” di al-Aflàkì, discepolo di un nipote di Rūmī.
Il poeta nacque nel 1207 in Persia, ed è fondatore della confraternita dei Dervisci Rotanti (Mevlevi).
Due eventi spirituali furono determinati nella vita di Rūmī. Uno fu l’incontro, nel 1244, con il misterioso personaggio noto come Shams-i Tabrīz (il sole di Tabrīz), suo maestro spirituale che sembra sia stato uno di quei tipici dervisci vaganti, simili per certi versi agli jurodivyj russi, un “pazzo sacro” di indiscutibile fascino. Per un anno entrambi si dedicarono interamente ad una ricerca spirituale, che destò un notevole scandalo, che portò alla scomparsa di Shams in misteriose condizioni. A seguito della morte di Shams, Jalāl al-Dīn ebbe un momento di particolare capacità creativa che lo portò a comporre una raccolta di poesie comprendenti ben trentamila versi. Più avanti negli anni compose un’altra raccolta di componimenti poetici suddivisa in sei libri contenente più di 40mila strofe.
Il secondo evento fu la conoscenza, a Damasco, con Ibn Arabi, grande mistico islamico, tra i più grandi teorizzatori della waḥdat al-wujūd o “unità dell’essere”. Rūmī riesce a fondere in modo perfetto l’entusiasmo inebriato di Dio di Shams-i Tabrīz, con le sottili elucubrazioni e le visioni di Ibn al-’Arabi. La realtà terrena, sostiene, non è che un riflesso della realtà simbolica che è la vera realtà.
Le opere principali di Rūmī sono due: uno è il Dīwān o canzoniere, noto come Divan-i Shams-i Tabrīz (“Canzoniere di Shams-i Tabrīz”). L’appellativo è anche esteriormente, ben meritato, trattandosi di una raccolta di odi veramente immensa. L’altro è un poema lungo a rime baciate, forma che si chiama comunemente in persiano “Masnavī” e noto appunto come Masnavī-yi Mànavi (“Masnavī Spirituale”).