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martedì 10 aprile 2018

Psicoattivo

http://www.psicoattivo.com/piacere-ricompensa-cerebrale-evoluzione-dipendenze/#_ftn2

Piacere, ricompensa cerebrale, evoluzione e dipendenze

By Stefano Canali

 Il concetto di sistema di ricompensa cerebrale è il prodotto finale di una sperimentazione sui centri nervosi del piacere. Questo filone di ricerche prese il via a partire dalla celebre scoperta di James Olds dei fenomeni dell’autostimolazione cerebrale. Nel 1954, Olds studiava gli effetti sull’apprendimento della stimolazione di una particolare struttura posta alla base del cervello[1]. Gli animali affamati dovevano imparare a percorrere un labirinto per ricevere una ricompensa di cibo alla fine di ogni test corretto. Alcuni ratti venivano poi stimolati elettricamente con microelettrodi cronicamente impiantati nelle aree profonde del cervello. Secondo l’ipotesi di Olds questa stimolazione avrebbe dovuto incrementare le prestazioni nei test. Gli animali stimolati, però, manifestavano uno curioso comportamento, ritornavano nel posto del labirinto dove avevano ricevuto la stimolazione e lo esploravano attivamente, oppure ripetevano i gesti e le posture concomitanti alla stimolazione. In sostanza, essi manifestavano l’apprendimento di un comportamento associato alla stimolazione elettrica, indice evidente che l’eccitazione elettrica del cervello possedeva per i topi qualità gratificanti e piacevoli. Olds pose quindi i ratti in gabbie di Skinner, dove, attraverso una leva, essi potevano autostimolarsi il cervello. Gli animali imparavano presto che premendo la leva potevano ottenere la stimolazione e si dimostravano pronti a subire scariche elettriche e altre intense punizioni pur di stimolarsi il cervello.
                                                                       
Dal punto di vista anatomo-funzionale, il sistema di ricompensa cerebrale è un struttura funzionale complessa che si origina nei nuclei profondi dell’encefalo ed è distribuita soprattutto nei centri cerebrali preposti al controllo degli equilibri fisiologici – dove vengono valutati i bisogni organicie a quelli implicati nel comportamento motivazionale ed emozionale. Attraverso l’attivazione dopaminergica, il sistema di ricompensa cerebrale in tal senso fa sì che i comportamenti risultati utili a soddisfare i bisogni organici siano gratificati e rinforzati attraverso la connotazione emotiva del piacere, inducendo quindi l’animale (e l’uomo) a ripeterli[2]. Il sistema di ricompensa cerebrale proietta e riceve fibre nervose dopaminergiche anche dalla corteccia cerebrale, cioè a dire dalla sede dei processi psichici superiori. Il piacere e la ricompensa, così, vengono ad avere una rappresentazione cognitiva, diventano variabili dipendenti dell’esperienza personale e dei fattori socio-culturali. La ricerca sembra ormai aver conclusivamente dimostrato che il sistema dopaminergico è il substrato neurofarmacologico degli effetti rinforzanti, ricompensati delle sostanze d’abuso per le quali si può sviluppare la dipendenza[3]. In questo senso, la maggior parte delle sostanze d’abuso agisce su sistemi neuronali antichi ed estremamente ben conservati, la cui stimolazione produce piacere e che si sono evoluti per codificare i comportamenti utili alla sopravvivenza dell’individuo e della specie. Le sostanze d’abuso attivano i neuroni dopaminergici del cervello emozionale e i recettori degli oppioidi nel sistema nervoso dei mammiferi, bersagli anatomo-funzionali di ciò che potrebbe essere definito il “circuito neuronale comune” per la gratificazione ovvero sistema della regolazione delle motivazioni. Alcuni tra i neurotrasmettitori di questi insiemi funzionali si sono evoluti oltre un miliardo di anni fa. La dopamina, la serotonina e la noradrenalina sono presenti anche nel sistema nervoso degli invertebrati, come i molluschi e gli artropodi, che fanno la loro apparizione circa seicento milioni di anni fa. Gran parte dei cervelli dei vertebrati possiede sequenze di DNA analoghe al recettore m degli oppioidi, e persino i cervelli dei vertebrati non mammiferi possiedono un circuito nervoso dopaminergico strutturato anatomicamente in modo assimilabile a quello dell’uomo. Benché questi sistemi neurotrasmettitoriali non siano deputati tutti alla stessa funzione, svolgono ruoli comparabili in organismi molto diversi tra loro: la dopamina presiede al comportamento appetitivo, alle motivazioni biologiche negli organismi che vanno dalle lumache ai primati, e una molecola analoga, l’octopamina, sembra al centro degli effetti gratificanti del saccarosio nelle api. Allora la prospettiva evoluzionistica suggerisce che le sostanze d’abuso possano indurre la dipendenza sfruttando le funzioni incentivanti del sistema dopaminergico. Esse cioè innescano falsi segnali che il cervello decodifica come associati a vantaggi adattativi superiori a quelli legati alla soddisfazione dei bisogni biologici. Le droghe con potenziale d’abuso possono così modificare le normalità priorità comportamentali evolutive tanto da rendere preponderante la ricerca della sostanza rispetto ai comportamenti adattativi. In individui vulnerabili cioè, la reiterazione dell’assunzione di una sostanza o la ripetizione di un comportamento stesso (come nel caso del gioco d’azzardo) possono determinare la prevalenza della dimensione appetitiva (quindi impulsiva) sulla dimensione cognitiva, nel processo di valutazione delle ricompense associate alle ricompense. Per questo un individuo può scegliere sistematicamente di agire per una ricompensa immediata, come quella dell’effetto della sostanze o del gioco d’azzardo, a dispetto della consapevolezza delle conseguenze negative di questa scelta: il quadro paradigmatico dell’apparente irrazionalità dei soggetti con dipendenza. 

Stefano Canali Riferimenti bibliografici [1] Olds J, Milner P. Positive reinforcement produced by electrical stimulation of septal area and other regions of rat brain. J Comp Physiol Psychol. 1954 Dec;47(6):419-27. [2] Berridge KC, Robinson TE. What is the role of dopamine in reward: hedonic impact, reward learning, or incentive salience? Brain Res Brain Res Rev. 1998 Dec;28(3):309-69; Wise RA, Rompre PP. Brain dopamine and reward. Annu Rev Psychol. 1989;40:191-225. [3] Koob GF, Nestler EJ. The neurobiology of drug addiction. J Neuropsychiatry Clin Neurosci. 1997 Summer;9(3):482-97; Di Chiara G. Drug addiction as dopamine-dependent associative learning disorder. Eur J Pharmacol. 1999 Jun 30;375(1-3):13-30; Koob GF, Le Moal M. Drug addiction, dysregulation of reward, and allostasis. Neuropsychopharmacology. 2001 Feb;24(2):97-129; Kalivas PW, Volkow ND. The neural basis of addiction: a pathology of motivation and choice. Am J Psychiatry. 2005 Aug;162(8):1403-13.

domenica 30 aprile 2017

Tratto da Forme Vitali di Mauro Pellegrini

L’ego e l’arte del Monopoly

“Se si insegnasse la bellezza alla gente,
la si fornirebbe di un’arma
contro la rassegnazione, la paura e l’omertà”
Peppino Impastato
E invece della bellezza una delle cose che viene più insegnata è l’arte di giocare a Monopoly: quel misto di aggressività, avidità e furbizia che serve a prevalere, ad accumulare e a confrontarsi con gli altri su un piano che contempla solo la logica del più forte, del più bravo ad approfittare della situazione e a ricavarne di più.
Non mi riferisco al gioco da tavolo. In quello almeno si parte tutti con le stesse risorse, il lancio dei dadi garantisce una certa dose di incertezza e, quando si inizia a giocare, si sa che… “questo è un gioco”.
Ciò di cui parlo è una modalità di relazione che accentua la distanza e che appiattisce il rapporto con l’altro, favorendo solo tre posizioni: sopra, contro, sotto.
Sono gli unici tre modi di relazionarsi che l’ego conosca: “sto sopra e domino; combatto per vincere o per non soccombere; sono sotto e provo invidia/gelosia”. Nessuno spazio per la collaborazione a meno che non implichi un’alleanza in una delle tre posizioni: stiamo insieme per dominare, per combattere, per rivendicare. 
Questo fa l’ego perché questo viene insegnato, principalmente. Freud parlando dell’Io lo definiva un servo al servizio di due padroni: c’è l’Es la parte istintuale che ordina fai ciò che ti piace, e il Super-Io che insiste su fai la cosa giusta, e c’è questa sorta di arlecchino che si barcamena, che fa aspettare un po’ l’uno e un po’ l’altro e che, se chiede consiglio su come cavarsela fra Scilla e Cariddi, viene istruito prima di tutto sulla legge della giungla così che, come disse Dryden: “Il prete continua ciò che iniziò la balia, e in tal modo il bambino inganna l’uomo”.
Ci vengono, insomma, insegnate queste tre posizioni fondamentali e siccome queste conosciamo, andiamo avanti in automatico in un gioco che, essendo il gioco più giocato, lascia poco spazio a tutto il resto. 
E’ così che l’Io si riduce ad una sorta di ingranaggio talmente preso dal compito da dimenticare la bellezza!
La maggioranza dei sintomi con cui chi svolge il mio lavoro si trova ad avere a che fare in fondo ripetono: “sono brutto, non mi sto piacendo, non trovo più il bello nella mia vita”. La depressione, il panico, l’ansia e l’ossessione sono, in questo senso, ricerche: tentativi storti, convulsi, insistenti, maldestri e a volte disperati di ritrovare un’armonia, uno spazio  libero dal sopra-contro-sotto.
Mi capita di incontrare pazienti che si descrivono come una macchina. Parlano di quanto bene stanno svolgendo il loro lavoro, degli impegni a cui fanno fronte e dei meriti che sentono più o meno riconosciuti e, poi, descrivono un sintomo: qualcosa che inspiegabilmente non va, una sorta di: “vedi, ho fatto per bene questo e quest’altro, lancio i dadi, passo dal via, ho comprato cose che dovevano garantire l’arrivo di altre cose, ho fatto del mio meglio per non stare sotto o per innalzarmi al di sopra e… non sto bene.” Spesso con loro cito una frase di Jung che dice che gli Dei sono diventati sintomi. Serve ad invitarli a riflettere sulla macchina e a cercare dentro al sintomo, per trovare una Forma Vitale, qualcosa che spinge per manifestarsi e che NON È uno sforzo per prevalere. Infatti il sintomo è un invito al pensiero e all’amplificazione: un’esortazione a smettere di ripetere e a fermarsi per scovare nella sofferenza una risposta. Il “dio” di cui parla Jung è qualcosa che va oltre al contingente, qualcosa che riguarda la profondità dell’individuo e che rimanda ad altro offrendo una via di uscita che passa per uno stile di pensiero, un’estetica diversa.    
Sotto agli ingranaggi e, a volte, direttamente dentro al sintomo, ci si imbatte in una pulsione che non lavora per il dominio ma per la risonanza: qualcosa che punta alla condivisione, all’affinità, alla sintonia. 
Il problema non è la supremazia. Siamo animali sociali e sempre sentiremo una spinta per la visibilità, per il posto migliore, per la razione più succulenta. Il problema è l’ipertrofia dell’ego che oscura la consapevolezza del gioco. Prendiamo così sul serio le istruzioni che ci dimentichiamo della libertà di smettere di giocare
E’ a questo che serve la bellezza: distrae dal compito, impedisce la rassegnazione e rompe con l’omertà. Spesso crea dei sintomi. Le macchine non soffrono e giocano sempre lo stesso gioco!


domenica 31 gennaio 2016

La Resilienza

UN CONCETTO ASTRATTO O UNA METODOLOGIA DI LAVORO?

Come si formano i fattori protettivi a seguito di un evento traumatico?
Quali le implicazioni in ambito psicologico e in quello giuridico-forense? Alcune considerazioni sul concetto di Resilienza a cura della Dr.ssa Germana Prencipe



In questi ultimi anni, la resilienza è stata oggetto di una serie di studi e di riflessioni della comunità scientifica nazionale ed internazionale, che le hanno consentito di affrancarsi dal novero astratto entro cui si collocava, per diventare prassi e anche studio di metodologia di lavoro per tutte quelle professioni che vengono a contatto con situazioni di crisi delle famiglie, o di minori che hanno vissuti vere e proprie condizioni traumatiche: terremoti, violenza, guerra, abbandono, maltrattamento, abuso sessuale.
Con il termine resilienza si intende la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici e di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, è quindi una competenza chiave, che è possibile sviluppare attraverso l’apprendimento di tecniche professionali ed il potenziamento dei fattori personali per trasformare le circostanze avverse in nuove sfide alla propria esistenza.
Secondo Boris Cyrulnik1, psichiatra e psicanalista, docente all’Università di Tolone (Francia) la resilienza “è l’arte di navigare sui torrenti. Un trauma sconvolge il soggetto trascinandolo in una direzione che non avrebbe seguito. Ma una volta risucchiato dai gorghi del torrente che lo portano verso una cascata, il soggetto resiliente deve ricorrere alle risorse interne impresse nella sua memoria, deve lottare contro le rapide che lo sballottano incessantemente. A un certo punto, potrà trovare una mano tesa che gli offrirà una risorsa esterna, una relazione affettiva, un’istituzione sociale o culturale che gli permetteranno di salvarsi. La metafora sull’arte di navigare i torrenti mette in evidenza come l’acquisizione di risorse interne abbia offerto al soggetto resiliente fiducia e allegria. Tale inclinazione, acquisita in tenera età, gli ha conferito un attaccamento sicuro e comportamenti seduttivi che gli permettono di individuare ogni mano tesa. Ma se osserviamo gli esseri umani nel loro “divenire”, constateremo che chi è stato privato di tali acquisizioni precoci potrà metterle in atto successivamente, pur con maggiore lentezza, a condizione che l’ambiente, consapevole di come si costruisce un temperamento, disponga attorno al soggetto ferito qualche tutore di resilienza”. Il termine resilienza è stato mutuato dalla fisica per indicare “la capacità di riuscire, di vivere e svilupparsi positivamente, in maniera socialmente accettabile, nonostante lo stress o un evento traumatico che generalmente comportano il grave rischio di un esito negativo.(...) Certo, al momento del trauma, si vede solo la ferita. Sarà possibile parlare di resilienza soltanto molto tempo dopo, quando l’adulto, infine riparato, riconoscerà il trauma infantile subito. Essere resilienti è più che resistere, significa anche imparare a vivere. Purtroppo, costa caro”. Quando la ferita è aperta, siamo orientati al rifiuto. Per tornare a vivere, non dobbiamo pensare troppo alla ferita. “Con il distacco dato dal tempo, l’emozione provocata dal trauma tende a spegnersi lentamente lasciando nei ricordi soltanto la rappresentazione del trauma.”



http://www.psicologiaprencipe.it/allegati/RESILIENZA.pdf

martedì 1 dicembre 2015

Autori e dintorni...C. G. Jung

«La solitudine non deriva dal fatto di non avere nessuno intorno, ma dalla incapacità di comunicare le cose che ci sembrano importanti, o dal dare valore a certi pensieri che gli altri giudicano inammissibili. La solitudine cominciò con le esperienze dei miei primi sogni, e raggiunse il suo culmine al tempo in cui mi occupavo dell’inconscio. Quando un uomo sa più degli altri diventa solitario. Ma la solitudine non è necessariamente nemica dell’amicizia, perché nessuno è più sensibile alle relazioni che il solitario, e l’amicizia fiorisce soltanto quando ogni individuo è memore della propria individualità e non si identifica con gli altri.»

(C.G.Jung – Ricordi, Sogni, Riflessioni)


sabato 3 ottobre 2015

martedì 2 giugno 2015

Psicologia e dintorni..


Il centralino del cervello: il talamo. 
L’ipotalamo è la sede della memoria a lungo termine
Tratto da Fiumesilente

Il talamo è situato sotto la corteccia cerebrale, è paragonabile ad un supercomputer con un software (programma) molto evoluto, un vero e proprio sistema esperto, intelligente ; perciò in grado di apprendere dalle esperienze. Esso seleziona tutti gli impulsi provenienti dai recettori appartenenti a quattro dei cinque sensi : vista, udito, tatto e gusto, e li trasmette alla corteccia cerebrale affinché la persona ne sia consapevole. Il talamo impara da ogni esperienza. Purtroppo in questo apprendimento ci sono compresi tutti i condizionamenti che l’uomo riceve fin dalla nascita. Il talamo impara e controlla. Quando l’uomo nasce non ha condizionamenti, ma ben presto viene condizionato dai genitori e dalla società con le sue regole. I condizionamenti sono memorizzati dal talamo il quale blocca quegli impulsi che alla coscienza darebbero gioia, felicità, estasi ma che al prossimo recherebbero dolore o dispiacere. Perciò li reprime...
Questo spiega perché per l’uomo (in particolare per l’uomo “civile”) è molto difficile cambiare : per farlo occorre riprogrammare il talamo. Il talamo programmato secondo l’ego alterato, è come un guardiano che sta alla porta della nostra mente e decide quali sentimenti e pensieri far passare o meno. Esso lascia passare solo ciò che corrisponde alla propria immagine, quella che l’essere umano si è costruita nel corso di millenni e che rispecchia la consapevolezza sociale, un modello fatto di regole, dogmi, leggi, che determina il comportamento degli esseri umani.
L’ipotalamo è la sede della memoria a lungo termine .L’ipotalamo è il custode delle registrazioni del passato. Le registrazioni del passato vengono immagazzinate anche nei peptici/amminoacidi che compongono gli ormoni. Ogni memoria è chimica e viene conservata nel cervello in forma chimica. Vedi "Il cervello e le emozioni").
Il sistema limbico è una struttura al centro del nostro cervello ed è collegato con tutte le più importanti strutture cerebrali. E’ in grado di comunicare direttamente con la corteccia cerebrale, è vicinissimo alla ghiandola pineale (sesto sigillo) che è responsabile dei vari processi quali la procreazione, il risveglio. Inoltre si ipotizza che sia una struttura importante per la gestione della memoria, nonché la centrale di comando per le emozioni.
L’olfatto è l’unico dei cinque sensi anatomici che sfugge al controllo del talamo e quindi all’ego alterato. Le informazioni provenienti dall’olfatto arrivano direttamente al sistema limbico e da qui arrivano direttamente alla corteccia cerebrale. L’olfatto, quindi, è l’unico senso fisico non condizionabile. Oggi si sa che l’olfatto e il sesso sono strettamente collegati, cioè l’olfatto è molto importante per la vita sessuale dell’uomo dalla quale dipende la sopravvivenza della razza umana. Questa caratteristica dell’olfatto (di essere libero da ogni condizionamento) viene sfruttata dall’Aura Soma per la guarigione tramite particolari prodotti (pomander e quintessenze) che contengono odori che possono influire direttamente sul nostro cervello.
In passato si pensava che la ghiandola pineale fosse la sede dell'anima. Non è la sede dell'anima. 
Nel periodo antecedente la semina della razza umana, il cervello degli ominidi aveva un aspetto assai differente. Non aveva ciò che si chiama amigdala. Aveva l'ippocampo ma non aveva il lobo frontale, come lo conosciamo ora, o la corteccia cerebrale. Prima di 200.000 anni fa il cervello era molto piccolo. Chi di voi ha visto un teschio degli ominidi dell'antichità? Ricordate quanto è piccola la parte posteriore? La parte posteriore del teschio finiva col corpo calloso. Tutto ciò che conteneva era il cervello medio e il cervello rettile.
Questa non è una cattiva cosa visto che era il cervello originario. E' chiamato cervello rettile perché lo si fa risalire all'età dei rettili. Esiste fin da allora.
Il cervello rettile, fino a 200 000 anni fa era il trasmettitore e il ricevitore delle molteplici dimensioni superiori da cui gli ominidi erano appena venuti. L'area del cervello medio era come è oggi e la ghiandola pineale era molto più grande allora rispetto ad oggi. Se il cervello rettile è la sede del subconscio, il cervello medio è la sede di tutta l'attività medianica: è stato creato come un ricevitore. L'area del cervello medio è sensibile per questo alle radiazioni infrarosse.
L'area del cervello medio è l'unica parte del cervello ad essere sensibile alle radiazioni infrarosse. In altre parole, noi ci troviamo ora al livello hertziano (dalle basse frequenze dell’ordine di qualche hertz, alle microonde); il livello successivo e superiore a questo, ossia il secondo livello, è chiamato reame infrarosso. E' il reame in cui entriamo nel momento in cui moriamo. L'infrarosso come banda di energia ha una parte inferiore e una parte superiore nella banda della sua lunghezza d'onda: è chiamata reame medianico.
Gli ominidi prima di 200.000 anni fa erano telepatici. Comunicavano proprio come fanno gli animali oggi. Gli animali sono creature molto telepatiche. il loro cervello è ultrasensibile alle radiazioni infrarosse e l'infrarosso è la banda medianica.
Così gli ominidi captavano e ricevevano il pensiero attraverso l'ampiezza delle bande perché il loro cervello era un perfetto ricevitore. Essi captavano le comunicazioni con il cervello medio. La ghiandola pineale, spesso chiamata l'anima dell'uomo, è responsabile della produzione di due neurotrasmettitori assai importanti per la consapevolezza del cervello giallo. Uno dei due trasmettitori è chiamato serotonina. Per abbreviarne il nome la chiameremo Sara. 
Sara è una ragazza che va in giro di giorno. La ghiandola pineale quando c'è luce produce serotonina. Potete pensare alla serotonina come ad una chiave. Nel momento in cui la luce diminuisce nella retina dell'occhio, che contiene le stesse cellule che sono anche nella ghiandola pineale, questo fatto segnala alla ghiandola pineale di cessare la produzione di serotonina e di iniziare a produrre melatonina. La melatonina è il secondo neurotrasmettitore e viene creata per mandare a dormire il corpo.
La ghiandola pineale è quindi una piccola fabbrica che produce questi neurotrasmettitori così importanti, ma anche un'altra cosa straordinaria: dalla melatonina sintetizza una droga allucinogena chiamata pinealina. La ghiandola pineale è lo sciamano del cervello. Dopo mezzanotte, tra l'una e le tre circa del mattino, entriamo nel livello più profondo del nostro sonno dove accadono i sogni più lucidi. Il sogno lucido è possibile solo se la ghiandola pineale ha tempo a sufficienza per trasformare la melatonina in pinealina. Perché pinealina? La pinealina è l'allucinogeno che l'inconscio usa per permettere al cervello di comunicare con le sfere più profonde. Le persone che stanno alzate a lungo di notte non arrivano a produrre pinealina e perciò vengono private di questa comunicazione. Ciò significa che la pinealina, distribuita in tutta la corteccia cerebrale che dorme, attiva un processo inverso nei neuroni permettendo alla mente subconscia di parlare alla mente consapevole. La pinealina apre quindi la porta alla mente subconscia e permette di fare esperienze extracorporee. Permette inoltre di avere visioni profetiche sulla linea del tempo e di inoltrarsi in livelli superiori di consapevolezza. Prima che torniate al vostro corpo la pinealina viene assorbita e voi tornate nel corpo. La ghiandola pineale produce serotonina e melatonina. E cosa succede dopo mezzanotte? C'è del vero nella storia di Cenerentola?
Quando la Kundalini sale ed arriva alla ghiandola pineale, immediatamente, grazie al suo allineamento e alla sua energia, ionizza la rotazione nel neurotrasmettitore serotonina. Che cosa significa dire che ionizza la rotazione? La serotonina è una molecola di neurotrasmettitore e le molecole sono fatte di atomi. Gli atomi che servono per formare la molecola chiamata serotonina si sono messi d'accordo di associarsi e in questa associazione le loro rotazioni sono in relazione reciproca. Essi si scambiano reciprocamente elettroni e cambiano con ciò la loro massa, la quale in questo modo cambia la sua natura chimica. Se quindi ad una molecola di serotonina si aggiunge il caldo vento di Kundalini abbiamo un potente campo magnetico di energia che passa attraverso questa molecola. Quest'energia cambierà, invertendola, la rotazione della molecola, modificandone così le sue caratteristiche. La molecola si fraziona per riconfigurarsi poi nel suo corpo più alto, mai in quello più basso. E il potenziale più alto della molecola di serotonina è la pinealina.
Mentre questa energia sale al cervello medio ed apre la porta di San Talamo, essa contemporaneamente attiva l'emisfero destro e sinistro del cervello. Tutti i neuroni cominciano a “sparare”. E, grazie alla pinealina, immacolatamente sintetizzata in un batter d'occhio, il cervello è in grado di registrare linee del tempo che risalgono fino al punto dell'eternità.
L'ipofisi è il settimo sigillo. E' la corona, perché essa influenza direttamente il cervello ed attiva tutte le altre ghiandole, da quelle della testa a quelle del resto del corpo. Per fare questo l’ipofisi secerne certi ormoni che influenzano la pineale. La pineale a sua volta secerne i suoi ormoni e i suoi neurotrasmettitori ed attiva tutte le altre ghiandole del corpo.
Prima di 200.000 anni fa, questa particolare ghiandola era diversa. In altre parole non aveva le capacità che ha ora. Allora non era necessario averla.
Della corteccia cerebrale abbiamo fatto ben poco uso, l'abbiamo utilizzata automaticamente e geneticamente solo per far funzionare il nostro corpo, per sviluppare il linguaggio, per mantenere l'equilibrio e per la memoria. L'abbiamo utilizzata nella sua forma più elementare. Ma la maggior parte della corteccia cerebrale resta inutilizzata. Resta inutilizzata perché sta aspettando che qualcosa accada. Sta aspettando che avvenga una comprensione. Come si arriva a questa comprensione?
Il modo in cui il cervello viene utilizzato è questo: qualsiasi cosa abbiate nel lobo frontale diviene realtà. Il lobo frontale è la zona sopra gli occhi e le sopracciglia ed è chiamata area del silenzio. E' l'area su cui si focalizzano e si sintonizzano tutti coloro che si dedicano alla meditazione.
Qualunque cosa il vostro cervello metta lì (nel lobo frontale) diventa legge e in quanto osservatore di questa cosa il cervello influenzerà tutti i campi energetici, mantenendone lo status quo o cambiandolo. Come fa il cervello a fare questo? il cervello giallo è stato creato per “sparare” immagini olografiche; questo è il pensiero. Ogni neurone del nostro cervello è collegato ad altri neuroni. Solo per formare il colore giallo come pensiero servono più di 10.000 neuroni che “sparino” contemporaneamente, solo allora si avrà il colore giallo del sole.
Il cervello è usato per costruire immagini, per crearle. Il cervello è una macchina per immagini. E' la corteccia cerebrale che costruisce le immagini. Le immagini che sono nel lobo frontale sono la premessa della realtà. Creano la realtà. La rendono eterna o la cambiano.
Il cervello giallo, quindi, è un grande architetto. Il suo compito è quello di disegnare archetipi. Il suo compito è quello di pensare coerentemente. Il suo compito è quello di procurare al nostro Spirito la più grande quantità di immagini possibile, perché senza di esse non possiamo collassate l'onda in particella.