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lunedì 1 dicembre 2014

"Tra normalità e follia i confini sono sempre mobili"

Eugenio Borgna

In dialogo senza fine con il dolore...
FIAP 2014



Eugenio Borgna, primario emerito di Psichiatria all'Ospedale Maggiore di Novara, è libero docente in Clinica delle malattie nervose e mentali all’Università di Milano e uno dei maggiori esponenti italiani della psichiatria fenomenologica. A partire dalla contestazione dell'interpretazione naturalistica delle malattie mentali, pur dichiarando indispensabile l'ausilio dei farmaci nel caso di psicosi, Borgna ha sempre considerato le parole fondamentali nella cura psichiatrica, e difeso la necessità di porsi in relazione con il paziente e di penetrarne il mondo. 
Il suo metodo è basato sulla compartecipazione emotiva con l’altro, a partire dall’idea che il punto focale sia il dolore, non la malattia. 
Tra i suoi libri, Come in uno specchio oscuramente (Feltrinelli, 2007), L’arcipelago delle emozioni (Campi del sapere, 2008); Malinconia (Universale Economica. Saggi, 2008), Le emozioni ferite (Feltrinelli, 2011); La solitudine dell’anima (Feltrinelli, 2011), Di armonia risuona e di follia (Feltrinelli, 2012), La dignità ferita (Feltrinelli, 2013) e La fragilità che è in noi (Einaudi, 2014). 


«Ci sono emozioni forti ed emozioni deboli, virtù forti e virtù deboli, e sono fragili alcune delle emozioni più significative della vita» 
ha scritto Eugenio Borgna in La fragilità che è in noi, appena uscito per Einaudi. 

«Sono fragili la tristezza e la timidezza, la speranza e l’inquietudine, la gioia e il dolore dell’anima, l’amicizia e le lacrime». 


Ma se fragile è “ciò che si rompe facilmente”, la fragilità è struttura portante dell’esistenza umana. «Sono fragili, e si rompono facilmente, non solo quelle che sono le nostre emozioni e le nostre ragioni di vita, le nostre speranze e le nostre inquietudini, le nostre tristezze e i nostri slanci del cuore; ma sono fragili, e si dissolvono facilmente, anche le nostre parole». Ma Borgna ci invita a guardare oltre il lato d’ombra della fragilità, che è in noi come nostro destino.

«La fragilità, negli slogan mondani dominanti, è l’immagine della debolezza inutile e antiquata, immatura e malata, inconsistente e destituita di senso; e invece nella fragilità si nascondono valori di sensibilità e delicatezza, di gentilezza estenuata e di dignità, di intuizione dell’indicibile e dell’invisibile che sono nella vita, e che consentono di immedesimarci con più facilità e con più passione negli stati d’animo e nelle emozioni, nei modi d’essere esistenziali, degli altri da noi».




domenica 26 gennaio 2014

Coazione a ripetere...Tratto da "Forme Vitali"




La coazione a ripetere e il metodo pericoloso

“Ciò che è rimasto capito
male ritorna sempre;
come un’anima in pena,
non ha pace finchè non
ottiene soluzione e liberazione”
S.Freud


Nel “secondo libro” de “I fratelli Karamàzov” Dostoevskij parla di “Un dolore che cola in lamentazioni” e “Le lamentazioni non gli danno alcun ristoro fuorchè quello di esulcerare e di lacerare il cuore. E’ un dolore che non desidera neppure trovare consolazione: si nutre del suo senso di essere inconsolabile. Le lamentazioni sgorgano da un bisogno di rinfiammare costantemente la piaga”.

Tante volte in seduta ho visto questo tipo di dolore. In certe persone che soffrono di depressione, in particolare, capita di vedere una sorta di continuo ruminare su un’idea che provoca dolore, senza riuscire, tuttavia, a cavar niente da quell’idea se non altri lamenti. Eppure proprio come dice Freud nella frase dell’incipit, mentre sto ad ascoltare ho l’impressione che qualcosa, sotto al lamento, cerchi una liberazione e una soluzione.

Lo stesso accade con certi gesti e certe azioni che continuamente si ripetono quasi fossero dei riti. In seduta questi gesti vengono raccontati nelle descrizioni che la persona fa della propria vita.

Un mio paziente che giocava d’azzardo mi raccontava, ad esempio, della fatica di procurarsi un po’ di euro per precipitarsi in un bar e buttarli velocemente nella slot machine senza nemmeno più la speranza di vincere ma così “per il bisogno di giocare”. Quando gli feci notare che è uno strano “gioco” quello che ripetendosi sembra volere solo se stesso: senza sfoghi, senza particolari vittorie ma solo con l’esigenza della ripetizione, mi rispose che non riusciva nemmeno a pensare alla propria vita senza il senso di tranquillità che veniva dal buttare i soldi in una “macchinetta”.

Era consapevole del disastro che il vizio del gioco stava causando alla sua vita, si rendeva conto dei debiti, degli sguardi di compatimento che gli altri gli rivolgevano e del “distacco da tutto il resto” che la sua abitudine creava. Ma continuava a chiamare tranquillità quello stato d’animo che provava quando, dopo essersi procurato i soldi, riusciva a perderli, quando riusciva a svuotarsi dopo essersi riempito.

Allo stesso modo e quasi con le stesse parole una paziente affetta da bulimia una volta mi disse che provava sazietà non dopo essersi abbuffata ma solo dopo avere vomitato tutto quello che aveva ingerito. “Solo allora mi sento tranquilla; solo così elimino, per un po’, la tensione.”

Nell’Enciclopedia di Psicoanalisi gli autori (J.Laplanche e J.B.Pontalis) spiegano che la coazione a ripetere è: “A livello di psicopatologia concreta, quel processo incoercibile e di origine inconscia con cui il soggetto si pone attivamente in situazioni penose, ripetendo così vecchie esperienze senza ricordarsi il prototipo e con invece l’impressione di qualcosa che è pienamente motivato dalla situazione attuale”.

Nei lamenti del depresso, nei gesti stereotipati del giocatore d’azzardo, nel rituale bulimico quello che vediamo all’opera è proprio questa tendenza a ripetere, questo bisogno incoercibile di compiere dei gesti che non producono un risultato, non risolvono niente e, proprio per questo, hanno bisogno di essere continuamente ripetuti. Anche dopo avere messo in atto le azioni che dovrebbero portare sollievo, i giocatori patologici rimangono scontenti, i bulimici affamati, i depressi soli e sconsolati.

E’ come se il prototipo, l’esperienza originale che fa da stampo a tutte le altre e che è un po’ il primo anello della catena non venisse mai a galla, creando così l’esigenza della ripetizione e, allo stesso tempo, la sua inutilità.

Per usare un’altra metafora si può dire che ciò che vorremmo scoprire o capire fino in fondo continua a dare segno di sé e, contemporaneamente, a nascondersi, rendendo la ricerca vana e infinita.

In una delle sue intense poesie la scrittrice Emily Dickinson dice: “Il cuore non dimentica / finchè non contempla / ciò che rifiuta”. Sembra che, allo stesso modo, la mente che non riesce a vedere bene ciò contro cui lotta, che non riesce a capire cosa sta cercando veramente di evitare, continui, ossessivamente, a rimettere in scena la propria protesta cercando esperienze penose in cui combattere contro un fantasma per perdere, ancora una volta, la battaglia.

Tutto questo (e un bel po’ di varianti sul tema) è la coazione a ripetere e gli esempi clinici che ho fatto poc’anzi non sono che estremizzazioni di ciò che accade ad ognuno di noi: è facile vedere la reiterazione di certi comportamenti quando si osservano fenomeni macroscopici come il gioco compulsivo, le tossicodipendenze o i disturbi alimentari, ma basta guardare un po’ più in profondità nelle nostre vite per accorgerci di quanto questo meccanismo influenzi più o meno profondamente il nostro comportamento quotidiano, il nostro stile di vita e le nostre abitudini.

Portare un individuo a contemplare ciò a cui realmente si oppone e a diventare consapevole di quale sia il vero nemico è forse il compito più ambizioso di qualsiasi metodo che si ponga come obiettivo quello di aiutare la persona a liberarsi dalle proprie catene.

E ogni metodo che si ponga un tale obiettivo merita l’appellativo che William James diede alla Psicoanalisi (allora agli albori). La definì infatti metodo pericoloso perché si accorse che i pazienti avrebbero ripetuto in seduta ciò che non erano in grado di vedere. Capì che ai terapeuti sarebbe stata posta una scelta cruciale: rispondere ai pazienti nello stesso modo in cui rispondevano ai loro eccessi e alle pulsioni le persone della loro vita: rispondere all’odio con dell’altro odio, al desiderio con altro desiderio; oppure aiutarli a prendere coscienza di cosa veramente li costringesse ad agire certe spinte, a combattere gli avversari sbagliati. Ciò che rende pericoloso il metodo è l’oggetto stesso su cui il metodo si applica.

Chi fa il mio lavoro sa, perché lo ha provato nella pratica, che chi è depresso si lamenta anche della terapia che sta facendo, che i bulimici hanno la tendenza ad abbuffarsi con i contenuti della seduta per rigettarli subito dopo e per non sentirsi mai sazi e che il giocatore d’azzardo scommette, senza volerlo, contro la riuscita della terapia. Sa anche che è utile che tutto ciò avvenga perché, nello spazio della seduta, sarà possibile affrontare in un modo diverso quell’anima in pena che nella ripetizione cerca soluzione e liberazione.

Perché questo avvenga e per porre fine al circolo vizioso occorre, innanzitutto, vedere l’individuo dietro al sintomo e riconoscere quelle forze che, nella persona, spingono per “rompere l’incantesimo” e per uscire dalla trappola.
E’ un lavoro su cui sono stati scritti migliaia di libri e su cui io, in questo blog, faccio solo alcuni accenni, nelle cronache.

Ma questo è un saggio semi serio; pone solo domande e dà spunti per la riflessione: ci sono metodi meno pericolosi?, privi di rischi, che garantiscano un risultato senza lo sforzo di esporsi e senza il pericolo di andare a sbattere insieme contro la sofferenza che, scavando, verrà a galla?

Ci sono!….Sono “innocui”, inefficaci, redditizi.

Si possono fare “pubblicità progresso” contro i disturbi alimentari e inserirle con cura fra un blocco di spot sulle merendine e un altro in cui modelle filiformi indossano taglia 38.
Si può, (si deve!) mettere alla fine di ogni promozione televisiva di poker on line l’avviso “gioca con moderazione”.
Si può suggerire a tutta la popolazione, subito dopo una catastrofe, di andare avanti a fare la vita di sempre: il consiglio che G.W.Bush e Rudolph Giuliani diedero agli abitanti di New York subito dopo l’11 settembre fu “uscite a fare shopping”.

O possiamo usare un metodo pericoloso: fermarci un attimo e riflettere, e, parafrasando solo un po’ E. Dickinson, contemplare ciò che stiamo rifiutando! Renderci conto di cosa vogliamo lasciarci davvero alle spalle!

domenica 19 gennaio 2014

Tratto da "Forme Vitali"


Ansia: un primo antidoto



“L’ansia è quel che più uccide l’amore. Crea i fallimenti.
Fa in modo che gli altri si sentano come tu ti sentiresti
se una persona che sta affogando si aggrappasse a te.
Vorresti salvarlo ma sai che, con il suo panico,
potrebbe strangolarti ”
Anaïs Nin

Tutti portiamo un cronico fardello di ansia: una sorta di secondo corpo non visibile ma percepibile internamente.
E’ lì che possiamo andare ogni volta che ci chiedono o ci chiediamo “come ti senti?”: diamo un’occhiata e sappiamo quanto in pace o in conflitto, in armonia o in dissonanza, attivati o disattivati siamo.
E’ un giudizio soggettivo che non ha niente a che fare con le misurazioni esterne: una persona può sembrare calma e sentirsi terribilmente ansiosa, può dissimulare e nascondere ma, proprio per questo, a volte, essere ancora più agitata.
Solo coloro che ci conoscono bene sono in grado di cogliere quei piccoli segnali che fanno la differenza e ci sono frangenti in cui se ne accorgono prima gli altri, della nostra ansia, perché noi siamo impegnati a difenderci dalla sua presa e nel tentativo di non sentirla attiviamo quelle difese che ci sembra che possano allontanarla.
Spesso mi capita di sentire l’ansia di un paziente appena entra in studio: mi accorgo di qualcosa nel suo respiro… non fluisce come al solito… ha quelle intermittenze che noto quando parla di cose che lo agitano, lo preoccupano, lo fanno soffrire.
E’ il suo solito fardello ma oggi pesa di più: più acuto, appuntito e ingombrante, più difficile da portare.
Ci sono mille fattori che intervengono a modificare la percezione soggettiva di un sintomo. Ci sono momenti in cui quello che sembrava un piccolo peso ci sembra un macigno insostenibile e altri in cui sentiamo che niente può piegarci. Dipende dalla durata dello stimolo, dalla quantità di attenzione che gli dedichiamo (quanti filtri riusciamo a mettere, quanto riusciamo a distrarci, su cos’altro siamo impegnati), quanto abbiamo riposato, come abbiamo dormito e sognato, che farmaci abbiamo assunto… tutto questo gioca un ruolo nel contribuire a cambiare il modo in cui percepiamo, in diversi momenti, “lo stesso sintomo”.
Che quindi, naturalmente, non è mai “lo stesso”. Cambia in base a come lo portiamo ed è per questo che in seduta, dopo un po’ che insieme si osserva un’emozione, uno stato d’animo e la quantità di ansia che li gonfia, li amplifica o li colora, dopo un po’ che si guarda con attenzione il dolore di cui il paziente è portatore… quel dolore tende a scomparire: cambia intanto che viene espresso, si attenua, diventa più sopportabile.
L’interesse del terapeuta unito all’interesse del paziente sembra aggiungere qualcosa al sistema: certi “oggetti” che prima erano presenti solo dentro al paziente vengono spiegati, raccontati e osservati da entrambi; ciò che viene aggiunto è un osservatore composto: due punti di vista su ciò che viene descritto e ascoltato e differenziato da “tutte le altre volte”.
Questo osservatore ibrido diventa, per qualche non ancora ben chiarito motivo, curativo. L’ansia spiegata e raccontata, intravista e estrovertita tende a svanire. Il fardello condiviso diventa meno pesante.
Sono convinto che quel che succede in questi “momenti terapeutici” sia l’esatto contrario di ciò che Anaïs Nin descrive nell’aforisma che ho citato nell’incipit: si riesce, a volte, a tendere una mano a chi sta affogando nella propria ansia e, dopo un po’, si guadagna terra, ci si toglie insieme da uno stato di paura e di rigidità in cui le difese stesse, nel tentativo di sconfiggerlo, aumentano e determinano il sintomo.
E credo che questo succeda perché, nel dialogo, ci si avvicina ad una definizione meno claustrofobica di psiche, ci si libera dai confini stretti di una mente piccola e troppo soggettiva.
Hillman dice: ” Fin da Platone ‘psiche’ è stata riferita a un’anima avvolgente, esterna al di là della nostra testa e della nostra pelle umana, al di là dei confini di ‘me’, al di là delle relazioni intra e interpersonali, perfino al di là del mondo in quanto mio ambiente ecologico e mio campo proiettivo. Come diceva Jung: non è la psiche in me, ma io nella psiche.”
Quando cadiamo preda dell’ansia iniziamo a dibatterci in un mondo che non va al di là del nostro piccolo corpo fisico, cominciamo a sentirci limitati e non accettati, desiderosi di approvazione e spaventati dalla possibile rottura del legame; la psiche diventa una piccola mente soggettiva e il desiderio diventa bisogno.
Poi, miracolosamente, appena ci sentiamo capiti, appena ci accorgiamo di essere un po’ meno soli, i confini tornano ad allargarsi. In una psiche più vasta ci ricordiamo di saper nuotare e non è mai il terapeuta a salvarci! E’ il cambiamento di visione, l’assunzione di una mappa più intelligente che ci permette di riprendere, letteralmente, i sensi.
L’ansia non se ne va ma fa quello che ogni emozione dovrebbe fare: viene espressa e: “Se, come in molte teorie, definiamo l’emozione come un’azione trattenuta all’interno dell’organismo, allora le emozioni vogliono fare quello che dice la parola stessa : ex-movere uscire fuori, e la rabbia è in realtà, violenza interiorizzata, frustrata. E l’ansia non è che paura non detta, non espressa e contenuta in una rigida corazza” (J. Hillman 1989, corsivi finali miei).


giovedì 9 gennaio 2014



La Malattia è un conflitto fra la personalità e l'anima.
Il corpo grida quello che la bocca tace..
Il raffreddore “cola” quando il corpo non piange.
Il dolore di gola “tampona” quando non è possibile comunicare le afflizioni.
Lo stomaco “arde” quando le rabbie non riescono ad uscire.
Il diabete “invade” quando la solitudine duole.
Il corpo “ingrassa” quando l’insoddisfazione stringe.
Il mal di testa “deprime” quando i dubbi aumentano.
Il cuore “allenta” quando il senso della vita sembra finire.
Il petto “stringe” quando l’orgoglio schiavizza.
La pressione “sale” quando la paura imprigiona.
Le nevrosi “paralizza” quando il bambino interno tiranneggia.
La febbre “scalda” quando le difese sfruttano le frontiere dell’immunità.
Le ginocchia “dolgono” quando il tuo orgoglio non si piega.
Il cancro “ammazza” quando ti stanchi di vivere.
Ed i tuoi dolori silenziosi? Come ti parlano attraverso il tuo corpo?

La malattia non è cattiva, ti avvisa che stai sbagliando cammino.

(pensieri di Alejandro Jodorowsky )