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domenica 30 aprile 2017

Tratto da Forme Vitali di Mauro Pellegrini

L’ego e l’arte del Monopoly

“Se si insegnasse la bellezza alla gente,
la si fornirebbe di un’arma
contro la rassegnazione, la paura e l’omertà”
Peppino Impastato
E invece della bellezza una delle cose che viene più insegnata è l’arte di giocare a Monopoly: quel misto di aggressività, avidità e furbizia che serve a prevalere, ad accumulare e a confrontarsi con gli altri su un piano che contempla solo la logica del più forte, del più bravo ad approfittare della situazione e a ricavarne di più.
Non mi riferisco al gioco da tavolo. In quello almeno si parte tutti con le stesse risorse, il lancio dei dadi garantisce una certa dose di incertezza e, quando si inizia a giocare, si sa che… “questo è un gioco”.
Ciò di cui parlo è una modalità di relazione che accentua la distanza e che appiattisce il rapporto con l’altro, favorendo solo tre posizioni: sopra, contro, sotto.
Sono gli unici tre modi di relazionarsi che l’ego conosca: “sto sopra e domino; combatto per vincere o per non soccombere; sono sotto e provo invidia/gelosia”. Nessuno spazio per la collaborazione a meno che non implichi un’alleanza in una delle tre posizioni: stiamo insieme per dominare, per combattere, per rivendicare. 
Questo fa l’ego perché questo viene insegnato, principalmente. Freud parlando dell’Io lo definiva un servo al servizio di due padroni: c’è l’Es la parte istintuale che ordina fai ciò che ti piace, e il Super-Io che insiste su fai la cosa giusta, e c’è questa sorta di arlecchino che si barcamena, che fa aspettare un po’ l’uno e un po’ l’altro e che, se chiede consiglio su come cavarsela fra Scilla e Cariddi, viene istruito prima di tutto sulla legge della giungla così che, come disse Dryden: “Il prete continua ciò che iniziò la balia, e in tal modo il bambino inganna l’uomo”.
Ci vengono, insomma, insegnate queste tre posizioni fondamentali e siccome queste conosciamo, andiamo avanti in automatico in un gioco che, essendo il gioco più giocato, lascia poco spazio a tutto il resto. 
E’ così che l’Io si riduce ad una sorta di ingranaggio talmente preso dal compito da dimenticare la bellezza!
La maggioranza dei sintomi con cui chi svolge il mio lavoro si trova ad avere a che fare in fondo ripetono: “sono brutto, non mi sto piacendo, non trovo più il bello nella mia vita”. La depressione, il panico, l’ansia e l’ossessione sono, in questo senso, ricerche: tentativi storti, convulsi, insistenti, maldestri e a volte disperati di ritrovare un’armonia, uno spazio  libero dal sopra-contro-sotto.
Mi capita di incontrare pazienti che si descrivono come una macchina. Parlano di quanto bene stanno svolgendo il loro lavoro, degli impegni a cui fanno fronte e dei meriti che sentono più o meno riconosciuti e, poi, descrivono un sintomo: qualcosa che inspiegabilmente non va, una sorta di: “vedi, ho fatto per bene questo e quest’altro, lancio i dadi, passo dal via, ho comprato cose che dovevano garantire l’arrivo di altre cose, ho fatto del mio meglio per non stare sotto o per innalzarmi al di sopra e… non sto bene.” Spesso con loro cito una frase di Jung che dice che gli Dei sono diventati sintomi. Serve ad invitarli a riflettere sulla macchina e a cercare dentro al sintomo, per trovare una Forma Vitale, qualcosa che spinge per manifestarsi e che NON È uno sforzo per prevalere. Infatti il sintomo è un invito al pensiero e all’amplificazione: un’esortazione a smettere di ripetere e a fermarsi per scovare nella sofferenza una risposta. Il “dio” di cui parla Jung è qualcosa che va oltre al contingente, qualcosa che riguarda la profondità dell’individuo e che rimanda ad altro offrendo una via di uscita che passa per uno stile di pensiero, un’estetica diversa.    
Sotto agli ingranaggi e, a volte, direttamente dentro al sintomo, ci si imbatte in una pulsione che non lavora per il dominio ma per la risonanza: qualcosa che punta alla condivisione, all’affinità, alla sintonia. 
Il problema non è la supremazia. Siamo animali sociali e sempre sentiremo una spinta per la visibilità, per il posto migliore, per la razione più succulenta. Il problema è l’ipertrofia dell’ego che oscura la consapevolezza del gioco. Prendiamo così sul serio le istruzioni che ci dimentichiamo della libertà di smettere di giocare
E’ a questo che serve la bellezza: distrae dal compito, impedisce la rassegnazione e rompe con l’omertà. Spesso crea dei sintomi. Le macchine non soffrono e giocano sempre lo stesso gioco!


giovedì 8 dicembre 2016

Insegnare la Grammatica: Esistono dei Modi Migliori da quelli Classici



A chi non piacerebbe fare un viaggio per esplorare territori sconosciuti? La voglia di conoscere nuove realtà è insita nell’uomo e, alla luce di questa innegabile verità, mi è venuta un’idea.
Perché non aiutare i miei alunni a scoprire le regole della lingua italiana accompagnandoli, con la guida di una simpatica fatina, in un fantastico mondoabitato da simpatici personaggi?
L’esperienza maturata in tanti anni di insegnamento mi ha fatto riflettere sulla necessità di suscitare negli alunni la motivazione ad apprendere creando aspettative, innescando in loro il desiderio di conoscere e di produrre attraverso l’attività laboratoriale.Ne è scaturito il progetto “In viaggio con Fiabolina”, attivato durante le ore di laboratorio linguistico.
La storia è iniziata così: un giorno è entrato in classe un collaboratore con una cartolina, che i bambini hanno osservato con curiosità: la scriveva, dal Mondo della Lingua Italiana, Fiabolina, la fatina protagonista del libro di cui avevo loro parlato, che li invitava a intraprendere con lei questo viaggio.
Dapprima increduli, poi entusiasti, hanno deciso che avrebbero accettato l’invito e così hanno imparato a conoscere la protagonista di questa meravigliosa avventura. Assieme a lei hanno fatto amicizia con Il Mago Accento, che li ha aiutati a capire l’uso di un magico segnetto che lui utilizzava volentieri, il robot Sillabino, che li ha sollecitati a parlare sillabando, dettando le regole della corretta divisione, la fata Raddoppina, che ha insegnato loro l’uso delle doppie; inoltre, hanno visitato l’Isola dei Suoni Affini, dove la B veniva confusa con la D, la F con la V…
Il viaggio nel Regno dell’Ortografia li ha portati a scoprire il paese di Soqquadro, dove regnava una gran confusione, il paese della Punteggiatura, dove i segni di punteggiatura erano dei segnali stradali, a intrattenersi con la signora Acqua e con l’ H Bislacca: da tutte queste opportunità e da questi incontri hanno imparato, come Fiabolina, le regole ortografiche in modo ludico e coinvolgente.
Il “Maestro” Gianni Rodari diceva: –Perché i bambini devono imparare piangendo ciò che possono imparare ridendo?-. Facendo tesoro del suo insegnamento ho permesso ai miei bambini di sorridere felici nell’accogliere in classe il robot Sillabino e, attraverso un role play, farlo rivivere nella conversazione con i compagni di classe, di ricostruire l’Isola dei Suoni Affini con un collage e di realizzare un biglietto pop up per animare il Mago Accento.
In poche parole, in classe è stato attivato un percorso di didattica inclusiva, perché gli alunni hanno “fatto lezione” sostituendosi all’insegnante, hanno effettuato il cooperative learning per drammatizzare varie situazioni e hanno realizzato dei lavoretti per “costruire” il diario di bordo della loro esperienza di viaggio.
Ma, soprattutto, hanno imparato le regole ortografiche in modo sereno. Artefici del loro sapere, si sono librati in una dimensione fantastica con entusiasmo. Spesso, per ricordare una regola, fanno riferimento al personaggio che gliel’ha insegnata… Per far consolidare quanto hanno appreso ho utilizzato l’eserciziario allegato al libro, nel quale hanno studiato con Fiabolina.
Per verificare le competenze acquisite ho elaborato un gioco dell’oca con la fatina e, ancora una volta in modo ludico, ho rilevato che le finalità previste nel mio progetto sono state pienamente raggiunte!
Your edu action
Aida Dattola, maestra I.C. “Sofia  Alessio-Contestabile” Taurianova

lunedì 25 luglio 2016

Sul silenzio: sintonizzazione




La prima domanda che dobbiamo porci è perché maila natura abbia stabilito che i bambini piccoli non parlinonon comprendano il linguaggio nel primo anno di vita.La nostra risposta è che i bambini hanno fin troppo da impararesui processi e sulle strutture fondamentali degli scambi interpersonali”Daniel N. Stern
Qualche giorno fa su un libro di J. Goldestein intitolato Mindfulness ho letto un aneddoto su Teresa di Calcutta: “Una volta chiesero a madre Teresa cosa dicesse a Dio quando pregava. ‘Non dico nulla’, rispose. ‘Semplicemente ascolto’. L’intervistatore volle, allora, sapere cosa le dicesse Dio. ‘Non dice nulla’ replicò madre Teresa, ‘Semplicemente ascolta; e se non lo capisce, non saprei come spiegarglielo’.”
Credo sia una risposta sintetica, bella e, al contempo, molto dura. Prima parla degli effetti di una perfetta sintonizzazione: quella che va oltre le parole e che elimina le richieste perché ottiene una vicinanza e un’affinità che non hanno bisogno d’altro; poi abbatte l’intervistatore con una sorta di aut-aut: o capisci questo o non puoi capire!
E’ anche un’esortazione, tuttavia: una sorta di invito a stare in ascolto, un’apologia del silenzio. Come quella compiuta da quel maestro Giapponese che di fronte alla richiesta di un ammiratore occidentale che gli chiedeva di spiegargli quale fosse l’essenza dello zen disse: “Beviamoci prima un tè” cominciando poi a versarlo, non smettendo nemmeno quando la tazza era ormai colma, e rispondendo alle proteste dell’aspirante discepolo con un “Questa tazza è come la sua mente, troppo piena per sentire, troppo colma di domande e di risposte.”
Sono gesti che tentano di aggirare una posizione, cunei che provano a scalzare un atteggiamento per favorire “un vuoto”, per togliere qualcosa così che ci sia spazio per… altro.
A volte le parole e le spiegazioni lasciano intatto il terreno che vorrebbero dissodare. Occorre un’esperienza, la sperimentazione soggettiva di un’azione, di un gesto, di una sequenza, per rendere chiaro a chi vuol comprendere cosa sia un determinato evento, una particolare cosa!
La sintonizzazione è uno degli strumenti fondamentali dell’apprendimento. Tante delle cose importanti che abbiamo appreso: la nostra lingua madre, la capacità di interagire con gli altri e quella di modulare l’attenzione (mettere certi filtri per non essere distratti, applicare la curiosità ad un oggetto), le abbiamo apprese grazie ad essa. Un po’ era innata perché parte dell’armamentario di base dell’apprendista che ognuno di noi è stato; un po’ si è sviluppata grazie al suo uso su di noi di chi ci ha allevato: come dire che abbiamo appreso a sintonizzarci perché, prima, qualcun altro si è accordato con noi, ha ascoltato i nostri bisogni e ci è venuto incontro sui nostri desideri quasi prevedendoli.
L’abbiamo imparata estraendola dalle relazioni in cui c’era!
Come dicevo tempo fa: “La sintonizzazione è uno dei modi che abbiamo per rendere certi confini meno rigidi e per avvicinarci all’altro pur mantenendo e, potremmo dire, creando continuamente la nostra identità. Non è un’abilità particolare che si impara durante un corso universitario e che si riesce ad applicare quando si diventa genitori o psicoterapeuti.”
E’, insomma, più una dote da apprendisti che un acquisizione dell’età adulta. Qualcosa che non va imparato di nuovo ma, piuttosto, ricordato.
E, spesso, è sepolta sotto a un cumulo di opinioni o nascosta dietro ad un’identità irrigidita come se ciò che abbiamo imparato si fosse cristallizzato in una corazza da cui non riusciamo a separarci o come se le risposte che abbiamo trovato formassero un reticolo che non lascia spazio a… niente di nuovo.
Credo che la durezza di madre Teresa e la risposta paradossale del maestro Zen spingano proprio contro questa rigidità. Penso che puntino ad insegnare più il silenzio che la chiacchiera, più l’apertura che la presa di posizione. 

domenica 31 gennaio 2016

La Resilienza

UN CONCETTO ASTRATTO O UNA METODOLOGIA DI LAVORO?

Come si formano i fattori protettivi a seguito di un evento traumatico?
Quali le implicazioni in ambito psicologico e in quello giuridico-forense? Alcune considerazioni sul concetto di Resilienza a cura della Dr.ssa Germana Prencipe



In questi ultimi anni, la resilienza è stata oggetto di una serie di studi e di riflessioni della comunità scientifica nazionale ed internazionale, che le hanno consentito di affrancarsi dal novero astratto entro cui si collocava, per diventare prassi e anche studio di metodologia di lavoro per tutte quelle professioni che vengono a contatto con situazioni di crisi delle famiglie, o di minori che hanno vissuti vere e proprie condizioni traumatiche: terremoti, violenza, guerra, abbandono, maltrattamento, abuso sessuale.
Con il termine resilienza si intende la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici e di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, è quindi una competenza chiave, che è possibile sviluppare attraverso l’apprendimento di tecniche professionali ed il potenziamento dei fattori personali per trasformare le circostanze avverse in nuove sfide alla propria esistenza.
Secondo Boris Cyrulnik1, psichiatra e psicanalista, docente all’Università di Tolone (Francia) la resilienza “è l’arte di navigare sui torrenti. Un trauma sconvolge il soggetto trascinandolo in una direzione che non avrebbe seguito. Ma una volta risucchiato dai gorghi del torrente che lo portano verso una cascata, il soggetto resiliente deve ricorrere alle risorse interne impresse nella sua memoria, deve lottare contro le rapide che lo sballottano incessantemente. A un certo punto, potrà trovare una mano tesa che gli offrirà una risorsa esterna, una relazione affettiva, un’istituzione sociale o culturale che gli permetteranno di salvarsi. La metafora sull’arte di navigare i torrenti mette in evidenza come l’acquisizione di risorse interne abbia offerto al soggetto resiliente fiducia e allegria. Tale inclinazione, acquisita in tenera età, gli ha conferito un attaccamento sicuro e comportamenti seduttivi che gli permettono di individuare ogni mano tesa. Ma se osserviamo gli esseri umani nel loro “divenire”, constateremo che chi è stato privato di tali acquisizioni precoci potrà metterle in atto successivamente, pur con maggiore lentezza, a condizione che l’ambiente, consapevole di come si costruisce un temperamento, disponga attorno al soggetto ferito qualche tutore di resilienza”. Il termine resilienza è stato mutuato dalla fisica per indicare “la capacità di riuscire, di vivere e svilupparsi positivamente, in maniera socialmente accettabile, nonostante lo stress o un evento traumatico che generalmente comportano il grave rischio di un esito negativo.(...) Certo, al momento del trauma, si vede solo la ferita. Sarà possibile parlare di resilienza soltanto molto tempo dopo, quando l’adulto, infine riparato, riconoscerà il trauma infantile subito. Essere resilienti è più che resistere, significa anche imparare a vivere. Purtroppo, costa caro”. Quando la ferita è aperta, siamo orientati al rifiuto. Per tornare a vivere, non dobbiamo pensare troppo alla ferita. “Con il distacco dato dal tempo, l’emozione provocata dal trauma tende a spegnersi lentamente lasciando nei ricordi soltanto la rappresentazione del trauma.”



http://www.psicologiaprencipe.it/allegati/RESILIENZA.pdf

giovedì 7 gennaio 2016

Autori e dintorni...Rilke




Bisogna alle cose 
lasciare la propria quieta, indisturbata evoluzione
che viene dal loro interno
e che da niente può essere forzata o accelerata.
Tutto è: portare a compimento la gestazione – e poi dare alla luce…
Maturare come un albero
che non forza i suoi succhi 
e tranquillo se ne sta nelle tempeste 
di primavera, e non teme che non possa arrivare l’estate.
Eccome se arriva!
Ma arriva soltanto per chi è paziente
e vive come se davanti avesse l’eternità,
spensierato, tranquillo e aperto …
Bisogna avere pazienza
verso le irresolutezze del cuore 
e cercare di amare le domande stesse
come stanze chiuse a chiave e come libri
che sono scritti in una lingua che proprio non sappiamo.
Si tratta di vivere ogni cosa.
Quando si vivono le domande,
forse, piano piano, si finisce,
senza accorgersene,
col vivere dentro alle risposte
celate in un giorno che non sappiamo.

(Da Rilke, 1903)









giovedì 3 dicembre 2015

Autori e dintorni...

“Non esiste ricerca senza formazione ed esperienza diretta di lavoro con i ragazzi e con le famiglie, non esiste formazione senza preparazione teorica e pratica, non esiste teoria senza un contatto quotidiano con i ragazzi. Questa combinazione di teoria e pratica fornisce un grosso vantaggio rispetto alla semplice ricerca accademica: apprendiamo quotidianamente dai ragazzi con cui lavoriamo, dai loro genitori, dalle scuole e dei centri di riabilitazione coinvolti nelle attività. Creiamo ipotesi di lavoro che adattiamo mentre operiamo in base alle scoperte che vengono fatte, ai successi ed ai fallimenti. 
Impariamo ad essere flessibili e dinamici producendo cambiamenti anche in noi stessi, tanto nella teoria che nella pratica” 

(R. Feuerstein)