martedì 22 maggio 2012

ERACLITO


"Per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini dell'anima: così profondo è il suo lógos". (Eraclito, fr. 45 Diels-Kranz)


 Eraclito, vissuto ad Efeso tra il VI e il V secolo a.C., è di famiglia aristocratica (addirittura discendente da famiglia regale) e lo stile stesso in cui scrive risente di questa influenza aristocratica (nella sua opera arriverà a dire: "uno è per me diecimila, se è il migliore"). Nel suo libro Peri fusewV (Sulla natura) traspare palesemente un atteggiamento di disprezzo per la massa popolare (definita come un branco di "cani" che gli abbaiano contro). Va subito precisato, però, che l'aristocraticismo di Eraclito non è molto legato alla vita politica, quanto piuttosto a quella intellettuale e culturale. Secondo la tradizione, Eraclito avrebbe depositato il suo libro (di cui ci sono pervenuti parecchi frammenti) nel tempio di Artemide ad Efeso: egli compie questo gesto senz'altro per il fatto che il tempio era il luogo più sicuro per la custodia (all'epoca le biblioteche non c'erano) , ma anche perchè era tipicamente aristocratico riallacciarsi al sapere della casta sacerdotale ed arcaica. Eraclito ritiene dunque che il tempio sia l'unico luogo idoneo a custodire il suo scritto: egli infatti nutre grande sfiducia nella possibilità che il messaggio da lui consegnato allo scritto possa essere compreso dalla maggior parte degli uomini. Ciò dipende dai contenuti di esso, lontani dalle esperienze della vita comune, ma anche dal linguaggio e dalla forma nei quali questi contenuti sono espressi. In effetti ancora oggi non si è riusciti a comprendere la natura dell'opera di Eraclito, sebbene possediamo numerosi frammenti (oltre 100): essa era infatti costituita di aforismi, vale a dire paginette autonome e singole. Il fatto che fosse un libro "aforistico" non significa che fossero idee campate in aria o che Eraclito saltasse di palo in frasca, cambiando in continuo argomenti: ogni frase, ogni pagina può in qualche modo essere collegata ad altre in modo argomentativo. Va senz'altro notato che Eraclito fu probabilmente il primo a fare collegamenti forma-contenuto : dal momento che i contenuti erano complessi , anche lo stile e la forma dovevano essere complessi: è come se Eraclito volesse sottolineare la difficoltà del contenuto tramite la difficoltà della forma (tant'è che veniva spesso denominato "l'oscuro" o "il piangente"): Aristotele stesso, nel tratteggiare le qualità stilistiche proprie dei filosofi, cita Eraclito come esempio in negativo. Socrate stesso dice che per penetrare nel senso dei discorsi di Eraclito occorrerebbe essere dei "palombari di Delo". Ma Eraclito era pienamente consapevole della difficoltà di interpretazione del suo libro: da buon aristocratico, diceva che non tutti gli uomini erano in grado di capire cosa dicesse: solo i migliori ce l'avrebbero fatta. In Eraclito perfino gli accenti sono ambigui: il termine greco "bios" (bioV) , ad esempio, letto "biòs" significa "arco" , ma letto "bìos" significa "vita" (sono addirittura antitetici i significati: l'arco è un qualcosa che provoca la morte, che è l'opposto della vita). E' interessante e famoso il frammento in cui Eraclito dice "la natura ama nascondersi" (fusiV filei kruptein) : con ciò, egli intende sottolineare che non è facile trovare la realtà, ma occorre aprire bene gli occhi; lo stesso stile eracliteo – così oscuro - può allora essere inteso come un invito a stare in guardia. In Eraclito vi è una convinzione di fondo: che l'intera realtà sia governata da un solo principio (come dicevano i Milesi), a cui tutto è collegato. Dirà che questi legami che legano la natura sono dettati dal LogoV (Logos) : nel mondo c'è una ragione che lo fa andare avanti e un discorso che lo lega. Sia ragione sia discorso vengono proprio tradotti ambedue con "logos", termine che riveste una miriade di significati. Logos è anche il discorso che Eraclito consegna al suo scritto, che in questo senso si presenta come espressione adeguata del logos cosmico. Questo è comune a tutti gli uomini, ma essi non sono in grado di comprenderlo perchè restano rinchiusi nel loro orizzonte privato . Eraclito paragona questi uomini a coloro che dormono e li chiama "dormienti", in contrapposizione con coloro che son desti: quale è la differenza tra le due categorie? Quando siamo svegli siamo in grado di mettere in comune le esperienze: non siamo soli , ma c'è un comune terreno d'intesa . Quando invece dormiamo e ciascuno di noi vive nei sogni in un mondo interamente suo. I dormienti quindi, nel caso degli uomini che Eraclito così definisce, sono coloro che rinunciano al logos cosmico, che ci consente di capire insieme la realtà. Certo suona strano che un aristocratico parli di logos comune-cosmico: in realtà la questione è che quel "comune" logos "cosmico" si riferisce non a tutti gli uomini, ma a pochi : solo ai migliori , e non ai dormienti. Ma cerchiamo di comprendere che cosa Eraclito intenda con "logos comune, cosmico": come accennato, la parola logos è polisemantica ed è quindi bene non tradurla. Essa si riconnette al verbo greco "lego", che in origine significava "legare" ma che poi passò a significare "parlare". Logos vuol dire, tra le varie cose, discorso: c'è l'idea di più parole che vengono tra loro legate per assumere un significato. Può anche significare "discorso interiore" in quanto prima di parlare, si effettua un ragionamento, un dialogo interno a noi stessi. Quindi passò a significare "ragionamento" e da qui "ragione", ossia la facoltà di effettuare ragionamenti. Per Eraclito però i significati della parola logos sono essenzialmente tre: 1) La ragione che governa l'universo 2) Il pensiero che comprende questa ragione universale 3) il discorso che esprime questa conoscenza (dunque il discorso che Eraclito pone per iscritto nel suo testo). Così come abbiamo un logos dentro di noi (la ragione) , Eraclito dice che anche nella realtà ci deve essere un logos cosmico, dove logos ha valenza di "ragione" : il logos è quel qualcosa che fa funzionare l'universo. Eraclito afferma che il logos che abbiamo nella nostra mente non è diverso da quello cosmico. Per arrivare a dire questo, probabilmente, Eraclito si deve essere sagacemente chiesto: "come è che quello che noi pensiamo esiste anche nella realtà?". Questo è anche un modo per rispondere alla domanda: "come si ricollegano le leggi della natura e del mondo? ". Di fatto, Eraclito nega l'esistenza di un dio, ma ammette quella di una ragione universale: c'è un nesso tra la ragione che governa il mondo e quella che governa la nostra mente: sono la stessa cosa e dunque l’ambiguità espositiva nell'opera "Perì fuseos" è dettata dal logos stesso, che fà sì che la natura ami nascondersi. Certo è difficile comprendere questo logos universale, ma non è impossibile: l'uomo ce la può fare usando quel frammento di logos a sua disposizione, insito dentro di lui : la ragione, che non è nient'altro che un pezzettino di logos universale di cui tutti disponiamo. Quindi tutti partiamo dallo stesso livello, ma solo i migliori riescono ad emergere e ad avvicinarsi al logos cosmico. I dormienti sono coloro che non ci riescono nè ci provano: per raggiungere il logos universale bisogna cooperare, non agire da soli e nel proprio interesse: Eraclito dice "bisogna seguire ciò che è comune; infatti ciò che è è comune di tutti . Ma pur essendo il logos di tutti , la folla vive come se avesse un proprio ed esclusivo criterio per giudicare". Eraclito era del parere che una città per funzionare avesse bisogno delle leggi: come il logos cosmico governa il mondo, così le leggi governano la città. Anche le leggi (nomoi), come la mente umana, rappresentano un frammento di logos universale. In Eraclito matura l'idea che la legge umana derivi da quella naturale, della fusiV (natura). Tutte le leggi umane - nella misura in cui sono giuste - attingono ad un'unica legge cosmica. A quei tempi vi era anche chi diceva che le leggi umane fossero puramente convenzionali e non c'entrassero nulla con la natura. Sebbene Eraclito arrivi ad ammettere che il principio sia il logos, un'entità assolutamente astratta, tuttavia egli sente il bisogno di incarnarlo in qualcosa di materiale, e più precisamente nel fuoco. Eraclito dice che l'universo non è il prodotto di dei o uomini, ma un ordine universale unico ed eterno. Egli lo identifica con "il fuoco sempre vivente" . Con il riferimento al fuoco, Eraclito non intende soltanto introdurre una variazione rispetto alla tesi, tradizionalmente attribuita agli ionici a partire da Aristotele (Metafisica, I), dell'unicità del principio. Intende piuttosto insistere sulla peculiarità di comportamento del fuoco: si accende e si spegne regolarmente secondo una misura, come appare anche dal sole, che ora brilla (di giorno) e ora si spegne (di notte). La vicenda cosmica in tutti i suoi aspetti e nelle sue incessanti trasformazioni è infatti regolata da una misura. La mobilità del tutto non è un divenire casuale o disordinato, ma è regolata secondo ritmi precisi. Eraclito sostiene che non si tratti solo della successione di un opposto all'altro, del giorno alla notte, della vita alla morte e così via. La guerra (polemoV) assurge a simbolo e insieme regola di tutto ciò che avviene nell'universo: questo è caratterizzato da un'armonia superiore consistente nell'unità e identità degli opposti in tensione tra loro (coincidentia oppositorum). Quindi anche per Eraclito la ricerca dell'unità, al di sotto dell'apparente molteplicità e dispersione di ciò che appare ai più, è l'obiettivo primario. La guerra ("Polemos è signore di tutte le cose") tra gli opposti non è espressione di ingiustizia, come ritengono i più e come aveva detto Anassimandro: il divenire di tutte le cose è il risultato del perenne conflitto che permea il tutto e si esprime nell'incessante tensione e trasformazione di un contrario nell'altro. Il fuoco suggerisce bene l'idea di questo costante divenire, di dinamicità, di trasformazione e di identità degli opposti: dove c'è il fuoco c'è la vita, ma il fuoco porta anche la morte (come "bios" denota sia la vita sia l’arco mortifero). Eraclito polemizzerà moltissimo con i Pitagorici (ed in particolare con Pitagora che definirà "inventore di coltelli", vale a dire dell'arte tagliente della retorica, che mira ad affascinare l'ascoltatore con dialoghi raffinati, ma privi di verità), che sostenevano la pace e l'armonia dei contrasti e che vedevano nella musica la struttura numerica della realtà. Per lui la vera armonia è la tensione tra i contrasti (armonia discors): se prendiamo un arco o una lira, notiamo che essi funzionano fin tanto che la struttura data dal contrasto e dalla tensione degli opposti regge. Divenire significa proprio passare da un opposto all'altro. Mentre nella nostra società si tende a dare un valore negativo alla guerra, Eraclito (e in forza di ciò sarà amatissimo ad esempio da Hegel) dice che polemos (la guerra) è il padre di tutte le cose, è ciò che rende liberi o schiavi gli uomini. Da notare che non si può conoscere pienamente una cosa se non si conosce il suo opposto: non si può conoscere davvero la schiavitù se non si sa che cosa sia la libertà. Per Eraclito la guerra è una grande cosa anche perchè determina quali siano gli uomini più valevoli e quelli inferiori: anche nella guerra c'è dunque un frammento di logos universale. Per Eraclito c'è armonia solo quando i contrari sono in tensione. In un suo frammento, Eraclito afferma che il diametro del sole sia di un piede umano, il che è un'assurdità e lui lo sapeva bene: con quest'affermazione sconcertante egli vuole dire che, così come è assurda la sua affermazione, tali sono anche tutte quelle che si arrestano all’apparenza, giacchè "la natura ama nascondersi". In un altro frammento dice di aver indagato se stesso ("ho indagato me stesso"): salta all'occhio questa affermazione perchè sul tempio di Apollo a Delfi c'era scritto gnwqi sauton (conosci te stesso): lui dice di aver indagato se stesso ed emerge il legame di Eraclito con il mondo arcaico e sacro, tipicamente aristocratico, quel mondo a cui aveva voluto affidare il proprio scritto. Probabilmente quest'affermazione va riferita ad un'importante constatazione di Eraclito: voleva conoscere il logos dell'anima e dice di aver scoperto che l'anima non ha dimensioni, non è definita: "per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini dell'anima: così profondo è il suo lógos". Dice che il suo logos è profondo, quasi con l'idea dello scavare in profondità alla ricerca dell'anima. Eraclito biasima anche Esiodo, l'autore di quella specie di Bibbia dei Greci che è la "Teogonia", che tra le varie coppie di contrari aveva individuato il giorno e la notte, ma che non le aveva individuate come identità di opposti. In un frammento Eraclito dice "la via in su ed in giù è unica ed identica": un qualsiasi percorso in pendenza è sia salita sia discesa e ciò significa che le stesse cose possono contemporaneamente essere opposte ed identiche ed in particolare traspare l'identificazione degli opposti: la salita e la discesa sono tra loro opposti, ma si identificano. Interessante è il frammento in cui dice: "il fulmine governa tutte le cose" ; il fulmine è strettamente connesso al fuoco, che governa tutto ed è l'attributo principale di Zeus, il padre degli dei. Gli Stoici pensavano che vi sarebbe stato un grande anno in cui vi sarebbe stato un incendio che avrebbe portato alla conflagrazione del mondo (ekpurosiV) e che dopo ciò ne sarebbe nato uno nuovo. Essi amavano Eraclito perchè pensavano di leggere nei suoi frammenti idee simili, quali la conflagrazione. In effetti c'è un frammento eracliteo in cui si dice che il fuoco può cambiarsi in tutte le cose e che tutte le cose si possono cambiare in fuoco, ma Eraclito intende semplicemente dire che una parte di cose viene di continuo cambiata in fuoco, e una parte di fuoco viene di continuo cambiata in cose. C'è un equilibrio: Eraclito non intendeva assolutamente parlare di conflagrazioni: si tratta di interpretazioni errate da parte degli stoici. Uno dei frammenti senz'altro più famosi di Eraclito è quello che dice : "negli stessi fiumi scendiamo e non scendiamo, siamo e non siamo " : troppo spesso è stato interpretato come il manifesto della "filosofia del divenire", del panta rei ("tutto scorre"), come se Eraclito ci stesse suggerendo che non possiamo mai bagnarci due volte nelle stesse acque di un fiume, giacchè esse si rinnovano incessantemente. In realtà l’indirizzo dell’incessante divenire che regola la realtà sarà intrapreso, più che da Eraclito (nel quale pure non è assente), dal suo discepolo Cratilo (futuro maestro di Platone): egli estremizzerà le posizioni di Eraclito e diventerà il filosofo del "tutto scorre": a suo avviso è addirittura impossibile dare i nomi alle cose perchè esse cambiano di continuo (noi chiamiamo Po un fiume ma non è corretto, perchè le acque si rinnovano in continuazione e il fiume non è mai lo stesso); si fissa artificialmente una cosa che non è fissabile perchè in continua mutazione. Cratilo con il "panta rei" arriva a dimostrazioni sofistiche: è impossibile conoscere qualcosa che cambia sempre. Quindi in teoria, dal momento che non si possono attribuire nomi, bisognerebbe limitarsi ad indicare le cose col dito, senza chiamarle per nome. In realtà Eraclito, con il frammento del fiume, sta argomentando in favore della coincidenza degli opposti, mettendo in luce come quando ci immergiamo in un fiume siamo in esso e al contempo non siamo in esso (poiché nel fiume le acque cambiano di continuo). Circa l'identità degli opposti, egli dice anche che "il mare è l'acqua più pura e impura, per i pesci potabile e salutare, per gli uomini imbevibile e letale" : in questo frammento si può anche scorgere il famoso relativismo assoluto di Protagora, ad avviso del quale il miele c'è chi lo sente dolce e chi lo sente amaro, ma non si può effettivamente dire se esso sia amaro o dolce: dipende da come ciascuno lo sente. Durissima è la critica condotta da Eraclito contro i sapienti del suo tempo (Pitagora, Ecateo, Esiodo, Omero, tutta "gente dalla doppia testa"), accusati di polumaqia, il "sapere molte cose": la vera conoscenza dev’essere quella dell’unico logos.

giovedì 17 maggio 2012

"Inventarsi la vita" di Salvatore Natoli


Salvatore Natoli



Insegna Filosofia teoretica all’Università Statale di Milano-Bicocca e Storia delle idee all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Ha collaborato a molte riviste, tra cui Prospettive settanta, Il centauro, Democrazia e diritto, Religione e società, Leggere, Bailamme, Metaxù. Tra i suoi libri: L’esperienza del dolore. Le forme del patire nella cultura occidentale (1986); La felicità (1994); Dizionario dei vizi e delle virtù (1996); Parole della filosofia o dell’arte di meditare (2004); La salvezza senza fede (2007) per Feltrinelli; La felicità di questa vita (Mondadori, 2001); Sul male assoluto. Nichilismo e idoli del Novecento (Morcelliana, 2006); La mia filosofia. Forme del mondo e saggezza del vivere (Ets, 2008); Il buon uso del mondo (Mondadori, 2010); L’edificazione di sé. Istruzioni sulla vita interiore (i Libri del Festival della Mente, Laterza, settembre 2010).


mercoledì 16 maggio 2012

Gli svegli e i dormienti


Eraclito

Appunti  del Prof. Amedeo Paolucci

www.amedeopaolucci.it

Premessa

La vita di Eraclito di Efeso è avvolta nel mistero: la sua biografia si perde

nella leggenda.

Di temperamento fiero e aristocratico, di questo filosofo, vissuto tra il VI e il V

secolo, sappiamo molto poco.

Scrisse un’opera dal titolo “Intorno alla natura”, una raccolta di aforismi e

sentenze brevi dalla difficile interpretazione.

Per questo motivo Eraclito venne soprannominato “l’oscuro”.

Gli svegli e i dormienti

Eraclito riteneva che i filosofi, chiamati dall'autore gli svegli, hanno il compito

di sviluppare una teoria generale dell’essere e del Mondo.

Una tale teoria deve scaturire da un’indagine profonda della realtà,

abbandonando l’ingannevole mondo delle idee comuni e delle false credenze

Esiste una netta contrapposizione dunque tra la filosofia e la mentalità

comune.

Il nocciolo segreto delle cose può essere colto solo dai filosofi, quelli che

sanno andare al di là delle apparenze immediate.

La teoria del divenire

A chi sa andare oltre le apparenze immediate, risulta chiaro che il mondo è

come un fiume: un flusso perenne e inarrestabile.

La forma dell’essere è il divenire, poiché ogni cosa è soggetta al tempo e alla

trasformazione e, anche ciò che sembra stativo e fermo, in realtà, è dinamico

e in movimento.

Tutto scorre dunque: panta réi.

Un frammento della sua opera recita:

“Non è possibile discendere due volte nello stesso fiume, né toccare due

volte una sostanza mortale nello stesso stato; per la velocità del movimento,

tutto si disperde e si ricompone di nuovo, tutto viene e va” (fr.91di cui si nutre la massa, “i più”, quelli che l’autore chiama “i dormienti”.

Tutto diviene, nulla permane; o, se si vuole, è permanente solo il divenire

delle cose.

L’elemento materiale fondamentale, l’Arché a partire dal quale tutto si forma

è, per Eraclito, il fuoco.

Ogni cosa proviene dal fuoco e tornerà al fuoco: il fuoco, ad esempio,

condensandosi diventa acqua e poi, condensandosi ancora, diventerà terra.

Il fuoco, con il suo perenne movimento, oltre ad essere la sostanza

primordiale, principio di tutto ciò che esiste, ben simboleggia, con il suo

perenne movimento, la vera forma dell’essere che è, come abbiamo visto, il

divenire.

La dottrina dei contrari

Un altro interessante aspetto del pensiero eracliteo è la dottrina dei contrari.

Filosoficamente parlando, nulla può esistere senza il suo opposto/contrario

(Es. il bene e il male).

Tra un aspetto e il suo opposto c’è uno stretto legame di interdipendenza e, il

flusso del divenire, trasforma l’uno nell’altro.

I contrari hanno una loro unità e, se il fuoco è la sostanza fisica che

costituisce le cose, la legge universale che governa il Mondo è appunto la

“legge delle interdipendenze e della inscindibilità degli opposti”, legge che

Eraclito chiama Lògos (=Ragione).

Il flusso continuo del divenire procede con una eterna lotta degli opposti, lotta

che trasforma continuamente un elemento nel suo opposto.

La vita stessa è lotta e opposizione: senza questa lotta non esisterebbe

nulla.

In un noto frammento Eraclito sostiene che:

“Il conflitto è padre di tutte le cose e di tutte è il Re”.

Questo conflitto (pòlemos), questa guerra, è ovunque, dentro e fuori di noi,

generando una sorta di equilibrio, di armonia superiore che il filosofo solo

riesce a cogliere.

La scoperta dell’unità degli opposti – che è la legge stessa della vita- porta

Eraclito a ritenere che l’armonia del Mondo non risieda nella conciliazione dei

contrari, bensì nel mantenimento del conflitto.

La vita è lotta ed opposizione e, la sua armonia, risiede proprio in questo

fatto, senza di cui non ci sarebbe l’essere.

Ad Omero che aveva detto: “possa la discordia sparire tra gli dei e gli uomini”,

Eraclito risponde che il poeta non si accorge, così facendo, di pregare per la

distruzione dell’Universo, poiché se la sua preghiera fosse esaudita, tutte le

cose perirebbero.

L’universo come Dio-Tutto

Il pensiero eracliteo sfocia in una concezione panteistica del Mondo.

Dio è l’unità di tutti i contrari, mutamento continuo e fuoco generatore.

In un celebre frammento che è un po’ la sintesi del suo pensiero, Eraclito

sentenzia che:

“La divinità è giorno-notte, inverno-estate, guerra-pace, sazietà-fame. Essa

muta come il fuoco” (fr. 67).

Questo dio-tutto è sempre esistito e sempre esisterà, alternando, con ordine

regolare, spegnimento e accensione.

Eraclito dunque ha una visione ciclica del mondo. L’universo tornerebbe,

dopo un certo tempo al caos primitivo per poi, successivamente, uscirne.

Psicologia e dintorni



Apraisal e Reappraisal
Le strutture cerebrali considerate cruciali per l’elaborazione e la regolazione delle emozioni sono:
-   l’amigdala: centrale nell’evocazione e nel mantenimento delle emozioni legate alla paura, come di tutte le altre emozioni negative e per il riconoscimento delle espressioni facciali aggressive; l’amigdala può essere considerata la base neurologica per eccellenza degli stati emotivi;
      
- l’ipotalamo: è collegato all’amigdale e determina la risposta fisica emozionale (modifica del battito cardiaco, della pressione sanguigna, della salivazione, del ritmo del respiro, della sudorazione e del diametro pupillare);
-   l’insula: è fortemente coinvolta nell’emozione del disgusto e sembra determinare il senso di sé (quando diciamo <<mi sento …>>> è lei in primo piano);
-  l’ippocampo: è fondamentale per la formazione delle paure apprese.

Un ruolo importante hanno i neuroni-specchio che sono attivati sia quando un soggetto esegue un movimento, sia quando il soggetto vede lo stesso movimento eseguito da un altro.

I processi di regolazione emozionale, nelle società complesse, funziono secondo due canali intrecciati:
- le risposte emozionali agiscono automaticamente, secondo i meccanismi cerebrali connessi allo stile emozionale;
- le risposte emozionali possono essere modulate attraverso l’uso di strategie emozionali fondate su processi cognitivi (appraisal), grazie alla capacità delle regioni prefrontali di influenzare la reattività dell’amigdala e, dunque, di regolare le emozioni.
Un esempio di strategia emozionale? Reagire ad un’offesa con una risposta tagliente piuttosto che con un’aggressione fisica è, ad esempio, una maniera più efficace di manifestare la rabbia, quando la norma sociale vieta di gestire i conflitti malmenando l’antagonista.
Reprimere l’emozione negativa, anziché modularla, ha – invece - effetti negativi sullo stato di salute.
La rabbia e l’ostilità represse hanno, infatti, effetti devastanti sul sistema cardiovascolare.

Cos’è l’appraisal?

Da Magda Arnold (1960) è mutuato il concetto di appraisal, indicante la valutazione immediata ed automatica di un evento come positivo o negativo per il benessere e gli scopi individuali.
Nella concezione di Arnold, poi ripresa da un larghissimo numero di studiosi (Frijda, Oatley, Collins, Scherer e altri), l’appraisal è il processo di mediazione cognitiva fra lo stimolo e il suo significato soggettivo, da cui si generano le emozioni.
Si può, in sintesi, dire che esiste un appraisal primario, che è la valutazione immediata e automatica di una transazione con l’ambiente come rilevante o meno per gli scopi dell’individuo, ed un appraisal secondario, che è l’ulteriore valutazione di una transazione soggettivamente rilevante effettuata in base alle prospettive di coping (strategie di risoluzione) che l’individuo può mobilitare per gestirla (Lazarus).
Lazarus, Speisman e altri studiosi hanno rilevato che il potere stressante di uno stimolo varia in funzione della sua valutazione, cioè gli effetti dello stimolo emotigeno cambiano a seconda delle persone e di contesti.
A questo punto entra in campo il ruolo del reappraisal, che è la modificazione del significato attribuito ad un evento emotigeno alla luce di informazioni o di considerazioni acquisite o formulate prima, durante o dopo il suo accadere.

Lazarus, Speisman e altri studiosi hanno effettuato esperimenti per indagare sulle reazioni allo stress, in relazione alla valutazione dell’evento.
Essi hanno sottoposto un gruppo di persone alla visione di un film, preparandone la visione. Il film descrive un rito d’iniziazione maschile in uso presso una tribù primitiva australiana, consistente in una sequenza di subincisioni palesemente dolorose e la cui visione provoca negli spettatori marcate reazioni di stress.
Le strategie messe in atto per verificarne l’impatto emotivo sugli spettatori sono state:
-          intellettualizzazione: il film viene presentato come un <<interessante studio antropologico dei costumi degli aborigeni>> senza fare alcun riferimento a ciò che possono provare i ragazzi sottoposti al rito di iniziazione (atteggiamento distaccato e analitico);
-          diniego e formazione reattiva: vengono negati sia i rischi per la salute dei ragazzi sottoposti al rito, sia la loro sofferenza, anzi viene enfatizzata l’importanza del rito di passaggio e l’orgoglio degli iniziandi per il futuro ingresso nella società maschile adulta;
-          condizione di controllo: il film è presentato senza alcun commento sonoro;
-          condizione di accentuazione dello stress (traumatico): il commento sottolinea i pericoli e la dolorosità del rito.
I risultati mostrano che, rispetto alla condizione di controllo, le due condizioni di appraisal difensivo (intellettualizzazione e diniego / formazione reattiva) sono in grado di ridurre significativamente sia l’esperienza emotiva soggettiva negativa, sia le reazioni fisiologiche allo stress, che invece sono incrementate nella condizione di appraisal traumatico.

Altri studi hanno rilevato, inoltre, che anche l’inibizione dell’espressione dell’emozione negativa ha effetti deleteri sulla salute perché ne riduce l’espressione, non l’intensità del vissuto.

Gli studi correlazionali hanno, infatti, dimostrato che l’uso abituale della soppressione espressiva delle emozioni si associa ad un aumento delle emozioni negative, tra cui il senso di inautenticità, e a una diminuzione di quelle positive; a una minore condivisione delle proprie emozioni, a una minore richiesta di sostegno sociale e a relazioni di amicizia meno strette; a più bassi livelli di autostima e di ottimismo, a un maggior senso d’insoddisfazione della propria vita, a più elevati livelli di depressione e a un minor livello di benessere psicologico complessivo (Gross e John).

La letteratura indica perciò quanto la regolazione delle emozioni negative sia rilevante per la salute: come fattore che favorisce la malattia nel caso di una regolazione inadeguata, o viceversa come fattore preventivo in grado di modulare l’impatto sulla salute delle emozioni negative correlate allo stato di malattia.
Bibliografia:
O. Matarazzo, V.L. Zammuner (a cura di), La regolazione delle emozioni, Bologna, Il Mulino, 2009
N.H. Frijda, Emozioni, Bologna, Il Mulino, 1990

lunedì 14 maggio 2012

Psicologia e dintorni


Transfert e Controtransfert

Il termine transfert (o traslazione) è stato elaborato nell'esperienza psicoanalitica e sta ad indicare il trasferimento sulla persona dell'analista dei conflitti intrasoggettivi del paziente. Con il termine controtransfert viene designato il transfert (o vissuto globale) dell'analista nei confronti del paziente.
Il meccanismo del transfert consente di proiettare sull'analista i sospesi conflittuali delle relazioni intersoggettive reali o anche solo immaginarie che il paziente ha vissuto nell'infanzia. Nella relazione di transfert, che può essere positiva o negativa in base al tipo di sentimento provato (benevolo od ostile) il soggetto ripropone la qualità del sentimento sperimentato nel rapporto con i genitori, riproducendone le dinamiche complessuali.
Secondo Jung il transfert è un fenomeno ascrivibile nel meccanismo della proiezione in cui si trasferiscono contenuti psichici inconsci che hanno bisogno di esprimersi. Nel transfert il vissuto emotivo viene proiettato sull'analista, che assurge a figura rievocativa delle dinamiche relazionali apprese in età infantile. È dunque un processo proiettivo dall'effetto fortemente distorsivo sui dati di realtà.
Il transfert, nelle sue forme negative, esprime la tendenza del paziente ad usare l'analista senza una reale volontà di cambiamento perpetuando quel rapporto di dipendenza madre-figlio che caratterizza la sua specificità di complesso psicologico (1).
Il transfert negativo può avere una connotazione seduttiva, in quanto il paziente investe lo psicoterapeuta con la sua carica erotica allo scopo di sedurlo per sminuirlo nel suo ruolo di operatore di autonomia e sentirsi così giustificato a non cambiare. Può avere inoltre una connotazione "storica" in quanto il paziente, attraverso la relazione di odio e amore con lo psicoterapeuta, porta alla luce un contenuto affettivo storicamente riferito ad un'altra situazione e persona. Il contenuto rimane intatto mentre viene spostato il riferimento sullo psicoterapeuta, costretto a divenire oggetto dell'investimento complessuale operato dal paziente.
Il transfert d'amore è invece basato su un sentimento di empatia. L'interazione paziente-analista non è giocata sulla reviviscenza di dinamiche complessuali all'interno delle quali opera una coazione a ripetere sempre gli stessi schemi senza di fatto cambiare mai radicalmente, ma apre alla novità originale della vita. In questa prospettiva l'intervento d'aiuto è un atto d'amore che spinge l'individuo a rintracciare il suo Sé autentico.
Nel quotidiano delle relazioni affettive l'individuo tende a sperimentare vissuti transferali, memorie complessuali che affondano le radici nelle dinamiche relazionali apprese nelle prime interazioni significative della vita con l'adulto di riferimento. Quanto più la relazione affettiva è coinvolgente tanto maggiori sono le probabilità di sperimentare contenuti psichici inconsci condizionati dal transfert ed erroneamente ritenuti causati dall'esterno.
In una relazione di aiuto si toccano le corde dell'io che smuovono residui tanatici (2), antiche memorie di relazioni date o mancate, reali o fantasmatiche, che il soggetto porta dentro come criterio di lettura del reale. Il mancato o insufficiente sviluppo di una sana relazionalità affettiva comporta l'incapacità di cogliere l'autentico valore d'amicizia del gesto d'aiuto, che viene pertanto interpretato attraverso i filtri cognitivi ed emotivi dell'Io. Quest'ultimo, incapace di riconoscere il nuovo che lo approssima, lo riconduce alle consuete dinamiche difensive e transferali, stravolgendone il significato di atto di amicizia e di amore.
(1) Il termine complesso, introdotto in psichiatria da Jung, indica un insieme strutturato e attivo di rappresentazioni, pensieri e ricordi, in parte o del tutto inconsci, dotati di forte carica affettiva.
(2) Relativi alla pulsione di morte: la tendenza stessa del vivente è a ritornare a una forma di esistenza inorganica. Postulata da Sigmud Freud è stata successivamente denominata Thanatos (greco Θάνατος) in riferimento alla personificazione maschile della morte presso gli antichi Greci.

Fonti:
Umberto Galimberti. Enciclopedia di Psicologia. Garzanti. Milano, 1999.

domenica 13 maggio 2012

Psicologia e dintorni


La relazione diadica

La diade, dal latino tardo dyas, dal greco δυάς derivato di δύο (due), è un termine psicoanalitico introdotto da René Árpád Spitz per indicare la relazione madre-figlio nei primi anni di vita.
Il neonato vive con la madre una relazione simbiotica in cui c'è una percezione empatica della condizione emotiva di quest'ultima. Il bambino nasce e subisce l'ambiente familiare e l'organizzazione psicologica della madre.
In un arco di tempo che va dai sei ai diciotto anni ogni uomo si confronta con la realtà della diade. Si tratta di una sorta di realtà a due poli di cui uno, rappresentato dall'Io del bambino, è in costante azione e interazione con il secondo, l'Io dell'adulto-madre, vissuto come criterio di lettura del reale e principio informatore di ogni azione. In un normale processo di maturazione psicologica, il fanciullo si apre progressivamente alla molteplicità dell'esistenza e sviluppa un'azione personale via via più centrata su stesso anziché sull'adulto-madre. Quando il soggetto realizza l'unità di azione nel proprio Io pensante. per lui si apre la possibilità di cogliere il reale in modo totale, non più scisso. Con il graduale abbandono della diade l'individuo trova la propria utilità esistenziale.
Quando storicamente l'essere, ormai adulto, resta legato nella diade, ovvero continua a nutrirsi e convivere con essa, quel primo rapporto fondamentale individuo-madre stabilisce il comportamento nel soggetto. La diade diventa la matrice che cristallizza la tipologia di comportamento e definisce l'orizzonte di senso e di significato della sua esistenza. La relazione diadica, a questo punto diviene patologica perché impedisce all'individuo di aprirsi alla novità costante della vita e imprime una direzione ineliminabile e invariabile alla sua esistenza. La relazione diadica, è un passaggio necessario nel processo di maturazione psicologica dal momento che il bambino è incapace di provvedere a se stesso: il piccolo, per una necessità biologica di dipendenza, è costretto a svilupparsi in doppio, acquisendo dalla madre le strutture linguistiche e comportamentali; qualsiasi cosa voglia o faccia egli apprende dalla madre il modo di risposta ai suoi bisogni.
La relazione madre-figlio diventa patologica quando l'individuo vi resta incastrato dentro, subendola come complesso dominante. Quando il bambino diviene adulto sente l'esigenza di rispondere alle varie istanze della vita (vuole l'amicizia, l'amore, il sesso, il lavoro, l'autonomia) ma l'antica diade non è più sufficiente a rispondere alla complessità in divenire degli stimoli, pertanto il giovane, non trovando il modo di realizzare e soddisfare le sue istanze, cade in frustrazione. Un esempio tratto dalla biologia può aiutarci a comprendere meglio gli effetti devastanti di tale limitazione psicologica: nei processi di divisione cellulare vi è una fase in cui si producono due nuclei all'interno della cellula, dal nucleo originario si forma un'altra unità che progressivamente si differenzia dalla prima fino alla separazione completa. In una relazione diadica patologica la separazione non giunge mai a maturazione pertanto la nuova cellula resta incastrata nella cellula madre, impossibilitata a crescere e svilupparsi a sua volta.
L'adulto incastrato in una relazione diadica patologica sceglie e opera per complesso dominante, subisce la coazione a ripetere con un altro soggetto o ambiente che gli riproponga l'antico stile appreso dalla madre, perché è l'unico che conosce.
A livello inconscio gli uomini tendono a rimanere nella diade, ad agire in doppio, la circostanza di avere o meno perso la madre biologica è indifferente alla persistenza del legame perché questo si ripropone come coazione a ripetere, come dinamica complessuale, e scatta ogniqualvolta si incontra un problema.
Affinché la relazione diadica non degeneri in patologica regressione è indispensabile che il polo informatore dell'adulto-madre sia collegato all'ecogenesi dell'esistenza. Solo in questo caso, infatti, si dà possibilità di crescere con progressivo ampliamento degli orizzonti esistenziali. In caso contrario, attraverso la diade si trasmette solo la coazione a ripetere gli stereotipi sociali di cui la madre è soggetto trasmettitore, con progressiva regressione dell'individuo in un circuito di frustrazione esistenziale, accompagnato dai connessi vissuti emotivi di rabbia ed aggressività.

Fonti:
Umberto Galimberti. Enciclopedia di Psicologia. Garzanti. Milano, 1999.

Auguri
a tutte le mamme…






“Ma Che Film La Vita" 
Nomadi


Grazie a mia madre per avermi messo al mondo,

a mio padre semplice e profondo,

grazie agli amici per la loro comprensione,

ai giorni felici della mia generazione,

grazie alle ragazze a tutte le ragazze.

Grazie alla neve bianca ed abbondante,

a quella nebbia densa ed avvolgente,

grazie al tuono, piogge e temporali,

al sole caldo che guarisce tutti mali,

grazie alle stagioni a tutte le stagioni.

Ma che film la vita tutta una tirata

storia infinita a ritmo serrato

da stare senza fiato.

Ma che film la vita tutta una sorpresa

attore, spettatore tra gioia e dolore

tra il buio ed il colore.

Grazie alle mani che mi hanno aiutato,

a queste gambe che mi hanno portato,

grazie alla voce che canta i miei pensieri,

al cuore capace di nuovi desideri,

grazie all'emozioni, a tutte le emozioni.

Ma che film la vita tutta una tirata

storia infinita a ritmo serrato

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attore, spettatore tra gioia e dolore

tra il buio ed il colore.

Ma che film la vita tutta una tirata

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