lunedì 7 gennaio 2019

Aromaterapia e Metodo Feuerstein

Come contrastare la demenza ed il declino cognitivo nei malati di Alzheimer:
Aromaterapia e Metodo Feuerstein

Sapevate che l’aromaterapia influenza positivamente l’umore, i modelli di allerta EEG e i calcoli matematici?

L’olfatto è un senso chimico in quanto è finalizzato alla percezione di sostanze chimiche. L’aria inalata contenente le molecole, raggiunge le fibre nervose dei neuroni olfattivi collocate nella parte superiore delle cavità nasali. Queste cellule nervose, sollecitate dalle molecole odorose, trasformano l’energia chimica in impulsi elettrici che vanno a stimolare i centri olfattivi dei bulbi nel cervello. Da qui il messaggio olfattivo viaggia verso altre regioni del cervello per essere decodificato, elaborato ed interpretato.
Diverse aree del cervello sono coinvolte nell’elaborazione dello stimolo e conferiscono all’odore una connotazione affettivo-emozionale favorendo così la conservazione del ricordo.
Recenti studi clinici controllati sull’aromaterapia hanno dato risultati promettenti. Sembra che ponendo nei sacchetti per la biancheria fiori di lavanda sotto cuscini e guanciali si faciliti il sonno negli anziani: uno studio ha mostrato che l'uso della lavanda ha aumentato il sonno dei pazienti che sono stati ricoverati per demenza nelle case di cura. Un altro studio ha coinvolto 122 pazienti non dementi in terapia intensiva, con aromaterapia e massaggio con olio di lavanda ed i risultati hanno riportato un evidente miglioramento nell'umore e nella riduzione dell'ansia dei pazienti.
In un altro studio, lavanda, geranio e oli essenziali di mandarino in una base di olio di mandorle sono stati applicati sulla pelle di 39 pazienti per un periodo non specificato. Ciò si è tradotto in una maggiore prontezza, contentezza e il dormire la notte, e livelli ridotti di agitazione, e la diminuzione dell’ irrequietezza e degli atteggiamenti maniacali.  In uno studio recente, su persone con demenza, l'uso di una gamma di oli essenziali, tra cui ylang ylang, patchouli, rosmarino, menta piperita e altri, ha prodotto una marcata riduzione dei comportamenti disturbati nella maggior parte dei partecipanti. Ciò ha portato ad una riduzione di prescrizioni delle medicine tradizionali, che si traduce anche in risparmi sui costi.
Ciò induce a pensare che l’aromaterapia agisca nella demenza anche quando i pazienti hanno perso l’uso dell’olfatto; in effetti studi dimostrano l’efficacia degli olii attraverso l’utilizzo come lozione sulla pelle. Un recente studio condotto dalla Corea ha anche riferito che massaggi manuali di lavanda riducono l'aggressività.
Pertanto, da dati clinici risulta che questi olii utilizzati con cura e seguendo precise indicazioni possono fornire beneficio anche per l’Alzheimer, nelle demenze e altri disturbi psichiatrici, evitando così gli effetti avversi associati ad alcuni dei farmaci convenzionali già in uso. L’Aromaterapia può quindi essere una scelta molto più sicura che  farmaci antipsicotici convenzionali o SSRI, che sono spesso usati per trattare l'agitazione o altri sintomi non- cognitivi che accompagnano la demenza.


Sempre studi sugli animali hanno suggerito l’ipotesi che gli effetti benefici di un miglioramento del sonno sul funzionamento cognitivo nei pazienti affetti da Alzheimer siano dovuti ad un rafforzamento della plasticità sinaptica, fortemente compromesse in tali pazienti; gli studi si riferiscono a Kang et al 2009, Osorio et al  2011.
La riduzione delle alterazioni del sonno in questi pazienti, pertanto, potrebbe aiutare a ripristinare i meccanismi di plasticità neurale permettendo un rallentamento del deterioramento cognitivo.
Il ruolo del sonno e sue alterazioni, secondo gli studi di Gorgoni et al del 2013, non dovrebbero essere trascurati nel corso di riabilitazione motoria e cognitiva.

Attraverso uno studio si è inoltre evidenziato il miglioramento cognitivo nella riabilitazione di anziani in soggetti affetti da demenza di Alzheimer attraverso l’applicazione del PAS, Programma di Arricchimento Strumentale. L’esperienza è stata condotta all’interno di una residenza sanitaria assistenziale di Lissone ed ha previsto l’applicazione sperimentale del metodo Feuerstein ad ospiti del nucleo protetto Alzheimer.
Il percorso ha avuto una durata di due anni suddivisi in 4 cicli di sei mesi ciascuno, con incontri a cadenza bisettimanale su un gruppo costituito da 5 soggetti con demenza di Alzheimer. 
Scopo di questo lavoro è stato quello di valutare l’impatto di un intervento di tipo cognitivo nel recupero e/o nel mantenimento di alcune funzioni cognitive compromesse dalla malattia, rallentando il processo di deterioramento e potenziando le abilità residue presenti.
Il lavoro è consistito nell’affrontare, in maniera individuale, esercizi con carta e matita e successiva discussione, in gruppo, sulle strategie di lavoro utilizzate, sulle difficoltà incontrate e sull’attivazione finale della generalizzazione nella vita quotidiana di quanto appreso durante l’incontro. Tutto il lavoro è stato svolto con la guida del mediatore che, con puntuali domande e con uno stile di ascolto proattivo, facilitava i processi di pensiero.
Sebbene tali punteggi non raggiungono il livello di significatività si tratta comunque di indicazioni importanti che segnalano l’avvenuto apprendimento, potenziamento, arricchimento di alcune funzioni cognitive, così come previsto dall’applicazione del   PAS.
Purtroppo non segnalato da alcun test, ma, tangibile nel corso di tutti gli incontri effettuati, è stato l’incremento della motivazione e del buon umore dei soggetti partecipanti allo studio.
Anche il colloquio dopo 6 mesi dall’inizio del percorso, avuto con i parenti, ha dato riscontri positivi. Sono stati, infatti, evidenziati: miglioramenti nell’attenzione, la concentrazione, l’autostima e la motivazione e il figlio di C.G. durante un colloquio con il mediatore, ha riferito: se prima funzionava a 10 ora funziona a 30.
Le tre signore a distanza di diciotto mesi dal lavoro sono state in grado di mostrare una maggiore autonomia nello svolgimento del compito, sebbene in alcune circostanze abbiano avuto la necessità che la conduttrice ricordasse loro il compito assegnato. 
Sono state capaci di utilizzare le immagini mentali e di esplorare meglio lo spazio come se avessero sviluppato una sorta di memoria motoria, grazie alla quale nel compito di ricostruzione di figure in base ad un modello dato, ricordavano il movimento che avevano già fatto. Generalmente sono state in grado di mantenere il ricordo del lavoro fatto e di quanto è stato detto in tutti gli incontri, molto più motivate, autonome e veloci nelle varie fasi del lavoro. Hanno mostrato una motivazione alle novità, voglia di fare ed imparare cose nuove, e una di loro, O.B., ha affermato che il loro “cervello era chiuso e dormiva e ora è aperto e si muove ! Hanno chiamato questo lavoro la ginnastica della mente.
Si  può affermare che l’intervento con il Metodo Feuerstein in soggetti con deterioramento anche grave e stabilizzato può portare a miglioramenti negli ambiti delle abilità cognitive, quali l’attenzione, il linguaggio e l’orientamento spazio-temporale, e al rallentamento della progressione del deterioramento, oltre al potenziamento delle abilità residue.
A maggior ragione si può ipotizzare che un intervento più tempestivo, e precoce nelle prime fasi della malattia, possa avere un impatto ancora più rilevante sul contenimento e il controllo del declino cognitivo.
All’inizio del lavoro è subito emersa l’ansia e la preoccupazione per dover affrontare qualcosa di nuovo e sconosciuto, così come è stata immediatamente evidente la scarsa autostima di alcune di loro come è emerso da alcune loro affermazioni: non sono brava…  oppure lei è più brava di me…è difficile… non riesco a farlo!
E’ stato quindi necessario per il mediatore rinforzare e rendere evidenti di volta in volta i micro-cambiamenti individuali. Le difficoltà maggiormente riscontrate sono state: la scarsa precisione nella raccolta delle informazioni, la difficoltà ad esplorare lo spazio sistematicamente, nel cogliere più informazioni contemporaneamente, il mettere in relazione diversi stimoli, nel cogliere la consequenzialità di alcuni aspetti.
Proseguendo il lavorole partecipanti hanno acquisito sicurezza e, maggiore autonomia come evidenziato dall’indice di Barthel, che è una scala ordinale utilizzata per misurare le prestazioni di un soggetto nelle attività della vita quotidiana (ADL, activities of daily living).
Quando alle pazienti veniva posta la domanda: Secondo voi a cosa serve il nostro lavoro ?   
Hanno fornito la seguente risposta: Per migliorare l’attenzione e la memoria, o ancora: Sono più attenta quando vado in giro e mi ricordo dove ho messo le cose.
In generale si è notato un miglioramento delle performances, in particolare una migliore tenuta attentiva da un incontro ad un altro, aumentata la motivazione, ed una maggiore autonomia sul lavoro svolto. Le funzioni cognitive che sembrano più potenziate sono quelle attentive, percettive e di esplorazione visuo-spaziale in input, le funzioni motivazionali e di utilizzo del lessico in output. 
Nella fase di elaborazione invece le difficoltà maggiori riguardano gli aspetti della pianificazione e dell’anticipazione del pensiero, mentre anche qui le funzioni cognitive che si sono più attivate sono quelle relative all’uso del linguaggio. E’, infatti, pian piano rinforzata la capacità di utilizzare il lessico per recuperare concetti e categorie che erano presenti nel pensiero e che all’inizio faticavano ad essere espresse.
Come si può notare dai risultati dei test somministrati, si può affermare che l’utilizzo di un programma di stimolazione cognitiva ha inciso positivamente sul mantenimento di alcune funzioni cognitive. Il cambiamento è avvenuto nei primi 6 mesi di applicazione del PAS, ma si può affermare che è stato strutturale, in quanto i punteggi delle prove cognitive sono rimasti invariati col passare del tempo ed anche dopo la conclusione del percorso; si evidenzia inoltre un miglioramento, o almeno il mantenimento, dei punteggi relativi alle autonomie nella vita quotidiana. La metodologia utilizzata ha mostrato un’utilità importante e richiederebbe uno studio su un numero più ampio di soggetti per validarne l’applicazione sui pazienti con demenza.




L’uso di entrambe le stimolazioni può aiutare a contrastare i sintomi della demenza nel declino cognitivo.


Aromaterapia e Metodo Feuerstein 
per il trattamento della demenza attraverso la stimolazione delle funzioni cognitive.

Per info rivolgersi a:
Romano Maria
Naturopata – Oli Essenziali doTerra
Applicatrice Metodo Feuerstein
Pagina Facebook: Conoscere la Naturopatia
Cellulare 339 1419267



domenica 19 agosto 2018

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martedì 10 aprile 2018

Psicoattivo

http://www.psicoattivo.com/piacere-ricompensa-cerebrale-evoluzione-dipendenze/#_ftn2

Piacere, ricompensa cerebrale, evoluzione e dipendenze

By Stefano Canali

 Il concetto di sistema di ricompensa cerebrale è il prodotto finale di una sperimentazione sui centri nervosi del piacere. Questo filone di ricerche prese il via a partire dalla celebre scoperta di James Olds dei fenomeni dell’autostimolazione cerebrale. Nel 1954, Olds studiava gli effetti sull’apprendimento della stimolazione di una particolare struttura posta alla base del cervello[1]. Gli animali affamati dovevano imparare a percorrere un labirinto per ricevere una ricompensa di cibo alla fine di ogni test corretto. Alcuni ratti venivano poi stimolati elettricamente con microelettrodi cronicamente impiantati nelle aree profonde del cervello. Secondo l’ipotesi di Olds questa stimolazione avrebbe dovuto incrementare le prestazioni nei test. Gli animali stimolati, però, manifestavano uno curioso comportamento, ritornavano nel posto del labirinto dove avevano ricevuto la stimolazione e lo esploravano attivamente, oppure ripetevano i gesti e le posture concomitanti alla stimolazione. In sostanza, essi manifestavano l’apprendimento di un comportamento associato alla stimolazione elettrica, indice evidente che l’eccitazione elettrica del cervello possedeva per i topi qualità gratificanti e piacevoli. Olds pose quindi i ratti in gabbie di Skinner, dove, attraverso una leva, essi potevano autostimolarsi il cervello. Gli animali imparavano presto che premendo la leva potevano ottenere la stimolazione e si dimostravano pronti a subire scariche elettriche e altre intense punizioni pur di stimolarsi il cervello.
                                                                       
Dal punto di vista anatomo-funzionale, il sistema di ricompensa cerebrale è un struttura funzionale complessa che si origina nei nuclei profondi dell’encefalo ed è distribuita soprattutto nei centri cerebrali preposti al controllo degli equilibri fisiologici – dove vengono valutati i bisogni organicie a quelli implicati nel comportamento motivazionale ed emozionale. Attraverso l’attivazione dopaminergica, il sistema di ricompensa cerebrale in tal senso fa sì che i comportamenti risultati utili a soddisfare i bisogni organici siano gratificati e rinforzati attraverso la connotazione emotiva del piacere, inducendo quindi l’animale (e l’uomo) a ripeterli[2]. Il sistema di ricompensa cerebrale proietta e riceve fibre nervose dopaminergiche anche dalla corteccia cerebrale, cioè a dire dalla sede dei processi psichici superiori. Il piacere e la ricompensa, così, vengono ad avere una rappresentazione cognitiva, diventano variabili dipendenti dell’esperienza personale e dei fattori socio-culturali. La ricerca sembra ormai aver conclusivamente dimostrato che il sistema dopaminergico è il substrato neurofarmacologico degli effetti rinforzanti, ricompensati delle sostanze d’abuso per le quali si può sviluppare la dipendenza[3]. In questo senso, la maggior parte delle sostanze d’abuso agisce su sistemi neuronali antichi ed estremamente ben conservati, la cui stimolazione produce piacere e che si sono evoluti per codificare i comportamenti utili alla sopravvivenza dell’individuo e della specie. Le sostanze d’abuso attivano i neuroni dopaminergici del cervello emozionale e i recettori degli oppioidi nel sistema nervoso dei mammiferi, bersagli anatomo-funzionali di ciò che potrebbe essere definito il “circuito neuronale comune” per la gratificazione ovvero sistema della regolazione delle motivazioni. Alcuni tra i neurotrasmettitori di questi insiemi funzionali si sono evoluti oltre un miliardo di anni fa. La dopamina, la serotonina e la noradrenalina sono presenti anche nel sistema nervoso degli invertebrati, come i molluschi e gli artropodi, che fanno la loro apparizione circa seicento milioni di anni fa. Gran parte dei cervelli dei vertebrati possiede sequenze di DNA analoghe al recettore m degli oppioidi, e persino i cervelli dei vertebrati non mammiferi possiedono un circuito nervoso dopaminergico strutturato anatomicamente in modo assimilabile a quello dell’uomo. Benché questi sistemi neurotrasmettitoriali non siano deputati tutti alla stessa funzione, svolgono ruoli comparabili in organismi molto diversi tra loro: la dopamina presiede al comportamento appetitivo, alle motivazioni biologiche negli organismi che vanno dalle lumache ai primati, e una molecola analoga, l’octopamina, sembra al centro degli effetti gratificanti del saccarosio nelle api. Allora la prospettiva evoluzionistica suggerisce che le sostanze d’abuso possano indurre la dipendenza sfruttando le funzioni incentivanti del sistema dopaminergico. Esse cioè innescano falsi segnali che il cervello decodifica come associati a vantaggi adattativi superiori a quelli legati alla soddisfazione dei bisogni biologici. Le droghe con potenziale d’abuso possono così modificare le normalità priorità comportamentali evolutive tanto da rendere preponderante la ricerca della sostanza rispetto ai comportamenti adattativi. In individui vulnerabili cioè, la reiterazione dell’assunzione di una sostanza o la ripetizione di un comportamento stesso (come nel caso del gioco d’azzardo) possono determinare la prevalenza della dimensione appetitiva (quindi impulsiva) sulla dimensione cognitiva, nel processo di valutazione delle ricompense associate alle ricompense. Per questo un individuo può scegliere sistematicamente di agire per una ricompensa immediata, come quella dell’effetto della sostanze o del gioco d’azzardo, a dispetto della consapevolezza delle conseguenze negative di questa scelta: il quadro paradigmatico dell’apparente irrazionalità dei soggetti con dipendenza. 

Stefano Canali Riferimenti bibliografici [1] Olds J, Milner P. Positive reinforcement produced by electrical stimulation of septal area and other regions of rat brain. J Comp Physiol Psychol. 1954 Dec;47(6):419-27. [2] Berridge KC, Robinson TE. What is the role of dopamine in reward: hedonic impact, reward learning, or incentive salience? Brain Res Brain Res Rev. 1998 Dec;28(3):309-69; Wise RA, Rompre PP. Brain dopamine and reward. Annu Rev Psychol. 1989;40:191-225. [3] Koob GF, Nestler EJ. The neurobiology of drug addiction. J Neuropsychiatry Clin Neurosci. 1997 Summer;9(3):482-97; Di Chiara G. Drug addiction as dopamine-dependent associative learning disorder. Eur J Pharmacol. 1999 Jun 30;375(1-3):13-30; Koob GF, Le Moal M. Drug addiction, dysregulation of reward, and allostasis. Neuropsychopharmacology. 2001 Feb;24(2):97-129; Kalivas PW, Volkow ND. The neural basis of addiction: a pathology of motivation and choice. Am J Psychiatry. 2005 Aug;162(8):1403-13.