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martedì 10 aprile 2012

Da "Repubblica"

Silenzio in aula
è la lezione di risata

Da Harvard alla Sorbona, si moltiplicano nelle università i corsi che insegnano a ridere. Per vivere meglio di MICOL PASSARIELLO

"UN GIORNO senza un sorriso è un giorno perso", diceva Charlie Chaplin. La pensano come lui le migliaia di persone che il prossimo 6 maggio si uniranno in una fragorosa risata collettiva, in occasione del World Laughter Day, la Giornata mondiale della risata. L'evento, promosso dalla French School of Laughter and Well-Being, fondata e diretta da Corinne Cosseron, ha poco a che fare con la goliardia. Secondo uno studio dell'Università del Maryland, ridere fa bene a corpo e anima. Il professor Michael Miller, direttore del centro di Cardiologia Preventiva dell'ateneo, ha provato che sbellicarsi dalle risate per due ore davanti a un film comico ha lo stesso potenziale benefico di mezz'ora di ginnastica: "Ridere di gusto - spiega Miller - provoca il rilascio di endorfine nel cervello, che, oltre a generare un diffuso senso di benessere, migliora la circolazione e la respirazione, regolarizza pressione e battito cardiaco".

A farne tesoro sono stati in tanti. E dagli Usa all'Europa è un fiorire di scuole della risata. Persino ad Harvard. Qui, con un tutto esaurito da mille studenti a lezione, il corso più gettonato è quello di Psicologia positiva di Tal Ben-Shahar. Il giovane professore insegna ad affrontare stress e ansia con creatività, empatia e senso dell'umorismo, puntando all'ottimismo. "La psicologia positiva - spiega - lavora sulle potenzialità di una persona per aiutarla a tirare fuori i suoi lati migliori. Insegna a star bene con se stessi e con gli altri, a circondarsi di affetti ed essere estroversi. Per stare bene bisogna cercare le novità perché ci mettono alla prova e ci risvegliano dalla quotidianità". Per 90 minuti, si ride di gusto in classe con Ben-Shahar: racconta barzellette, snocciola battute, fa meditare i suoi studenti o proietta serie televisive tra le più ilari.

Alla Sorbona non sono da meno. Nella prestigiosa università di Parigi è nata una vera scuola della risata, ribattezzata "Sorbonne drolatique" per migliorare la società e la vita, con relatori eccellenti come lo psicanalista Boris Cyrulnik o la fumettista Marjane Satrapi.

Per alleggerire l'anima dallo stress, l'École Française du Rire et du Bien-etre di Lione si è inventata workshop che mescolano tecniche da clown, prove di creatività e la metodologia del buonumore di Annette Goodheart. Una valida alternativa è l'Hasya Yoga, lo yoga della risata, ideato dal medico indiano Madan Kataria, che nel '95 ha dato origine al primo Club della risata (oggi in 75 Paesi, Italia compresa). Questa ginnastica lavora sulla respirazione profonda, con esercizi di risata, vocalizzi e stretching. Ridere produce un benefico massaggio interno, che libera da stress e malumori.

lunedì 5 marzo 2012

Tratto da "Sento, dunque sono" di Enrico Cheli


"Cogito, ergo sum" — affermava il grande filosofo Cartesio oltre tre secoli fa — io so di
essere in quanto penso, se non pensassi non sarei o non saprei di essere.
Ma è proprio vero che solo pensando io esisto? In realtà l'essere non si dimostra col solo
pensare ma anche e soprattutto col sentire. Bisogna chiarire bene questi
due concetti del pensare e del sentire, perché in occidente siamo portati a confonderli
non poco, con gravi conseguenze sul piano sociale — tra cui una scienza senza coscienza
e una politica senza cuore. 
Gli esseri umani adulti hanno a disposizione sia la facoltà di sentire sia quella di pensare,
e entrambe sono utili e necessarie al loro benessere psicofisico e al buon andamento della
vita sociale.
Il sentire è ciò che si percepisce direttamente di una situazione, di un oggetto, di una
persona con cui siamo in contatto: le sensazioni fisiche che essa attiva nel nostro corpo,
le emozioni e i sentimenti che smuove, le intuizioni e le immagini che suscita in noi.
Mentre il sentire è sempre immediato e spontaneo, il pensare è inevitabilmente
influenzato dai nostri schemi mentali, dai pregiudizi e dalle abitudini sociali e culturali.
Sentire è "essere in contatto diretto col qui e ora," con la realtà del momento, mentre
pensare è sovente un "focalizzarsi sulle speranze o le paure inerenti una certa situazione",
vedendola non già come realmente si presenta ma sulla base delle proprie aspettative
preesistenti.
E' importante rivalutare il sentire sia perché è una chiave per poterci liberare dai
condizionamenti sia anche e soprattutto perché è solo sentendo che possiamo veramente
affermare di esistere.
Sentire vuol dire essere consapevoli delle proprie sensazioni;
delle informazioni esteriori e interiori che ci pervengono  attraverso i sensi e soprattutto degli stati fisiologici ed emozionali che esse producono in noi.
Le due funzioni del pensare e del sentire non compaiono assieme nell'essere umano, ma hanno fasi evolutive diverse.
Fino ad una certa età noi siamo solo sentire, da bambini noi siamo sentire allo stato puro. Piano piano poi cominciamo anche a pensare e - se non intervenisse la società, attraverso l'educazione - le due funzioni procederebbero da un certo punto in avanti di
pari passo. Invece notiamo che dai 6/7 anni in poi, man mano che crescono le facoltà razionali, decrescono quelle irrazionali, il sentire appunto. Il sentire è nostro, è la cosa più nostra che abbiamo. Il pensare invece non è del tutto nostro, poiché, come si è visto in precedenza, è facilmente manipolabile ed è quello che da millenni avviene. Il sentire invece non è manipolabile: non si può spacciare una sensazione spiacevole per piacevole, lo si può far credere con le parole ma alla prova dei fatti il bluff salta fuori - una sensazione è piacevole o spiacevole e basta, non la posso definire attraverso un'altra sensazione. Una delle sfere della vita in cui il sentire dovrebbe essere predominante è quella dei rapporti sentimentali. I sentimenti - lo dice la parola stessa - appartengono al sentire, non tanto ai sensi fisici, quanto a quelli emozionali. Oltre al problema di riconoscere i sentimenti nel loro vero significato, la disarmonia tra pensare e sentire produce anche altri effetti negativi, tra cui l'incapacità ad aprirsi, di lasciarsi andare al piacere dell'intimità, che porta molte persone a ricorrere a mezzi esterni quali ad esempio l'alcool, che funge da inibitore della mente onnipresente..
Se da bambini fossimo stati addestrati a accettare e comprendere i nostri sentimenti
non avremmo difficoltà di questo genere nella vita, ma come abbiamo visto, le cose
sono andate diversamente.
Se è vero che la società non fa niente per sviluppare il nostro sentire e che anzi tendein vario modo a distoglierci da esso, focalizzando tutte le energie sul pensare, è anchevero che in una certa misura siamo complici di questo processo, nel senso che, per motivi che ora vedremo, anche noi abbiamo partecipato attivamente a chiudere il nostro sentire.
Il sentire è la funzione che ci collega al piacere e al dolore, e ogni essere vivente è orientato per natura a ricercare il piacere e sfuggire il dolore. Poiché durante l'infanzia molte persone hanno vissuto più dolore che piacere, la soluzione più ovvia è stata quella di desensibilizzarsi, di chiudere cioè il più possibile la finestra del sentire. Purtroppo non è possibile chiudere solo il dolore: la finestra del sentire è una sola e se si chiude si chiude anche al piacere.
Molti bambini vivono in situazioni di tale degrado che la suddetta chiusura appare
evidente. Ma anche per i cosiddetti bambini normali l'infanzia non è mai rose e fiori
come la si dipinge e talvolta la si ricorda. La maggior parte di noi ha avuto genitori e
insegnanti che, anche se ce l'hanno messa tutta, avevano pur sempre i loro limiti e
non ci hanno dato tutto l'affetto di cui avremmo avuto bisogno, non ci hanno dato
l'attenzione che avremmo voluto, non ci hanno talvolta (o spesso) rispettati come
persone, ma ci hanno considerati esseri inferiori. Quindi noi abbiamo sofferto, una
sofferenza non necessariamente acuta, magari per molti leggera, ma costante, e
questo ci ha portto a chiuderci, desensibilizzandoci, cioè riducendo al minimo la
nostra sensibilità. Chi è iper-sensibile? Uno troppo sensibile, una persona che sente in
modo molto forte. Nella nostra psicologia "ipersensibilità" è una parola che designa
uno stato negativo, eppure ipersensibile è anche una persona che sente di più il
piacere. E' bello essere ipersensibili in una bella giornata di sole, ma se fuori tira sempre vento, se piove o grandina, che cosa possiamo fare se non chiudere le
finestre? Questo è stato il dramma di molte persone, appartenenti alla generazione dei
nostri padri e dei nostri nonni ma in certa misura, seppure inferiore, anche alle
generazioni più giovani.

Sento, dunque sono

Da quando, anni fa, iniziai a recuperare e coltivare il mio sentire, molte cose
sono cambiate in me e nella mia vita: oggi i sapori buoni sono più buoni che
mai, e quelli cattivi li avverto da lontano, mi basta "annusarli", e di
conseguenza li evito , quindi nutro il mio corpo di cibi più sani e più buoni, e la
mia mente di libri e programmi migliori - anche se va detto che, mentre per i
cibi e i libri non ho avuto problemi, per i programmi TV è così difficile trovarne
di buoni che ho finito per smettere quasi del tutto di usare il televisore: meglio
l'astinenza che l'intossicazione. (...)
Oggi posso dire di avere piena consapevolezza dell'effetto che produce in me un
cibo, un programma TV, una persona, un'idea: sono in grado di avvertire ciò
che essi stimolano o producono in me a prescindere da quelle che sono le mie
aspettative preesistenti. Di fronte ad ogni esperienza cerco di pormi il più vuoto
e aperto possibile, e se anche vi sono in me aspettative o pregiudizi in proposito,
li metto da parte, sospendo il giudizio, assaggio prima di giudicare, non dopo.
Questo è il vero giudizio, l'altro è un pre-giudizio, cioè un giudizio che precede
l'assaggio, l'esperienza diretta, effettiva. (Tratta da Armonia, n. 8/99).
(Sento, dunque sono - Enrico Cheli)

sabato 3 marzo 2012

Il piede mi scivola su una stretta sporgenza, in quella frazione di secondo, mentre aghi di paura mi trapassano il cuore e le tempie, l'eternità interferisce con il presente. Il pensiero e l'azione non sono diversi, e pietre, aria, ghiaccio, sole, paura e l'Io sono uno. E' esilarante estendere questa acuta consapevolezza nei momenti più usuali, nell'esperienza, momento per momento del gipeto e del lupo, i quali, trovandosi al centro delle cose, non hanno bisogno dei segreti dell'esistere vero. Nel respiro che ora facciamo c'è il segreto che tutti i grandi maestri cercano di dirci, c'è quello che una lama definisce "la precisione e apertura e intelligenza del presente"
Lo scopo della meditazione non è l'illuminazione, sta piuttosto nel dare attenzione anche ai momenti non straordinari, nell'appartenere al presente, a nulla se non il presente, nel portarsi questa coscienza dell'adesso in ciascu evento della quotidianità.
 ( Peter Matthiessen, Il leopardo delle nevi)

martedì 28 febbraio 2012

LE NEUROSCIENZE: ANATOMIA E FISIOLOGIA DEL SISTEMA NERVOSO

Il cervello e il comportamento

I NEURONI

Un tipico neurone assomiglia al bulbo di un fiore: dal terreno, attraverso le radici corte e ramificate (i dendriti), arrivano al nucleo del bulbo le sostanze nutritive. Qui esse vengono organizzate, rielaborate, selezionate ed integrate, fino a che non sono pronte per essere riutilizzate, spedite lungo il gambo del nostro fiore, l'assone. Le sostanze nutritive in questo caso sono gli impulsi elettrochimici provenienti da tutti i bulbi vicini del nostro giardino.
Gli impulsi nervosi trasmessi dai neuroni sono impulsi di natura chimica ed elettrica.
Il flusso di cariche elettriche si trasmette poiché la membrana cellulare del neurone, la parte più esterna del nostro bulbo, subisce una modifica della propria carica elettrica: dalla situazione a riposo, la membrana assume una carica elettrica positiva. Lo spostamento delle cariche positive provoca una reazione a catena e il conseguente spostamento dell'impulso nervoso attraverso i bulbi.
Arrivato all'estremità di un neurone, l'impulso nervoso provoca la liberazione di neurotrasmettitori e questo processo viene chiamato trasmissione sinaptica. I neurotrasmettitori sono sostanze chimiche e ormoni, ognuno dei quali contiene un preciso messaggio da trasmettere e possiede un ruolo specifico nella funzione cerebrale e nel comportamento. Possono essere paragonati ai fertilizzanti che nel terreno si legano chimicamente alle fibre vegetali dei bulbi: ogni fertilizzante è però altamente specifico, è come avesse il potere di far diventare il futuro fiore una rosa, piuttosto che una margherita o una viola. Attraverso questo complesso processo chimico ed elettrico, il Sistema Nervoso riceve dai differenti organi di senso milioni di informazioni, le integra e determina quale risposta dovrà essere data dall'organismo.
E' questo ciò che ci rende intelligenti?

Si, ma non solo. Se il fiore che sboccerà è il nostro pensiero, la sua qualità e la sua bellezza sono date dall'adeguato lavoro di moltissimi altri organi.

LA CORTECCIA CEREBRALE E IL CORPO CALLOSO

Il cervello non è che una parte del nostro Sistema Nervoso (SN), e il SN a sua volta si distingue in SN Centrale (SNC), ovvero cervello e midollo spinale, Periferico (SNP), l'estesissima e ramificata rete dei nervi, e Autonomo (SNA), che presiede alle nostre funzioni vagali.
Lo studio della struttura (anatomia), della funzione (fisiologia) e delle malattie del sistema nervoso sono le Neuroscienze, una disciplina emersa solamente negli ultimi decenni. Proviamo a chiudere le mani a pugno. Ciascun pugno ha pressa poco la grandezza di un emisfero cerebrale, e se uniamo i pugni mettendo in contatto le dita corrispondenti, abbiamo un'idea immediata della struttura simmetrica del nostro cervello. L'emisfero sinistro è più competente del destro riguardo al pensiero e linguaggio logico matematico, il destro è specializzato nel pensiero analogico, nelle azioni spaziali e nel linguaggio musicale ed artistico.
Queste due grandi masse bilaterali sono connesse tra di loro mediante fasci di fibre nervose, le quali formano il corpo calloso. Se tali fasci di fibre vengono tagliati o distrutti (commissurotomia cerebrale), i due emisferi funzionano come entità separate, dando luogo a pensieri distinti, linguaggi distinti e reazioni comportamentali distinte nelle due metà del nostro corpo. Caratteristica dei due emisferi è che il sinistro controlli i movimenti della parte destra del nostro corpo, mentre il destro controlli quelli della parte sinistra.
La corteccia cerebrale, la sostanza grigia che ricopre gli emisferi, pur avendo uno spessore di soli tre millimetri, è la parte distintiva del cervello umano: è molto più grande e complessa nell'uomo che in qualsiasi altro animale. Le più significative doti del nostro cervello sono realizzate dalla corteccia: è qui che si organizzano le informazioni pervenute, si immagazzinano le esperienze, si comprende il linguaggio, si ascolta la musica e si guardano le immagini. Il nostro stesso pensiero, dunque, ha origine dalla corteccia cerebrale.

LE FUNZIONI DEI QUATTRO LOBI

La corteccia è formata da strati di neuroni e da un labirinto di circonvoluzioni, tra cui si distinguono due solchi principali. Questi, a loro volta, permettono di suddividere ciascun emisfero della corteccia in quattro lobi, ognuno dei quali presiede a funzioni specifiche e differenziate. I lobi frontali sono quelli più sviluppati ed estesi: dirigono gran parte dell'attività del cervello. Sono implicati in ogni forma di elaborazione del pensiero, nei processi decisionali, nella risoluzione dei problemi, nella pianificazione e nella creatività. Presiedono anche al controllo muscolare. I lobi temporali, posti dietro alle tempie, sono responsabili dell'udito, ma sono anche implicati nelle funzioni della memoria e nell'elaborazione delle emozioni. I lobi parietali presiedono alla ricezione e all'elaborazione delle informazioni sensoriali che provengono da tutto il corpo. E' qui che "montiamo" la visione del nostro mondo, unendo le lettere in parole e le parole in frasi, pensieri, concetti. I lobi occipitali, infine, posti nella parte posteriore di ogni emisfero, sono implicati nella visione.
La zona dove i quattro lobi si incontrano è la principale area del cervello dove avviene l'integrazione delle informazioni sensoriali. Si introduce qui un concetto fondamentale nelle Neuroscienze: quello della segregazione funzionale, secondo cui ogni parte del Sistema Nervoso ha una specifica funzione, e solo la corretta integrazione di tutte le parti ne garantisce quindi un adeguato funzionamento.

TALAMO, IPOTALAMO E SISTEMA LIMBICO

Al di sotto della corteccia cerebrale si trova il talamo. Esso funziona da stazione ripetitrice a due canali: classifica, tratta e indirizza i segnali che dal midollo spinale e dal mesencefalo arrivano alla corteccia cerebrale e, viceversa, raccoglie e distribuisce i segnali che dalla corteccia vanno verso il midollo spinale.
Intorno al talamo si trova il sistema limbico, impegnato specialmente nel controllo delle nostre attività emozionali - reazioni emotive e comportamentali - che hanno a che fare con la nostra stessa sopravvivenza. Oltre a ciò, il sistema limbico contribuisce a mantenere la temperatura corporea, la pressione sanguigna, il battito cardiaco e i livelli di zucchero del sangue. Due strutture importantissime del sistema limbico sono l'ipotalamo e l'ipofisi. L'ipotalamo controlla le funzioni vegetative, stimolando il SNA: controlla la fame e il senso di sazietà, la sete, il sonno e la veglia (i cicli circadiani di sonno e veglia), etc. Con una combinazione di messaggi elettrochimici, l'ipotalamo dirige l'attività dell'ipofisi, la ghiandola più importante del nostro organismo, della grandezza di un pisello. Essa, a sua volta, governa l'intero corpo umano attraverso l'attivazione degli ormoni.
Le altre due strutture importanti del sistema limbico sono l'amigdala e l'ippocampo: mentre quest'ultimo, che ha la forma di un cavalluccio di mare, è implicato soprattutto nelle funzioni della memoria e dell'apprendimento, l'amigdala, a forma di mandorla, si ritiene sia implicata nella mediazione delle principali risposte emotive: la rabbia, lo stress, la paura, la reazione istintiva di lotta o fuga, l'istinto sessuale, il comportamento alimentare e il nostro tono dell'umore.
L'adeguatezza dei nostri movimenti, infine, è dovuta alle infinite capacità di integrazione dei segnali nervosi del midollo spinale. Per esempio, se solleviamo con la mano destra una valigia pesante, la nostra mano sinistra si solleva involontariamente tanto da poter bilanciare automaticamente lo sforzo intrapreso.
L'insieme di questi e di altri organi concorre, dunque, a far sì che il comportamento dell'individuo risulti di volta in volta appropriato alle diverse esigenze e contingenze sociali. 

 http://www.in.pi.cnr.it/Cenni%20su%20ipotalamo,%20amigdala,%20stati%20emozionali.pdf

 http://www.garbhayoga.com/ipotalamo-yoga.php