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domenica 26 gennaio 2014

Autori e dintorni...Richard Bach

Il piccolo e anticonformista Gabbiano Jonathan riesce ad intravedere una nuova via da poter seguire, una via che allontana dalla banalità e dal vuoto del suo precedente stile di vita, e comprende che oltre che del cibo un gabbiano vive " della luce e del calore del sole, vive del soffio del vento, delle onde spumeggianti del mare e della freschezza dell'aria".
dal libro "Il gabbiano Jonathan Livingston" di Richard Bach
da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/aforismi/amico/frase-122822?f=w:278> Il Vostro corpo, dalla punta del becco alla coda, dall'una all'altra punta delle ali,
non è altro che il vostro pensiero, una forma del vostro pensiero,
visibile, concreta. Spezzate le catene che imprigionano il pensiero,
e anche il vostro corpo sarà libero.


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mercoledì 22 gennaio 2014

Stati emotivi



Alessitimia
Dizionario di Medicina (2010)

Disturbo che compromette la consapevolezza e la capacità descrittiva degli stati emotivi esperiti, rendendo sterile e incolore lo stile comunicativo. I pazienti alessitimici, oltre alle difficoltà nel riconoscere, nominare e descrivere i propri stati emotivi, presentano stati emotivi attenuati o completa incapacità di provare emozioni. Nella mente degli individui alessitimici le emozioni si confondono con le sensazioni corporee percepite. Se interrogati riguardo a manifestazioni quali il pianto o il riso, tali individui non riescono a ricondurle a un’esperienza emotiva riconoscibile che comprenda e giustifichi le modificazioni somatiche presentate e le sensazioni somatiche riferite. Inoltre, essi esibiscono un impoverimento del pensiero simbolico e una notevole difficoltà nell’identificazione delle emozioni altrui.

Classificazione delle forme di alessitimia. L’alta incidenza dell’a. nei pazienti psicosomatici ha fatto ritenere per lungo tempo che tale disturbo fosse un fattore predisponente allo sviluppo delle malattie psicosomatiche classiche. Attualmente è noto che l’a. è uno dei fattori di rischio aspecifici per numerosi disturbi fisici (coronaropatie, ipertensione, disturbi gastrointestinali) e psicologici (anoressia e bulimia nervosa, depressione, disturbi d’ansia). Dal momento in cui è stato proposto, il concetto di a. ha subito molteplici critiche e rivisitazioni, dividendo gli studiosi del settore in due principali filoni di pensiero. Secondo una prima teoria, l’a. è dovuta a un deficit cognitivo che colpisce la capacità di elaborazione conscia delle esperienze emotive. Secondo un’altra teoria, la causa dell’a. va piuttosto ricercata in una carente abilità di base nel provare emozioni in generale. L’esistenza di due forme del disturbo è stata di recente confermata da studi neurobiologici che hanno distinto due tipi (tipo I e tipo II), analoghi a quelli fino a ora ipotizzati sulla base delle sole osservazioni cliniche. L’a. di tipo I è caratterizzata dall’assenza stessa di esperienza emotiva; l’a. di tipo II consiste invece in un deficit selettivo dell’espressione e della valutazione cognitiva delle emozioni, a dispetto dell’integrità dell’esperienza emotiva che risulta inalterata. Il deficit di elaborazione cognitiva delle emozioni può essere conseguente a eventi traumatici oppure derivare dallo sviluppo inadeguato delle funzioni di mentalizzazione (la capacità di rappresentazione dello stato mentale proprio e altrui). Essere alessitimico non comporta quindi la completa assenza di emozioni o l’incapacità di descrivere i propri stati emotivi, quanto piuttosto una carenza nella componente interpretativa e valutativa degli affetti. Gli individui alessitimici mostrano una normale attivazione fisiologica in presenza di emozioni, ma hanno ridotte possibilità di organizzare gli elementi che caratterizzano la loro esperienza corporea in una rappresentazione mentale complessa e organica.

Correlati neurali dell’alessitimia. Fin dagli inizi della descrizione dell’a., le neuroscienze hanno mostrato grande interesse nell’individuazione dei correlati neurali alla base dei deficit di elaborazione delle emozioni (). Lemisfero destro è maggiormente coinvolto nell’elaborazione del comportamento emotivo rispetto al sinistro, più dedicato al processamento delle informazioni verbali. Conseguentemente, si possono ipotizzare due possibili scenari alla base della condizione di a.: l’a. provocata da interruzione della comunicazione interemisferica tramite corpo calloso e l’a. come risultato di un cattivo funzionamento dell’emisfero cerebrale destro. Secondo Michael Gazzaniga e Joseph LeDoux le componenti cognitive degli stimoli presentati all’emisfero destro raggiungono l’emisfero sinistro della consapevolezza direttamente tramite il corpo calloso, mentre il connotato emotivo degli stessi stimoli è immediatamente proiettato al sistema limbico () e raggiunge lemisfero sinistro tramite la commissura anteriore. Un blocco delle funzioni del corpo calloso provocherebbe quindi l’a. di tipo II, caratterizzata dal fatto che chi ne è affetto continua ad avere esperienza delle emozioni, senza però riuscire a valutarle cognitivamente. L’ipotesi è confermata da studi su pazienti con sezione del corpo calloso: quando si presentano stimoli connotati emotivamente all’emisfero destro di tali pazienti, essi sono incapaci di verbalizzare il loro vissuto emotivo, mentre mostrano una normale attivazione emotiva corporea, come dimostrato dalle reazioni non verbali. La compromissione nella percezione delle emozioni appare più frequente in pazienti con danneggiamento all’emisfero destro. Molti studi mostrano che individui con alti livelli di a. (misurati tramite l’uso di questionari standardizzati) hanno una ridotta capacità nel riconoscimento di espressioni facciali emotivamente connotate, rispetto a soggetti con bassi livelli di alessitimia. Poiché l’abilità di riconoscere espressioni emotive è prevalentemente collegata al corretto funzionamento dell’emisfero destro, è stata ipotizzata la disfunzione di tale emisfero nell’a. con assenza di esperienza emotiva. A conferma di ciò, soggetti con lesioni corticali che coinvolgono l’emisfero destro mostrano uno stato mentale definito di indifferenza e torpore emotivo. Tuttora non esistono dati certi sulla possibilità di trattamento dei pazienti alessitimici. Le esperienze cliniche finora raccolte sottolineano che, indipendentemente dal tipo di sintomatologia presentata, la maggiore difficoltà di intervento dipende dalle scarsa capacità di elaborazione cognitiva e di mentalizzazione: ciò rende il sistema cognitivo di tali pazienti difficilmente permeabile al cambiamento.


lunedì 13 gennaio 2014

Tratto da "Cronache del Labirinto"



           
Storytelling: essere soli
by drdedalo
“Qualcosa che è tuo per sempre,

non è mai prezioso”

Chaim Potok




“Sembra che, attraverso le fasi che ogni uomo (e in particolare ogni psichiatra e ogni paziente) deve percorrere, vi sia una sorta di progresso della consapevolezza e percorrendo queste fasi certe persone vanno più in là di altre. Si comincia dando al paziente identificato la colpa delle sue idiosincrasie e dei suoi sintomi. Poi si scopre che questi sintomi sono una risposta a, o un effetto di, ciò che gli altri gli hanno fatto; e la colpa passa dal paziente identificato alla figura eziologica (colei o colui che ha contribuito a causare il sintomo). Poi magari si scopre che queste figure provano rimorso per il dolore che hanno causato e ci si rende conto che quando esprimono questo rimorso si identificano con Dio: infatti prima non sapevano quello che facevano e, a posteriori, esprimere rimorso per i propri atti equivale a rivendicare l'onniscienza. A questo punto si prova una collera più generale: ciò che capita alle persone non dovrebbe capitare nemmeno a un cane e ciò che si fanno le persone gli animali inferiori non saprebbero neppure immaginarlo. Dopo questo c'è, credo, una fase che posso solo immaginare confusamente, in cui pessimismo e collera sono sostituiti da qualcos'altro, forse l'umiltà. E da questa fase in poi, in tutte le altre fasi che ci possono essere, c'è la solitudine.” G.Bateson (corsivi miei)

Così Gregory Bateson, parlando del lavoro con pazienti gravi e con le loro famiglie e dell'uso del linguaggio e della psicoanalista Frieda Fromm-Reichmann e della nascita dei sintomi psichiatrici all'interno dei gruppi e...

Bateson non parlava mai di un unico argomento e, leggendo certi suoi saggi, ci si rende conto di come l'idea di struttura che connette fosse in lui così connaturata da rendere il passaggio da un contesto ad un altro e il collegamento fra campi del sapere apparentemente molto distanti, una prassi e uno strumento per allargare il discorso e per rincorrere sempre il nesso, il collegamento, la relazione.

Parla, in questo stralcio, di quanto le interpretazioni e lo storytelling che psichiatri e pazienti possono fare quando osservano la sofferenza e la “malattia mentale” sia parte integrante della malattia: quando descriviamo attribuiamo cause e effetti, colpe e responsabilità, motivi e moventi. E, facendolo, tracciamo dei confini e imponiamo una cornice che, stringendo il quadro che dipingiamo entro certi limiti, ne determina i contorni rendendolo più o meno largo, più o meno comprensivo di altre variabili che possono modificare la visione.

Ogni racconto fa questo: ogni descrizione contiene una Diagnosi perché è questo che “diagnosi” significa, Dia: attraverso, per mezzo di... e Gnosis: conoscenza... qualcosa che dico perché ho conosciuto o presunto di conoscere ciò che mi sta di fronte, applicando dei criteri che me lo spiegano, me lo rendono intellegibile.

Si può dare la colpa al paziente, si può darla al padre o alla madre, si può darla alla cultura o alla natura, al mondo o a Dio o al diavolo. Si può cercare di essere, come esemplifica Bateson, onniscienti e si può scandagliare la mente o il cervello con ogni mezzo dall'intervista psicologica, all'esorcismo, alla vivisezione.

Questa strada non viene percorsa solo dagli psichiatri o dai medici. Tutti noi, nelle interazioni di ogni giorno, raccontiamo una storia che dà al mondo certi contorni. Facendolo la popoliamo, a seconda delle interpretazioni più o meno consapevoli che facciamo, di vittime e di carnefici, di santi di eroi, di malfattori, di pazienti e di... tutto.

Credo che le fasi di consapevolezza di cui parla Bateson possano essere uno spunto per riflettere su quanto la nostra visione può ampliarsi: in fondo alla scala c'è il modo di pensare più primitivo: “stai o sto così, mi sento in questo modo e faccio questa vita perché ho sbagliato, sono colpevole, inadeguato, ecc.”; salendo ci si imbatte in varie ipotesi esterne, più o meno intelligenti e fantasiose: “è la famiglia, il sistema, il mondo, che l'ha ridotto così... la presenza o l'assenza del padre, l'immersione in un contesto alienante, gli errori dei maestri, la tecnologia, internet... hanno 'fatto ammalare', creato i sintomi”; in cima alla scala i gradini sfumano e c'è una sorta di distacco, qualcosa di molto simile alla solitudine del narratore: “ non so nemmeno io cosa succede a questo personaggio, lo seguo seguendo le sue vicissitudini e quelle di chi gli sta intorno, so di poter contribuire un po' alla trama della sua vita, forse diventeremo insieme consapevoli di dov'è, dove sta andando, come e a chi sta raccontando la sua vita,le sue gioie, i suoi dolori”.

Poco importa se il personaggio è esterno o interno, se il racconto è scritto in prima o in terza persona. Se si permette alla cornice di allargarsi ci si accorge che solo lasciando andare le interpretazioni affrettate ci si può avvicinare alla persona che vive, si può acquietare la smania della mente che cataloga e spiega, che valuta e che misura e si può cogliere, dietro ai giudizi e alle definizioni, qualcosa dell'Altro: chi sta dall'altra parte; noi stessi, a volte, spogliati dai manierismi e dal bisogno di compiacere, di sembrare belli o brillanti o intelligenti.
Più soli e più in contatto.

mercoledì 12 dicembre 2012

dal blog "Pedagogica"



[…] La semplice "inquietudine", come dice Heidegger, è all'origine di tutto. Medesimamente, e per tutti i giorni di una vita senza splendore, siamo portati dal tempo; ma viene sempre il momento in cui noi dobbiamo portarlo. Di solito, viviamo facendo assegnamento sull'avvenire: "domani", "più tardi", "quando avrai una posizione", "con l’età comprenderai". Queste incoerenze sono straordinarie, dato che, alla fine dei conti, si tratta di morire.

Da Libreria Post  Office
"In alcune situazioni, il rispondere: "niente" a una domanda circa la natura dei propri pensieri, può essere, nell'uomo, una finta. Lo sanno bene le persone amate. Ma se questa risposta è sincera, se rappresenta quel particolare stato d’animo in cui il vuoto diviene eloquente, in cui la catena dei gesti quotidiani viene interrotta e il cuore cerca invano l'anello che la ricongiunga, è allora come il primo segno dell'assurdo. E avviene così che la scena si sfasci. La levata, il tram, le quattro ore di ufficio o di officina, la colazione, il tram, le quattro ore di lavoro, la cena, il sonno e lo svolgersi del lunedì martedì mercoledì giovedì venerdì e sabato sullo stesso ritmo… questo cammino viene seguito senza difficoltà la maggior parte del tempo. Soltanto, un giorno, sorge il "perché" e tutto comincia in una stanchezza colorata di stupore. "Comincia", questo è importante. La stanchezza sta al termine degli atti di una vita automatica, ma inaugura
 al tempo stesso il movimento della coscienza, lo desta e provoca il seguito, che consiste nel ritorno incosciente alla catena o nel risveglio definitivo. Dopo il risveglio viene, col tempo, la conseguenza: suicidio o ristabilimento. In sé, la stanchezza ha qualche cosa di disgustoso, ma, in questo caso, devo concludere che è vantaggiosa. Infatti, tutto comincia con la coscienza e nulla ha valore se non per mezzo di questa. […] La semplice "inquietudine", come dice Heidegger, è all'origine di tutto. Medesimamente, e per tutti i giorni di una vita senza splendore, siamo portati dal tempo; ma viene sempre il momento in cui noi dobbiamo portarlo. Di solito, viviamo facendo assegnamento sull'avvenire: "domani", "più tardi", "quando avrai una posizione", "con l’età comprenderai". Queste incoerenze sono straordinarie, dato che, alla fine dei conti, si tratta di morire. Con tutto ciò, giunge il giorno in cui l'uomo si accorge o dice di aver trent'anni, affermando, così, la propria giovinezza. Ma, nello stesso momento, egli si pone in rapporto con il tempo, vi prende posto, riconosce che si trova a un certo punto di una curva, che confessa di dover percorrere. Egli appartiene al tempo e, dall'orrore che lo afferra, lo riconosce come il suo peggior nemico. Il domani: egli desiderava il domani, quando tutto il suo essere avrebbe dovuto ribellarvisi. Questa rivolta della carne è l’assurdo".

Albert Camus


lunedì 12 novembre 2012

Osho - Osservare la mente



 Si tramanda una storia bellissima, che amo molto...
Un giorno il Buddha stava attraversando una foresta. Era un afoso giorno d'estate e aveva molta sete; disse ad Ananda, il suo discepolo più vicino: «Ananda, torna indietro. Cinque o sei chilometri fa, abbiamo attraversato un ruscello. Porta un po' d'acqua, prendi la mia ciotola. Sono molto stanco e assetato».  Era invecchiato...
Ananda tornò indietro, ma quando raggiunse il ruscello erano passati alcuni carri che avevano reso fangosa l'acqua. Le foglie morte che giacevano sul fondo erano sulla superficie; non era più possibile berla, perché si era intorbidita. Egli tornò a mani vuote e disse: «Dovrai aspettare un po'; andrò più avanti. Ho sentito dire che due, tre chilometri più avanti c'è un grande fiume. Porterò l'acqua da là».
Ma il Buddha insisté: «Torna indietro e prendi l'acqua da quel ruscello».
Ananda non riusciva a capire la sua insistenza, ma se il Maestro diceva così, il discepolo doveva eseguire l'ordine. Sebbene vedesse l'assurdità della cosa - camminare ancora per cinque chilometri, nonostante l'acqua non si potesse bere - si mise in cammino. Mentre partiva, il Buddha gli disse: «Non tornare se l'acqua è ancora torbida. In quel caso, siediti sulla riva in silenzio. Non fare nulla, non entrare nel fiume. Siediti sulla riva in silenzio e osserva. Prima o poi l'acqua tornerà limpida, riempirai la ciotola e tornerai indietro».
Ananda andò e il Buddha aveva ragione: l'acqua era quasi pulita, le foglie se n'erano andate, il fango si era depositato; ma poiché non era ancora totalmente limpida, egli si sedette sulla riva a guardare il fiume scorrere. A poco a poco divenne chiaro come un cristallo. Allora tornò indietro danzando: aveva capito l'insistenza del Buddha. In ciò che era successo c'era un messaggio per lui, e l'aveva compreso. Diede l'acqua al Buddha e, ringraziandolo, gli toccò i piedi.
Il Buddha disse: «Che cosa stai facendo? Sono io che dovrei ringraziarti, poiché mi hai portato l'acqua».
Ananda rispose: «Adesso posso capire. Prima ero arrabbiato; non l'ho fatto vedere, ma lo ero perché pensavo fosse assurdo tornare indietro. Tuttavia, ora comprendo il messaggio: era davvero ciò di cui avevo bisogno in questo momento. Seduto sulla riva del fiume, ho capito che la stessa cosa accade con la mente. Se salto nel ruscello, lo sporcherò di nuovo. Se salto nella mente, si crea più rumore, cominciano a sorgere nuovi problemi. Seduto in disparte, ho imparato la tecnica.
«Adesso anche con la mente mi siederò in disparte, osservandola in tutti i suoi problemi, la sporcizia, le foglie morte, le ferite, i traumi, i ricordi, i desideri. Imperturbato, starò seduto sulla riva, aspettando il momento in cui tutto sarà limpido.»
Accade da sé, perché quando siedi sulla riva della mente, non le dai più energia. Questa è la meditazione autentica. La meditazione è l'arte della trascendenza.