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venerdì 29 maggio 2015

Psicologia e dintorni...I MOI

I Modelli Operativi Interni

Secondo Bowlby (1969/1988) gli individui, nel corso dell’interazione col proprio ambiente, costruiscono dei Modelli Operativi Interni (MOI), o Internal Working Models, del mondo fisico e sociale che li circonda, che comprendono i Modelli Operativi di sé e delle figure di accudimento o, ancor più precisamente, modelli di sé-con-l’altro (Liotti, 2001), vale a dire dunque della relazione. I MOI sono rappresentazioni mentali, costruite dall’individuo come strutture mentali che contengono le diverse configurazioni (spaziale, temporale, causale) dei fenomeni del mondo e che hanno la funzione di veicolare la percezione e l’interpretazione degli eventi, consentendogli di fare previsioni e crearsi aspettative sugli accadimenti della propria vita relazionale.

“Nel modello operativo del mondo che ciascuno si costruisce, una caratteristica fondamentale è il concetto di chi siano le figure di attaccamento, di dove le si possa trovare, e di come ci si può aspettare che reagiscano. Analogamente, nel modello operativo del Sé che ciascuno si costruisce, una caratteristica fondamentale è il concetto di quanto si sia accettabili o inaccettabili agli occhi delle figure di attaccamento. Sulla struttura di questi modelli complementari l’individuo basa le sue previsioni di quanto le sue figure di attaccamento potranno essere accessibili e responsive se egli si rivolgerà a loro per aiuto. E […] dalla struttura di quei modelli dipendono inoltre la sua fiducia che le sue figure di attaccamento siano in genere facilmente disponibili e la sua paura più o meno grande, che non lo siano: di quando in quando, spesso, oppure nella maggior parte dei casi.”
(Bowlby, 1973, pag. 197: corsivo mio)



Questo fascinoso stralcio dell’opera di Bowlby restituisce un’immagine ben chiara di quali siano le funzioni assolte dai MOI, di quanto essi vengano caratterizzati dalla qualità del rapporto che è stato instaurato dal bambino con la FdA e di quanto gli stessi MOI siano in grado di condizionare i comportamenti di attaccamento del piccolo. Passiamo adesso in rassegna i punti evidenziati:
1   chi siano le figure di attaccamento, di dove le si possa trovare: nel MOI dell’altro, è ben chiara chi sia la FdA. Bowlby si rifà qui al concetto di comportamenti differenzialmente orientati, che mostrano avere una meta privilegiata, che è appunto la FdA. Allo stesso tempo è necessario che si sappia costantemente dove la FdA si trova, così da poter recuperare subito la vicinanza nel momento del pericolo. L’osservazione di qualsiasi bambino impegnato in comportamenti esplorativi mostra infatti come questo volga di tanto in tanto il capo verso la madre per accertarsi della sua presenza.
2   come ci si può aspettare che reagiscano: il concetto di aspettativa qui espresso è sotteso alla formazione di una rappresentazione mentale della FdA. Le ripetute interazioni con la FdA e le modalità di risposta che questa è solita adottare contribuiscono sensibilmente alla strutturazione di questa rappresentazione. Per la comprensione di questo punto è utile il concetto di RIG, formulato da Stern (1985), Rappresentazioni di Interazioni che sono state Generalizzate, unità di base, singole esperienze, che poi vengono combinate in reti riguardanti il cibo, la madre, la fiducia. Queste prime generalizzazioni si trasformeranno col tempo in ricordi semantici che potranno essere espressi verbalmente.
3   concetto di quanto si sia accettabili o inaccettabili: il MOI relativo al sé è condizionato delle modalità di risposta del caregiver. Il bambino potrà sentirsi dunque amato o non amato, da una FdA amabile o non amabile. Nel modello classificatorio dell’attaccamento proposto da Bartholomew (1991) i quattro stili di attaccamento derivano dalla combinazione di due variabili bidimensionali: modello del sé (positivo o negativo) e modello dell’altro (positivo o negativo). Un modello di sé positivo è all’origine di una rappresentazione di sé accettabile, mentre su un modello negativo di sé sarà costruita una rappresentazione di sé non amabile e dunque inaccettabile.
4   basa le sue previsioni: le previsioni che il bambino fa rispetto alla disponibilità della FdA sono basate sulla complementarietà dei MOI del sé e dell’altro. I ricordi impliciti dei pattern ripetitivi delle relazioni di attaccamento vengono gradualmente integrati nelle strutture di significato del bambino e ciò dà vita, come abbiamo visto, a rappresentazioni del sé e dell’altro. Riprendendo il modello di Bartholomew, è facilmente immaginabile che la previsione di una risposta di vicinanza da parte della FdA possa presentarsi con maggior frequenza nel caso di un MOI dell’altro positivo ed ancor di più quando anche il MOI del sé lo è.
5   fiducia che le sue figure di attaccamento siano in genere facilmente disponibili: dalla struttura dei MOI dipende dunque la fiducia nei confronti della FdA, nella sua disponibilità. La disponibilità della FdA, che non va intesa nella più semplice accezione di presenza fisica, gioca un ruolo determinante nella formazione del MOI dell’altro. I MOI degli attaccamenti A, B e C contengono una rappresentazione unitaria di sé-con-l’altro. Nel pattern evitante (A) di attaccamento il MOI di sé ruota attorno alla rappresentazione di un sé costantemente rifiutato da una FdA non amorevole; nel pattern sicuro (B) di attaccamento, la sicurezza che il bambino avverte circa la FdA lo induce alla formazione di una rappresentazione di sé e dell’altro positiva; infine, il pattern insicuro ambivalente (C) di attaccamento ruota attorno ad un modello negativo di sé e positivo dell’altro, promuovendo la formazione dell’immagine di un sé non amabile e dell’altro amorevole. A differenza di questi, i MOI relativi al pattern D di attaccamento, formatisi a seguito delle interazioni con una FdA spaventata/spaventante (Main e Hesse, 1992), inducono alla costruzione di rappresentazioni di sé-con-l’altro molteplici e reciprocamente incompatibili, che mutano continuamente polarità attraverso i vertici del triangolo drammatico di Karpman, tra la rappresentazione di vittima, persecutore e salvatore (Liotti, 2001).

Stabilità e Cambiamento
I Modelli Operativi Interni, già dall’infanzia iniziano a consolidarsi, pur essendo stati relativamente aperti al cambiamento nei primi anni di vita. Bowlby (1988) arriva ad affermare che questo “solidificarsi” dei MOI li porta a divenire scontati, arrivano ad operare a livello inconscio, fino dunque a diventare tendenzialmente caratteristiche della personalità del soggetto, più che della relazione. Nell’adolescenza ed in età adulta, gli stessi MOI si renderanno poi disponibili come repertorio di modelli gerarchicamente organizzati e riferiti a differenti aspetti della realtà (Hazan e Shaver, 1994).
L’esperienza delle ripetute transazioni con la figura di accudimento influenza inevitabilmente le aspettative del bambino e, per certi aspetti, guida e regola la rappresentazione delle successive esperienze che avrà di questa e con questa. La prima resistenza al cambiamento, dunque, è rappresentata da questa sorta di pilota automatico che guida i processi di assimilazione. Di contro, modi di azione e pensiero che una volta erano sotto controllo tendono a diventare meno consapevoli e inaccessibili, poiché divengono abituali ed automatici, col guadagno di una maggiore efficienza, in quanto la richiesta di attenzione è minore, ma con la perdita di una certa flessibilità. In conclusione, il fatto che i modelli operativi e le aspettative individuali intervengano nelle interazioni relative all’attaccamento determina anche una certa stabilità.
Il cambiamento nei modelli operativi può determinarsi, ad esempio, quando un genitore precedentemente empatico, a causa di eventi personali, diventi ansioso o profondamente depresso, mancando di sensibilità nei confronti del figlio. Se ad esempio un genitore minaccia ripetutamente di abbandonare il bambino o di suicidarsi, così da scuotere la sua fiducia come base sicura, porta il bambino a ricostruire i modelli operativi di sé e dei genitori (Bowlby, 1973). Al contrario, se un genitore può diventare capace di rispondere più sensibilmente ai bisogni d’attaccamento del suo bambino, questo ricostruirà un modello operativo di sé valido ed uno complementare dei genitori disponibili e supportivi.

Conclusioni
Benché la teoria dell’attaccamento sia nata con esplicito interesse ai primi anni di vita dell’essere umano, e più in generale dei mammiferi, Bowlby (1979) sosteneva che l’attaccamento è parte integrante del comportamento umano “dalla culla alla tomba” e dunque che lo stile di attaccamento formatosi durante l’infanzia rimanga relativamente stabile durante lo sviluppo. Responsabili di questa permanenza risultano essere i MOI, modelli relazionali appresi attraverso il ripetersi delle interazioni con le prime figure significative.
Tuttavia sarebbe una pazzia considerare la mente umana un monolite granitico che una volta strutturatosi in una qualche forma perda ogni possibilità di essere plasmata ulteriormente. Dall’infanzia all’adolescenza, dall’adolescenza all’età adulta, alla senescenza, importanti esperienze di attaccamento possono modificare i MOI sui quali l’individuo articola le proprie relazioni sociali.

Un esempio classico è il caso della psicoterapia. Il rapporto che si stabilisce tra paziente e psicoterapeuta può essere inteso come una relazione di attaccamento/accudimento. E in questo scenario, il processo di cambiamento che viene promosso dalla psicoterapia non può forse essere letto come un cambiamento dei modelli relazionali dell’individuo, e quindi dei Modelli Operativi Interni?


Psicologia e dintorni...Attaccamento disorganizzato

Tratto da:  www.stateofmind.it


Definizione di Attaccamento Disorganizzato.

Bowlby definisce attaccamento la tendenza innata a cercare la vicinanza protettiva di un membro della propria specie quando si percepisce un pericolo.
Quando la figura che dovrebbe fornire protezione in caso di pericolo è essa stessa la fonte di pericolo e di minaccia, si sviluppa quello che viene definito attaccamento disorganizzato.
Il bambino si trova nella situazione paradossale di dover chiedere protezione proprio a chi lo sta minacciando, di doversi allontanare dalla fonte minacciosa e al contempo avvicinarvisi alla ricerca di rassicurazione. Ciò non permette al bambino di sviluppare una rappresentazione coerente di Sé, dell’Altro e della Relazione con l’altro. Inoltre contribuisce allo sviluppo di un deficit nella capacità di regolazione delle emozioni nonché di un deficit delle funzioni metacognitive, cioè della capacità di attribuire agli altri intenzioni, pensieri, emozioni, desideri in modo da attribuire un significato al loro comportamento.


L’ANALISI DEI CHILD-REPORTS E DEI PARENT-REPORTS DI BAMBINI CLASSIFICATI COME DISORGANIZZATI HA CONFERMATO CHE L’ATTACCAMENTO DISORGANIZZATO È ASSOCIATO A SINTOMI CLINICAMENTE SIGNIFICATIVI DI DEPRESSIONE, DI FOBIA SOCIALE E DI PROBLEMI DI PENSIERO E DI ATTENZIONE.

Non c’è epoca nella vita che non sia segnata da relazioni di attaccamento e da vicende di separazione, più o meno felicemente elaborate, che contribuiscono a costruire nell’ individuo il senso di possedere fiducia in se stesso e una base sicura (Gorrese, 2005).

Il termine attaccamento è stato introdotto in seguito a numerose ricerche sullo sviluppo per riferirsi ad un legame specifico costruito tra madre e bambino. Sin dalle prime teorizzazioni sull’ evoluzione sociale dell’uomo, queste precocissime interazioni sono state oggetto di profonda riflessione per la loro potenza sullo sviluppo e la regolazione di quelle future.

Dal grado di armonica rispondenza tra i sistemi comportamentali di madre e bambino, l’esperienza di attaccamento evolve in condotte che rivelano differenti gradi di sicurezza, ansietà, resistenza, disorganizzazione (Bucolo & Accursio, 2007).

Le connotazioni assai specifiche di questo sistema sono state scoperte anche attraverso il ricorso al paradigma sperimentale della Strange Situation, che ha reso possibile la distinzione di tre stili di attaccamento: sicuro, insicuro-evitante e insicuro-resistente. L’adattamento alla vita futura è stato definito da questo momento in poi segnato dall’ influenza predominante dell’attaccamento insicuro.
È interessante notare come differente attenzione sia stata riservata all’ attaccamento disorganizzato. Questa categoria identificata solo in un secondo momento è affascinante per le sue peculiari tendenze comportamentali. In essa disposizioni di avvicinamento si mescolano a quelle di allontanamento in maniera bizzarra e conflittuale. Si ipotizza una loro comparsa quando comportamenti attivati all’interno dell’infante competono per l’espressione. Il rifiuto di avvicinarsi alla figura primaria si accompagna al dondolio sulle ginocchia e può essere seguita dal pianto o dall’ improvvisa immobilizzazione nel movimento di accostarsi al genitore. Tali tendenze non possono che costituire la testimonianza di una relazione parentale disorientante e contraddittoria.
Tra gli studi interessati ad esplorare un sistema tanto conflittuale, emerge quello dei ricercatori M. J. Crowley, L. C. Mayes, D. H Davis dell’Università di Yale e la ricercatrice Jessica Borrelli dell’Università del Claremont. Questa ricerca ha il pregio di aver spostato il focus attenzionale da altre fasi di sviluppo alla media infanzia, indagandone il legame con i sintomi clinici, poiché proprio in questa fase e nell’ adolescenza si riscontra un aumento ripido dell’incidenza di disturbi psichiatrici.
In precedenza, il pattern disorganizzato era stato associato a problemi d’internalizzazione, di reticenza nelle situazioni sociali e a difficoltà di pensiero e attenzione.
Sulla scorta di questi studi la ricerca ha preso in esame un campione di novantasette bambini di 8-12 anni di ceto medio-basso dell’area circostante New Heaven, ricorrendo a strumenti che hanno analizzato sia i modelli del discorso narrativo delle relazioni di attaccamento, sia la frequenza dei vari comportamenti indagati in più contesti.
Più precisamente, durante la prima sessione, è stata indagata l’esperienza presente e passata dei bambini con i caregivers primari, mentre i genitori hanno completato questionari per la valutazione dei problemi di pensiero e di attenzione e del disturbo depressivo maggiore e della fobia sociale.
Durante la seconda sessione di studio, sono state misurate le caratteristiche comportamentali, cognitivo-emotive e fisiologiche della depressione ed è stata valutata la timidezza, attraverso la compilazione di questionari da parte dei bambini.
L’analisi dei child-reports e dei parent-reports di bambini classificati come disorganizzati ha confermato che l’attaccamento disorganizzato è associato a sintomi clinicamente significativi di depressione, di fobia sociale e di problemi di pensiero e di attenzione.

Tali conclusioni sottolineano la necessità per la ricerca futura di una esplorazione più profonda del legame tra l’attaccamento disorganizzato e i sintomi di psicopatologia, attraverso il ricorso a batterie di valutazione più ampie e estendendo l’indagine anche a svariate popolazioni.