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giovedì 13 febbraio 2014

Da "Forme vitali"




di Mauro Pellegrini (alias drdedalo)

Emozioni e cervello

formevitali.it/emozioni-e-cervello/ 

 


…un’emozione allo stato selvatico
può essere addomesticata da un’emozione cosciente…”
J. Hillman


Charles Joseph Whitman è stato un Marine americano tristemente noto per aver compiuto una strage il 1 Agosto 1966 ad Austin. Quel giorno Whitman, dopo aver ucciso durante la notte la madre e la moglie, salì sulla torre dell’Università e con 46 colpi di fucile uccise 16 persone e ne ferì altre 30. Alla fine fu ucciso dalla polizia che trovò una lettera scritta di suo pugno in cui chiedeva che, “dopo che tutto fosse finito”, si eseguisse un’autopsia sul suo cadavere. Autopsia che rivelò la presenza nel cervello dell’assassino di un tumore all’amigdala: una formazione sottocorticale implicata nella modulazione e nella percezione di emozioni primarie in particolare la paura e la collera (più precisamente i meccanismi di attacco-fuga e le emozioni ad essi collegate).
Amigdala
Questo non è che uno (e ovviamente dei più eclatanti) casi clinici che “dimostrano” un nesso diretto fra certe strutture del cervello e certe specifiche difficoltà nel controllo delle emozioni.
E’ anche, insieme a tanti altri studi di lesioni dell’amigdala e di parti del sistema limbico, uno dei cavalli di battaglia di chi sostiene che le emozioni e i comportamenti non sono che il frutto del buono o cattivo funzionamento del cervello e che solo un intervento chimico o, in certi casi chirurgico, può davvero risolvere i problemi di controllo delle emozioni.
E’ un tipico ragionamento da pensiero forte, una pensata del tipo: “vedi, un danno all’amigdala produce mancanza di empatia e una sorta di autismo emotivo… in certi altri casi impedisce il controllo e l’inibizione della paura e della collera… quella parte del cervello è il centro di queste funzioni… dobbiamo trovare un farmaco che agisca e sia efficace lì, su quella porzione di cervello e dobbiamo sapere che le persone che hanno difficoltà con il controllo delle emozioni sono dei malati di… ecc.”.
Questo ragionamento, come spesso accade quando si parla di esseri umani, è vero solo in parte e solo nei casi limite: se si escludono i casi di lesioni evidenti, di tumori e di comportamenti estremi non si può e non si dovrebbe parlare di malattia quando si parla di difficoltà nella gestione delle emozioni.
Farlo significa cadere in una serie di iper-semplificazioni che spiegano una parte del problema ma che lasciano “chi soffre del disturbo” solo e malato finché i ricercatori non troveranno la cura. Comporta inoltre il rischio di cadere nella trappola di ridurre l’uomo ad un organismo e il corpo a qualcosa di isolato dal mondo il che implica il solito errore della descrizione unilaterale: ho trovato una spiegazione di un fenomeno e, quindi, ho spiegato il fenomeno.
Charles Whitman era stato addestrato fin da piccolo all’uso di armi da fuoco da un padre autoritario ed estremamente rigido, era entrato nell’esercito degli Stati Uniti ed era diventato un cecchino, soffriva da anni di cefalea che “tentava di curare con l’uso di anfetamine” (sic)…
Insomma, non proprio il training più adatto ad aumentare l’intelligenza emotiva. Probabilmente il tumore all’amigdala si sarebbe sviluppato lo stesso ma credo che le domande che ci si dovrebbe porre sono: avrebbe sparato lo stesso se la cultura in cui fosse stato immerso fin da bambino avesse “spinto in un’altra direzione”? Si sarebbe comportato diversamente se invece che nell’esercito avesse passato anni a studiare antropologia o medicina o teologia? O se avesse chiesto aiuto invece di ricorrere ad un automedicazione a base di anfetamine?
Sono domande che interrogano su aspetti diversi della persona e che presuppongono una visione dell’essere umano inteso come un sistema: non solo corpo o solo mente o solo ambiente ma mente-cervello/corpo-relazione.
In un sistema mente-cervello-relazione le emozioni diventano qualcosa di molto più ampio e l’individuo è visto come un essere vivente che è immerso nelle emozioni, che le determina e ne è determinato, che le esprime e le subisce mentre sente, intorno a sé, quelle degli altri e ne è compenetrato.
Diceva Hillman: “Le emozioni hanno sempre valore per la sopravvivenza e rivelano sempre qualche verità sul reale, ma si tratta di una verità simbolica, non meramente sociologica o biologica (dell’ambiente o del corpo). Non possiamo pertanto condannare un’emozione senza prima averle dato udienza, senza aver cercato di cogliere la sua trasformazione nel simbolico.” (J. Hillman Emotion 1960 corsivi miei).
Dare udienza ad un’emozione è ascoltala con un orecchio diverso: smettere di considerarla un semplice sintomo o una reazione al mondo o “un qualcosa che nasce dentro e contro cui o per cui non posso fare niente”. Darle udienza è compiere un gesto che “gli emotivi” spesso non fanno e che i riduzionisti evitano con cura; è spostarla in una parte diversa del cervello: è portarla in un diverso ambiente e leggerla diversamente, pensarla e osservarla mentre la si vive.
Trasformarla nel simbolico significa non agirla: non sparare perché sono arrabbiato, fuggire perché sono spaventato…; e nemmeno cacciarla via come un sintomo: coprirla con il primo farmaco a disposizione, cercare di non sentirla, vergognarmene, nasconderla… Significa, invece, darle spazio e amplificarla: metterla in un contesto più ampio, vedere chi l’ha già provata, capire che non è solo mia e spesso appartiene ad una psiche più ampia, tanti hanno avuto paura, sono stati tristi, si sono arrabbiati e “su questo hanno pensato, scritto, dipinto, raccontato”.
Nel nostro cervello, alcuni centimetri sopra all’amigdala, ci sono strutture che, nell’Homo sapiens, si sono sviluppate e specializzate proprio in questo lavoro: vedere “come se”, simbolizzare, aggiungere senso, sublimare.
Quando pensiamo con più profondità e riflettiamo su ciò che stiamo vivendo, quando non ci limitiamo ad esser vissuti da ciò che proviamo ma diamo un senso e una direzione al nostro sentire, quando accettiamo un’emozione e comprendendola le diamo uno sfondo in cui possa davvero esprimersi, stiamo usando e allenando questa funzione superiore che ci differenzia dagli animali e che ci permette di vivere fuori dalle anguste pareti del nostro cranio e immersi seppur separati dal mondo che ci circonda.
Stiamo anche facendo i conti con la nostra emotività e osservando i nostri aspetti nevrotici, quelli in cui le emozioni tendono ancora a farla da padrone e a condurre il gioco. Ma, per dirla ancora con Hillman: “Quante volte le nevrosi, con la loro emotività distorta e immatura, si rivelano anche una forma di adattamento creativo… Troppo spesso il terapeuta che ha una visione troppo angusta della vita emotiva considera la nevrosi un tentativo abortito di sviluppo e si precipita a recare sollievo. Oggi ci si aspetterebbe quasi che gli amici di Giobbe o i compagni di Gesù nel Getsemani avessero pronta la loro brava confezione di tranquillanti. Insomma, le emozioni, anche le più anomale, vanno prese terribilmente sul serio prima di diagnosticarle come aberranti e immature e prima di liquidarle come meri prodotti del cervello o disturbi da sopprimere o accontentare passivamente.” ( J. Hillman Emotion 1960 corsivi miei)

venerdì 8 febbraio 2013

Tratto da "Repubblica"



Paura e panico, nel cervello prendono strade diverse

Studio su Nature Neuroscience: aree cerebrali distinte sono collegate a tipi differenti di sensazioni paurose: minacce esterne, come una rapina o il terrore dei ragni, o interne: ad esempio, la sensazione di non riuscire a respirare. La scoperta potrebbe portare ad affrontare in modo più mirato attacchi di panico o ansia

C'è paura e paura. La sensazione di spavento scatenata da stimoli esterni, visivi o uditivi, e qualcosa di più intenso e profondo, legato invece a quello che succede all'interno del nostro corpo. Seguono percorsi diversi e fanno riferimento a centri differenti: la scoperta si deve a John Wemmie, della University of Iowa e potrebbe aiutare ad affrontare in modo più mirato gli attacchi di panico o sensazioni come la sindrome da stress post-traumatico e altre condizioni legate all'ansia.

L'area cerebrale della paura è da anni collegata all'amigdala, che si attiva in risposta a stimoli esterni e prontamente manda il segnale di allarme ad altre aree neurali che preparano il corpo a reagire, di solito con la fuga o con l'attacco. Tante patologie sono legate a disfunzioni dei meccanismi 'salvavita' della paura: ad esempio la sindrome da stress post-traumatico, in cui è come se il pulsante della paura fosse sempre acceso, anche quando non c'è nulla da temere, oppure gli attacchi di panico.

Ma l'amigdala non è la sola ad attivarsi in presenza di sensazioni di paura. Wemmie, professore associato di psichiatria, e colleghi, che hanno pubblicato il loro studio su Nature Neuroscience, lo hanno scoperto studiando una paziente molto particolare, 'SM', una donna di 40 anni che soffre dall'adolescenza della malattia di Urbach-Wiethe che le ha provocato lesioni all'amigdala e da allora non ha mai provato paura. 

Alla donna, da anni protagonista delle ricerche degli scienziati, e ad altri pazienti con lesioni simili è stato fatto respirare un mix di aria e CO2, in grado di provocare una sensazione di soffocamento che dura, di solito, una trentina di secondi. Per la prima volta la "donna senza paura" e gli altri pazienti hanno reagito provando panico: un risultato che ha sorpreso i ricercatori, che si aspettavano l'esatto opposto. Ma perché queste persone che non hanno nessuna reazione di fronte ad una rapina, a un film dell'orrore o se si trovano minacciate con un'arma, provano terrore inalando anidride carbonica? La risposta sembra essere nel modo in cui il cervello affronta le situazioni esterne e quello che invece accade all'interno del corpo, come la sensazione di un attacco di cuore o di non riuscire a respirare.

Weinne e colleghi suggeriscono che queste sensazioni di panico "interno" vengano captate da aree diverse dall'amigdala e profonde, come il tronco encefalico, il diencefalo o la corteccia insulare, attivando un circuito diverso rispetto alla paura dei serpenti o di un ladro.

Lo stesso test del gas è stato ripetuto su 12 soggetti sani, ma solo tre di loro hanno provato analoghe sensazioni di panico. C'è dunque una paura più profonda e intensa dettata da stimoli interni, sostengono gli scienziati, e l'amigdala potrebbe sopprimerla nei soggetti sani. Al tempo stesso, i ricercatori pensano che l'amigdala non funzioni correttamente in chi soffre di attacchi di panico.