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martedì 14 aprile 2015

Autori e dintorni...



Gli stadi dello sviluppo umano secondo Nietzsche
Di Gabriele Sannino

Il grande filosofo tedesco Friedrich Nietzsche ha descritto nei suoi studi tre stadi dell'evoluzione della coscienza umana, i quali, se percorsi e sperimentati tutti, possono portare l'uomo verso elevati livelli di comprensione e saggezza.

Il primo di questi stadi e' quello del cammello: qui i condizionamenti infantili, i modelli, i valori e i comportamenti dei genitori e degli antenati la fanno da padrona; in pratica si assumono valori e comportamenti di chi ci ha preceduto e influenzato, e con essi anche tutti gli errori e le inconsapevolezze tipiche di ogni essere umano, perfino di chi ci ha cresciuto. 
Nello stadio del cammello diciamo si ad ogni cosa, dato che la nostra coscienza e' come bloccata e ancorata a questo passato; in sostanza manchiamo di capacita' critica e fatichiamo a decidere per noi stessi.
Come "cammelli" infatti non rischiamo nuovi modi di vivere e pensare, facciamo continuamente compromessi in nome di un'"armonia" che in realta' spesso non c'e' - a patto proprio di soffocare la nostra consapevolezza - ma sviluppiamo le "nostre" radici che possono darci, qualche volta, perfino un senso di appartenenza. 
Il secondo stadio, invece, e' quello del leone: qui ci ribelliamo contro il vecchio, a volte con rabbia e collera. E' proprio la rabbia che sveglia la forza e il coraggio di cui abbiamo bisogno per uscire dalla scatola in cui siamo nati e cresciuti. 
Questo periodo di ribellione - tipico per esempio degli adolescenti che per questo fanno gli anticonformisti - puo' durare a volte fino all'eta' adulta, e puo' portare anche a un nulla di fatto, specie se il cammello che e' in noi alla fine prende il sopravvento. 
A volte sono proprio i figli che riescono a far diventare leoni i genitori: questi infatti, quando i figli sono in eta' adulta, percepiscono la gabbia nella quale hanno sempre vissuto e cominciano il processo di separazione da cio' che un tempo credevano giusto per loro.
Quando il leone dentro di noi ha fatto il suo percorso - o meglio quando il processo di separazione che porta con se' rabbia e senso di ribellione e' passato - ecco che si arriva al terzo stadio, quello che Nietzsche definisce il "bambino".
In sostanza, in questo stadio (che per il filosofo e' lo stadio finale della coscienza) la rabbia e il risentimento lasciano spazio a una maturita' senza giudizio ne' negativita', una maturita' che accetta le cose cosi' come sono, ma che si ribella e sa farsi rispettare qualora non si venga rispettati.
A questo livello non c'e' piu' l'accondiscenza e la sudditanza del cammello, ne' la rabbia del leone. 
In questo stadio, apprezziamo la bellezza e la ricchezza di cio' che siamo e abbiamo ereditato, liberandoci pero' dalla negativita' e dalla repressione che ci hanno accompagnati. 
Possiamo perfino riabbracciare le nostre radici, anche se lo faremo con uno spirito del tutto diverso da quello del cammello. 

Secondo il filosofo, moltissime persone oggi sono ferme o oscillano tra i primi due stadi, ovvero quello del cammello e del leone: per chi vi scrive tornare "bambini", recuperando un' innocenza che non e' ingenuita' ma anzi vera consapevolezza, e' il vero fine di questa breve parentesi per l' anima che noi tutti chiamiamo vita. 

http://www.gabrielesannino.com/stampa2.asp?st=469

venerdì 13 marzo 2015



“Se vogliamo ottenere qualcosa dobbiamo osare, dobbiamo affrontare gli ostacoli che si presentano quotidianamente sulla nostra strada e che fanno parte della vita. Solo affrontandoli si impara. Dobbiamo essere audaci e rischiare. Gli ostacoli superati ci irrobustiscono e ci fanno crescere come esseri umani perché ci permettono di avvalorarci”.
“… prima di tutto è importante che impari a conoscerti e ad accettarti per quella che sei. Dovrai essere solamente te stessa, te stessa e nessun altro. Spesso costruiamo la nostra vita raccogliendo i pezzi dell’esistenza degli altri e cerchiamo di plasmarci su modelli che ci vengono imposti dall’esterno. E’ molto probabile che tua madre ti abbia influenzato… o tua nonna, o tua zia, un’amica o altre conoscenze…”
[...]

Tratto da: La profezia della curandera

mercoledì 18 febbraio 2015

Quali gli errori della sua vita per  Oriana Fallaci? Ecco cosa risponde:


"Ti diro' il piu' grave. Quello di non aver amato abbastanza me stessa. Cioe' di aver dimenticato che il grande comandamento ‘Ama il prossimo tuo come te stesso', parte dal presupposto di amare prima e innanzitutto se stessi. Non ho amato abbastanza me stessa perche' non sono mai stata contenta di me stessa, non mi sono mai molto piaciuta. Non ho capito insomma che non e' necessario piacersi per amarsi, che amarsi e' amare la vita. Ho amato la vita in astratto, e non sulla mia pelle. O meglio, l'ho amata amando gli altri o sforzandomi di amare gli altri. Ma e' tempo che io riconosca la piu' banale delle verita': tra gli altri ci sono anch'io. E' tempo che io sorrida, che rida".

martedì 6 gennaio 2015

“La speranza è essenziale per vivere” di Umberto Veronesi

Tratto da l' Espresso

"Guardare al futuro pensandolo migliore del presente e desiderare il bene per sé stessi è un bisogno della nostra specie. Perché ci aiuta a superare i momenti difficili. Ed è importante anche quando si affrontano le malattie". Parla il medico simbolo della lotta contro il cancro




Quando Pandora, fanciulla divina, per curiosità aprì il vaso che Zeus le aveva ordinato di non aprire , ne uscirono tutti i mali del mondo, eccetto la Speranza. Gli uomini, che prima erano felici e immortali come gli dei, conobbero allora il dolore e la morte, finché Pandora liberò anche la Speranza, che alleviò la loro insopportabile esistenza. Molti conoscono questa storia della mitologia greca tramandata da Esiodo, ma pochi forse si sono interrogati a fondo sul suo significato. Perché per i Greci la speranza era originariamente un male? Nella loro cultura era troppo vicina all’illusione, a cui seguiva inevitabilmente la delusione, che rende ancora più tragica la realtà; dunque, meglio non sperare.

Eppure, a prescindere da filosofie e religioni, mai gli uomini hanno rinunciato a sperare. Perché? Sperare è una forma di ragionevolezza o di sentimentalismo? Non è un dubbio astratto, ma una questione sostanziale, in un momento in cui le correnti di disfattismo e addirittura il catastrofismo - con le sue visioni di imminente autodistruzione dell’umanità - fanno serpeggiare molte paure e atteggiamenti regressivi.

Io credo che il nostro pensiero sia fatto di speranza, perché noi valutiamo il nostro futuro ogni minuto, anche soltanto per il minuto successivo, e desideriamo che sia un futuro positivo. Dunque la speranza ha una base logica che ci proietta nel futuro. Il termine speranza, in latino “spes”, deriva infatti dalla parola greca “elpìs” che significa originariamente “desiderio”. Ora, poiché nessuno desidera il male per sé, la speranza sin dai tempi antichi significa tendere verso il bene. Quindi possiamo dire che sperare è quasi una necessità biologica per l’individuo, vicina all’imperativo della sopravvivenza, e credo che la società abbia il dovere di tutelarla.
L’esempio più evidente è nel rapporto medico-malato.

Una delle domande più frequenti che mi viene posta è se di fronte ad una malattia grave, e potenzialmente letale, il medico deve dire la verità alla persona malata. Io distinguo sempre due momenti: la diagnosi e la prognosi. La diagnosi - la spiegazione di quale malattia ha la persona, e di quanto è grave - è certa, e come tale va comunicata, per quanto complesso possa essere farlo. Ma la prognosi - la previsione di come la malattia si evolverà e quindi quanto e come la persona vivrà - è incerta, e come tale va comunicata. Poiché la medicina non è una scienza esatta, c’è sempre un margine di incertezza nello sviluppo di una malattia, e in quel margine si colloca la speranza.

Tutti i medici devono essere onesti, ma nessun medico ha il diritto di togliere a un malato la speranza. Perché quando si dice a qualcuno «devi morire», è come farlo morire in quel momento. Attenzione, questo non significa che si tradisca così la verità; è capire. Capire che esiste una malattia del corpo e una della mente, perché la patologia colpisce un organo ma viene elaborata da una mente. La stessa malattia può essere più o meno grave e sopportabile a seconda della persona che la percepisce. Questo è uno dei motivi per cui dico che la medicina deve ritornare ad essere, come era quella antica, medicina della persona. Non possiamo curare qualcuno che non sappiamo chi è, cosa pensa, che progetti e idee ha, vale a dire se non conosciamo la sua identità. Ed è la sua identità che elabora la speranza, cioè il desiderio per il prossimo minuto, giorno, mese. Voglio sottolineare che lasciare uno spiraglio di speranza non significa affatto dispensare illusioni o sogni, anzi, a volte la fiammella della speranza nelle situazioni più gravi si accende proprio in un “non so”. E questo accade nella malattia, come in altre situazioni difficili della nostra vita. È nell’incertezza del futuro che si accende la luce per superare un presente di tenebra.

Voglio fare un altro esempio: se siamo d’accordo che togliere la speranza equivale a uccidere, allora diventa comprensibile la mia posizione contro l’ ergastolo ostativo, che condanna un uomo a morire in carcere senza alcuna possibilità di rieducazione. Infatti è chiamato anche «pena di morte viva». La scienza ha dimostrato che il cervello di un uomo che ha commesso un delitto a vent’anni, non è lo stesso venti o trent’anni dopo: ci evolviamo perennemente e il desiderio per domani - la speranza appunto - è un motore importante e una forza propulsiva di questa evoluzione.

Ci tengo anche a precisare che non considero la speranza un sentimento tipico di chi si trova in situazioni di debolezza o disagio; anzi, credo sia una virtù dei forti, anche nei momenti più critici. Se penso alla mia esperienza di giovane uomo di medicina e di scienza, posso affermare che se non avessi mantenuto la speranza di trovare una soluzione alla cura del cancro durante tutta la mia vita e contro tutti i pronostici, probabilmente non avrei contribuito ad ottenere i progressi nella cura del cancro degli ultimi 40 anni. E, come me, si scontrano ogni giorno con le loro sconfitte migliaia di ricercatori nei laboratori del mondo, e ogni giorno sono pronti a ricominciare da capo perché nella ricerca scientifica non si sa mai quale sarà il giorno per il risultato giusto. Per questo penso che la speranza sia un bisogno del pensiero e non debba essere negata mai, soprattutto ai giovani, che vivono al massimo la progettualità per il futuro.

Quando sento le istituzioni, gli insegnanti, i professori e gli intellettuali dipingere per i ragazzi di oggi un quadro senza prospettive per via della crisi economica, o della crisi della famiglia e dei valori , mi ribello profondamente. Certo, non prevediamo un futuro di “magnifiche sorti progressive”, ma non abbiamo il diritto di rubare ai ventenni o ai trentenni la visione di un futuro. Questa considerazione induce a riflettere su un doppio significato della speranza: quella che riguarda noi stessi e quella che riguarda il mondo intorno a noi. Possiamo essere molto positivi verso di noi e molto negativi verso il resto del mondo, ma questo atteggiamento dicotomico difficilmente permane a lungo, perché siamo esseri sociali e siamo influenzati dall’ambiente intorno a noi.

Per questo io credo nell’importanza della speranza anche a livello politico. Il nostro premier attuale, Matteo Renzi, mi piace per questo: si impegna per il cambiamento, si mette in gioco, sbaglia anche; ma nel fare tutto questo trasmette speranza. Ed ha tutti i motivi per farlo. Ho sempre sostenuto che il nostro Paese ha le carte in regola per diventare un riferimento in Europa perché è molto avanzato in base agli indici di sviluppo civile: durata della vita (la più alta in Europa), criminalità (il tasso più basso di omicidi), mortalità infantile (tra le più basse del mondo), accesso alle cure mediche (gratuito per tutti) accesso all’istruzione di grado superiore (a costi inferiori rispetto alla media europea) cultura ambientale (percentuale di terreno boschivo e di rimboscamento superiore alla media europea). L’Italia è pronta a mettersi in prima linea, tanto che ai miei occhi la speranza di un futuro di segno positivo è quasi certezza.

sabato 6 dicembre 2014

Autori e dintorni...E. Fromm


"La distruttività non è parallela, ma alternativa alla biofilia. 
L'alternativa che si pone ad ogni essere umano è proprio questa:
amore per la vita o amore per la morte.
L'uomo è biologicamente dotato della capacità di essere biofilo, 
ma psicologicamente possiede 
il potenziale necrofilo come soluzione alternativa".

(E. Fromm, Anatomia della distruttività umana)