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giovedì 28 febbraio 2013

Da "Repubblica"



Ci sentiamo superiori, ma non è così:
un "bug" nel cervello ce lo fa credere.

Uno studio dell'Istituto giapponese di Scienze Radiologiche illustra come un inganno cognitivo agisca sull'autopercezione della persona: facendoci sentire meglio di come siamo. I depressi non ne sarebbero affetti. E la scoperta potrebbe portare a nuove soluzioni per la cura del disturbo.

Ci sentiamo superiori, ma non è così: un "bug" nel cervello ce lo fa credere.
CREDI di essere più bravo degli altri a guidare, o di cucinare con risultati sopra la media, o di essere un asso del multitasking, gestendo mille attività al computer. Ma è pura illusione: una sensazione di superiorità data un "baco" che colpisce la maggioranza delle persone scovato nel cervello grazie ad una ricerca pubblicata sulla rivista Pnas e condotta da Makiko Yamada del Molecular Imaging Center, presso l'Istituto Nazionale giapponese di Scienze Radiologiche.

Depressi ma non illusi. La scoperta può avere applicazioni nella cura della depressione. In un certo senso i depressi risultano meno "illusi" sul proprio conto. Questo perché la maggior parte delle persone valuta se stessa superiore alla media, un autoinganno cognitivo chiamato, appunto, illusione di superiorità. I ricercatori nipponici ne hanno scoperto l'origine: l'illusione è determinata dall'interazione tra due regioni del cervello, lo striato e la corteccia frontale e regolata dal cosiddetto neurotrasmettitore del piacere, la dopamina. "Il grado individuale di illusione di superiorità" spiega Yamada, "è misurabile con un test cognitivo. Dopo aver fatto questo su un campione di 26 individui i ricercatori ne hanno osservato il cervello con la risonanza e visto che tale illusione è creata da un certo pattern di attività in aree neurali chiave per provare soddisfazione e piacere. Nonchè per il controllo dei comportamenti.

Realismo depressivo. Ma c'è di più: i ricercatori hanno scoperto che individui anche moderatamente depressi non cadono nell'illusione di superiorità, aspetto che conferma il cosiddetto realismo depressivo. Ovvero, che i depressi sono più realisti delle persone sane. "I depressi hanno una visione più realista di se stessi", precisa Yamada, "E quando sono depressi gravi, hanno una visione pessimista. La nostra scoperta quindi, indica che alla base del realismo depressivo possa esserci proprio l'incapacità di illudersi di essere sopra la media". Spiega ancora lo scienziato, aprendo la porta a possibili evoluzioni pratiche della scoperta: "Questi meccanismi neurali da noi scoperti potrebbero divenire il bersaglio di nuove terapie antidepressive".

mercoledì 27 febbraio 2013

Da "Neuroscienze.net"



Cervello Plastico Unico e Differente
(Inviato da Guido Brunetti il 4 feb 2013 in Neuroscienze

Il concetto fondamentale delle nuove neuroscienze è che nel corso del tempo il cervello è sempre disposto a “riformarsi” e a “modificarsi”. Il cervello, come la vita, non è una “cosa statica”, ma un divenire, un processo di auto creazione noto con il termine di “autopoiesi”. L’idea dunque di una intelligenza immutabile è “falsa” (Rose). La ricerca mostra che è possibile accrescere la propria intelligenza (Dean, Morgenthaler). Negli esperimenti con pulcini, ratti e topi, una nuova esperienza si traduce in un aumento dell’attività neuronale (Kim, Baxter). Il cervello di oggi non è quello di ieri e non sarà quello di domani.

Alla nascita, il bambino ha “quasi” tutti i cento miliardi di neuroni (Rose). Ciò significa la nascita di circa 250000 neuroni ogni minuto di ogni giorno dell’ intero periodo di gestazione.

Le connessioni neurali possono essere modificate in due modi: dall’esperienza e dall’ evoluzione biologica (Aamodt, Wang). E’ un fenomeno che influisce sulle nostre capacità di pensare, apprendere, ricordare e pianificare strategie comportamentali. La deprivazione nell’ infanzia può, ad esempio, interferire con lo sviluppo cerebrale. Ricerche al riguardo mostrano che i bambini che hanno trascorso l’infanzia in un istituto presentano disturbi dello sviluppo del cervello e problemi comportamentali che permangono anche in età adulta. Tale processo è noto come fenomeno di “plasticità sinaptica” o “neuronale”. Un fenomeno che comincia già nel grembo materno: il neonato infatti appena viene al mondo, riconosce la voce della madre e quella di altre persone e preferisce la musica ascoltata prima di nascere (Fifer). E’ stato accertato poi che il quoziente d’intelligenza (QI) cresce o diminuisce a seconda del tipo di stimolazione cui il cervello infantile viene sottoposto.

I neuroscienziati sostengono dunque che il cervello è un sistema che si  “auto-organizza” e ha “un’impressionante plasticità” (Marcus), che ci accompagna durante tutta la vita. Nel 1965, grazie alle scoperte di Altman e Das, cade pertanto il dogma che il cervello fosse costituito da un numero fisso di neuroni e che non potesse più esservi generazione di nuovi neuroni. E’ ormai certa la neuro genesi nell’adulto.

E’ stato il grande neuroscienziato polacco Jerzy Konorski ad utilizzare nel 1948 il termine “plasticità” per descrivere i cambiamenti cerebrali, che sono dovuti alla forza di connessione tra neuroni espressa dall’influenza dell’esperienza. In precedenza, Ramòn y Cajal aveva sostenuto che la capacità dei neuroni di “maturare e il loro potere di creare nuove connessioni possono spiegare l’apprendimento”. Nei primi anni Cinquanta del secolo scorso inoltre numerosi studi avevano mostrato che “ripetute somministrazioni di uno stimolo elettrico a una via nervosa riuscivano ad alterare la trasmissione sinaptica in quella via” (LeDoux), generando in tal modo una plasticità sinaptica (Kandel).

Di particolare importanza, sono state le prime ricerche di Larrabee e Bronk ,1947; Lloyd, 1949; Bronk, 1952. Da parte sua, John Eccles ha riscontrato cambiamenti nell’attivazione sinaptica, mentre Thompson e Spencer nel 1966 hanno trovato una prova che le modificazioni sinaptiche potessero spiegare l’ apprendimento. Essi hanno studiato l’ “abituazione” nel riflesso di ritrazione di un arto nei gatti. "L’abituazione”  è una forma di apprendimento in cui ripetute presentazioni di uno stimolo inducono l’indebolimento di una risposta: si sussulta, ad esempio, la prima volta che si percepisce un forte rumore, ma se questo si ripete più volte, la reazione è minore.

Le emozioni poi svolgono un ruolo cruciale nell’organizzazione dell’attività del cervello. Gli stimoli emotivi infatti sono tra i più potenti attivatori dei sistemi cerebrali (LeDoux) e dell’ apprendimento. Più ampia dunque è la gamma di emozioni che un bambino esperisce, maggiore  sarà lo spettro emotivo della mente che si sviluppa. Nel 1904, Richard Semon, scienziato tedesco, coniò il termine “engramma” per riferirsi alla rappresentazione neurale di una memoria.

Le ricerche sulla plasticità neurale, sull’apprendimento e la memoria sono stati effettuate in molti invertebrati: api, cavallette, aragoste, mosche e diversi molluschi. Gli studi di Kandel sul mollusco “Aplysia californica” sono stati particolarmente approfonditi ed hanno rappresentato un fattore determinante per il conferimento allo scienziato del Nobel per la medicina nel 2000. Kandel ha dimostrato per la prima volta che i neuroni “mutano” se stimolati. Ciò conferma la teoria che l’esperienza modifica il cervello. Il quale non è più considerato, come abbiamo detto, un organo rigido, come si riteneva nel passato, ma un organo plastico, capace cioè di modellarsi e rimodellarsi continuamente in seguito alle nostre esperienze.

La parte del cervello che presenta una maggiore plasticità è l’area anteriore del cervello proprio al di sopra degli occhi: sono i lobi frontali. Lì risiede la coscienza.

Nel corso della nostra vita, l’esperienza ci “modella” incessantemente. Essa è “scolpita” nella complessa struttura di connessioni tra neuroni. L’apprendimento dunque “scolpisce” il cervello, creando sempre nuovi, intricati disegni nelle connessioni neurali.

La continua trasformazione del cervello costituisce un fattore fondamentale soprattutto nel processo evolutivo,  nell’ educazione del bambino e nell’invecchiamento. Le parole dell’insegnante, così come quelle che state leggendo in questa pagina, inviano un impulso d’attività elettrica  nel cervello di chi ascolta o legge attraverso milioni di cellule cerebrali. Queste parole lasciano una “traccia”  nella mente. Ecco una forma d’immortalità: tracce di noi stessi “impresse fisicamente” nel cervello dei nostri figli! La tendenza quindi ad abbandonare i bambini davanti alla televisione è una “cattiva abitudine”. L’atteggiamento passivo di chi guarda la televisione non aiuta la formazione di nuove connessioni neurali e pertanto impedisce lo sviluppo intellettivo dell’essere umano.

L’attività fisica e mentale stimola la secrezione di neurotrofine, sostanze che favoriscono lo sviluppo dei neuroni;  migliora l’agilità psichica e la salute del corpo nell’invecchiamento;  e previene i guasti del morbo di Parkinson e di Alzheimer. Comunicare dunque con gli altri cambia “materialmente” il nostro cervello, fenomeno che avviene non solo durante l’ infanzia, bensì lungo l’intera nostra esistenza. La conoscenza (l’apprendimento) pertanto “scolpisce” il nostro cervello, creando sempre nuove connessioni tra neuroni.

Esperimenti effettuati su musicisti hanno mostrato  che la musica non solo espande specifiche aree legate alle parti del corpo impiegate nel suonare uno strumento, ma induce anche variazioni fisiche del cervello. Un altro straordinario effetto della plasticità cerebrale è la possibilità di modificare i circuiti neurali con la semplice attività mentale, senza cioè compiere alcun atto. Molti famosi musicisti, ad esempio, sono soliti esercitarsi poco allo strumento e molto mentalmente. Come hanno rivelato esperimenti di “brain imaging”, immaginare mentalmente un movimento- training mentale- è come compiere fisicamente quel movimento, poiché stimola i circuiti di neuroni, dove hanno sede le capacità atletiche o fisiche, come è il caso di un atleta che ha una caviglia slogata o del chirurgo per migliorare la tecnica operatrice o del musicista per eseguire una partitura senza ricorrere all’ uso dello strumento.

Il principio “se non lo usi (il cervello), lo perdi” dunque è vero, così come è vero anche l’altro principio: “ se  lo usi, lo migliori”. I neuroni o le sinapsi che non si connettono tra loro tramite l’apprendimento e la conoscenza, spariscono, subiscono cioè un processo di potatura (apoptosi).

Ciò che conta tuttavia nello sviluppo mentale del bambino non è “quanta” stimolazione gli viene offerta, ma “come” gli adulti “adattano” quel che dicono o fanno alle parole e alle azioni del bambino. Buoni genitori e buoni insegnanti possono compiere prodigi sul cervello del bambino.

I traumi e lo stress cambiano il cervello: ogni ora di ogni giorno. Essi provocano un abbassamento delle difese immunitarie del corpo contro le malattie e le infezioni. Persino, alterare l’espressione del proprio volto può cambiare l’umore e stimolare particolari emozioni. Un volto triste o aggressivo induce a pessimismo, insicurezza, inquietudine, tristezza. Un volto sorridente o gentile migliora l’umore e crea stati d’animo positivi, benefici, sereni. Si determina un contagio emotivo. Se, ad esempio, i ratti appena nati vengono lisciati sul pelo del dorso, il loro cervello si sviluppa diversamente da quello dei topolini che non ricevono lo stesso stimolo. Il bambino privato delle carezze e dell’affetto mostra un cervello  “inadeguato” (Chugani).

Conclusioni

Non tutti i bambini nascono uguali. Il cervello di ognuno di noi si sviluppa in maniera  diversa. Il cervello   è “unico” e “differente” da tutti gli altri. Non esistono due cervelli uguali. L’ apprendimento e i sistemi educativi in famiglia e a scuola devono essere adeguati alle capacità, alle disposizioni naturali  e al grado di conoscenza di ciascun bambino.

Concludiamo, dicendo che qualsiasi esperienza “scolpisce” fisicamente le connessioni neurali e rimane “incisa” dentro il cervello. Tutto ciò avviene a 8 giorni dalla nascita oppure  a 80 anni. Fino all’ultimo, il cervello è “affamato” di nutrimento offerto dall’ ambiente e dall’esperienza.

mercoledì 6 febbraio 2013

Alla scoperta del corpo umano...



Cenni di fisiologia : Il controllo della mobilità volontaria

La via piramidale è la via motrice primaria i quali neuroni fanno parte dell' area 4 della corteccia cerebrale. Di qui partono le fibre che compongono la via piramidale ed il fascio genicolato. Quest'ultimo prende sinapsi con i nuclei dei nervi encefalici a capo dei movimenti volontari di capo e collo. La via piramidale scende fino al bulbo del tronco encefalico, a livello delle piramidi bulbari, dove si divide in due fasci, il fascio piramidale diretto e crociato che terminano entrambi nelle corna anteriori eterolaterali del grigio spinale.
La funzione della via piramidale è quella di presiedere ai movimenti volontari di tutto il corpo. Questi movimenti tuttavia risultano altamente imprecisi. A garantire movimenti precisi sono le vie extrapiramidali.
Le vie extrapiramidali sono una serie di vie motorie non dirette che originano dall' area 6 della corteccia cerebrale. Di qui le fibre possono prendere contatto con corpo striato, globo pallido, nucleo rosso, sostanza nera del Sommering, nuclei della base del ponte, cervelletto, talamo, nuclei tegmentali e formazione reticolare, a formare una serie di vie di controllo dei movimenti volontari.
La funzione è quella di permettere di effettuare movimenti di precisione quali afferrare un oggetto fragile, suonare uno strumento oppure scrivere, o meglio centrare i tasti della tastiera.
Pertanto, una lesione della sostanza nera provoca una patologia, la paralisi agitante, meglio conosciuta come morbo di Parkinson.

La via piramidale
Una delle principali vie discendenti è la via piramidale (detta anche via corticospinale), così chiamata perché passa attraverso le piramidi, formazioni situate a livello del bulbo. Tale via presenta due porzioni:
Via cortico-nucleare (che si ferma nel bulbo), destinata ai nuclei dei nervi
   cranici;
Via cortico-spinale propriamente detta, che giunge fino agli ultimi mielomeri del
   midollo spinale.
Ne consegue che le fibre di quest'ultima via sono molto lunghe. A livello delle piramidi del bulbo, gran parte delle fibre della via piramidale si incrocia e decorre nei cordoni laterali del midollo spinale, ma vi è anche una piccola porzione di fibre (dal 5% al 15%) che rimane omolaterale. Queste sono state scoperte relativamente di recente, osservando che, in caso di lesioni della zona corticale (per esempio nella parte destra) che provocano una paralisi, si ha un parziale recupero del movimento. Infatti, le fibre non crociate mantengono la loro funzionalità e sostituiscono in parte quelle danneggiate. Questo fenomeno ha un andamento soggettivo, in quanto il numero di fibre che non si incrociano varia da individuo a individuo. Il contingente di fibre destinato al cordone anteriore non si incrocia nel bulbo, ma si incrocia appena arriva a destinazione; dunque, questo fascio è funzionalmente crociato e si estingue a livello dei primi mielomeri toracici, in quanto è deputato all'innervazione dei muscoli rotatori, estensori e flessori del capo, estremamente importanti per la vita di relazione: ad esempio, permettono di seguire lo sguardo e, inoltre, presentano collegamenti con molti recettori coinvolti nella regolazione del movimento, in collaborazione con altre vie discendenti.
Le fibre della via piramidale (circa un milione) hanno come bersaglio, non solo i motoneuroni, ma anche le cellule di Renshaw e tutti quegli interneuroni che servono a regolare il movimento (a inibire il muscolo oppure a eccitare il muscolo antagonista); ci sono anche delle fibre che provengono dalle aree sensitive dell'encefalo (lobo parietale), che hanno l'importante funzione, ad esempio, di far sì che, durante i movimenti lenti della mano, la percezione sensitiva sia massima, mentre durante i movimenti più rapidi, sia minore. Non solo, le vie piramidali servono anche a ridurre, fino a un certo punto, il passaggio del dolore: quando si è in una situazione di assoluta stanchezza, le vie provenienti dalle aree sensitive provocano un aumento della soglia del dolore.
Nell'area motrice primaria sono presenti delle cellule piramidali giganti, dette cellule di Betz, che danno origine a delle fibre molto grosse e particolari, circa il 6% del totale, destinate all'innervazione dei muscoli anti gravitari degli arti.

Le vie extrapiramidali
Un altro grosso contingente di vie discendenti, come abbiamo visto, è rappresentato dalle fibre delle vie extrapiramidali. Queste hanno diversi fasci, tra cui il più importante è quello "reticolo-spinale", che ha due contingenti:
• uno decorre nel cordone laterale e si chiama "fascio bulbo reticolare" perché
  proviene dalla sostanza reticolare del bulbo;
• l'altro decorre nel cordone anteriore e proviene dalla sostanza reticolare del
   mesencefalo e del ponte.
Tali fasci sono estremamente importanti. Le vie reticolo-spinali anteriori, infatti, sono quelle che eccitano gli estensori regolando il tono estensorio; di conseguenza, in caso di danno del midollo spinale, si può avere una lesione di tali vie che provoca lo sviluppo di una paralisi spastica in flessione, impedendo così la deambulazione.
Un altro fascio molto importante delle vie extrapiramidali è quello "vestibolo-spinale". Anche questi fasci sono duplicati nel cordone anteriore ed in quello posteriore, sono dunque diversi contingenti di fibre, ma con la stessa funzione. La grande importanza dei fasci vestibolo-spinali può essere constatata, per esempio, osservando alcuni movimenti del gatto e dell'uomo. Infatti, quando il gatto è intenzionato a mangiare un canarino, guarda la gabbia del medesimo alzando la testa, ponendo le zampe posteriori in posizione flessa e quelle anteriori in posizione estesa. Nel momento in cui il gatto intende saltare addosso alla sua preda, abbassa la testa e conseguentemente si ha una flessione delle zampe anteriori, nonché un'estensione di quelle posteriori. La stessa cosa accade all'uomo nel momento in cui, sporgendosi, abbassa la testa: egli non cade, perché la testa governa i muscoli estensori. Da questi due esempi, possiamo evincere che i fasci vestibolo-spinali, importantissimi, rappresentano il terzo sistema di regolazione del movimento.

martedì 5 febbraio 2013

Alla scoperta del corpo umano...cenni di fisiologia.



Il cervelletto

Il cervelletto presiede al controllo dell’equilibrio, della postura, del tono muscolare e alla coordinazione dei movimenti. Il cervelletto ha un ruolo importante; è un formidabile agglomerato neuronale pur essendo il suo volume solo un decimo di quello cerebrale. Contiene infatti circa la metà dei neuroni presenti nel nostro SNC. Esso è dotato di un architettura circuitale identica in tutte le parti dell’organo, quali che siano le informazioni afferenti. Situazione questa che suggerisce un’identità di funzione in tutto il cervelletto. Ultimo particolare è il rapporto tra afferenze ed efferenze: al cervelletto giunge un volume di fibbre afferenti 40 volte superiore a quello delle fibre che ne escono. Il cervelletto ha un ruolo importante nel controllo dei tempi e delle sequenze motorie e nel rendere armoniosa la transizione da un movimento al successivo. Interviene inoltre nella regolazione dell’intensità della contrazione al variare nel carico imposto al muscolo oltre che nella  coordinazione tra gruppi muscolari agonisti e antagonisti.
Il cervelletto presenta un mantello grigio superficiale, la corteccia cerebellare, organizzata in lamelle, e una massa interna di sostanza bianca, il corpo midollare, costituita da fibre afferenti ed efferenti che derivano dalla (o sono destinate alla) corteccia. Nella sostanza bianca sono localizzate quattro coppie di nuclei cerebellari profondi, i nuclei intrinseci, che sono connessi con la corteccia cerebellare e con alcuni nuclei del tronco encefalico.
I nuclei della base intervengono nella pianificazione e nella regolazione dei movimenti muscolari complessi. Il cervelletto è essenziale per la corretta esecuzione dei movimenti rapidi come correre, scrivere a macchina, suonare il piano, parlare. La perdita di questa porzione dell’encefalo provoca incordinazione motoria ma non paralisi muscolare. Il cervelletto è diviso in tre lobi: anteriore, posteriore e flocculomodulare. Nel verme si svolge la maggior parte delle funzioni di controllo motorio. Vie afferenti dall’encefalo sono: via cortico - ponto – cerebellare. Altre vie: fascio olivo – cerebellare, fascio vestibolo cerebellare, fibre reticolo cerebellare. La corteccia del cervelletto è costituita da una grande lamina, larga circa 17 cm e lunga 120 cm le cui pieghe, ciascuna delle quali chiamata Folium, sono disposte trasversalmente. Al di sotto della corteccia si trovano i nuclei cerebellari profondi. Le vie afferenti del cervelletto, cioè fasci spino cerebellari, dorsali informano, istante per istante, il cervelletto dello stato di contrazione dei muscoli, della posizione e della velocità di movimento delle diverse parti del corpo, e delle forze che agiscono sulla superficie corporea. 
I nuclei profondi sono: il dentato, l'interposito e il fastigio.
Vie efferenti del cervelletto: una via origina dal verme, raggiunge le regioni pontine e bubari, controlla l’equilibrio e la postura. Una via origina nella zona intermedia e raggiunge i nuclei del talamo e da qui la corteccia cerebrale. Alcune vie hanno un ruolo importante nella coordinazione delle attività motorie sequenziali. Il cervelletto contiene circa 30 milioni di unità funzionali; al centro dell’unità si trovano una cellula di Purkinje e una cellula dei nuclei profondi.
La corteccia cerebellare è divisa in tre strati:
1.      Lo strato molecolare
2.      Lo strato della cellula Purkinje
3.      Lo strato delle cellule granulari.
Le funzioni del cervelletto sono:
Vestibulocere bellum, per il mantenimento dell’equilibrio.
Spinocerebellum, è una zona del verme posteriore e anteriore e provvede alla coordinazione delle porzioni distali degli arti, soprattutto mani e dita.
Cerebrocerebellum , implicato nelle esecuzioni dei movimenti volontari sequenziali del corpo e degli arti.

Ipotalamo e ipofisi
L’ipotalamo e l’ipofisi sono due strutture anatomiche, strettamente collegate fra loro, situate alla base del cranio. Si tratta di due strutture che rappresentano la più importante area di interconnessione fra il sistema nervoso e il sistema endocrino da cui partono gli impulsi e gli stimoli ormonali che governano l’intero sistema endocrino.
L’ipotalamo è un centro che, nel nostro corpo, regola il ritmo sonno/veglia, la fame, la sete e la temperatura corporea. Esso è costituito da più raggruppamenti di cellule nervose, detti nuclei, con le loro varie connessioni.
L’ipotalamo, inoltre, produce delle sostanze (neuroormoni) che stimolano la parte anteriore dell’ipofisi (adenoipofisi) a produrre degli ormoni detti tropine ipofisarie i quali, a loro volta, stimolano altre ghiandole endocrine a produrre altri ormoni. Questi ultimi, infine, agiscono a livello dell’ipotalamo e dell’ipofisi regolando, a loro volta, la produzione degli stessi neuroormoni e delle stesse tropine ipofisarie.
Altri ormoni prodotti da cellule dell’ipotalamo, infine, possono essere liberati direttamente nella parte posteriore dell’ipofisi (neuroipofisi).
Si tratta, pertanto, di una complessa rete di interazioni e di scambio di informazioni che serve per controllare molte funzioni vitali per il nostro organismo. L'ipotalamo appartiene al sistema nervoso centrale ma, da un punto di vista funzionale, i suoi neuroni sono capaci di ricevere segnali che arrivano sia dalle strutture nervose superiori, sia dalle ghiandole del sistema endocrino (ipofisi e gonadi per esempio), che non sono strutture nervose. Esso è quindi la sede in cui si verificano le connessioni tra sistema nervoso centrale e sistema endocrino (ormonale).

L'ipofisi è una struttura complessa alloggiata in una cavità ossea alla base del cranio, denominata sella turcica.
Le sue dimensioni sono quelle di una nocciola e il peso è di circa 0.5 grammi. Si possono distinguere tre parti di derivazione embriologica diversa di cui la parte anteriore rappresenta la più importante dal punto di vista riproduttivo:
1.      una parte posteriore (neuroipofisi)
2.      una parte intermedia
3.      una parte anteriore (adenoipofisi)

Il sistema ipotalamo-ipofisi è in grado di controllare in modo diretto l’accrescimento corporeo, l’allattamento dopo la gravidanza e l’introduzione di liquidi e, in modo indiretto, il metabolismo basale (agendo sulla tiroide), la risposta allo stress (agendo sui surreni) e la funzione sessuale (agendo sui testicoli e sulle ovaie).

Epifisi
La ghiandola pineale o epifisi è una ghiandola endocrina delle dimensioni di una nocciola, sporge all'estremità posteriore del 3° ventricolo. Appartiene all'epitalamo ed è collegata mediante alcuni fasci nervosi pari e simmetrici (peduncoli epifisari), alle circostanti parti nervose. Le sue cellule, i "pinealociti" producono l'ormone melatonina che regola il ritmo circadiano sonno-veglia, reagendo al buio o alla poca luce. L'ormone melatonina è prodotto a partire dal neurotrasmettitore serotonina (5-idrossi-triptamina) per N-acetilazione e ossi-metilazione, in virtù del fatto che i pinealociti contengono l'enzima Idrossi-indolo-ossi metil transferasi (HIOMT), enzima marker dell'epifisi.
La melatonina è inoltre l'ormone antagonista degli ormoni gonadotropi ipofisari, infatti gli elevati quantitativi di melatonina nell'individuo in età prepuberale, ne impediscono la maturazione sessuale. All'inizio della pubertà i livelli di melatonina decrescono notevolmente e nell'epifisi si accumula la sabbia pineale (anche se studi recenti hanno dimostrato che l'attività di deposizione della sabbia è legata ad una crescente attività secretiva).
La ghiandola pineale secerne melatonina solo di notte: poco dopo la comparsa dell'oscurità le sue concentrazioni nel sangue aumentano rapidamente e raggiungono il massimo tra le 2 e le 4 di notte per poi ridursi gradualmente all’approssimarsi del mattino. L'esposizione alla luce inibisce la produzione della melatonina in misura dose-dipendente. In questo senso l'epifisi sembra rappresentare uno dei principali responsabili delle variazioni ritmiche dell'attività sessuale, sia giornaliere che stagionali (soprattutto negli animali).
Conosciuta fin dall'era antica, anche per la sua frequentissima calcificazione in età matura, questa ghiandola di circa 150 mg, grossomodo al centro del cervello, è uno dei centri dell'organizzazione circadiana dell'organismo, comunque di ancora poco interesse in neurologia moderna. Per Cartesio la ghiandola pineale è il punto privilegiato dove mente (res cogitans) e corpo (res extensa) interagiscono, in quanto unica parte del cervello a non essere doppia.
Tiroide
La tiroide è un organo impari, situato nella regione anteriore del collo alla base della gola. Questa ghiandola ricopre un ruolo fisiologico estremamente importante, poiché influenza direttamente lo sviluppo scheletrico e cerebrale, partecipa alla regolazione del metabolismo corporeo tiroide e allo sviluppo di pelle, apparato pilifero ed organi genitali.
Situata anteriormente rispetto alla laringe e alla trachea, la tiroide consta di due lobi, uno destro ed uno sinistro, tra loro congiunti da una porzione trasversale detta istmo; questa particolarità anatomica conferisce alla tiroide un aspetto simile ad una H o, più artisticamente, ad una piccola farfalla. In un adulto sano ciascun lobo misura circa cinque centimetri, mentre la tiroide raggiunge, nel suo insieme, un peso di circa venti grammi. Peso e dimensioni possono tuttavia variare, anche considerevolmente, in base all'età (calano con l'invecchiamento), al sesso (sono superiori negli uomini) e alle modificazioni ormonali (pubertà , gravidanza, allattamento, fase del ciclo mestruale, menopausa
Nonostante le ridotte dimensioni, la tiroide influenza l'attività di buona parte dell'organismo attraverso gli ormoni che produce e secerne nel circolo sanguigno. La tiroide è quindi una ghiandola endocrina; ghiandola perché sintetizza e libera ormoni, endocrina perché riversa il suo secreto nei liquidi interni all'organismo, nello specifico nel sangue.
Riccamente vascolarizzata, produce due ormoni importantissimi, la triiodotironina (T3) e la tiroxina (T4), che qualcuno ha bonariamente paragonato a dei "divoratori di grassi". Prima di spiegare il perché di questa similitudine, è opportuno spendere qualche parola sul loro metabolismo. Per sintetizzare questi ormoni la tiroide ha bisogno, innanzitutto, di un minerale - lo iodio - contenuto nel sale marino, in quello iodato, nel pesce ed in molti frutti di mare. Non a caso, troviamo quattro molecole di iodio in ciascuna molecola di tiroxina, da cui l'abbreviazione T4, e tre atomi di iodio per ogni molecola di triodiotironina, da cui l'abbreviazione T3.
In secondo luogo, la tiroide necessita di un amminoacido ordinario, la tirosina, che l'organismo può sintetizzare a partire da un aminoacido essenziale, la fenilalanina, contenuto negli alimenti proteici, come la carne, il pesce, le uova ed i legumi. Mentre le carenze di tirosina sono estremamente rare, esistono alcune regioni del pianeta in cui l'apporto alimentare di iodio è del tutto insufficiente ad assicurare la normale attività della tiroide. Nel tentativo di sopperire a queste carenze, la ghiandola aumenta di dimensioni formando il cosiddetto gozzo: una massa voluminosa visibile ad occhio nudo nella parte anteriore del collo. Una simile alterazione può verificarsi anche nelle condizioni opposte, cioè quando l'organismo riceve esagerate quantità di iodio - attraverso la dieta o farmaci specifici - che lo inducono a sintetizzare un surplus di ormoni tiroidei.



Sistema nervoso autonomo



L'"interno" (i "visceri") del nostro corpo, come il cuore, lo stomaco e l'intestino, è regolato da una parte del Sistema Nervoso chiamato Sistema Nervoso Autonomo (SNA). Il SNA appartiene, in parte, al Sistema Nervoso Periferico e controlla molti organi e muscoli del nostro corpo. Non siamo quasi mai coscienti dell'attività del SNA, in quanto esso funziona in modo involontario e riflesso. Ad sempio, non ci accogiamo quando i nostri vasi ematici cambiano di diametro o quando il nostro cuore batte più in fretta. Ciò nonostante, alcune persone possono allenarsi a controllare alcune delle funzioni del SNA, come la frequenza cardiaca o la pressione del sangue nelle arterie.

L'attività del SNA è particolarmente importante in almeno due situazioni:
·         le situazioni di emergenza che causano stress e che ci richiedono di attaccare o fuggire;
·         le situazioni di calma che ci consentono di riposare e digerire.
SNA regola:
    I muscoli lisci
·         della pelle (intorno ai bulbi piliferi)
·         dei vasi ematici
·         dell'occhio (pupilla)
·         dello stomaco, dell'intestino e della vescica
·         Il cuore
·         Le ghiandole
Il SNA è suddiviso in tre parti:

1.      Sistema Nervoso Simpatico
2.      Sistema nervoso parasimpatico
3.      Sistema Nervoso Enterico
Il Sistema Nervoso Simpatico
E' una bella giornata di sole e stai facendo una piacevole passeggiata nel bosco. Improvvisamente un orso affamato ti compare davanti. Ti fermi e lo attacchi OPPURE ti volti e scappi via? In entrambi i casi, si tratta di una situazione di "attacco o fuga", in cui il Sistema Nervoso Simpatico si mette in azione attivando le risorse energetiche, aumentando la pressione sanguigna e la frequenza cardiaca e rallentando i processi digestivi.
Il Simpatico nasce nel midollo spinale. Qui, i corpi cellulari del primo neurone (il neurone pregangliare) sono localizzati nei tratti toracico e lombare. Gli assoni che originano da questi neuroni si portano ad una catena di gangli situata ai due lati della colonna vertebrale (la catena gangliare latero-vertebrale). Nella catena gangliare, la maggior parte dei neuroni contrae sinapsi con un altro neurone (il neurone post-gangliare). Alcune fibre pregangliari si portano ad altri gangli, al di fuori della catena simpatica, e vi contraggono sinapsi. Il neurone post-gangliare proietta quindi al "bersaglio": un muscolo (liscio o cardiaco) o una ghiandola.
Ancora due informazioni sul Sistema Nevoso Simpatico: il neurotrasmettitore della sinapsi gangliare è l'acetilcolina, mentre quello della sinapsi post-gangliare è la noradrenalina. (Naturalmete, c'è anche un'eccezione: il neurone simpatico post-gangliare che termina sulle ghiadole sudoripare usa acetilcolina).

Sistema parasimpatico (o craniosacrale)
E' una bella giornata di sole e stai facendo una piacevole passeggiata nel bosco. Questa volta metti in atto una risposta di "riposo e digestione". Adesso entra in azione il parasimpatico, che risparmia energia, diminuisce la pressione del sangue e la frequenza cardiaca ed avvia i processi digestivi.
I corpi cellulari del primo neurone parasimpatico sono localizzati nel midollo spinale (regione sacrale) e nel bulbo. Nel bulbo, i nervi cranici III, VII, IX e X contengono le fibre pregangliari. Le fibre pregangliari del bulbo e del midollo spinale terminano in gangli che si trovano molto vicini al bersaglio finale e vi contraggono sinapsi. Qui il neurotrasmettitore è l'acetilcolina. Il neurone post-gangliare parte da questi gangli e si porta all'organo bersaglio dove libera, nuovamente, acetilcolina.
Gli effetti della stimolazione simpatica e parasimpatica sono generalmente opposti: quando un sistema è eccitatorio l'altro è inibitorio, e viceversa.
Il parasimpatico è una delle due branche del sistema nervoso autonomo o vegetativo (SNA), che interviene nel controllo di funzioni corporee involontarie.
Il sistema parasimpatico stimola la quiete, il rilassamento, il riposo, la digestione e l'immagazzinamento di energia; presiede ad un sistema di adattamento definito - in termini anglosassoni - "rest and digest" (riposo e digestione). In seguito agli stimoli del sistema parasimpatico, aumentano le secrezioni digestive (salivari, gastriche, biliari, enteriche e pancreatiche), l'attività peristaltica viene esaltata, la pupilla si restringe, diminuisce la frequenza cardiaca, si costringono i bronchi e viene favorita la minzione.
Il sistema parasimpatico si contrappone, in tal senso, all'altra branca del sistema nervoso autonomo, denominata sistema simpatico, che favorisce l'eccitazione e l'attività fisica. Il più delle volte l'azione dei due sistemi è finemente bilanciata, senza una netta prevalenza dell'uno rispetto all'altro .
Dal punto di vista anatomico, i nervi del sistema nervoso parasimpatico si distribuiscono ai vasi sanguigni, alle ghiandole salivari, al cuore, ai polmoni, all'intestino, agli organi genitali, agli occhi, alle ghiandole lacrimali e salivari ed a numerosi altri organi e tessuti.
A differenza di quanto avviene nel sistema nervoso somatico (volontario), gli impulsi del sistema vegetativo raggiungono i visceri attraverso due neuroni, il primo dei quali è situato nel sistema nervoso centrale, mentre il secondo si trova nel sistema nervoso periferico. In particolare, per quanto riguarda il sistema parasimpatico, le fibre nervose del primo neurone (detto NEURONE PREGANGLIARE) originano dal tronco dell'encefalo e dal tratto sacrale del midollo spinale (S1-S4). A differenza di quanto avviene per i neuroni del sistema nervoso simpatico, gli assoni si dirigono a gangli posti in LONTANANZA dal midollo spinale, quindi in prossimità degli organi da innervare. A questo livello contraggono sinapsi con il neurone postgangliare, che essendo posto in vicinanza o addirittura sulla parete degli organi bersaglio si caratterizza per un assone molto più corto rispetto a quello del neurone pregangliare (l'esatto contrario di quanto visto per i neuroni simpatici).
Di norma, sia il neurone pregangliare che quello postgangliare utilizzano come neurotrasmettitore l'acetilcolina.
Il Sistema Nervoso Autonomo è SEMPRE in attività, e non soltanto durante le reazioni di "attacco o fuga" o "riposo e digestione". Il SNA agisce, infatti, per mantenere normale l'attività degli organi.
Il Sistema Nervoso Enterico è la terza suddivisione del SNA ed è costituito da plessi di fibre che innervano il tratto gastgrointestinale, il pancreas e la cistifellea  e lavora collaborando col Sistema Nervoso Somatico.