Visualizzazione post con etichetta sofferenza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sofferenza. Mostra tutti i post

martedì 18 febbraio 2014

Autori e dintorni...Giorgio Mambretti



Una chiave per guarire 
di Giorgio Mambretti

Una Chiave per Guarire è scritto come una favola per bambini, diventati adulti inconsapevoli, e per questo sofferenti. L'autore espone le chiavi che hanno permesso a lui e ad altri di comprendere i meccanismi che ci conducono alla malattia, per riprendere con maggior consapevolezza il cammino della vita.

"Malattia per risolverla... conoscerne la causa invece di combatterla": ogni malattia ci da un'indicazione sulle diverse cause che l'hanno provocata e questa è la traccia da seguire nel processo di guarigione. Giorgio Mambretti propone una "soluzione" incentrata sulla tematica della malattia quale mezzo per poter giungere alla guarigione.





Tratto da "La Mente Mente"
“La malattia è la conseguenza della disattenzione nei confronti di sé stessi. Il corpo manda dei piccoli segnali al minimo squilibrio e se noi non li cogliamo il messaggio grida più forte e noi, sciocchi, a combatterlo, invece di prestargli orecchio“.

Con queste forti e chiare parole Giorgio Mambretti, ha scritto questo suo secondo libro, frutto di anni di studi ma sopratutto di tantissime ore di ascolto dei pazienti, riflettendo poi sulle loro storie.


Il risultato è un libro piacevole e semplice da leggere; raccontato come una favola per bambini diventati adulti, l’autore in alias Tientaclef si racconta in un cammino autobiografico dove ci spiega le chiavi che hanno permesso a lui e possono permettere a noi di riprenderci la consapevolezza di vivere la NOSTRA VITA.

Una nuova consapevolezza per noi e per i nostri figli; un infanzia felice è alla base di una vita altrettanto serena perciò conta moltissimo per i figli essere amati e riconosciuti.

Lasciando loro il diritto di confrontarsi e sbagliare poiché dobbiamo ricordare che non devono essere il nostro clone. Il loro desiderio è unico ed è di essere amati e riconosciuti nella loro diversità.

Questo concetto è la base dei concetti che Giorgio Mambretti ci racconta e prendendoci per mano ci dice:

“..tutti noi veniamo al mondo con un baule al seguito, quello che la nostra genealogia ci ha caricato sulle spalle, e che ci trasciniamo inconsciamente per tutta la vita; così facendo non siamo mai liberi di vivere. Bisogna darsi da fare per lasciare i pesi che non ci appartengono; papà e mamma ci hanno dato la vita ma sta a noi vivere la nostra e non la loro“.

Una chiave per guarire si rivela per noi un testo dai contenuti molto profondi, mostrandoci un medico vicino al paziente, interessato più al suo vissuto personale che non alla somministrazione di farmaci. Cercare di capire il paziente ha lo scopo di trovare la risposta, e la cura, più adeguata per lui, senza dover per forza ricorrere all’uso dei farmaci.


Il medico Tientaclef ci spiega che per ritrovare la salute è necessario modificare, quel tal comportamento che ci porta inconsciamente a vivere giorno dopo giorno le stesse problematiche. Prendendo coscienza delle cause della patologia, non solo in modo intellettuale perché il cervello non deve solo capire ma sopratutto agire.


“Siamo noi gli artefici della nostra malattia e solo noi possiamo guarirci [..] diamoci da fare affinché la nostra esistenza sia come ci piace e non la fotocopia di quella che altri ci hanno mostrato“.

Abbi fiducia, accetta la Vita, Lei sa e ti guiderà!



 

domenica 19 gennaio 2014

Tratto da "Forme Vitali"


Ansia: un primo antidoto



“L’ansia è quel che più uccide l’amore. Crea i fallimenti.
Fa in modo che gli altri si sentano come tu ti sentiresti
se una persona che sta affogando si aggrappasse a te.
Vorresti salvarlo ma sai che, con il suo panico,
potrebbe strangolarti ”
Anaïs Nin

Tutti portiamo un cronico fardello di ansia: una sorta di secondo corpo non visibile ma percepibile internamente.
E’ lì che possiamo andare ogni volta che ci chiedono o ci chiediamo “come ti senti?”: diamo un’occhiata e sappiamo quanto in pace o in conflitto, in armonia o in dissonanza, attivati o disattivati siamo.
E’ un giudizio soggettivo che non ha niente a che fare con le misurazioni esterne: una persona può sembrare calma e sentirsi terribilmente ansiosa, può dissimulare e nascondere ma, proprio per questo, a volte, essere ancora più agitata.
Solo coloro che ci conoscono bene sono in grado di cogliere quei piccoli segnali che fanno la differenza e ci sono frangenti in cui se ne accorgono prima gli altri, della nostra ansia, perché noi siamo impegnati a difenderci dalla sua presa e nel tentativo di non sentirla attiviamo quelle difese che ci sembra che possano allontanarla.
Spesso mi capita di sentire l’ansia di un paziente appena entra in studio: mi accorgo di qualcosa nel suo respiro… non fluisce come al solito… ha quelle intermittenze che noto quando parla di cose che lo agitano, lo preoccupano, lo fanno soffrire.
E’ il suo solito fardello ma oggi pesa di più: più acuto, appuntito e ingombrante, più difficile da portare.
Ci sono mille fattori che intervengono a modificare la percezione soggettiva di un sintomo. Ci sono momenti in cui quello che sembrava un piccolo peso ci sembra un macigno insostenibile e altri in cui sentiamo che niente può piegarci. Dipende dalla durata dello stimolo, dalla quantità di attenzione che gli dedichiamo (quanti filtri riusciamo a mettere, quanto riusciamo a distrarci, su cos’altro siamo impegnati), quanto abbiamo riposato, come abbiamo dormito e sognato, che farmaci abbiamo assunto… tutto questo gioca un ruolo nel contribuire a cambiare il modo in cui percepiamo, in diversi momenti, “lo stesso sintomo”.
Che quindi, naturalmente, non è mai “lo stesso”. Cambia in base a come lo portiamo ed è per questo che in seduta, dopo un po’ che insieme si osserva un’emozione, uno stato d’animo e la quantità di ansia che li gonfia, li amplifica o li colora, dopo un po’ che si guarda con attenzione il dolore di cui il paziente è portatore… quel dolore tende a scomparire: cambia intanto che viene espresso, si attenua, diventa più sopportabile.
L’interesse del terapeuta unito all’interesse del paziente sembra aggiungere qualcosa al sistema: certi “oggetti” che prima erano presenti solo dentro al paziente vengono spiegati, raccontati e osservati da entrambi; ciò che viene aggiunto è un osservatore composto: due punti di vista su ciò che viene descritto e ascoltato e differenziato da “tutte le altre volte”.
Questo osservatore ibrido diventa, per qualche non ancora ben chiarito motivo, curativo. L’ansia spiegata e raccontata, intravista e estrovertita tende a svanire. Il fardello condiviso diventa meno pesante.
Sono convinto che quel che succede in questi “momenti terapeutici” sia l’esatto contrario di ciò che Anaïs Nin descrive nell’aforisma che ho citato nell’incipit: si riesce, a volte, a tendere una mano a chi sta affogando nella propria ansia e, dopo un po’, si guadagna terra, ci si toglie insieme da uno stato di paura e di rigidità in cui le difese stesse, nel tentativo di sconfiggerlo, aumentano e determinano il sintomo.
E credo che questo succeda perché, nel dialogo, ci si avvicina ad una definizione meno claustrofobica di psiche, ci si libera dai confini stretti di una mente piccola e troppo soggettiva.
Hillman dice: ” Fin da Platone ‘psiche’ è stata riferita a un’anima avvolgente, esterna al di là della nostra testa e della nostra pelle umana, al di là dei confini di ‘me’, al di là delle relazioni intra e interpersonali, perfino al di là del mondo in quanto mio ambiente ecologico e mio campo proiettivo. Come diceva Jung: non è la psiche in me, ma io nella psiche.”
Quando cadiamo preda dell’ansia iniziamo a dibatterci in un mondo che non va al di là del nostro piccolo corpo fisico, cominciamo a sentirci limitati e non accettati, desiderosi di approvazione e spaventati dalla possibile rottura del legame; la psiche diventa una piccola mente soggettiva e il desiderio diventa bisogno.
Poi, miracolosamente, appena ci sentiamo capiti, appena ci accorgiamo di essere un po’ meno soli, i confini tornano ad allargarsi. In una psiche più vasta ci ricordiamo di saper nuotare e non è mai il terapeuta a salvarci! E’ il cambiamento di visione, l’assunzione di una mappa più intelligente che ci permette di riprendere, letteralmente, i sensi.
L’ansia non se ne va ma fa quello che ogni emozione dovrebbe fare: viene espressa e: “Se, come in molte teorie, definiamo l’emozione come un’azione trattenuta all’interno dell’organismo, allora le emozioni vogliono fare quello che dice la parola stessa : ex-movere uscire fuori, e la rabbia è in realtà, violenza interiorizzata, frustrata. E l’ansia non è che paura non detta, non espressa e contenuta in una rigida corazza” (J. Hillman 1989, corsivi finali miei).


giovedì 9 gennaio 2014



La Malattia è un conflitto fra la personalità e l'anima.
Il corpo grida quello che la bocca tace..
Il raffreddore “cola” quando il corpo non piange.
Il dolore di gola “tampona” quando non è possibile comunicare le afflizioni.
Lo stomaco “arde” quando le rabbie non riescono ad uscire.
Il diabete “invade” quando la solitudine duole.
Il corpo “ingrassa” quando l’insoddisfazione stringe.
Il mal di testa “deprime” quando i dubbi aumentano.
Il cuore “allenta” quando il senso della vita sembra finire.
Il petto “stringe” quando l’orgoglio schiavizza.
La pressione “sale” quando la paura imprigiona.
Le nevrosi “paralizza” quando il bambino interno tiranneggia.
La febbre “scalda” quando le difese sfruttano le frontiere dell’immunità.
Le ginocchia “dolgono” quando il tuo orgoglio non si piega.
Il cancro “ammazza” quando ti stanchi di vivere.
Ed i tuoi dolori silenziosi? Come ti parlano attraverso il tuo corpo?

La malattia non è cattiva, ti avvisa che stai sbagliando cammino.

(pensieri di Alejandro Jodorowsky )