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venerdì 24 gennaio 2014

Psicologia e dintorni...




Disturbo di personalità borderline

Il termine “borderline” comparve nello studio di Adolph Stern del 1938, per descrivere quei soggetti fondamentalmente narcisisti, ipersensitivi, potenzialmente a rischio di reazioni negative alla terapia e con lacune nell’esame di realtà.
Il lavoro compiuto da Stern del ’38 faceva notare come esistesse un ampio gruppo di pazienti non identificabili né dai criteri diagnostici delle psicosi, né da quello delle nevrosi; erano sofferenti di una decina di sintomi clinici, tra i quali spiccavano il narcisismo, la scarsa tolleranza alle frustrazioni e sentimenti d’insicurezza radicati nel profondo.
Uno studio interessante, compiuto pochi anni dopo quello di Stern, fu quello di Helene Deutsch del 1942 sulle “personalità come se”: qui l’autrice descrisse una forma di carattere all’apparenza normale, ma che, ad un’analisi più approfondita, rivelava un grave disturbo di personalità caratterizzato dall’assumere le caratteristiche delle persone con cui il soggetto si stava relazionando.
Robert Knight nel 1953 pose per la prima volta, in questi soggetti, l’accento sulla struttura personologica a scapito del quadro sintomatologico comunemente usato fino ad allora, ponendo così l’attenzione alla forte debolezza del loro Io, in particolar modo nei “processi di pensiero secondario, capacità d’integrazione, esame di realtà, mantenimento delle relazioni oggettuali, adattamento all’ambiente e la presenza di difese contro "impulsi inconsci primitivi” senza però che si raggiungesse l’indebolimento globale proprio degli stati psicotici.
Nell’evoluzione del concetto di borderline molto importante è stato il lavoro svolto da Roy Grinker e coll. nel 1968. Furono presi in esame 51 soggetti ospedalizzati con grave patologia psichica non riconducibile alla schizofrenia. I dati ottenuti permisero di arrivare a delineare due grandi entità psicopatologiche, la prima caratterizzata da relazioni interpersonali intense, affettività negativa e tendenza all’acting-out, la seconda molto simile alla “personalità come se” descritta da Helene Deutsch.
Ambedue i gruppi erano contrassegnati da sentimenti di rabbia (quale affetto principale), relazioni interpersonali intense ma disturbate, un senso pervasivo di vuoto e solitudine e infine la sensazione di una discontinuità nella propria identità.
Il lavoro di Otto Kernberg. focalizzò come elementi discriminanti presenti in questa struttura di carattere:
una debolezza dell’Io;
• la tendenza del predominio del processo primario con i conseguenti meccanismi di difesa arcaici (primo fra tutti la scissione);
• relazioni interpersonali disturbate.
Bergeret nei suoi lavori del 1974 colloca la patologia borderline (o stati limite, come lui li chiama) a metà strada fra nevrosi e psicosi, sottolineandone l’aspetto meno rigido, meno solido e definitivo tendendo inoltre a concentrare la propria attenzione più sulle dinamiche intrapsichiche che sugli aspetti sintomatologici. Concetto cruciale è, nella personalità borderline, quello di Io anaclitico, una modalità di funzionamento dell’Io del soggetto che, in condizioni di minaccia di perdita dell’oggetto,provoca una forte angoscia che può dar luogo a reazioni psicotiche brevi e transitorie. Collegato al concetto di Io anaclitico è la costante presenza di un’angoscia depressiva di perdita dell’oggetto. Un Io nevrotico preorganizzato (e, analogamente, un Io psicotico preorganizzato) rimane nel quadro d’appartenenza e si organizzerà in modo definitivo secondo la relativa linea di strutturazione,nevrotica o psicotica che sia. Iter impossibile, secondo Bergeret, con la struttura di personalità degli stati limite.
Nel 1975 J. Gunderson trovò sette caratteristiche discriminanti tale disturbo:
1) relazioni interpersonali instabili e intense;
2) comportamento autodistruttivo;
3) paura di abbandono;
4) disforia cronica;
5) distorsioni cognitive;
6) impulsività;
7) scarso adattamento sociale.





Psicologia e dintorni....la depressione anaclitica



Anaclitico

Dal greco anáklitos, steso indietro, supino. Relativo ad anaclisis.
Nella letteratura psicanalitica, indica la situazione di appoggio di un soggetto, per esempio il bambino, a un oggetto, per esempio la madre. La depressione      anaclitica, descritta da R. Spitz, insorge nel bambino quando questi perde il rapporto con la madre dopo un'iniziale relazione con lei di tipo anaclitico.
 È infatti un termine introdotto inizialmente da Freud per designare la relazione primitiva delle pulsioni sessuali con le pulsioni di autoconservazione: le pulsioni sessuali, che diventano indipendenti solo secondariamente, si appoggiano sulle funzioni vitali che forniscono loro una fonte organica, una meta e un oggetto. E’ anaclitica la scelta che cade su una persona che presenta somiglianze con i genitori o persone dell'ambiente infantile.




La depressione anaclitica dell’infante

 Casi studiati da Anna Freud e da Burlingham, descrivono così le reazioni di diversi bambini piccoli allontanati dall’ambiente familiare durante il Blitz di Londra:

 Questi bambini se ne stavano solitamente distesi o seduti, gli occhi aperti e lo sguardo fisso, il viso irrigidito, immobile, e l’espressione assente, come in un torpore; erano palesemente estranei alla realtà che li circondava.

Con il termine di DEPRESSIONE ANACLITICA, si vuole indicare il bisogno che il bambino ha di “appoggiarsi su”, praticamente di posarsi sulla presenza affettiva della madre.

L’Angoscia di separazione è un fattore predisponente se non determinante delle sindromi depressive dell’adulto. La depressione, in senso generale ma anche essenziale, produce acutamente quel senso di mancanza e di vuoto che il soggetto ha già sperimentato nella separazione prematura, madre - bambino.

Freud aveva segnalato l’importanza dell’angoscia di separazione nel 1922, quale fattore di alto rischio per il lattante, anche per la perdita della soddisfazione orale del bambino.

Le ripetute separazioni che si verificano prematuramente nell’infanzia hanno come deleteria conseguenza quella di destabilizzare il progredire dell’evoluzione psicoaffettiva riportando l’individuo all’inquietante regressione della depressione anaclitica.

Non è neppure raro notare, a proposito di queste separazioni affettive premature, una successiva comparsa di patologie borderline.

Si è inoltre notato che di là delle ospedalizzazioni, come una depressione della madre o i suoi lutti non superati, vadano altrettanto a incidere sulla reazione depressiva del neonato.

Altre forme depressive pare siano invece indipendenti dal rapporto madre bambino; per esempio in casi di bambini affetti da malattie fisiche (…).

Specialisti dell’infanzia hanno rilevato che dei bambini, ancor prima dei sei mesi, manifestano espressioni di depressione quale viso irrigidito, la scomparsa del sorriso e delle vocalizzazioni, con frequente allontanamento dello sguardo. Bambini perfino mancanti di quei naturali atteggiamenti che di solito assumono nel venir presi in braccio dalle persone a loro care. Oltre i sei mesi, si sono verificati casi di profonda indifferenza, bambini con uno sguardo stranamente fissante, di tenebrosa superficialità da far scoraggiare la relazione affettuosa da parte dei propri genitori. [Despinoy, p. 77].

Tali stati depressivi, negli infanti causano squilibri psicosomatici quali malattie laringo-faringee o seri disturbi digestivi.

Il persistere di tale depressione, nel bambino piccolo, fa progredire psicosomatizzazioni che danno causa a comportamenti vuoti, stati di disorganizzazione strutturale che esprimono il loro vuoto di pensiero; producono condotte prive di affettività accompagnate da episodi di iperattività con carenza emozionale. A questo punto è perfino problematico, se non impossibile in alcuni casi, risalire alle cause dello stato depressivo originario.

Si tratta di sintomatologie, appunto, complesse che invalidano tutta la sfera emotiva relazionale che dalla depressione precoce può sconfinare fin nei primi segni dell’autismo.

La diagnosi di autismo, infatti, viene spesso diagnosticata in ritardo. Questo anche perché i segni inquietanti dell’autismo (verso la fine del primo anno di vita) vengono sottovalutati in quanto si manifestano in forme abbastanza moderate.

Frequenti sono anche i disturbi del sonno, tra cui impressionanti insonnie di tipo calmo: il bambino lascia gli occhi aperti senza manifestare nulla. Altre volte invece presentano un’insonnia con pianti e urla.

Malgrado tutta questa preoccupante sintomatologia riportata è in genere prevalentemente indiziaria, non si tratta già di una malattia ineluttabile purché tali segni siano sotto controllo e non si mantenga una condotta attendista. Tutto ciò richiede delle consultazioni mediche specialistiche della madre assieme al bambino e l’instaurazione di un’adeguata terapia medica e psicoterapeutica.

Nell’adulto il malessere melanconico [depressione] come visto, persiste dalle esperienze di relazioni infantili negative.  Se si manifesta per la prima volta in età adulta assume sempre, come nel bambino, uno stato mentale di perdita irrimediabile e di vuoto.

Questo malessere può esprimersi anche attraverso due fasi opposte [disturbo bipolare]: episodi di profonda prostrazione, tristezza si alternano a periodi maniacali.

In questa esposizione, per semplificare la complessità del tema in questione e per comprendere meglio la psicodinamica che caratterizza la depressione in generale, vengono scelte due tipologie particolari della depressione: quelle psicogene, ossia prive di disfunzioni organiche, e quelle reattive (semplici) dette così perché sono stati d’animo causati da perdite oggettuali.

In entrambi i casi si tratta di una sofferenza inerente a proprie perdite affettive, anche se va specificato che tali perdite possono essere reali o immaginarie.

Ci sono poi le depressioni reattive complesse che in genere sono quasi sempre psicogene e si rapportano a tutte quelle complicanze delle sintomatologie psiconevrotiche,attinenti al sapere psicoanalitico.

Sono seguite, dunque, con particolare accortezza poiché la depressione nevrotica può portare fino al suicidio. Stati depressivi di questo tipo coesistono alla sfera delle motivazioni inconsce, legate inesorabilmente alle disfunzioni dello sviluppo psico affettivo infantile del depresso.
(Da Associazione Europea di Psicanalisi)