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giovedì 14 gennaio 2016

I Mandala e il loro valore terapeutico

Da qualche tempo viene rivalutata con particolare interesse l’ attenzione nei confronti dei mandala, a cui viene attribuita un’ importanza talmente rilevante da farla definire da alcuni una forma di Art Teraphy.

Mandala
, parola derivata dal sanscrito, significa cerchio magico e consiste in una rappresentazione circolare all’ interno della quale si trovano varie forme e colori che hanno la caratteristica fondamentale di convogliare e partire da un centro. Possono essere disegnati a mano libera oppure colorati, in ogni caso si ritiene che concentrarsi su di essi permetta a chi lo fa di entrare in una dimensione meditativa, per certi aspetti ipnotica e quindi rilassante.
Il cerchio, forma privilegiata del mandala, è simbolo da sempre di completezza e totalità che si esprime già in certi simboli fondamentali della natura stessa, basti pensare alla terra, al sole, alla luna; ciò sottolinea l’ importanza archetipica di questa figura, talmente radicata a livello di inconscio collettivo che è la prima ad essere riprodotta dai bambini di ogni cultura, sottoforma di spirali circolari.
Sebbene tali rappresentazioni siano tipiche della cultura orientale e collegate a filosofie religiose come il buddismo o l’ induismo, fu lo psichiatra svizzero Jung a studiarli, dipingendone a sua volta e scoprendo gradualmente il loro importante significato (Papadopoulos, 2009). Focalizzarsi sul mandala permette infatti di entrare in maniera del tutto spontanea in un percorso di conoscenza di se stessi e raggiungere quindi il Sé, ovvero la mèta verso cui tende il processo di individuazione di ognuno.
I centro del mandala diventa così il centro della propria anima, il punto da cui ripartire per poter trovare armonia ed energia.
Come accennato in un precedente articolo, l’ archetipo della concentrazione sul mondo interno è impersonato dalla dea Estia, il suo focolare di forma circolar simbolizza infatti il mandala e possiede pertanto la capacità di mettere in contatto con la fonte interna di calore e luce nonchè di coniugarsi al proprio Sè.
Disegnare o colorare un mandala consente a chi lo fa di entrare in contatto con questa importante parte di Sé, di conoscerla e potenziarla.
Permettendo di rimanere focalizzati sul “qui ed ora”,consente di concentrare l’ attenzione solo sulle forme ed i colori, liberando la mente, alleggerendola e determinando di conseguenza un generale senso di rilassamento e tranquillità. Induce, al tempo stesso, uno stato di semitrance che al pari di altre attività meditative o distensive come il Training Autogeno, per esempio, permette di sviluppare l’ introspezione e di “sognare ad occhi aperti”. È assolutamente di aiuto nella riduzione dello stress quotidiano, favorisce la distensione dei muscoli ed è in grado di allontanare stati ansiogeni e pensieri ossessivi.
Come si disegna e colora un mandala?
La regola principale per farlo bene è..che non ci sono regole!
Sicuramente può essere di aiuto ritagliarsi uno spazio per sé e porsi di fronte al foglio quando si è da soli in modo da potersi concentrare e farsi guidare dall’ istinto nella creazione di questa opera unica.
Se si decide di disegnare bisogna permettere alla mano di essere libera di esprimersi come vuole; i disegni, come notò lo stesso Jung, infatti, tendono a cambiare a seconda della situazione psichica che si sta vivendo, è quindi necessario che non si presenti alcuna forzatura, ma che chi disegna si senta libero di esprimere se stesso come vuole. Non importa che l’ immagine sia tecnicamente bella, ciò che conta è che sia autentica.
Discorso analogo vale ovviamente chi decide di colorare un mandala già disegnato. Deve innanzitutto scegliere un modello che lo attrae, che lo ispira in quel momento e, mentre dipinge, non deve preoccuparsi del giusto accostamento delle tonalità ma di esprimere se stesso con i colori che lo rappresentano di più in quel momento.

Una volta finito, il mandala si osserva.
Cosa trasmette ora che è completo? Come mi fa sentire? E prima di disegnarlo, come mi sentivo? Dove è andata la mia mente? Cosa è cambiato?
Si può decidere di incorniciare un mandala particolarmente significativo e osservarlo nei momenti di pausa quotidiana, al fine di focalizzarsi su quella immagine e concedersi nuovo un tempo per sé, per rilassare la mente e meditare. Ogni volta che i pensieri distraggono e tornano le preoccupazioni quotidiane può essere utile fissare il centro del mandala….e ricominciare..
 Articolo della Dott.ssa Ilaria Visconti, Firenze.

Riferimenti Bibliografici:
Papadopoulos, R. K. (2009). Manuale di psicologia Junghiana, Moretti & Vitali Editori, Tecnoprint, Romano di Lombardia (BG) Settembre 2009.

sabato 11 aprile 2015

Autori e dintorni...M. Erickson


 “ Fidati del tuo inconscio. È un modo molto delizioso di vivere, un modo molto delizioso di portare a termine le cose.” E “Non tentare di usare la tecnica di qualcun altro … devi scoprire la tua.”


venerdì 5 dicembre 2014

Psicologia e dintorni...Carl Rogers

Famoso per il suo approccio pragmatico e per aver elaborato una forma di psicoterapia non direttiva: "la terapia centrata sul cliente" o "counseling non direttivo".



Vita (1902 - 1987)
 Carl Rogers nasce nel gennaio 1902 in Illinois, in un sobborgo di Chicago in una famiglia molto unita, con principi religiosi e morali piuttosto rigidi. 
All'età di dodici anni, con la famiglia si trasferisce in un podere ove trascorrerà un'adolescenza solitaria, piuttosto isolato.
Interessandosi di agricoltura scientifica, comincia gli studi di agraria, segue alcune conferenze di carattere religioso e successivamente si orienta verso il ministero religioso. Grazie ad alcuni viaggi in Cina comincia a dubitare di alcuni fondamenti religiosi di base, prendendo distanza sia dal consenso familiare che dalle vecchie credenze. 
Dopo la laurea sposa - contro il volere della famiglia - Helen Elliot e con lei si trasferisce a New York dove frequenta una istituzione liberale, allontanandosi progressivamente dalla prospettiva di un lavoro religioso per diventare psicologo.
Partecipa a seminari e conferenze di natura psichiatrica e psicologica e durante la sua frequenza al Teachers College, gli viene offerto un incarico all'Institute for Child Guidance, dove trascorre un anno in cui, lavorando, si trova a confrontarsi con altri professionisti. 
Successivamente viene assunto al "Child Study Departement" della società di Rochester per collaborare attivamente a progetti volti alla prevenzione della crudeltà sui bambini. 
Inizia quindi il lavoro clinico centrato sulla diagnosi e la rieducazione dei soggetti con comportamenti delinquenziali e con ritardo mentale, su incarico dei Tribunali.
In questo periodo approfondisce la riflessione sulla relazione terapeutica che diverrà materiale didattico nell'ambito dei suoi corsi universitari: all'Università dell'Ohio, come professore di psicologia, alla Chicago University e infine alla University del Wisconsin.
Nel 1951 pubblica il suo lavoro principale - 

La terapia centrata sul cliente - in cui formula la sua teoria di base. 
Nel 1964 abbandona l'insegnamento per dedicarsi alla sperimentazione sui gruppi al Centro del Comportamento di La Jolla.
Lavora ininterrottamente fino agli ultimi anni della sua vita, viaggiando per tutto il mondo e dedicandosi alle sue teorie sul conflitto sociale.
Muore all'età di 85 anni.

Contesto Storico
. Rogers, insieme a Rollo May e Maslow, è tra gli psicologi che maggiormente contribuiscono a fondare e diffondere la Psicologia Umanistica.
Il pensiero fenomenologico esistenziale, nato in Europa, viene recepito negli Stati Uniti dalla corrente della Psicologia Umanistica detta TerzaForza rispetto alla Psicoanalisi e al Behavhiorismo (ritenute la prima e la seconda forza della psicologia).
Tutta la teoria e la pratica della psicologia umanistica si pone come reazione compensatoria al riduttivismo comportamentista e ancor più esprime un netto rifiuto di tutto ciò che richiami la neutralità e il distacco del terapeuta.
Tutto il "movimento encounter", pur teorizzando stili di conduzione diversi, prevede il recupero dell'umanità, della spontaneità, dell'espressione - qui ed ora - dei sentimenti, offrendo nuovi valori. Si avvale delle sperimentazioni contemporanee applicate ai gruppi, comprese quelle di Moreno, Perls.

Il pensiero

La teoria di Rogers è basata sulla sua vasta esperienza clinica.
Rogers prende presto distanza dal pensiero freudiano: considera la salute mentale come la progressione normale della vita e la malattia mentale (e altri problemi umani) come distorsioni della "tendenza attualizzante". 
Si tratta di una forza di vita che può essere definita come la tendenza fondamentale dell'organismo, nella sua totalità, ad attualizzare le proprie potenzialità; essa opera sia sul piano ontogenetico che su quello filogenetico e ha bisogno, per poter funzionare, di un contesto di relazioni umane positive, favorevoli alla conservazione e rivalutazione dell'Io.
Se la nozione dell'Io è realistica, cioè se vi è corrispondenza tra gli attributi che il soggetto crede di possedere e quelli che effettivamente possiede, egli sarà congruente e la persona potrà svilupparsi in modo unitario, autonomo e soddisfacente.
In genere il cliente si trova in una si-tuazione di incongruenza tra l'esperienza reale dell'organismo e l'immagine di sé che egli ha quando si rappresenta l'esperienza.
Sul piano psicoterapeutico si impone un metodo non direttivo, che rispetti le tendenze vitali e autoregolantisi dell'individuo; la terapia si limita a creare le condizioni necessarie e fondamentali a favorire alla crescita. 
Secondo il metodo non direttivo di Rogers il terapeuta, nel promuovere il processo di modificazione della personalità del paziente, si affida non a tecniche o all'interpretazione, ma all'empatia, concetto cardine dell'impianto rogersiano.
L'empatia (da empateia, passione) viene intesa come la comprensione dell'altro che si realizza immergendosi nella sua soggettività, senza sconfinare nella identificazione. Il terapeuta è capace di considerazione o accettazione positiva incondizionata verso il paziente, nella misura in cui sente di accettare ogni aspetto dell'altro, ogni sentimento - espresso o non espresso - sia quelli negativi, anormali che quelli buoni. 
Se questa assenza di giudizio è presente, il terapeuta potrà avere una comprensione empatica di quanto il paziente sente a livello cosciente. 
Rogers sottolinea il fatto che il terapeuta può sentire il mondo dell'altro come se fosse proprio, senza perdere di vista mai tale qualità del "come se". 
Sentire l'ira, la paura, l'odio, il turbamento dell'altro senza aggiunte proiettive.
 Non direttività significa rispetto della libertà e dell'autodeterminazione del cliente e contemporaneamente autoeducazione continua del terapeuta, che è in continua crescita, seppure dolorosa e arricchente. 
La terapia è intesa come un incontro tra due esseri umani in crescita; la lezione di umiltà che arriva da Rogers è valida perchè sempre ci ricorda la necessità di calarsi ogni volta nella relazione sapendo di uscirne trasformati, avendo chiara la relatività delle nostre convinzioni.
I suoi gruppi di incontro (T groups), esperienze intensive, partivano dalla chiara intuizione, ancora attuale, che la gente sia consapevole della propria solitudine interiore, dovuta alle maschere indossate per sopravvivere in una realtà complessa.
Il Gruppo d'incontro, tante volte proposto anche a GEA è ottima occasione per iniziare a gettare le maschere e cercare momenti di autenticità, riconoscendo l'essenza che tutti ci accomuna, "la nostra umanità". A tale obiettivo mira l'essenziale e scarno metodo rogersiano.


Opere
 Citiamo tra le principali:La terapia centrata sul cliente, Martinelli 1970; I Gruppi di incontro, Astrolabio 1976; Psicoterapia e relazioni Umane, Bollati Boringhieri.

martedì 18 febbraio 2014

Psicologia e dintorni...Tecniche di esposizione



LE TECNICHE DI ESPOSIZIONE in vivo o in immaginazione sono adottate, prevalentemente, in problemi che coinvolgono forti reazioni emotive così dette “distimiche” : fobie, paura, agorafobia e sindromi ossessivo-fobiche o gravi disturbi psicopatologici.
Nelle TECNICHE DI ESPOSIZIONE e di IMPLOSIONE il soggetto è invitato a prestare attenzione alla situazione stimolo che abitualmente evita in modo sistematico e controllato, presentandogli gli stimoli stessi sia in immaginazione sia in “vivo” bloccandogli l’evitamento e consentendogli di sperimentare l’innocuità dello stimolo. Lo scopo è evocare l’ansia, promuovere l’abituazione allo stimolo ed estinguere reazioni evitanti favorendo nel soggetto un miglioramento delle sue capacità di fronteggiamento (coping).
Tra le TECNICHE DI ESPOSIZIONE ritroviamo: la D.S. (DESINSIBILIZZAZIONE SISTEMATICA), la TERAPIA IMPLOSIVA, l’ ESPOSIZIONE GRADUATA IN VIVO , l’ ESPOSIZIONE ENTEROCETTIVA, il FLOODING (INONDAMENTO).

DESINSIBILIZZAZIONE SISTEMATICA
È una procedura che mira ad eliminare le risposte di paura ed i comportamenti di evitamento. È efficace nei disturbi fobici sia negli adulti che nei bambini. Occorre quindi:

    -Insegnare al paziente la risposta antagonista all’ansia: tecnica del rilassamento
    -Esporre gradualmente il soggetto agli stimoli che elicitano in lui risposte d’ansia attraverso tecniche in vivo o in immaginazione

Possiamo distinguere 4 fasi principali:

1 Addestramento della scala SUD ( unità soggettive di disagio) Consiste nella quantificazione dell’ansia (su una scala da 0 a 100) rispetto a determinati stimoli/situazioni 2 Creazione della scala gerarchica degli stimoli ansiogeni Consiste in una lista di situazioni-stimolo(solitamente8-10) ordinati a seconda dell’ansia che producono da quella meno ansiogena a (0) a quella che produce uno stato maggiore di ansia (100)

3 Addestramento al rilassamento. Il rilassamento (training di rilassamento di Jacobson), appreso durante la seduta insieme al terapeuta, deve essere praticato per 15-20 minuti al giorno a casa in un ambiente tranquillo.

4 Combinazione dell’esposizione alla situazione-stimolo fobica con il rilassamento. Essendo la DS una procedura di controcondizionamento, si procede con l’immaginazione di un item ansiogeno previsto dalla gerarchia(partendo da quello che produce grado di ansia minore fino al gradino più alto della scala) e si chiede al paziente di indicare con un gesto della mano il momento in cui inizia a provare ansia, a questo punto viene introdotto nuovamente il rilassamento ; tale procedura deve essere ripetuta fino a quando il soggetto riferisce di non provato ansia per almeno due volte, a questo punto il terapeuta passa all’item successivo

ESPOSIZIONE GRADUATA IN VIVO
È la metodica più frequentemente impiegata per ridurre la paura. Come nella DS , l’esposizione graduata in vivo è una procedura che prevede 2 componenti:
    1.Addestramento della scala SUD ( unità soggettive di disagio)
    2.Creazione della scala gerarchica degli stimoli ansiogeni
I gradini della gerarchia vengono affrontati uno per volta dall’item che corrisponde alla situazione meno ansiogena fino al gradino più alto della scala. Ogni item successivo viene affrontato solo se quello precedente non produce una risposta ansiogena. Ma a differenza della DS, non vi è l’apprendimento nè applicazione del rilassamento, in quanto si agisce non per controcondizionamento ma sulla saturazione delle risposte di paura (estinzione)

ESPOSIZIONE ENTEROCETTIVA

È una tecnica efficace per le situazioni interne che scatenano l’ansia , soprattutto negli attacchi di panico. Può essere applicata sia in vivo, sia in immaginazione. Si basa sulla premessa che la risposta d’ansia sia la conseguenza di un processo di condizionamento classico o vicario. L’ E.E ha lo scopo di indurre nel paziente sensazioni fisiche che aumentano l’arousal. Partendo dal presupposto che i sintomi di un attacco di panico si susseguono in una progressione ben definita, si ricostruiscono dettagliatamente insieme al paziente la successione dei sintomi fisiologici e lo si espone agli stessi mediante la loro induzione a partire dal primo che si presenta durante l’attacco di panico. L’esposizione ad ogni stimolo viene ripetuta fino a che l’ansia non viene eliminata proseguendo sino all’ultimo stimolo. Solitamente a questa procedura viene integrata la ristrutturazione cognitiva

TERAPIA IMPLOSIVA

Si basa sul principio dell’apprendimento dell’evitamento associato al al decremento dell’ansia (rinforzo negativo). Pertanto il superamento della fobia si realizza attraverso l’esposizione in immaginazione alle scene o situazioni che il soggetto teme di più, impedendogli l’evitamento fino a quando l’ansia non completa il suo corso e si estingue.

FLOODING

Il flooding “sommersione” è una tecnica utilizzata particolarmente nelle patologie a base ansiosa. Nel flooding il paziente viene esposto direttamente, agli stimoli maggiormente temuti, per un lungo periodo di tempo senza possibilità di evitamento. Essa va inserita in un contesto più ampio della terapia, senza sosta per un certo periodo (in media dai 60 ai 90 minuti), fino a quando l’ansia, che inizialmente era salita notevolmente, non scenda a livelli prossimi allo zero. Lo scopo è evitare di far evitare. L’ansia completa il suo corso e si estingue. Il tempo di esposizione è particolarmente importante poiché se l’implosione è troppo breve si produce un effetto di “sensibilizzazione” allo stimolo, con relativo aumento dell’ansia.
Taylor(2002) riporta che il flloding ha si il vantaggio di ridurre le fobie con estrema rapidità, ma ha anche delle controindicazioni:

    -La persona sulla quale si applica tale tecnica deve essere in grado di tollerare un’elevata dose di stress psicologico
    -Può generare incubi notturni, irritabilità…
    -Deve essere eseguito sempre in presenza del terapeuta
( Dott.ssa Eliana Violetti Studio di Psicologia e Psicoterapia)



venerdì 14 febbraio 2014

Psicologia e dintorni...Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale



Psicoterapia cognitivo-comportamentale
di Pietro Spagnolo
Tratto dalla pagina: http://www.ecomind.it/Pagine/Psicoterapia_cc/index.html

La psicoterapia cognitivo comportamentale è attualmente considerata a livello internazionale uno dei più affidabili ed efficaci modelli per la comprensione ed il trattamento di un gran numero di disturbi e problemi psicologici e psichiatrici.
La sua buona reputazione dipende da una serie di elementi che la contraddistinguono:
1. E' fondata su basi empiriche;
2. E' relativamente standardizzabile e quindi sottoponibile a ricerche e studi;
3. E' collegata ed integrabile con altre scienze: la neurofisiologia, l'etologia, la psicologia del comportamento, la psicobiologia;
4. E' utilizzata in tutto il mondo con successo e soddisfazione di terapeuti e pazienti per praticamente tutti i tipi di disturbi psicologici e psichiatrici;
5. Le sue basi teoriche sono relativamente intuitive ed immediatamente comprensibili;
6. La durata del trattamento è in genere piuttosto breve.
La terapia cognitivo comportamentale deriva da due linee di pensiero, originariamente autonome, che poi si sono integrate in un unico modello: il modello comportamentale ed il modello cognitivo.

IL MODELLO COMPORTAMENTALE
Il modello comportamentale deriva dagli studi di Pavlov sul "condizionamento classico" e di Thorndike, Tolman, Guthrie e Skinner sul "condizionamento operante".
Il condizionamento classico consiste nella possibilità di far collegare un evento ad una reazione comportamentale. E' famoso l'esempio del suono del campanello che, se associato ripetutamente alla comparsa di cibo, può determinare salivazione nel cane anche in assenza di cibo.
Il condizionamento operante, detto anche "Legge dell'effetto", consiste nella constatazione che se un certo comportamento è seguito da conseguenze gratificanti tenderà ad essere ripetuto, mentre il comportamento che è seguito da conseguenze spiacevoli, tenderà a presentarsi meno frequentemente. Le conseguenze piacevoli e spiacevoli sono chiamate rispettivamente "Rinforzi" e "Punizioni". Il rinforzo può essere "positivo" se è un evento gratificante o "negativo" se consiste nella omissione di una punizione. La punizione può essere diretta, oppure consistere nella omissione di una gratificazione.
I primi tentativi di applicazione terapeutica di questi due principi hanno dato luogo alle tecniche ora note come Desensibilizzazione sistematica ed Esposizione che si sono dimostrate molto utili nel trattamento degli stati ansiosi, delle fobie, e del disturbo Ossessivo Compulsivo. I principi che sono alla base di queste due tecniche sono i seguenti:
1.         La presentazione simultanea di stimoli di effetto opposto determina la desensibilizzazione allo stimolo più debole. Se ne deduce che, ad esempio, se ci si espone a stimoli ansiogeni e, contemporaneamente, a stimoli rilassanti, alla fine si verrà desensibilizzati allo stimolo ansiogeno (purché si venga esposti inizialmente a lievi stimoli ansiogeni e poi a stimoli di intensità crescente).
2.         L'esposizione a stimoli che determinano ansia, indipendentemente dall'utilizzazione di stimoli rilassanti, determina desensibilizzazione in quanto non seguono gli eventi temuti.
Col tempo, tuttavia, il modello comportamentale mostrò dei limiti evidenti nel trattamento di molte altre condizioni (inclusa la depressione), ma anche in molti casi di ansia apparentemente non trattabili. I fallimenti hanno pertanto aperto le porte all'introduzione nel modello comportamentale di componenti cognitive, precedentemente molto avversate.




IL MODELLO COGNITIVO
Il primo modello cognitivo è stato probabilmente quello di Meichenbaum nel 1973 che con il suo "Training di autoistruzioni", introdusse il concetto comportamento operante mentale. Si deve comunque a Beck e ad Ellis la formulazione degli approcci terapeutici cognitivi così come sono conosciuti oggi.
Il principio fondamentale della terapia cognitiva consiste nell'assunto che uno stimolo non genera automaticamente un comportamento, ma che tra uno stimolo ed un comportamento si frappone una interpretazione cognitiva dello stimolo identificabile come pensiero automatico e che poggia le sue basi, a sua volta, su una rete di assunti (assumptions) e convinzioni (beliefs). Scopo della terapia cognitiva diventa, dunque, la trasformazione delle convinzioni disadattive in convinzioni adattive.
L'introduzione di questo principio all'interno delle tecniche comportamentali ha dato luogo ad un notevole potenziamento delle strategie terapeutiche.

INTEGRAZIONE DEI MODELLI COMPORTAMENTALE E COGNITIVO
Si può comprendere facilmente come si integrino i due modelli osservando due schemi che sono denominati rispettivamente ABC Comportamentale ed ABC Cognitivo.

L'ABC COMPORTAMENTALE
A = Antecedente
B = Comportamento (Behaviour)
C = Conseguenze
In questo schema sono riassunte le tre componenti del comportamento: l'antecedente (cioè lo stimolo), il comportamento (detto in inglese "Behaviour") e le conseguenze (rinforzi). L'analisi del comportamento consiste in una valutazione dettagliata degli antecedenti (A) e delle conseguenze (C) di un comportamento disturbante (B).
La modifica degli antecedenti e delle conseguenze comporta dunque una modifica del comportamento.
L'ABC COGNITIVO
A = Antecedente
B = Convinzione (Belief)
C = Conseguenze emotive e comportamentali
Come si vede, l'ABC cognitivo pone al centro del suo interesse la componente cognitiva che si frappone tra un antecedente (evento) e delle conseguenze emotive e comportamentali.
L'analisi cognitiva consiste nella valutazione dettagliata dei pensieri automatici, degli assunti e delle convinzioni (B) che si frappongono tra un evento (A) e delle conseguenze emotive e comportamentali disturbate (C). La modifica delle convinzioni profonde genera dunque modifica degli assunti e dunque dei pensieri automatici, con conseguente cambiamento del comportamento e delle emozioni.
La Psicoterapia Comportamentale è - in psicologia - la psicoterapia che si occupa esclusivamente del comportamento che - secondo il punto di vista dei terapeuti comportamentisti - è stato appreso all'interno del proprio ambiente o nel corso di particolari esperienze di vita.
Piuttosto che analizzare le cause inconsce che motivano il comportamento dell'individuo, il terapeuta comportamentale vuole aiutare il paziente a modificare i suoi comportamenti/sintomi problematici.
La terapia comportamentale origina dagli studi di psicologia sperimentale sul condizionamento classico di Ivan Pavlov (1849-1936) e sul condizionamento operante di Burrhus Skinner (1904-1990); ad essi si aggiunsero i contributi di Joseph Wolpe (1915-1997) sulla desensibilizzazione e di Hans Eysenck (1916-1997) sulla "Teoria dei Tratti" (primo ponte funzionale verso l'integrazione tra approcci comportamentisti e del primo cognitivismo). Dagli anni '70, si parla appunto di neocomportamentismo per definire la rielaborazione operativa degli originari contributi teorici di Pavlov e Skinner in un'ottica specificatamente clinica. Dopo una prima fase di sviluppo avvenuta prevalentemente negli Stati Uniti (tra gli anni '60 ed i primi anni '80), si è poi diffusa progressivamente anche in Europa e nel resto del mondo.
Frequentemente associata alla terapia cognitiva (normalmente si parla infatti di "terapia cognitivo-comportamentale"), si avvale di tecniche d'intervento quali il condizionamento /decondizionamento (finalizzato all'estinzione o rimodulazione di risposte comportamentali e psicofisiologiche), la desensibilizzazione sistematica, il flooding, le tecniche di stop del pensiero e diversione dell'attenzione, l'uso di tecniche di rilassamento (come il rilassamento muscolare progressivo di Jacobson, le tecniche di controllo della respirazione o il training autogeno), ed il Biofeedback (BFB).