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sabato 6 dicembre 2014

Autori e dintorni...E. Fromm


"La distruttività non è parallela, ma alternativa alla biofilia. 
L'alternativa che si pone ad ogni essere umano è proprio questa:
amore per la vita o amore per la morte.
L'uomo è biologicamente dotato della capacità di essere biofilo, 
ma psicologicamente possiede 
il potenziale necrofilo come soluzione alternativa".

(E. Fromm, Anatomia della distruttività umana)



mercoledì 20 agosto 2014

Autori e dintorni...




"Un essere umano è una parte del tutto, che noi chiamiamo "Universo", una parte "circoscritta nel tempo e nello spazio. Egli fa esperienza di sé, dei suoi pensieri e "dei suoi sentimenti, come qualcosa di separato da tutto il resto, una sorta di "illusione ottica della sua coscienza. Questa  illusione rappresenta per noi una "sorta di prigione, vincolandoci ai nostri desideri personali e all'affetto per le poche "persone che ci sono più vicine. Il nostro compito deve essere quello di liberarci "da questa prigione, ampliando il cerchio della compassione per arrivare ad "abbracciare tutte le creature viventi e l'intera natura in tutto il suo splendore. "Nessuno è in grado di raggiungere appieno questo obiettivo, ma gli sforzi in "questa direzione, sono, in se stessi, una parte del programma di liberazione e il "fondamento del nostro senso di sicurezza interiore"



(A. Einstein)


domenica 2 febbraio 2014

Poesia...in musica


Danza Macabra: Schiarazula Marazula e ballo in fa diesis minore
Uno dei brani più affascinanti di Angelo Branduardi è Ballo in fa diesis minore, del 1977, contenuto nell'album La Pulce d'acqua. Il brano ha una lunga storia ed è ispirato alla danza macabra medioevale, in cui la morte viene rappresentata mentre guida una danza con cui accompagna uomini di ogni condizione sociale al loro inesorabile destino. Nella canzone di Branduardi invece, tramite la musica (le launeddas) e la danza (il ballo tondo), gli  uomini sconfiggono la morte costringendola a deporre la sua falce e ballare al suono della loro musica. Questo il senso del brano nelle parole dello stesso Branduardi: "...c'è l'idea che la musica abbia un potere talmente alto da far dimenticare alla morte di essere venuta per portarci via. Un esorcismo della morte attraverso la musica e la danza".


Il testo di "Ballo in fa diesis minore"

Sono io la morte e porto corona,
io Son di tutti voi signora e padrona
e così sono crudele, così forte sono e dura
che non mi fermeranno le tue mura.

Sono io la morte e porto corona,
io son di tutti voi signora e padrona
e davanti alla mia falce il capo tu dovrai chinare
e dell 'oscura morte al passo andare.

Sei l'ospite d'onore del ballo che per te suoniamo,
posa la falce e danza tondo a tondo:
il giro di una danza e poi un altro ancora
e tu del tempo non sei più signora.


Ma come è arrivato Branduardi a comporre questo brano?

La Musica di "Ballo in fa diesis Minore"
La musica utilizzata da Branduardi è quella del ballo Schiarazula Marazula (o s'ciarazule marazule o s'ciarazula marazula), ballo tipico del Friuli e che risale, probabilmente, a prima del XV secolo. La musica di questo ballo ci è pervenuta scritta grazie  un'opera del 1578,  Il primo libro dei balli accomodati per cantar et sonar d'ogni sorte de instromenti  di Giorgio Mainerio.
Mainerio fu una stranissima figura di musicista e prete, Maestro di Cappella della chiesa di Aquileia, viaggiatore, astrologo, mago. Su di lui venne anche aperta un'indagine dal tribunale dell'Inquisizione di Aquileia che non condusse tuttavia alla formulazione di un'accusa perché non venne trovato nulla di sospetto.

Ecco il video della versione che Branduardi ha proposto di Schiarazula Marazula:




Testo di Schiarazula Marazula:
Schiarazule marazule
la lusigne, la cracule,
la piciule si niciule
di polvar a si tacule

O schiarazule maraciule
cu la rucule e la cocule
la fantate jè une trapule
il fantat un trapolon

traduzione italiana di Schiarazula Marazula:


Scjaraciule (bastone, bordone) e Maraciule (finocchio),
la scintilla e la raganella,
la piccola si dondola
e di polvere si macchia.
O' scjaraciule maraciule,
con la rucola e la noce,
la ragazza è una trappola (bugiarda)
il ragazzo un trappolone

Del testo originario non si sa quasi nulla, solo qualche verso in italiano, tradotto dal friulano e contenuto in una denuncia all'inquisizione del 1624: “schiarazzola marazzola a marito ch'io me ne vo’ et quello che segue si come son donzella che piova questa sera”. Il testo attuale sopra riportato è stato scritto dal poeta friulano Domenico Zannier nel XX secolo e non ha nulla a che fare con il testo originale.

Pinzolo: la morte e sotto le parole che rivolge agli uomini


Pinzolo: la morte e sotto le parole che
rivolge agli uomini

Anche la storia del testo del brano di Branduardi è interessante e degna di essere raccontata. A Pinzolo, piccolo comune in provincia di Trento, c'è la chiesa di san Vigilio, risalente al X secolo e ampliata nel XVI secolo. Nella facciata destra della chiesa vi sono numerosi affreschi, proprio sotto la gronda, è raffigurata una danza macabra, realizzata dal pittore bergamasco Simone Baschenis da Averaria tra il 1519 e il 1539, la sua firma è visibile come la data in cui fu terminata l'opera, il 25 ottobre 1539. L'affresco è alto 2 metri e lungo 22 metri e vi è raffigurato un corteo che procede da destra verso sinistra. Si tratta di 18 personaggi, ciascuno trafitto da una freccia e accompagnato da uno scheletro, che procedono danzando verso la morte, rappresentata da uno scheletro seduto su un trono e con una corona che suona la cornamusa conducendo la danza, a significare l'assoluto dominio su tutti gli uomini, di qualsiasi condizione, della morte. Ogni personaggio rappresenta una determinata figura sociale: un papa, un cardinale, un vescovo, un sacerdote, un imperatore, un duca, un cavaliere, un ricco avaro, un giovane vanitoso, ecc.  Proprio sotto la morte e i due scheletri che la accompagnano si trova un'iscrizione contenente le parole con cui la morte si rivolge agli uomini.
Questa la trascrizione del testo con le parole con cui la morte di Pinzolo ammonisce gli uomini :

Io sont la morte che porto corona
Sonte signora de ognia persona
Et cossi son fiera forte et dura
Che trapaso le porte et ultra le mura
Et son quela che fa tremare el mondo
Revolgendo mia falze atondo atondo
O vero l'archo col mio strale
Sapienza beleza forteza niente vale
Non e Signor madona ne vassallo
Bisogna che lor entri in questo ballo
Mia figura o peccator contemplerai
Simile a mi tu vegnirai
No offendere a Dio per tal sorte
Che al transire no temi la morte
Che più oltre no me impazo in bene male
Che l'anima lasso al judicio eternale
E come tu averai lavorato
Cossi bene sarai pagato

Come si può notare il testo delle prime due strofe di "Ballo in fa diesis minore" riprende i primi versi delle parole della morte di Pinzolo, mentre la terza strofa, opera di Branduardi, conclude la canzone e segna, a differenza delle danze macabre medioevali, il trionfo finale dell'uomo sulla morte.

Per Saperne di più sulla Danza Macabra di Pinzolo:
da medioevo.org: San Vigilio a Pinzolo
comune di Pinzolo: San Vigilio
da Pinzolo dolomiti: la danza Macabra di San Vigilio
da Sagen.at: tutti i testi della danza macabra di Pinzolo
(pubblicato da Gianfranco Marini)

giovedì 17 ottobre 2013

Poesia in...musica







La poesia è il luogo del nulla, il luogo degli incontri, del fiume che è davanti casa mia (Alda Merini)




L'ultimo bacio di Carmen Consoli
Wiki

In ricordo di mio padre...



(2000 - Consoli)

Cerchi riparo fraterno conforto
tendi le braccia allo specchio
ti muovi a stento e con sguardo severo
biascichi un malinconico Modugno
Di quei violini suonati dal vento
l'ultimo bacio mia dolce bambina
brucia sul viso come gocce di limone
l'eroico coraggio di un feroce addio
ma sono lacrime mentre piove
piove
mentre piove
piove
mentre piove
piove
Magica quiete velata indulgenza
dopo l'ingrata tempesta
riprendi fiato e con intenso trasporto
celebri un mite e insolito risveglio
Mille violini suonati dal vento
l'ultimo abbraccio mia amata bambina
nel tenue ricordo di una pioggia d'argento
il senso spietato di un non ritorno
Di quei violini suonati dal vento
l'ultimo bacio mia dolce bambina
brucia sul viso come gocce di limone
l'eroico coraggio di un feroce addio
ma sono lacrime
mentre piove
piove
mentre piove
piove
mentre piove
piove

giovedì 6 giugno 2013

Autori e dintorni...



Hillman: "Sto morendo ma non potrei essere più impegnato a vivere"

James Hillman
da Tuttolibri          


Al capezzale dello psicoanalista che ha domato il dolore per ragionare sulla propria fine
 
«Sto morendo, ma non potrei essere più impegnato a vivere». Così aveva scritto, nella sua ultima mail. E così l'ho trovato, quando sono andata a salutarlo per l'ultima volta nella sua casa di Thompson, nel Connecticut, pochi giorni prima che morisse: il fantasma di se stesso, ma incredibilmente vitale; il corpo fisico ridotto al minimo, quasi mummificato, tutto testa, pura volontà pensante. Restare pensante era la sua scommessa, la sua sfida. Per questo aveva ridotto al minimo la morfina, a prezzo di un'atroce sofferenza sopportata con quella che gli antichi stoici chiamavano apatheia: un apparente distacco dalla paura e dal dolore che traduceva in realtà un calarsi più profondo in quelle emozioni. L'unica cosa che contava era analizzare istante dopo istante se stesso e quindi la morte come atto oltre che nella sua essenza. Se Steve Jobs, morendo, ha lasciato detto «stay hungry, stay foolish», l'ultimo insegnamento di James Hillman può riassumersi così: «Resta pensante» fino all'ultima soglia dell'essere
Il tempo qui sembra fermo, le lancette puntate sull'essenza ultima.


«Oh, sì. Morire è l'essenza della vita».

Com'è morire?
«Uno svuotamento. Si comincia svuotandosi. Ma, si potrebbe chiedere, che cos'è o dov'è il vuoto? Il vuoto è nella perdita. E che cosa si perde? Io non ho “perso” nel senso comune di “perdere”. Non c'è perdita in quel senso. C'è la fine dell'ambizione. La fine di ciò che si chiede a se stessi. E' molto importante. Non si chiede più niente a se stessi. Si comincia a svuotarsi degli obblighi e dei vincoli, delle necessità che si pensavano importanti. E quando queste cose cominciano a sparire, resta un'enorme quantità di tempo. E poi scivola via anche il tempo. E si vive senza tempo. Che ore sono? Le nove e mezza. Di mattina o di sera? Non lo so».

E' una condizione perseguita dai mistici.
«Oh sì, dall'induismo per esempio, gli induisti ne scrivono. Ma in questo caso è tutto unwillkürlich, involontario. E' accidentale».

Comunque non credo non ti sia rimasta nessuna ambizione.«Davvero?» [Apre di scatto gli occhi finora socchiusi, con un lampo azzurro di sfida.]

Ti resta quella degli antichi romani: lasciare il tuo pensiero ai posteri.
«E' vero. E' molto importante per me che il mio pensiero rimanga. Ma la parola posteri mi rimanda a postea, a un dopo, a un futuro, in cui non voglio essere trasportato adesso».

Perché esisti solo al presente.
«Sì, e voglio tenere chiusa la porta con il cartellino “Exitus”. La potrò aprire a un certo punto, quando capirò come farlo nel modo giusto. [Tenta di scuotere il capo, ma il dolore lo ferma]. Non saprei ora come aprire quella porta senza che ne dilaghi una folla di creaturine che vogliono qualcosa. Molti degli antichi filosofi ne sono stati catturati, probabilmente tu sai chi lo è stato più degli altri. Io non voglio. Il mio compito è dialogare e tenere il dialogo aperto su quel che accade momento per momento. Il mio è piuttosto un reportage. Dal vivo. Dal vero»

Non potrebbe essere altrimenti: o non fai il reportage - come la maggior parte di chi si trova nella tua condizione - oppure ciò che riferisci è la verità. E penso che tutti siano affamati di questa verità.
«Tutti sono affamati di morte. La nostra cultura lo è. Io, qui, come vedi, ne parlo continuamente. Ma non la esprimo. Perché nella morte io sono impegnato. Non voglio uscirne, per esprimerla, per vederla o guardarla in trasparenza. Non cerco di formularla. Ogni tanto si realizza qualcosa che mi porta in un altro luogo dal quale posso osservarla. Magari anche di riflesso. Ogni sorta di cose si riflettono in questa introspezione, ma non l'attività essenziale di ciò in cui sono impegnato [ossia l'atto del morire]. Il tempo che mi dò è il qui e ora».
Capisco
«E' molto importante ciò che semplicemente il giorno ci dà, ogni singola cosa che si realizza durante il giorno. La persona, l'osservazione che ha fatto, l'odore dell'aria in quel momento. E queste cose hanno bisogno di accettazione, di ricognizione, di riconoscimento... Adesso non ho ancora la parola giusta. Ma trovare le parole è magnifico. Trovare la parola giusta è così importante. Le parole sono come cuscini: quando sono disposte nel modo giusto alleviano il dolore».

E il dialogo aiuta a trovarle?
«Sì, e mi rende così felice. Sai, da qualche tempo le persone vengono da me come se avvertissero in me il richiamo di quel vuoto di cui parlavo. Se io non fossi così vuoto, non verrebbero».

Come un risucchio che attira.
«Dev'essere così».

O una condizione di saggezza?
«No. Una calamita. Cercano qualcosa cui attaccarsi. Vogliono qualcosa, ed è la mia capacità di cristallizzare e formulare. Due parole che sono usate per una delle ultime fasi dell'alchimia. Cristallizzazione e formulazione. Le persone sono in pessima forma di questi tempi, il mondo è in pessima forma. E in qualche modo il mio avere trovato qualche solidità li attrae.

Ma non parlavi di vuoto?
«Sì. Il mio stato di svuotamento esprime qualcosa che non avevo finora realizzato e che può riassumersi nella parola coagulatio. Due princìpi governano tutti i processi alchemici: la coagulatio e la dissolutio. Coagulatio in alchimia significa rapprendersi in un punto, diventare più solidi, più definiti, formati, dotati di morphe. Ora l'intero processo che sto attraversando è la coagulazione della mia vita nel tempo. Ma la coagulatio è sempre seguita dalla dissolutio. Che è esattamente il contrario: dissoluzione, le cose che si separano, si sciolgono, perdono la loro capacità di definirsi. La cosa interessante è che improvvisamente questo spiega i miei sintomi. Non faccio che pensare, morbosamente, che sto affondando sempre di più, che mi sto dissolvendo. Ma le due cose, dissoluzione e coagulazione, sono inscindibili. Non è fantastico? Non ci avevo riflettuto finché non mi è venuta per la prima volta in mente la coagulatio. E la rubefactio, che permette alla bellezza di mostrarsi. Così ora sono una persona diversa. Non avevo mai percepito queste cose dentro di me. O non le avevo mai riconosciute. Prima, non avevo mai saputo chi ero».

Da dove viene questa consapevolezza?
«Oh, decisamente dal morire».

Ti dici «impegnato nel morire». Vuoi arrivare alla morte in piena consapevolezza. Ma, come diceva Epicuro cercando di spiegare perché non bisogna averne paura, «se ci sei tu non c'è la morte, e se c'è la morte non ci sei tu». «Esatto».

Mi sto domandando se allora questo tuo morire non sia un'intensificazione del vivere. «Assolutamente sì, non c'è il minimo dubbio. Quando la morte è così vicina la vita cresce, si esalta. Ne sono certo. Ma non vorrei essere presuntuoso».

In che senso?«Orgoglio, arroganza, hybris: attenzione a non peccare contro gli dèi. Mai, in nessuna occasione».

Certo, ma non credo che la tua sia hybris. Credo sia puro coraggio affrontare la morte a occhi aperti. E' raro, ed è per questo che il tuo reportage è così prezioso.«E' prezioso, sì. Mi sto rendendo conto di qualcosa che non avevo mai realizzato prima. Ha a che fare con un certo argomento di cui Margot ed io dovremo parlare prima, una certa decisione che io potrei prendere. Sai, nel mondo di oggi mi è consentito, come lo sarebbe stato nel mondo greco».
Capisco a cosa alludi.
«Ma il punto è che dovrei mettermi nelle loro mani, e sarebbero loro a decidere. In qualche modo io sarei il loro strumento, non loro il mio. Intendiamoci, lo spero. Ma sarebbero loro a informarmi quand'è il mio momento. Oppure potrei prenderlo nelle mie mani, che sono lo strumento classico: la mano [Hillman fa il gesto di trafiggersi il petto], o la vasca da bagno, come Petronio. Ma il fatto è che l'intera cerimonia - perché la definirei così - non è ancora lontanamente immaginabile. O meglio, l'idea è immaginabile, dato che ne sto parlando ora. Ma c'è un'altra idea, sempre antica, che in qualche modo contrasta. Primum nil nocere. Primo, non fare del male. [Si tratta del giuramento di Ippocrate.]

E allora, qual è la decisione migliore? che ne pensi?
Gli antichi stoici dicevano, a proposito del suicidio: “C'è del fumo in casa? Se non è troppo resto, se è troppo esco. Bisogna ricordarsi che la porta è sempre aperta”. Evidentemente, la tua casa non è ancora piena di fumo. Quando lo sarà, lo sentirai.
«Riuscirò a sentirlo?»

Forse ti sentirai confuso. Quello che so è che ora stai respirando, non c'è fumo nel tuo cervello, nella tua psiche, nella tua anima. Quando ci sarà, forse prenderai in considerazione il suggerimento degli stoici. Non sei forse un pagano? non hai allenato per tutta la vita il tuo istinto a percepire le epifanie degli dèi?
«Oh sì che sono un pagano. E' questo il punto».

E' pagana anche la tua percezione della bellezza, del grande teatro verde della natura che hai scelto per questa tua ars moriendi, questa tua arte pagana del morire che è anche, o anzi è soprattutto un'arte estrema del vivere.«Non mi piace definirla un'ars moriendi. E' piuttosto un'arte dello stare in prossimità dell'essere, tenersi più stretti possibili a ciò che è».