METODO FEUERSTEIN: guardare oltre, al di là dei limiti... nella sfera delle possibilità.
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lunedì 9 giugno 2014
mercoledì 16 ottobre 2013
Da "Cronache del Labirinto"
Ripetere, ricordare, dimenticare
Posted on 16/10/2013 di drdedalo
“Gli analfabeti del futuro sono
quelli che non sapranno
dimenticare quello che hanno
imparato per reimparare”
(M. Zamperini)
Nel suo “The pleasure of finding
things out” il fisico Richard Feyman, parlando del senso della vita, scrive:
“Nel corso dei tempi gli uomini hanno tentato di afferrare il significato della
vita. Si è capito, infatti, che se una qualche direzione o un qualche
significato può essere attribuito alle nostre azioni, questa attribuzione è in
grado di liberare grandi potenziali umani. Penso che saranno quindi state date
molte risposte alla domanda che chiedeva il senso di tutto questo. Ma ne sono
state dette di tutti i colori e chi proponeva una certa risposta ha guardato
con orrore alle azioni di altri che ne proponevano un’altra. Un orrore dettato
dal fatto che, guardando da un punto di vista diverso, sembrava che tutte le
potenzialità della razza umana venissero, con quella visione, incanalate in un
falso e fuorviante vicolo cieco. Infatti, è dalla storia delle enormi
mostruosità create dai falsi credo che i filosofi si sono resi conto delle
apparentemente infinite e stupefacenti capacità degli esseri umani. Il sogno
rimane quello di trovare un canale aperto (NdT: libero da queste
contraddizioni).
Quindi, qual è il significato di
tutto questo? Cosa possiamo dire per svelare il mistero dell’esistenza? Se
prendiamo in considerazione tutto, non solo ciò che gli antichi conoscevano, ma
tutto ciò che conosciamo noi oggi, penso che dobbiamo francamente ammettere che
non lo sappiamo. Ma ammettendolo abbiamo probabilmente trovato il canale
aperto.”
In psicologia e nella clinica in
particolare questo canale aperto è quella posizione che ci permette di lasciare
in sospeso la risposta: quello stato relazionale nel quale possiamo prenderci
il lusso di dimenticare ciò che sappiamo, di prescindere per un po’ dalle
nostre risposte per ascoltare l’altro.
Siamo pieni di risposte e di
significati più o meno globali della vita e questi significati, queste
convinzioni maturate nel corso dell’esistenza, sono una sorta di bagaglio che
portiamo con noi, una mappa con la quale interpretiamo il mondo.
Alcune sono talmente radicate che
diventano una sorta di sfondo, qualcosa con cui ci identifichiamo: una
vibrazione di fondo che ci rappresenta a tal punto che, se non indagata,
diventa una sorta di Io sostitutivo, quel “qualcuno di cui sono talmente
convinto che, da lì in poi, non c’è più bisogno che io pensi”.
E laddove smettiamo di pensare…
rispondiamo, passiamo all’azione, sosteniamo il nostro punto di vista e, in
base a quello, interveniamo sulle cose e con le persone, lasciamo da parte i
dubbi e le disquisizioni e ci immergiamo nel fare.
Non c’è niente di male in tutto
questo; se continuassimo ad analizzare e a riflettere, se non prendessimo mai
posizione e sospendessimo continuamente il giudizio, saremmo condannati
all’immobilismo e ad un inflazione del pensiero, ad un continuo soppesare che
non porterebbe a niente.
Per percepire bisogna agire. Solo
sperimentando e entrando in contatto con il mondo possiamo cogliere le
differenze e toccare con mano. Il bambino, il bambino che siamo stati, tocca,
porta alla bocca, ripete, ripete, ripete.
E’ facendo così che abbiamo
“portato dentro” gli oggetti e che ci siamo costruiti una mente, è continuando
ad andare a caccia di informazioni che accumuliamo esperienza e ricordiamo:
riteniamo dentro di noi come conoscenza le cose che abbiamo appreso, preso da
fuori.
Ripetiamo e ricordiamo e,
facendolo, consolidiamo ciò che siamo.
E’ così nei riti, nelle
abitudini, nelle routine e nei copioni consolidati con cui interagiamo nella
vita quotidiana. Proprio come un linguaggio, proprio come nel linguaggio, le
cose che abbiamo appreso si accostano e si legano fra di loro creando una sorta
di sintassi: una grammatica interna con la quale leggiamo il mondo.
Senonché… senonché, ogni tanto,
ci accorgiamo che altri la pensano in un modo diverso, che ci sono punti di
vista distanti con cui ci tocca (ci tocca in tanti sensi: ci tocca per forza,
ci urta, lo troviamo toccante…) fare i conti. Possiamo condividerli o opporci,
trovarli interessanti, inquietanti, diversi, stupidi, incomprensibili.
A volte queste mappe, le visioni
del mondo in cui ci imbattiamo, si incastrano bene con le nostre, i linguaggi
sono simili, sembra di parlare due dialetti non tanto diversi e… ci si capisce.
In quei casi basta rispolverare qualche vecchia risorsa che da bambini abbiamo
appreso: basta ripetere e far ripetere, ricordare e condividere i ricordi:
vedere quanto ci si assomiglia e cosa si ha in comune.
Ci si sintonizza, insomma, si
cerca di grokkare,come diceva Heinlein: di capire, proprio bene, fino in fondo
ciò che il linguaggio dell’altro comunica, ciò che la sua mente intende e che
la sua anima sente.
Si riesce, a volte. Se non si è
troppo rigidi! Si riesce se per un po’ ci si dimentica di sé, delle proprie
convinzioni e di qualche parte della propria mappa.
Le volte in cui non si riesce,
quelle volte in cui non si è in grado di fare spazio ad altri punti di vista e
ci si fissa nel proprio… si ripete: ci si ostina in una posizione, si fatica a
capire, ci si irrigidisce.
In altre parole ci si comporta
come quello scorpione di una favola indiana, che, volendo attraversare un fiume
e non sapendo nuotare chiede aiuto ad una rana. La rana, all’inizio rifiuta ma
poi si lascia convincere dalla buona motivazione dello scorpione che le spiega
che non gli converrebbe pungerla perché anche lui, se lei morisse a metà del
guado, affogherebbe. In mezzo al fiume, inesorabilmente, lo scorpione punge. E
quando la rana morente lo lascia cadere in acqua non ha altro da dire che “
cosa vuoi farci… è la mia natura”.
Lo scorpione è l’analfabeta
dell’incipit: non cambia perché non è in grado di dimenticare una
caratteristica che diventa, così, la sua natura.
E la riflessione di Feyman è un
monito e un invito a lasciare aperto il canale: a non chiudersi involutivamente
in ciò che si sa e si “è”.
Questa apertura non è, solo,
“tolleranza per il diverso/apertura all’altro/integrazione”, buone cose, ottime
intenzioni, spesso, principi morali che combattono una rigidità che sembra
immune, proprio come lo scorpione, ad ogni buon proposito.
Il dimenticare è un gesto attivo:
è la volontà di non dare risposte assolute e di continuare ad interrogarsi. Non
è smettere di avere memoria ma, piuttosto, rendere attivo anche il ricordare:
sapere dove stiamo pescando, distinguere lo sfondo su cui proiettiamo le nostre
idee, smettere di ripetere inconsapevolmente per lasciare spazio alla scoperta.
martedì 19 febbraio 2013
Metodo Feuerstein
1. La scuola, uno speciale ambiente di apprendimento
Un passaggio
significativo di uno dei primi documenti europei che ha affrontato il tema dei cosiddetti "nuovi apprendimenti", il
Libro Bianco di J. Delors, è quello che dice:
"per prepararsi alla società
di domani non bastano conoscenze e capacità di metterle in pratica acquisite
una volta per tutte. E' indispensabile
soprattutto l'attitudine ad apprendere e a comunicare". Parole queste che oggi si avviano rapidamente
a diventare fatti perché mai come oggi l'uomo, sconvolto fortemente il modello di
intelligenza sociale a cui era abituato, si trova pressato ad agire sempre più da solo con strategie formative
molto diverse da quelle adoperate nel passato. Oggi il modello di pensiero che si impone prevede una
formazione sempre più indipendente, critica, flessibile e soprattutto responsabile ed
autogenerativa. E' l'idea certamente non
nuova dell'auto-formazione su cui già Socrate ci faceva riflettere: l'autodirezione dell'apprendimento come valore
aggiunto acquisito e posseduto dal soggetto discente e l'autodirezionalità dell'educazione
come "pedagogia della responsabilità" che mette al centro dell'attenzione più le
esigenze-caratteristiche dell'allievo che non quelle del sistema educativo di appartenenza. Per l'istanza formativa della società
conoscitiva post-industriale non è più strategica la persona bene informata tanto quanto il suo contesto
lavorativo richiede, ma la persona capace di sapere come conoscere,
che sa come operano le proprie strategie cognitive ed emotive nel
momento in cui agiscono. Per promuovere
nella scuola e nella formazione di base un processo autoformativo è alta la qualità dell'azione richiesta. Non solo sul
piano del sistema "sociale-politico" o su quello "scolastico-pedagogico", necessari
entrambi come piattaforma di riferimento, ma soprattutto su quello "individuale-psicologico". E'
quest'ultimo senza dubbio il piano più importante perché la persona che si forma per se stessa assume
anche la responsabilità delle scelte che fa nella sua formazione: l'autodirezionalità prevede,
infatti, il controllo da parte del soggetto discente del proprio "progetto" di apprendimento.
Ma per progettare il proprio apprendimento bisogna prima conoscere il proprio
apprendimento ed oggi la ricerca mette
bene in evidenza come l’acquisizione di nuove conoscenze sia un processo nel quale
chi apprende svolge un ruolo attivo di rielaborazione e di riorganizzazione
delle informazioni: sono proprio le conoscenze e il loro peculiare modo di
riorganizzarsi a costituire quel sistema
di griglie che tutti adoperano per filtrare, sulla base
di criteri spesso inconsapevoli,
le nuove informazioni . Nessuno, oggi,
può continuare a pensare che il processo di insegnamento-apprendimento sia rappresentabile come semplice passaggio di
informazioni da un soggetto all’altro, come è stato in passato per gran parte della tradizione
didattica. Ormai si è consapevoli che, perché quanto proposto da un insegnante non si sovrapponga banalmente
e temporaneamente a quanto posseduto dall'allievo,
deve attivarsi un processo costruttivo capace di creare nuovi modi di
connessione e di organizzazione, sia dei
contenuti di insegnamento che di quelli di esperienza. Il processo di conoscenza di un
individuo (e di un individuo giovane in particolare) non è una strada dritta e comoda, non è una storia di cui si conosce
l'inizio e la fine. E' un'avventura scomoda ed esaltante dove l’inizio del cammino può essere ovunque,
la direzione qualsiasi, i passi diseguali, le tappe arbitrarie, l’arrivo imprevedibile, il senso
inesistente. L'esigenza di
approfondire la ricerca in questo campo di studio trova le sue ragioni nella convinzione che oggi sia possibile migliorare
l'intero processo educativo dei giovani e della formazione in generale, migliorando le
condizioni d'uso delle funzioni cognitive che presiedono alla costruzione della struttura di conoscenza e
degli strumenti che servono per gestirla. Non si tratta di impadronirsi dei risultati degli sviluppi
delle scienze che studiano la mente e il cervello, ma di tradurre le esigenze che si avvertono in campo
educativo e formativo in termini di maggiore conoscenza dei vincoli e delle possibilità
dell'apprendimento umano. Non esiste una
prassi educativa esplicita e trasferibile nella scuola a partire dallo studio dell’apprendimento, così come non esiste un
programma didattico capace di fare a
meno di conoscere il percorso evolutivo
che rimane originale, imprevedibile e peculiare per ciascuno di noi. Ecco per cui suonano illuminanti le parole di
Reuven Feuerstein, quando nel suo modo semplice e diretto affronta uno dei nodi cruciali della
psicologia contemporanea e della pedagogia sperimentale: "cos’è che rende il tè dolce? lo zucchero o il
cucchiaino?". In un bambino
impegnato nella propria organizzazione
cognitiva ed orientato alla costruzione della propria mappa di conoscenza del mondo, qual è l’elemento di
maggiore importanza che incide sulla sua “economia dell’apprendere”, il prodotto del suo
conoscere o lo stesso processo di conoscenza nel quale è immerso? E' più importante, per lui, l’insieme
dei contenuti formali delle strutture concettuali che assume o le operazioni e le dinamiche messe in
moto dall’atto del conoscere? Lette in chiave pedagogica queste parole dicono
molto sul ruolo strategico cui è chiamata una scuola che si proponga davvero di fare in modo che il bambino
straripante di potenzialità possa diventare l’adulto espressione di tutte queste
potenzialità. Secondo Reuven Feuerstein,
uno dei più insigni studiosi della psicologia dell'apprendimento e strenuo sostenitore dello sviluppo delle
potenzialità cognitive nell'uomo, l’azione da promuovere in tutti i giovani deve riguardare certamente la
qualità e la quantità di informazione ma deve soprattutto riguardare il processo che
sottende l’elaborazione dell’informazione assunta. Tradotto in scelte metodologiche e di pratiche educative,
significa saper privilegiare le dinamiche di processo più che quelle di prodotto, in modo che sia la
struttura dell’apprendimento, comunque e dovunque si svolga, a divenire elemento focale dello
sviluppo. Ci sono aspetti fortemente innovativi nel pensiero di Reuven Feuerstein sulle strutture
cognitive di cui l’uomo si serve per conoscere: il primo è quello che lo stesso Feuerstein
chiama il postulato scientifico della Modificabilità Cognitiva Strutturale (MCS), secondo cui
l’intelligenza umana non può essere considerata in termini di quantità fissa e
immutabile, ma come una vera e propria entità plastica e modellabile nel tempo; il secondo riguarda il modo di esperire
l'apprendere ed è costituito dal modello dell’Esperienza di Apprendimento Mediato (EAM), meglio noto
nella sua forma generale come modello della Pedagogia della Mediazione che attribuisce
alla presenza e all’azione di un mediatore (Human Mediator) la costruzione e l'affinamento di
quel delicato strumentario di cui ci si serve per costruire e gestire la propria struttura di
conoscenza. Certamente sono molte le teorie cognitiviste che nella storia della
psicologia scientifica si sono soffermate
sul concetto di modificabilità cognitiva umana, da Lewin a Piaget,
da Vygotsky a Bruner, da Gardner
a LeDoux a Maturana a Feuerstein. Ma mai come oggi appare chiaro nel contributo
del grande psicopedagogista israeliano il valore che può assumere l'interazione
umana (e quella educativa nello
specifico) nel modulare l'attività cognitiva di un individuo quando,
all'interno di un dato sistema culturale
di riferimento, si è in grado di creare condizioni in cui possono attivarsi specifici fattori di mediazione. 2. Una
nuova professionalità per saper educare l'intelligenza I sistemi formativi
di base più recenti si avviano sempre più decisamente a rivedere in profondità
i paradigmi che per tanto tempo hanno modellizzato l’azione della scuola nella
società. Così facendo tendono ad incrociare
sempre più direttamente il modo d'essere dei suoi principali attori, gli insegnanti. Con il risultato che è proprio la
tradizionale figura di insegnante a trovarsi in discussione e
profondamente rivisitata nei suoi tratti consueti. In classe, è meglio rappresentarsi un
insegnante che insegna o un formatore che forma? In classe è meglio interrogarsi su un insegnante che
insegna cosa, come e perché o su un
formatore che forma chi, come e perché? Di
fatto, ciò che distingue l'azione formativa da quella docente è lo spostamento
della focalizzazione primaria dal
processo di insegnamento a quello di apprendimento con tutto quello che tale
spostamento comporta: l’apprendimento
diviene il processo-obiettivo
mentre l’insegnamento assume valore di
processo-risorsa. E' tale inversione di ruolo ad essere nuova cifra di valore e a sottendere un profilo
professionale diverso, un profilo ad alto contenuto di competenza tecnica e
portatore di relazioni complesse. Come
avviene l’apprendimento per quel soggetto, su quel particolare contenuto, in
quello specifico ambiente, rispetto a
quella metodologia adottata? Come si sviluppa e come evolve il processo di ristrutturazione del suo ambiente cognitivo e
della sua specifica struttura di conoscenza? Difficilmente si insegna
costruendo ex novo. Al contrario si
risistema un pensiero esistente attraverso
un processo che sottende molti fattori attivi, un pensiero che continuamente si
interroga e che con insistenza esige risposte a domande cruciali
come, "che cosa so?",
“perché apprendo?”, “come mi motivo?”,
"che significa stare in relazione con me e con gli altri?”, “come cambierò
io stesso?”. Mai come oggi ciò che occorre al nuovo
insegnante è la capacità di riflettere
su se stesso, sulle competenze possedute
e su quelle inedite che gli vengono richieste. Si tratta di un problema che guarda all'immaturità di un ruolo che non
coglie il proprio specifico contesto di esistenza: quello di chi sa progettare e realizzare "ricerca" nel campo dei processi di
apprendimento, sperimentando quotidianamente l'oggettivo ordinario come
"nuovo" che si mostra senza certezze preconcette o ragioni
di utilità. L'esperienza dell'insegnante-formatore è un'esperienza in
situazione che non si ingabbia in nessuno schema precostituito. Il suo stare in situazione
si lega, non solo al fatto che si tratta sempre e comunque di un rapporto tra due soggetti che
interagiscono, ma anche alla constatazione che la situazione del rapporto
insegnamento-apprendimento ha carattere
di processo continuo, non necessariamente lineare, che senza rinnegare
il passato o trascurare il presente ha nel futuro la sua connotazione più appropriata. E' una
esperienza che non ha in sé la certezza di una visione del mondo da
imporre più o meno consapevolmente, ma
solo la forza dell'esperienza vissuta e rivissuta continuamente come nuova e nella quale ciascuno sta in relazione e in
relazione ricerca il senso della storia personale che via via va scrivendo. Purtroppo, ancora oggi, i sistemi educativi
non dispongono di "luoghi" appositamente strutturati per affrontare problemi di tale entità, né d'altra parte
appaiono adeguatamente preparati
i referenti istituzionali cui
compete il compito di dare risposte
concrete a bisogni tanto complessi quanto difficili da trattare. 3. Perché un Laboratorio di ricerca sui processi di apprendimento
mediato Per un insegnante, spesso non è facile andare oltre la situazione
educativa e le ordinarie dimensioni materiali
che la costituiscono, così come non è facile riuscire a penetrare la parte
sommersa delle componenti che
costituiscono la speciale relazione d'aiuto che ha con i suoi allievi. Di qui
l'esigenza, a partire dal 2002, di realizzare all'interno del Centro di
Eccellenza per la Ricerca didattica e la
Formazione dell'Università Ca' Foscari
(oggi Centro Interateneo del Veneto per la Ricerca didattica e la Formazione avanzata)
uno spazio fisico, ma soprattutto mentale, con cui far sperimentare nella scuola percorsi diversi e
innovativi dell'agire educativo. Nasce su queste basi il "Laboratorio sui processi
di apprendimento mediato” pensato per combinare insieme il
modello di ricerca proprio delle attività controllate come è tipico per un
laboratorio, con il modello di ricerca operativa svolta a scuola e in una situazione di realtà,
dove scuola e società, ciascuna con le proprie diverse ragioni si trovano continuamente ad interagire
Il Laboratorio, richiamandosi
principalmente alla scuola di pensiero di Reuven Feuerstein, ha avuto come scopo, da una parte, quello di realizzare
progetti finalizzati a verificare come sviluppare processi di potenziamento cognitivo, dall'altra, quello di contribuire ad un reale cambiamento di prospettiva da parte dell'insegnante, nella
lettura e nella gestione del processo educativo in classe. Le domande seguenti
sintetizzano il senso di quanto il Laboratorio, sin dal suo avvio, si è
proposto di studiare con l'intento di
migliorare il lavoro docente soprattutto in tutte le situazioni di difficoltà di apprendimento: - cosa pensiamo dell'intelligenza e della sua
misura? - come conosciamo e come
apprendiamo? - come progettare un'esperienza di apprendimento mediato? - come
agire per sviluppare un sentimento di auto-efficacia? - come valutare una prestazione
cognitiva? - come potenziare le capacità metacognitive e
metacomunicative? - come facilitare la
conoscenza e l’espressione della diversità? Per dare risposta a queste domande
il Laboratorio ha sviluppato diversi approcci di ricerca, come: o la ricerca di
campo con cui analizzare nei contesti reali dell'esperienza scolastica le
condizioni di insegnamento, gli
atteggiamenti individuali e collettivi, le pratiche ordinarie, i problemi ricorrenti, la valutazione degli
apprendimenti; o la ricerca sperimentale basata sull'utilizzazione della
Metodologia Feuerstein in contesti controllati e in una logica di
ricerca-azione; o la ricerca
simulata con cui sono stati esaminati i modelli applicativi del testing scolastico attraverso l'analisi critica dei test più
utilizzati in ambito educativo. All'interno del Laboratorio sono state realizzati anche percorsi di
aggiornamento professionale e attività di sensibilizzazione al Metodo
Feuerstein con lo scopo di facilitare lo
sviluppo di un contesto scolastico
attento ai risultati della ricerca scientifica nel campo della psicologia
cognitiva e della pedagogia sperimentale
e alle conseguenti applicazioni nei vari
contesti di riferimento. Un tratto caratteristico del Laboratorio è stato
quello che lo ha visto
anche come centro di informazione
e documentazione per la scuola e i suoi operatori. 4. Il Laboratorio diventa
Centro Studi Feuerstein. E’ in questa
esperienza che affonda le sue radici il Centro Studi Feuerstein, esperienza che
si traduce in una realtà concreta
nell’ottobre 2004, con la firma della Convenzione tra il Centro d’Eccellenza
dell'Università Ca' Foscari e
l’ICELP (International Center for the Enhancement Learning Potential) di Gerusalemme, l’Istituto
di ricerca fondato e diretto dal Prof. Reuven Feuerstein. Con la firma della convenzione il Centro Studi assume anche la
funzione di National Authorized Training
Center (NATC) per la sensibilizzazione in ambito educativo alla Metodologia Feuerstein e per la formazione al Programma di
Arricchimento Strumentale (PAS). La
collaborazione con l’ICELP seguita alla firma della convenzione ha contribuito
a sviluppare le attività di ricerca del
Laboratorio che in qualità di Centro Studi Feuerstein ha potuto estendere le proprie prerogative di struttura accademica,
divenendo sistema di accreditamento per gli operatori del settore
educativo scolastico interessati alle metodologie metacognitive nei
processi di apprendimento mediato. Allo
stesso tempo ha favorito il nascere di forme di cooperazione con altri centri autorizzati al Metodo Feuerstein,
sviluppando a partire dal 2005, con apposite convenzioni, una più stretta
collaborazione per il riconoscimento accademico delle attività di formazione
svolte. Come struttura di ricerca applicata all'interno della
sezione Formazione avanzata del Centro Interateneo, il Centro Studi Feuerstein ha
fornito varie forme di supporto alle scuole che applicano il Metodo Feuerstein,
sia per il potenziamento dei processi di
apprendimento in ambito disciplinare, sia per il sostegno di giovani con
disturbi o difficoltà di apprendimento. Nel contempo il Centro ha svolto
un'ampia attività di informazione e di sensibilizzazione sugli studi e le ricerche del Prof. Feuerstein, fornendo
con la realizzazione di corsi di alta formazione, di corsi di perfezionamento e di master
la possibilità a diverse figure professionali (insegnanti,
educatori professionali, psicologi,
formatori aziendali, etc.). di
sviluppare specifiche competenze nei
propri contesti di lavoro Nel contesto scolastico, lo sforzo che il
Centro Studi ha sostenuto con impegno e continuità è stato quello di facilitare un nuovo modello di
interazione pedagogica e didattica basato su
due fondamentali presupposti: una
condivisa ed omogenea pratica professionale
sorretta da una maggiore
attenzione al funzionamento cognitivo
dell'allievo e da un approccio metacognitivo alla relazione come strumento di promozione e di sviluppo
delle potenzialità intellettive del giovane; uno stile pedagogico-didattico attento al
valore della ricerca e orientato a considerare l'interazione insegnante-allievo come il
nucleo fondante del modo di vivere il ruolo di educatore e le sue dimensioni professionali rispetto ai
processi mediativi della comunicazione. Allo scopo sono state costruite e socializzate molte reti di
esperienze maturate nelle scuole con contatti tra insegnanti e realizzazione di
progetti per la sperimentazione di modelli applicativi di educazione cognitiva. A tutte le attività
svolte nelle scuole è stata garantita la vicinanza di un luogo accademico di rango universitario e una
continua offerta di spazi e momenti di aggiornamento e di formazione nel campo della ricerca di modelli
di valutazione dei fattori di insegnamento e di apprendimento. In tutti gli anni in cui il
Centro Studi ha svolto anche attività di
formazione al PAS ha potuto contare
sulla collaborazione di professionisti e
studiosi che operano all'interno di istituzioni pubbliche e/o private, non solo del settore
educativo scolastico, ma anche di quello clinico sanitario e
dell'associazionismo sociale e professionale. La continua attività di
aggiornamento e di formazione svolta negli anni ha permesso di raccogliere una rilevante
documentazione specializzata
costituita, tra l'altro, da ricerche di corsi di perfezionamento, tesi finali di master e
report di progetti educativi. 5. La vita
del Centro Studi : ambiti, attività, iniziative I corsi di perfezionamento e i
master Le attività di alta formazione
coordinate dal Centro Studi hanno riguardato la realizzazione di corsi di perfezionamento e di master universitari. I
corsi di perfezionamento si sono svolti negli anni accademici 2004-2005, 2005-2006 e 2006-2007 e
hanno avuto durate variabili tra le 400 e le 1500 ore.
L’ultimo corso, in
particolare, è stato di 1500 ore e ha previsto moduli di insegnamento in presenza e a distanza. Facendo riferimento agli studi sulla Cognitive Modifiability e
alla teoria della MLE (Mediated Learning Experience) di Reuven Feuerstein, l'obiettivo principale dei corsi è stato quello di specializzare
profili professionali, con background psico-pedagogico nel campo della
gestione di soggetti con bisogni speciali, in grado di
intervenire nei processi di recupero, di potenziamento e di sviluppo. Negli anni accademici 2007-2008 e
2008-2009 è stato svolto un master di
durata biennale sulla valutazione
dinamica e il potenziamento cognitivo.
Si è trattato di un master interateneo
di II livello in compartecipazione con la Facoltà di
Psicologia dell’Università di Padova. Il focus del master ha riguardato le dimensioni cognitive, motivazionali e sociali
dell’apprendimento, in un’ottica di
valutazione dinamica e di potenziamento delle diverse componenti
implicate nell’apprendimento scolastico
ed extra-scolastico. L’obiettivo è stato quello di fornire a psicologi clinici dell’apprendimento, del lavoro e di
comunità, ad educatori professionali, ad
insegnanti e psicopedagogisti e
ad operatori socio-sanitari conoscenze teoriche e strumenti operativi
innovativi per il l'aggiornamento della
propria attività professionale e di ricerca. I corsi di formazione per
applicatori PAS e valutatori LPAD Si è trattato di progetti educativi
scolastici realizzati a livello nazionale e regionale nella forma di momenti
di informazione e sensibilizzazione alla Pedagogia della mediazione
e di corsi di formazione
al Programma di arricchimento strumentale
di Feuerstein (FIEP - Feuerstein Instrumental Enrichment Program) e al suo sistema di valutazione dinamica (LPAD - Learning Propensity Assessment Device). A queste
iniziative si sono associate varie forme di applicazione degli strumenti all’interno di singole scuole
o reti di scuole. Avere associato al Centro Studi Feuerstein anche formatori
che operano nel settore clinico sanitario ha permesso di estendere il campo d'intervento
del Metodo Feuerstein a problematiche connesse con il recupero
di soggetti svantaggiati e/o diversamente abili grazie all’applicazione degli strumenti
diagnostici e di potenziamento. Dall'inizio
delle attività del Centro Studi sono stati più di cinquanta i corsi progettati
e realizzati e innumerevoli i progetti
sviluppati nella scuola e nell'extra-scuola. E' una chiara testimonianza dell'interesse manifestato dal mondo
dell'educazione, della sanità e dell'associazionismo sociale nei confronti dell''impegno profuso dal
Prof. Feuerstein a favore dell'uomo e delle sue potenzialità inespresse.
I poli territoriali e le convenzioni con gli ATC Per
rispondere alle richieste di assistenza
avanzate da singoli operatori, da scuole e
da enti e associazioni che
operano nel campo dell'educazione e del
recupero sono state stipulate in diverse regioni
apposite convezioni. Questo ha permesso di creare strutture locali nella forma di poli associati e di sviluppare iniziative di
collaborazione con il Centro Studi nel campo della ricerca e dell’aggiornamento
professionale. Le attività di collaborazione hanno riguardato in particolare: -
la progettazione e l’attuazione di seminari di aggiornamento professionale e di
corsi di formazione a supporto dei nuovi
profili docente e delle nuove competenze richieste dal mondo della scuola; - l’elaborazione di modelli
innovativi sui processi di apprendimento in presenza e a distanza e di sperimentazione degli stessi in contesti
lavorativi e formativi; - l'individuazione di modelli di intervento didattico
per facilitare lo sviluppo di competenze di base di competenze trasversali; - lo studio e la ricerca di metodologie
applicative con riferimento a problematiche di intervento in situazione di diversità e di bisogni speciali.
Sono stati sottoscritti accordi di collaborazione anche
con centri autorizzati alla
formazione PAS per favorire un lavoro
comune nell'intento di sostenere con maggior forza il pensiero di Feuerstein e la diffusione del suo sistema applicativo. Gli
obiettivi sottesi sono stati, in particolare, quelli di: - facilitare la standardizzazione dell’offerta
formativa attraverso la
condivisione dei protocolli specifici del sistema accademico
universitario; - creare condizioni
sempre più favorevoli alla crescita professionale degli applicatori del Metodo Feuerstein nei diversi contesti applicativi di
riferimento. Le iniziative nel settore clinico-sanitario Sono attività che
hanno interessato lo sviluppo di
modalità applicative del PAS e
dell'LPAD su target costituiti da soggetti giovani e adulti con
bisogni speciali certificati. In
tale contesto, interventi specifici sono
stati rivolti anche alla terza età con applicazione degli strumenti PAS sulla gestione
dei processi di controllo cognitivo e metacognitivo in condizione di
decadimento mentale. Dal punto di vista
procedurale sono stati attivati protocolli diagnostici ed applicativi basati
su strumenti LPAD e
PAS a complemento o in
sostituzione delle metodiche riabilitative adottate all'interno di strutture sanitarie locali. Con alcune strutture sanitarie locali la
collaborazione si è estesa anche alla
realizzazione di convegni e seminari
rivolti ad operatori socio-educativi e sanitari del territorio e mirati a
svolgere momenti di approfondimenti e
confronto sui processi e sulle strategie di empowerment cognitivo in soggetti con disturbi aspecifici di
apprendimento. Forme di collaborazione
sono state anche sviluppate a supporto
di iniziative editoriali curate da team
di specialisti del settore che hanno permesso di informare il territorio e di fornire proposte operative in diverse situazioni di bisogno
speciale. Le azioni a supporto dei workshop e
dell'attività di ricerca di ICELP Dalla firma della convenzione del 2004 e
fino all'ultima dell'inizio del 2010 sono stati molti
i contatti tra il Centro Studi e
l'ICELP e molte le iniziative sviluppate insieme a supporto degli studi e delle ricerche del Prof. Feuerstein e del suo
team . Tra le più significative quella che ha visto il Centro Studi, come dipartimento di ricerca
applicata del Centro Interateneo per la Ricerca didattica e la Formazione avanzata, e l’Università Ca’
Foscari di Venezia, impegnati nello sponsorizzare e supportare il 29° workshop internazionale
dell'ICELP svoltosi nel 2008 per la prima volta in Italia, nella città di Jesolo. Il Centro Studi ha
partecipato anche al 30° Workshop internazionale dell’ICELP svoltosi a Torino nel mese di Luglio 2009 con il patrocinio del
Centro Interateneo del Veneto e dell'Università Ca' Foscari di Venezia. Numerose
sono state le iniziative di
pubblicizzazione del Metodo Feuerstein promosse
e curate direttamente o
indirettamente negli anni dal Centro
Studi. In particolare sono state
molte le occasioni di messa a fuoco degli aspetti di
conoscenza sui processi di pensiero e di apprendimento che la ricerca applicata di ICELP continua a
sviluppare. La realizzazione
dell'edizione italiana delle opere di Reuven Feuerstein Tra le altre iniziative, rilevante è stata
l'azione del Centro Studi a supporto
della traduzione e la stampa della
prima edizione italiana di una delle
opere fondamentali del pensiero del Prof. Feuerstein, "The Feuerstein Instrumental
Enrichment Program" per i tipi di Erickson. Allo stesso modo il Centro Studi sta fornendo la propria
collaborazione anche per l'edizione italiana della seconda opera fondamentale
dello studioso, "The Learning Propensity Assessment Device", attualmente
in corso di traduzione a cura della stessa casa editrice Erickson. L'accreditamento
accademico dei corsi di formazione ICELP.
(Tratto da relazione del Prof. Mario Di Mauro Direttore
Centro Studi Feuerstein) Centro Interateneo perla Ricerca didattica e la
Formazione avanzata
lunedì 17 dicembre 2012
Dalla rivista "Autismo oggi"
I PRIMI PASSI DEL PERCORSO
VERSO LA COMUNICAZIONE
Cesarina Xaiz, Psicomotricista e terapista della famiglia,
Laboratorio Psicoeducativo, La Valle Agordina (BL), Italia
Enrico Micheli, Psicologo , Servizio Età Evolutiva Distretto
di Agordo (BL), Italia
Tratto dalla Rivista: Autismo Oggi
I genitori dei bambini con autismo che abbiamo incontrato ci
hanno detto che il “non comunicare”, il “non riuscire a entrare in contatto”,
il “non avere uno scambio con il bambino su quello che gli piace, o su quello
che c’è intorno”, il “non riuscire a passargli niente di quello che vorrei
fargli conoscere o sapere”, è forse la difficoltà maggiore che essi
sperimentano nella vita con il bambino. Questo anche in situazioni piene di
fatica fisica e stress : bambini che scappano in strada, che si picchiano, che
urlano tutta la notte. Incontrare queste dichiarazioni ogni volta che
conosciamo una nuova famiglia continua a colpirci, anche se non ci stupisce più.
Dimostra che i genitori hanno una chiara percezione della comunicazione come
componente essenziale dell’umana qualità della vita . Essi intravedono per via
intuitiva, anche senza avere mezzi per trarne conseguenze operative, l’attuale
conoscenza sull’intreccio tra comunicazione e problemi di comportamento (Carr)
e apprendimento culturale (Bruner) e ci dicono: intervenire sulle abilità
comunicative è importante e senza perdere tempo.
Comunicazione e autismo
L’eterogeneità, la variabilità in caratteristiche e in
gravità sono tipiche dell’autismo: Anche le difficoltà in quest’area quindi, si
presentano diversissime tra individuo e individuo. Dire autismo quindi non
significa proprio nulla se quello che cerchiamo è una guida all’intervento
sulla comunicazione. Moltissimi bambini non parlano; altri passano dall’uso di
singole parole o frasi ecolaliche all’uso vario e articolato di un linguaggio
verbale che conserva difficoltà che arrivano ad assomigliare ai Disturbi
Specifici del Linguaggio, fino ad avere difficoltà solo nell’uso del linguaggio
come mezzo per un fluente scambio reciproco di conversazione. Non c’è quindi
alcun tratto comune a tutte le persone con spettro autistico, per quanto
riguarda l’area comunicazione? Alcuni tratti comuni sembrano esistere:
· la limitatezza
delle funzioni spontaneamente servite dalla comunicazione: la funzione del
controllo e influenza sull’ambiente per ottenere ciò di cui si ha bisogno o si
desidera (richiesta, rifiuto) prevale sulle altre funzioni di affiliazione e di
condivisione di esperienze.
· l’intreccio
tra le difficoltà di comunicazione e le difficoltà sociali. Difficoltà nello
sviluppo dell’ attenzione congiunta si trovano in tutti i bambini dello spettro
autistico.
· difficoltà a
riconoscere e padroneggiare il meccanismo di fondo della comunicazione: l’idea
stessa dello scambio di messaggi.
In questi tratti comuni si nota l’intreccio, la connessione
sistemica tra la menomazione dello sviluppo della comunicazione e la
menomazione nello sviluppo della relazione sociale reciproca. Infatti anche nei
bambini che parlano, a volte con un linguaggio ricco, con frasi di molte parole
e vocabolario appropriato, vediamo che il parlare risponde non a una
comunicazione efficace, inviata e monitorata allo scopo di raggiungere uno
scopo sociale, ma all’esplicarsi di una attività che in assenza di un preciso riferimento
funzionale sembra fine a se stessa. La mancanza di una spontanea, innata e
flessibile capacità di entrare in contatto con gli altri da una parte e
dall’altra di usare i mezzi di cui disponiamo per inviare messaggi , non
comporta affatto una parallela difficoltà di apprendimento. Anzi, ciò che viene
a mancare nel bagaglio predisposto in modo innato, viene compensato da funzioni
e abilità apprese. Nella maggioranza delle persone con autismo, possiamo vedere
come spesso il bambino apprende modi per svolgere la necessaria funzione di
regolazione dell’ambiente: sono modi di comunicazione molto poco convenzionali,
effettuata con forme (motorie, o indifferenziati segnali di disagio) che nello
sviluppo normale di solito precedono il prorompere dello sviluppo della
comunicazione convenzionale (mimica, gesti, parole, frasi). Oppure utilizzano
spezzoni di linguaggio parlato appresi (ecolalia), non riconosciuti agevolmente
da noi come invio di messaggi, nel tentativo di raggiungere uno scopo, come
chiedere o rifiutare. L’apprendimento della comunicazione è un fenomeno di
natura transazionale. Ciò significa che il comportamento del bambino provoca
una risposta nell’ambiente che a sua volta influenza lo sviluppo delle abilità
nel bambino.
Non ci stupiamo quindi se le inabilità comunicative del
bambino, che provocano risposte nell’ambiente, finiscono con trasformarsi in
mezzi per ottenere ciò che si vuole: l’ecolalia, le stereotipie motorie,
l’urlare, lo sbattere la testa, il lanciare oggetti, che provocano nell’ambiente
una risposta di assistenza e intervento. Nello stesso tempo questo ci indica
una via molto chiara: insegnare abilità di relazione sociale e la funzione dei
messaggi intenzionali.
L’insegnamento della comunicazione e le sue difficoltà
In un bambino con paralisi cerebrale notiamo difficoltà nello sviluppo del
movimento di tipo quantitativo e qualitativo, e il deficit motorio si intreccia
con altre difficoltà e problemi. La risposta dell’ambiente alle difficoltà del
bambino influenza la possibilità e le forme dell’apprendimento in questo campo.
Anche qui occorre tecnica, conoscenze, tenacia.
Un elemento però facilita l’impresa: la visibilità, la
fisicità della topografia del movimento degli arti aiuta il terapista a
programmare piccoli passi , piccole approssimazioni verso una meta, che può
essere condivisa tra terapista e bambino, portando a un “circolo virtuoso”. Il
terapista avvertito è in grado di considerare abbastanza agevolmente la
costruzione lenta di sempre migliori e nuove abilità partendo da ciò che c’è
nel bambino; l’intreccio di questo lavoro con l’uso esplicito di protesi per
facilitare l’esercizio della funzione cui il movimento del bambino ancora non è
in grado di servire efficacemente, come lo stare in piedi o lo spostarsi; le
approssimazioni verso la meta vengono rinforzate e mantenute. Nella
Comunicazione con il bambino autistico ci comportiamo o come chi non chiede al
bambino con PCI alcuno sforzo di movimento, sostituendosi a lui nell’esercizio
delle funzioni, o come chi chiedesse al bambino con PCI di sforzarsi una buona
volta e di saltare.
Mentre nel campo del movimento possiamo immaginarci i piccoli
passi e per esperienze personali immedesimarci nella difficoltà di compiere
azioni , e pensare di essere nei panni di chi ha bisogno di lenta
riabilitazione, nella comunicazione non siamo in grado di pensare in termini di
piccoli passi. Non riusciamo a vedere il rapporto tra il singolo passo e la
meta .A volte non riusciamo ad immaginare che bambini così abili e sensibili
abbiano bisogno di una lunga strada per imparare semplici componenti della
comunicazione.
Bene, non abbiamo altra strada: raccogliere tutto quello che
si è conosciuto e studiato su relazioni sociali e comunicazione nello sviluppo
normale e tutto quello che si è studiato e saputo sui mezzi per ottenere
cambiamenti nelle persone con autismo per avere, nei confronti della
riabilitazione in comunicazione di un bambino con autismo, un atteggiamento
analogamente attento e produttivo: individuare priorità, definire mete, scomporle
in passi, escogitare esercizi.
Un percorso: Oggi possiamo contare su consolidati principi
dell’insegnamento della Comunicazione
· Il centro degli
sforzi per l’incremento della comunicazione deve essere lo sviluppo di abilità
di comunicazione utili nell’ambiente in cui il bambino vive.
· lo sviluppo
della comunicazione implica continuità tra abilità di relazione sociale
reciproca (intersoggettività), comunicazione preverbale e comunicazione
verbale; va data quindi appropriata e individualizzata enfasi nel curriculum al
tentativo di sviluppare abilità preverbali sociali e comunicative.
· un comunicatore
competente è il prodotto dell’interazione nello sviluppo di capacità cognitive,
socioaffettive, linguistiche; le decisioni da prendere nel progetto
dell’incremento della comunicazione si basano quindi su un accurato profilo di
sviluppo dell’individuo in tutte queste aree.
· l’enfasi su
interazioni di successo in contesti naturali influenza ogni aspetto del
programma, dall’individuazione delle mete alla progettazione dell’intervento.
· anche il partner
nella comunicazione, se vuole favorirne l’incremento, ha abilità da imparare:
creare opportunità per la comunicazione , attendere l’iniziativa comunicativa,
leggere i tentativi di comunicazione, e rispondere in modo da sostenerli.
Come applicare questi principi? Cominciando subito un
intervento intensivo, appena il bambino con problemi di tipo autistico è
portato alla valutazione e alla diagnosi, anche prima che la parola fine sia
stata posta al percorso diagnostico. Sappiamo che le difficoltà sociali e
comunicative del bambino autistico possono avere alla base difficoltà ancora
più di base, come l’attenzione e la modulazione dell’arousal. Questo da un lato
ci obbliga a prestare attenzione nell’individualizzare il percorso, dall’altro
ci può tranquillizzare perché molti aspetti della vita quotidiana, se ben
giocati, possono far parte del curriculum, nella misura in cui vengono incontro
agli interessi del bambino, ne facilitino l’attenzione e ne rinforzino
l’attivazione. Possiamo insomma contare su un circolo virtuoso. Ma
addentriamoci un po’ nel potenziale curriculum , per intenderci,
“pre-comunicativo”: la prima cosa da fare è , “tentare di immettere il bambino
piccolo nel mondo sociale”: aiutarlo a prestare attenzione al volto umano, ai
segnali sociali, tollerare la prossimità, godere dello scambio e del contatto.
L’incremento di abilità di interazione sociale : attenzione
congiunta, emozione congiunta, scambio di oggetti e di turni, uso flessibile
dello sguardo, è quindi la prima tappa di un percorso verso l’incremento della
comunicazione. Un’accurata valutazione di abilità, punti di forza, possibilità
in questa area è quindi fondamentale. E’ quindi possibile dedicarsi
all’insegnamento di abilità in quest’area. Essa, pur con le difficoltà del
bambino con autismo, finirà per mescolarsi naturalmente a modalità di comunicazione
preverbale.
Il bambino che ha appreso abilità di interazione sociale
reciproca infatti potrà per esempio guardare di più in faccia il papà, quando
spingerà la mano verso un giocattolo per chiederlo; oppure sorriderà di più
quando lo otterrà; presterà più attenzione ai messaggi dell’altro, come gesti o
altre indicazioni non verbali.
Papà, mamma , operatori troveranno quindi nel raggiungimento
delle mete in quest’area un contatto sociale con il bambino che prepara un buon
terreno per curare quegli aspetti di natura transazionale che possono preparare
un circolo virtuoso per lo sviluppo di abilità comunicative.
Per questo è importante lo studio dei suoi interessi ed
emozioni, le sue passioni, quello a cui presta spontanea attenzione; lo studio
dei suoi gusti e dei suoi bisogni.
Questo complesso profilo sarà indispensabile per comprendere
quale sarà per il bambino l’oggetto della relazione sociale e dei messaggi che
impareremo a scambiarci che sarà adatto a lui.
E’ inutile pretendere di comunicare su oggetti di scarso o
nullo interesse per il bambino; non esiste livello basso, esiste il livello del
bambino: cibo, giochi ripetitivi, acqua, movimenti, luci e colori possono
essere nobilissimi oggetti su cui comunicare.
E’ importante non trovarsi su un piano di comunicazione
totalmente diverso : credere per esempio possibile una comunicazione su un
piano simbolico, con significati di empatia mentre in realtà il bambino
risponde al concreto del contesto. Altra componente fondamentale del
curriculum: l’imitazione. Si può camminare contemporaneamente su tre binari:
quello dell’imitazione spontanea, quello dell’insegnamento dell’imitazione
all’interno di attività spontanee di gioco ( modellare ad esempio l’imitazione
del gesto di battere su un tamburo) , quello di veri e propri training
strutturati di imitazione . Imitazione di movimenti e suoni, impostata
solamente allo scopo di ottenere l’attenzione del bambino al tuo gesto e al tuo
suono, e la replica via via più adeguata del gesto e del suono. Si può seguire
in questa attività una progressione dal più facile al più difficile, presente
in molti repertori di sviluppo, ma da adattare a ciascun bambino. Poi, secondo
il principio ben noto del procedere per piccoli salti verticali e ampi tratti
orizzontali, inserire le nuove abilità imitative del bambino dentro attività
ludiche e piacevoli: imitare i gesti di canzoni mimate, imitare il gesto che
serve per produrre uno spettacolo emozionante, imitare il suono di una
filastrocca per ottenerne la conclusione.
Giocare insomma con i gesti e con i suoni e giocare a
ripeterli. Se nel frattempo non troviamo nulla di strano nei tentativi di
migliorare la motricità fine del bambino, infilando perle, facendo puzzle,
ecc., perché non ricordarci di promuover miglioramenti nelle abilità fini
motorie del sistema fonatorio del bambino? Soffiare piume e spingere palline da
pingpong, spegnere candele, fare bolle di sapone, masticare chewing gum,
leccare nutella spalmata intorno alla bocca, fare facce allo specchio…fare
suoni strani, ecc..
Altra parte cui dare importanza, proporsi di passare
dall’imitazione al gioco simbolico; dapprima semplice e imitativo, poi più
complesso. Collegare il piacere che il bambino ha imparato a trarre dai giochi
di scambio sociale, di imitazione, di contatto, con il piacere di svolgere
queste attività in modo simbolico, e con oggetti e personaggi sempre più
mentalizzati. Mentre gran parte del tempo sarà quindi impegnato nel gioco per
l’interazione sociale, nell’imitazione, nell’esercizio di abilità fonatorie, ma
anche nella vita quotidiana del mangiare, del lavarsi, del passeggiare, del
dormire, ecc, nell’insegnamento di abilità motorie fini e grosse e nell’uso di
tutto questo per vivere una bella vita da bambino, sarà automatico inserire nel
programma mete specificamente di comunicazione. A questo punto del percorso,
per individuare le mete, occorre studiare le diverse dimensioni della
comunicazione. Non affrettarsi a correre a insegnare forme più avanzate a
bambini che ancora non hanno apprezzato la funzione.
L’insegnamento degli scopi della comunicazione e della
meravigliosa capacità della comunicazione di influenzare l’ambiente e di
rispondere quindi ai miei bisogni ( facilmente scoperta dal bambino a sviluppo
normale), precede l’insegnamento di forme convenzionali e richiede lo studio,
l’accettazione, la promozione di forme più primitive o più spontanee.
Watson , Schaffer, Lord e Schopler (1997) con il loro “
Curriculum” per l’insegnamento della comunicazione spontanea, una guida alla
valutazione, programmazione e intervento che aiuta nell’intervento con il
bambino reale, nel suo contesto di vita, in stretta collaborazione tra
terapisti e genitori, ci danno sull’insegnamento della comunicazione
indicazioni fondamentali.
E oltre? Che fare se e quando un bambino parla?
Un gran numero di bambini autistici sviluppa il linguaggio
parlato, anche se con particolarità , dette sopra, che rendono difficile e poco
efficace la comunicazione. Attenzione perché questo può accadere a un bambino
anche molto piccolo; oppure a un bambino più grande che arriva al linguaggio
parlato in ritardo. La continuazione, adattata alle fasi dell’intervento e
dello sviluppo, di un intervento sulla socialità , oltre che sulla
comunicazione, può essere essenziale per superare particolarità quali:
· ecolalia
· difficoltà
nell’uso conversazionale del linguaggio
· difficoltà nella
reciprocità
· difficoltà
linguistiche simildisfasiche
· bizzarrie
nell’uso di vocaboli, intonazione meccanica , comparsa sporadica di ecolalie e
inversione pronominale
L’intervento continuerà, qualora questi difetti incidano
sulla qualità della vita, con:
· intervento di
tipo logopedico per insegnare un linguaggio più ricco e flessibile
· intervento di
abilità sociali per promuovere routine socialmente accettabili e scambi
· intervento socio
affettivo e di rilassamento per rassicurare
· esperienze di
vita e di apprendimento, adattate al modo di funzionare nell’autismo, che
permettono lo sviluppo di un contenuto mentale meno rigido e più condivisibile.
Modalità di insegnamento e organizzazione
Per facilitare l’atto e l’esperienza del comunicare
occorre individuare e conoscere bene il
livello, il tipo degli atti comunicativi da richiedere, che siano realmente
basati sulle abilità possedute e sugli interessi autentici della persona.
Organizzare l’ambiente e la relazione sociale in modo che, in luogo di essere
fonte di tensione, confusione, agitazione, sconcerto e frustrazione, siano
strada maestra per l’espressione, in una forma possibile e conosciuta, di
messaggi con scopi comunicativi padroneggiati.
I nuovi dati di cui disponiamo, secondo i quali un intervento
intensivo e precoce, con forte enfasi su training strutturati, ha portato il
numero dei bambini autistici che parlano dal 50 al 75%, sono molto
incoraggianti ma rischiano di accentuare, in lettori non accorti, una serie di
errori nella metodologia e nell’organizzazione dell’insegnamento della
comunicazione.
Si dimenticano due fattori essenziali:
· L’assoluta
necessità che le interazioni comunicative richieste al bambino siano seguite
dal successo comunicativo. Troppo spesso si confonde la necessaria enfasi su un
intervento strutturato, intensivo e direttivo per insegnare abilità emergenti
con richieste del tipo “Dimmelo bene se no non te lo do”, forzature e
frustrazioni, che sono l’esatto opposto di ciò che è necessario
· L’inserimento
di socialità e comunicazione all’interno di una logica di sviluppo ( è inutile,
anzi dannoso, tentare di insegnare abilità che normalmente non sono presenti
nei bambini normali di quell’età ) e di una conoscenza del possibile contenuto
mentale del singolo bambino che abbiamo davanti (è inutile, anzi dannoso,
chiedere al bambino di significarmi con parole o gesti o altro ciò che non ha
in mente, e nemmeno nel cuore)
La fretta e la confusione con cui si cerca di insegnare forme
di comunicazione convenzionali a un bambino che ancora è in grado di comunicare
solo in modo limitatissimo nell’ambito di pochissime e ristrette richieste o
rifiuti è una delle cause più frequenti di frustrazioni e fallimenti.
Attenzione! Parliamo di fretta e confusione, non di appropriata programmazione
e insegnamento. Credo che oggi si può fare una sintesi tra Schopler, Lovaas,
Koegel. Lovaas ci ricorda l’assoluta necessità di training intensivi
finalizzati a permettere al bambino di apprendere con condizionamento operante;
Koegel ci ricorda l’importanza di scegliere accuratamente i comportamenti da
rendere oggetto di training, in modo che questa costosa operazione porti a
vantaggi generalizzati al di là del singolo comportamento insegnato ( e qui
sono stati indicati i comportamenti intersoggettivi e l’imitazione come
”pivotal behaviors”); Schopler, oltre all’adattamento dell’ambiente in funzione
di punti di forza, ci suggerisce il metodo dell’organizzazione della situazione
per produrre l’atto comunicativo.
Gli aspetti organizzativi non sono di poca importanza. Un
bimbo piccolo è visto e valutato e, in poco tempo, abbiamo la certezza che di
Spettro autistico si tratti. Subito! Cominciare subito! Va creata subito
l’alleanza genitori- terapista- maestra- bambino, che lavorino sugli stessi
principi in stretto accordo. Evitiamo di fare affermazioni assurde come “ non
si può fare logopedia” o “occorre psicomotricità”. Occorre un immediato
intervento psicoeducativo intensivo, su tutte le aree della vita del bambino;
occorrono terapisti esperti e formati per l’intervento con il bambino piccolo,
che facciano in modo generalista ciò che serve per unire l’arco della vita del
bambino. Se poi occorre un esperto di linguaggio sentiremo il parere del
logopedista o dello psicomotricista. E’ necessario superare queste idiote
barriere. Perché ciò che occorre è un ambiente chiaro, organizzato, ben
evidenziato intorno a precisi nuclei di attività o interessi; un adulto che non
si sostituisce al bambino, confondendolo, ma sa chiedergli azioni che il
bambino può svolgere con successo, rimanendo un chiaro punto di riferimento che
sa anche togliersi di mezzo e aspettare e contemporaneamente essere un
facilitatore che risolve problemi o suggerisce modi per arrivare al successo;
tutto ciò va creato a scuola e a casa, ed è il substrato necessario
dell’avanzamento in comunicazione. La sfida che abbiamo di fronte, ora che
abbiamo imparato tutto questo e abbiamo cominciato ad applicarlo, è quella di
trasformare questi concetti in un concreto servizio di trattamento intensivo
per tutti i bambini autistici.
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