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domenica 30 aprile 2017

Tratto da Forme Vitali di Mauro Pellegrini

L’ego e l’arte del Monopoly

“Se si insegnasse la bellezza alla gente,
la si fornirebbe di un’arma
contro la rassegnazione, la paura e l’omertà”
Peppino Impastato
E invece della bellezza una delle cose che viene più insegnata è l’arte di giocare a Monopoly: quel misto di aggressività, avidità e furbizia che serve a prevalere, ad accumulare e a confrontarsi con gli altri su un piano che contempla solo la logica del più forte, del più bravo ad approfittare della situazione e a ricavarne di più.
Non mi riferisco al gioco da tavolo. In quello almeno si parte tutti con le stesse risorse, il lancio dei dadi garantisce una certa dose di incertezza e, quando si inizia a giocare, si sa che… “questo è un gioco”.
Ciò di cui parlo è una modalità di relazione che accentua la distanza e che appiattisce il rapporto con l’altro, favorendo solo tre posizioni: sopra, contro, sotto.
Sono gli unici tre modi di relazionarsi che l’ego conosca: “sto sopra e domino; combatto per vincere o per non soccombere; sono sotto e provo invidia/gelosia”. Nessuno spazio per la collaborazione a meno che non implichi un’alleanza in una delle tre posizioni: stiamo insieme per dominare, per combattere, per rivendicare. 
Questo fa l’ego perché questo viene insegnato, principalmente. Freud parlando dell’Io lo definiva un servo al servizio di due padroni: c’è l’Es la parte istintuale che ordina fai ciò che ti piace, e il Super-Io che insiste su fai la cosa giusta, e c’è questa sorta di arlecchino che si barcamena, che fa aspettare un po’ l’uno e un po’ l’altro e che, se chiede consiglio su come cavarsela fra Scilla e Cariddi, viene istruito prima di tutto sulla legge della giungla così che, come disse Dryden: “Il prete continua ciò che iniziò la balia, e in tal modo il bambino inganna l’uomo”.
Ci vengono, insomma, insegnate queste tre posizioni fondamentali e siccome queste conosciamo, andiamo avanti in automatico in un gioco che, essendo il gioco più giocato, lascia poco spazio a tutto il resto. 
E’ così che l’Io si riduce ad una sorta di ingranaggio talmente preso dal compito da dimenticare la bellezza!
La maggioranza dei sintomi con cui chi svolge il mio lavoro si trova ad avere a che fare in fondo ripetono: “sono brutto, non mi sto piacendo, non trovo più il bello nella mia vita”. La depressione, il panico, l’ansia e l’ossessione sono, in questo senso, ricerche: tentativi storti, convulsi, insistenti, maldestri e a volte disperati di ritrovare un’armonia, uno spazio  libero dal sopra-contro-sotto.
Mi capita di incontrare pazienti che si descrivono come una macchina. Parlano di quanto bene stanno svolgendo il loro lavoro, degli impegni a cui fanno fronte e dei meriti che sentono più o meno riconosciuti e, poi, descrivono un sintomo: qualcosa che inspiegabilmente non va, una sorta di: “vedi, ho fatto per bene questo e quest’altro, lancio i dadi, passo dal via, ho comprato cose che dovevano garantire l’arrivo di altre cose, ho fatto del mio meglio per non stare sotto o per innalzarmi al di sopra e… non sto bene.” Spesso con loro cito una frase di Jung che dice che gli Dei sono diventati sintomi. Serve ad invitarli a riflettere sulla macchina e a cercare dentro al sintomo, per trovare una Forma Vitale, qualcosa che spinge per manifestarsi e che NON È uno sforzo per prevalere. Infatti il sintomo è un invito al pensiero e all’amplificazione: un’esortazione a smettere di ripetere e a fermarsi per scovare nella sofferenza una risposta. Il “dio” di cui parla Jung è qualcosa che va oltre al contingente, qualcosa che riguarda la profondità dell’individuo e che rimanda ad altro offrendo una via di uscita che passa per uno stile di pensiero, un’estetica diversa.    
Sotto agli ingranaggi e, a volte, direttamente dentro al sintomo, ci si imbatte in una pulsione che non lavora per il dominio ma per la risonanza: qualcosa che punta alla condivisione, all’affinità, alla sintonia. 
Il problema non è la supremazia. Siamo animali sociali e sempre sentiremo una spinta per la visibilità, per il posto migliore, per la razione più succulenta. Il problema è l’ipertrofia dell’ego che oscura la consapevolezza del gioco. Prendiamo così sul serio le istruzioni che ci dimentichiamo della libertà di smettere di giocare
E’ a questo che serve la bellezza: distrae dal compito, impedisce la rassegnazione e rompe con l’omertà. Spesso crea dei sintomi. Le macchine non soffrono e giocano sempre lo stesso gioco!


venerdì 26 settembre 2014

Il tradimento del corpo...A. Lowen e la Bioenergetica



L'analisi bioenergetica è un metodo, unico nel suo genere, che combina terapia corporea e psicoterapia verbale. Il concetto di integrazione è basato sul fatto che mente e corpo formano un'unità. Noi siamo i nostri pensieri, emozioni, sensazioni, impulsi ed azioni.
Essa affonda le sue radici nell'opera di Sigmund Freud che fu il fondatore della psicoanalisi. Egli nacque nel 1856 a Vienna, dove studiò medicina e neurologia e sperimentò nuovi modi di porsi in relazione con i pazienti.
All'epoca di Freud le persone soffrivano di un gran numero di malattie per le quali la scienza non aveva rimedi: paralisi, cecità, attacchi epilettici, perdita della memoria e perdita di sensibilità in varie parti del corpo. Freud scoprì che tali sintomi altro non erano che l'espressione corporea di esperienze infantili di dolore e di paura, che la mente aveva rimosso. Aiutando questi pazienti a ricordare e rivivere tali esperienze negative, Freud riuscì a curare i loro sintomi corporei e chiamò questo metodo psicoanalisi. Una volta che il paziente era diventato consapevole di quello che gli era accaduto da bambino, non aveva più bisogno di esprimere questi ricordi mediante sintomi corporei. Per far emergere tali ricordi dalla loro repressione Freud utilizzava i sogni dei pazienti, gli errori verbali (lapsus), le associazioni libere, il transfert.
Il transfert rappresenta una condizione nella quale una persona vede alcune delle sue relazioni interpersonali attraverso le lenti delle sue esperienze infantili. In altre parole, gli individui vedono i loro amici, i loro bambini, i loro superiori sul lavoro o il loro terapeuta non come questi sono realmente, bensì come se questi fossero il genitore che li ha, ad esempio, rifiutati, ignorati, criticati o umiliati. Essi trasferiscono i ricordi repressi di quello che è stato loro fatto nel passato sulle persone che fanno parte della loro vita presente.
Wilhelm Reich, vissuto dal 1897 al 1957, fu paziente ed allievo di Freud. Mentre Freud poneva attenzione soltanto alla produzione verbale dei pazienti, Reich introdusse nella psicoanalisi anche l'osservazione del corpo, come l'espressione degli occhi e del viso, la qualità della voce e i vari tipi di tensioni muscolari. Descrisse per primo quello che noi oggi chiamiamo linguaggio del corpo. Nello stesso modo in cui Freud notò una spaccatura fra memoria conscia ed inconscia, Reich notò una scissione fra le varie espressioni del corpo. Per esempio, una persona può ridere ma non essere consapevole che l'espressione del suo viso è triste. Può dire parole gentili, ma non rendersi conto che i suoi occhi sono pieni di risentimento o che la sua bocca ha una espressione negativa.
Reich osservò che, appena questi pazienti iniziavano la terapia, le tensioni muscolari cambiavano. Le spalle e le braccia della persona depressa si rilassavano, le mascelle diventavano meno contratte e i denti meno serrati. La ragione per cui il paziente frenava gli impulsi e reprimeva i ricordi dolorosi era, in primo luogo, per evitare di mostrarsi vulnerabile. Quindi, allentando le tensioni muscolari croniche, il paziente sperimentava la propria vulnerabilità. Serrando la bocca e i denti egli assumeva un'espressione corporea che diceva: "Non voglio aprirmi per non essere ferito di nuovo".
Reich sperimentò come rilassare i muscoli cronicamente tesi mediante la pressione diretta su di loro e scoprì che funzionava. In questo modo il paziente poteva entrare in contatto con emozioni forti e a lungo dimenticate e con ricordi dolorosi. L'unità di mente, corpo ed emozioni divenne più chiara.
Egli notò anche che, a questo punto, il paziente cominciava a sembrare più vivo, la sua pelle più rosea, i movimenti più spontanei, gli occhi più luminosi. Era come se avesse più energia. Era proprio così e Reich la chiamo energia "organismica" o "orgone".
Alexander Lowen e l'Analisi Bioenergetica
Alexander Lowen, paziente ed allievo di Reich, coniò per essa il termine di "bioenergia", allargò gli scopi del lavoro sul corpo ed introdusse il lavoro bioenergetico a casa. Anziché limitarsi alla sola pressione e manipolazione delle tensioni muscolari croniche, egli fece uso di alcune posizioni di stress che potevano aiutare queste tensioni a rilasciarsi. La prova evidente di questo ammorbidimento delle tensioni era l'insorgere, nei muscoli, di una fine vibrazione. Lowen poté quindi osservare come i blocchi muscolari impedivano il libero scorrere dell'energia. Per esempio, un diaframma cronicamente contratto, come una strettoia, interrompeva l'onda respiratoria, provocando una respirazione superficiale. Come risultato diminuiva l'apporto di ossigeno ed il livello energetico calava. Questo modo superficiale di respirare è uno dei sistemi che noi usiamo per controllare le nostre emozioni. Per aiutare i pazienti a respirare meglio Lowen inventò il cavalletto bioenergetico.
E' di grande importanza la sua osservazione che una persona il cui flusso energetico è bloccato, ha perso una parte della sua vitalità e della sua personalità. Questa perdita fa sì che questa persona si senta depressa, sia sempre il lotta e usi costantemente la forza di volontà per eseguire i compiti quotidiani. Diventa difficile mettersi in relazione con gli altri o provare piacere. La vita perde i suoi colori e diventa grigia, tetra.
Concetti di base
Il radicamento (grounding), altro concetto introdotto da Lowen, descrive il contatto energetico con la realtà. Allo scopo di avere un buon contatto energetico, è indispensabile che l'energia scorra liberamente verso quelle parti del corpo che sono a contatto diretto con il mondo esterno: organi di senso, braccia e mani, gambe e piedi, pelle e organi sessuali. Guardiamo un bambino quando piange, quando è arrabbiato o felice, oppure quando vuole qualcosa. Tutto il corpo partecipa in modo armonioso. Di una persona ben radicata si dice che "ha i piedi per terra". Questa persona sente la connessione fra i suoi piedi ed il terreno sul quale appoggiano.
Appena cominciamo a crescere, di solito facciamo esperienza di come la libera espressione delle nostre emozioni si scontra con il rifiuto, la disapprovazione, l'umiliazione, la punizione. Impariamo presto, perciò, a controllare le nostre emozioni, e questo ha delle conseguenze. Blocchiamo permanentemente i muscoli coinvolti in queste espressioni medianti tensioni croniche, che sono inconsce.
I blocchi nella gola e nelle mascelle ci impediscono di piangere o di gridare; ma ci impediscono anche di cantare o di gridare di gioia. I blocchi nelle spalle e nelle braccia frenano non soltanto il nostro desiderio di aggredire e di colpire, ma anche il nostro desiderio di abbracciare. I blocchi nella vita ci impediscono di piangere e gridare, altrettanto bene di quanto ci limitano il respirare e il sospirare. La contrattura dei muscoli delle gambe e dei piedi blocca la spinta alla ribellione, ma diminuisce anche la nostra capacità di stare in piedi e di essere indipendenti.
Ci sono molti muscoli che uniscono il bacino al tronco e alle gambe, come quelli della parte bassa della schiena, delle natiche, delle cosce, del pavimento pelvico. Tutti questi muscoli sono coinvolti nel controllo della sessualità e delle funzioni escretorie. Le loro tensioni croniche intorpidiscono la nostra sessualità e spesso sono causa di dolori lombari e di stimolo ad urinare frequentemente.
Lowen ha fatto ancora un'altra scoperta, forse la più importante: fintanto che abbiamo l'illusione di poter ottenere, da adulti, quello che ci è mancato da bambini, e che questo ci farà uscire dalla depressione, siamo predestinati a fallire. Nessun amore, nessuna accettazione da parte del terapeuta, o del compagno, ci potrà restituire l'esperienza perduta di essere accettati e amati per quello che eravamo da bambini. Poiché abbiamo permanentemente bloccato alcune inaccettabili autoespressioni non potremo mai fare l'esperienza di essere accettati per quello che siamo. Perché i nostri genitori ci hanno negato il sentirci accettati quando noi eravamo pieni di amore per loro? Questo ci procura una rabbia profonda ed inconscia. Ma è anche una rabbia giustificata.
Allentare questi blocchi non è mai facile. Noi crediamo che essi ci salvino dall'essere abbandonati e dalla terribile solitudine che ne conseguirebbe. Attraverso il lavoro con il corpo possiamo ammorbidire le tensioni e rivivere il desiderio di essere accettati e amati e la tremenda tristezza di aver desiderato invano. Essendo ben radicati ed avendo un corpo pieno di energia possiamo vivere nella nostra realtà adulta e perciò sentire che la ricerca tesa a recuperare quanto perduto da bambini è un'illusione. In terapia questo viene spesso percepito come una scelta fra essere sé stessi - liberi e soli - e tenersi stretti al terapeuta e al suo amore.

Il metodo 
Il metodo operativo su cui si basa l'Analisi Bioenergetica comprende una serie di tecniche utilizzabili nella psicoterapia, tali da consentire un approccio non solo sistematico e coerente, ma anche più profondo e completo, alla persona e a i suoi problemi. 
Gli interventi in Analisi Bioenergetica sono infatti definibili come interventi complessi, nel senso che prevedono l'analisi del profondo secondo un approccio che procede partendo sia dal versante psichico, sia da quello corporeo: i temi emergenti, infatti, vengono affrontati ed evocati utilizzando sia il canale che, partendo dal piano mentale ed affettivo conduce al coinvolgimento corporeo, sia il canale opposto: ovvero quello che partendo dalla respirazione, dal movimento e dall'espressione corporea permette l'emergere di vissuti emotivi inconsci consentendone quindi anche il recupero e l'elaborazione a livello mentale ed affettivo. In entrambi i casi, comunque, il processo regressivo e il successivo processo di consapevolizzazione, vengono fortemente stimolati e favoriti proprio dal coinvolgimento unitario dell'organismo, ovvero a livello sia psichico che somatico. 
Rispetto alla metodologia dell'intervento bisogna sottolineare che l'obiettivo primario è quello di ristabilire il libero movimento dell'energia del corpo, intervenendo in modo mirato sui blocchi energetico / emozionali presenti nel paziente riscontrabili a tre livelli: a livello psichico, a livello emozionale e a livello fisico. 
A livello psichico, infatti, l'Io funge da mediatore tra il mondo interno e quello esterno, fra se stessi e gli altri: in questa mediazione è proprio l'Io che controlla l'immagine di se da offrire al mondo esterno, e quali sentimenti e impulsi possono essere espressi. L'interazione tra l'Io e il corpo si attua in un processo dialettico, in cui l'Io plasma il corpo attraverso il controllo che esercita sulla muscolatura volontaria. Come già accennato quando l'espressione di un sentimento non è accettata nel mondo del bambino, questo è costretto ad inibire l'emozione mediante, ad esempio, la contrazione dei muscoli atti all'espressione dell'emozione stessa. Quando tale inibizione è lungamente protratta nel tempo l'Io abbandona il controllo sull'azione proibita e ritira l'energia dall'impulso. Il controllo dell'impulso diventa allora inconscio e il muscolo rimane in questo caso contratto.
In tali casi l'intervento psicoterapeutico mira proprio a risolvere tale tematica inconscia, a livello sia psichico che corporeo: questa complessa combinazione di lavoro sul corpo e lavoro psicoanalitico costituisce l'essenza dell'Analisi Bioenergetica.

Fonte: Istituto Italiano di Formazione in Analisi Bioenergetica

mercoledì 25 giugno 2014

Psicologia ... e dintorni

(…) la persona nevrotica per molti aspetti non è più malata di quanto non lo siamo noi stessi; spesso perdiamo di vista il fatto che il nevrotico con le sue distorsioni private ha semplicemente fallito nell’operazione di ingraziarsi il consenso della confederazione collettiva a cui, voi ed io (…) abbiamo avuto l’accortezza di sottoscriverci, sotto la copertura della nostra sintomatologia pseudo-gruppale e arbitraria.

(Trigant Burrow)


sabato 17 maggio 2014

Tratto da "Strategie della mente.it"

Psicosomatica Analogica – La mente trascritta nei sintomi

Quando pensiamo noi lo facciamo nel corpo. La conseguenza ovvia di questo assunto è che il corpo diventerà non solo il vettore di un pensiero o di uno stato emozionale, ma il bersaglio stesso. Naturalmente, ciò non significa che il corpo sia condizionato unicamente dalla mente. Esistono altri fattori in grado di generare effetti visibili nel corpo sotto forma di reazioni fisiologiche, trasformazioni somatiche, patologie e sintomi. Pensate alla radioattività, all’alimentazione, allo sport, eccetera.
Comunque sia, possiamo riconoscere che i nostri pensieri sono una potente fonte di energia capace  non solo di produrre la qualità della vita in termini di soddisfazioni, ma anche quella di generare salute o malattia. Anche la medicina ufficiale ha accolto l’idea che i pensieri hanno una ricaduta sullo stato di salute. La branca filosofica che si occupa di questo viene chiamata psicosomatica.  Esistono svariate discipline che cercano di dare una lettura della mente attraverso i sintomi fisici, dalla medicina di Hamer, alla psicologia psicodinamica fino alle concezioni più remote delle speculazioni che nascono in ambito new age. Spesso queste teorie si sconfessano vicendevolmente generando una certa difficoltà a determinare quale sia l’interpretazione più affidabile. Non è  questa la sede per individuare chi vanta più crediti o demeriti.  Per questo ci vorrebbe una discussione più articolata. Al momento, posso solo suggerire prudenza nel credere troppo rapidamente alle svariate correnti che pretendono fornire la formula definitiva. Credo che sia utile avere una visione d’insieme più che un’equazione assoluta entro cui associare rigidamente ogni sintomo fisico ad un particolare fatto psicologico.
I nostri pensieri, stati d’animo ed emozioni sono in grado di influenzare la funzionalità del corpo fino a generare veri e propri quadri clinici. La scienza che studia i meccanismi di corrispondenza tra mente e corpo non ha ancora compreso del tutto le leggi biologiche mediante le quali tutto ciò avvenga. Probabilmente ciò è dovuto al fatto che la scienza cerca le risposte unicamente in ciò che si può analizzare e controllare, scartando quanto si riferisce all’astrazione.
Ciononostante è possibile trovare delle spiegazioni passando semplicemente attraverso il metodo analogico. L’analogia è la relazione di affinità tra due fatti apparentemente scollegati tra loro. Sebbene l’analogia non sia apprezzata in ambito scientifico, essa permette di cogliere una serie di collegamenti che sfuggono alle lenti del metodo sperimentale. Si pensi che la Medicina Tradizionale Cinese, oggigiorno adottata dalla medicina ufficiale (vedi l’agopuntura) ha prodotto praticamente il suo intero arsenale teorico a partire dall’analogia. Infatti, i punti dell’agopuntura sono invisibili e appartengono a dei canali energetici chiamati “meridiani” altrettanto immateriali i quali sono stati teorizzati a partire da una relazione analogica con quanto esiste nel mondo conosciuto. Il paradosso vuole che la medicina ufficiale utilizza dei punti che sono stati generati propriamente dal metodo che essa respinge fermamente. Mistero.

"Siamo ciò che pensiamo. Tutto quello che siamo nasce dai nostri pensieri. con i nostri pensieri creiamo il mondo.
(Buddha)
Sul fronte dell’analogia tra malattia e pensieri possiamo fare alcune congetture a carattere analogico. Per esempio, possiamo accettare l’idea che i meccanismo biologici che avvengono nel cervello sono compatibili a quelli che avvengono nel corpo. Ciò significa che mente e corpo usano un linguaggio conciliabile. Se i miei pensieri vengono elaborati dal cervello il quale ha il compito di trasferirli nel corpo, ne consegue che il linguaggio adottato dai miei pensieri deve trovare un piano di riconoscimento nel corpo. Da questa prospettiva dobbiamo supporre che le reazioni biochimiche e le trasformazioni organiche seguano delle direttive parallele leggibili i due sensi: mente-corpo e corpo-mente.
In altre parole, se ho pensieri inflessibili e impostazioni irremovibili,  questa rigidità mentale deve trovare nel corpo un corrispondente fisiologico che richiami il concetto di flessibilità/inflessibilità.
Quale sarà dunque il bersaglio fisiologico dell’inflessibilità mentale? Ovviamente le strutture colpite saranno quelle che meglio rispondono alla funzione della flessibilità: schiena (specialmente la zona lombare), le ginocchia e anche le cervicali. In effetti tutte le articolazioni servono al movimento, ma queste tre sono quelle più predisposte al piegamento. Da questa prospettiva un mal di schiena può certamente essere prodotto da uno sforzo esagerato, ma sul versante psicologico possiamo trovare l’influenza di idee statiche come la severità, l’intransigenza e la fissazione per le regole e le norme. Queste qualità avranno una ricaduta propriamente sulla parte del corpo che ha la funzione di piegare e flettere. È chiaro però che la funzione dl collo non è identica a quella della zona lombare o delle ginocchia. Queste parti corporee assolvono a richieste differenti, sebbene abbiano in comune una qualità di base. Per esempio con il collo mi guardo attorno, con le ginocchia mi abbasso e mi sollevo, con la schiena mi piego in avanti e roteo del busto. Evidentemente queste differenze funzionali saranno utilizzate diversamente dalla mente.
D’altra parte se noi ponessimo l’attenzione sul risultato sarebbe ancora più semplice capire questa intima relazione analogica.  Prendiamo il mal di schiena: esso m’impedisce di piegarmi o mi rende difficile tale compito. Se il corpo avesse la parola cosa direbbe? Non direbbe forse che stenta a piegarsi o che è tutto rigido? È vero, non lo sapremo mai visto che il corpo non usa parole per esprimersi. Allora vediamo cosa esprime una persona col mal di schiena. Dice: “Non riesco a piegarmi”.
Ovviamente questa frase è posta su di un livello funzionale. Ed ecco che l’analogia ci aiuta a districare il problema. Trasferite ora la stessa proposizione Non riesco a piegarmi su di un livello mentale. La frase diventa pertanto una denuncia di ciò che avviene a livello mentale!
Similmente, una persona che ha ma di gola direbbe: “Non riesco a deglutire – Non mi va giù il boccone -  Non riesco a parlare”. Ma non è forse ciò che potrebbe accadere a livello mentale? Il boccone non potrebbe riguardare problemi da inghiottire “bocconi mentali amari”? Il parlare, anziché riguardare soltanto l’emissione del suono, non potrebbe riferirsi alle parole conflittuali che non si dicono? D’altra parte, a guardare bene, l’organo che si infiamma è la gola (faringe, laringe), ovvero il luogo di passaggio della voce, struttura mediante la quale possiamo dare voce ai nostri pensieri e, in secondo luogo, è la via di transito per lasciar passare ciò che proviene dall’esterno (cibo o eventi sgraditi).Questo ragionamento si può replicare a qualsiasi parte del corpo poiché tutte hanno funzioni specifiche e distinte, così coem ogni sintomo racchiude in sé un limite e una richiesta che possono essere letti attraverso il metodo analogico.
Questo ragionamento potrebbe risultare strano, eppure è oramai diffusa l’idea che lo stress infiammi lo stomaco (gastrite). Ma cos’è lo stress? Non è forse un rifiuto? Stress significa “pressione”, tensione”. È la pressione che io esercito quando respingo mentalmente un evento del quale non posso liberarmi. Una persona può stressarsi in mezzo al traffico non tollerando (rifiutando) questa circostanza. Un altro può sperimentare lo stress sul lavoro, altri a casa, altri ancora con il partner. Ogni volta è un’opposizione ad una situazione percepita come pesante e molesta. Quindi la gastrite sarebbe il prodotto di un rifiuto intenso perpetrato nel tempo. Guardate ora l’analogia  sul piano fisiologico: lo stomaco ha la funzione di accogliere cibo, creare acidi mescolati ad enzimi digestivi per una prima elaborazione. Accogliere – acidità – digestione.
Lo stress è l’aggressività (acidi) contro qualcosa ritenuto indigesto (l’evento). quindi lo stomaco non accoglie più e le cose “rimangono sullo stomaco”. Se guardiamo i sintomi troviamo una chiara corrispondenza con questo stato di rifiuto mentale in cui tutto risulta pesante e indigesto:  digestione lenta, rigurgiti, acidità di stomaco, pesantezza dopo i pasti, gonfiore di pancia.
Certo, non c’è alcuna prova scientifica che questo sia il meccanismo definitivo, eppure l’analogia ci permette di fare un passo in avanti nella comprensione.
Sia chiaro che i sintomi non sono l’unico sistema per comprendere se il nostro percorso è stato frainteso. Anche la forma del corpo dice molte cose, la deambulazione e l’espressività e, dulcis in fundo, lo stato d’animo stesso.
Il corpo parla anche con i sintomi così che questi ultimi sono vettori di informazioni che avvengono sul piano della coscienza. Ogni sintomo è un richiamo all’alienazione dell’uomo da se stesso, dalla propria natura, dal proprio sentiero. Il corpo urla (con i dolori) mentre il guidatore è spesso ignaro di vivere in un corpo intelligente dotato di un linguaggio simbolico che ha come fine il ripristino dell’equilibrio. Altre volte l’uomo se ne rende conto, avverte che esiste una qualche relazione tra ciò che pensa e ciò che sperimenta nel corpo, ma è troppo preso dai propri obiettivi per dare la giusta attenzione. E così molti passano la loro esistenza a dare battaglia a quei sintomi che sembrano togliere loro la libertà e la felicità. Eppure, i sintomi hanno lo scopo di comunicare qualcosa, talvolta un’abitudine errata, oppure un’alimentazione inadeguata, una cura errata (malattie iatrogene), e più spesso dei pensieri inadeguati.

Il sintomo chiede una correzione ad un certo piano dell’esistenza. Per questo il sintomo non va combattuto, non va annientato o soppresso. Il sintomo va capito poiché non è il nemico. Esso è la lampadina d’allarme che comunica che il vero nemico si nasconde nel malato stesso. Occorre dunque una dilatazione dello stato di coscienza, una dilatazione che viene chiama consapevolezza. Questo è il primo passo per ottenere dei risultati sul piano della salute e della crescita personale. Ma se il percorso si ferma sulla consapevolezza, allora il cambiamento sarà nullo.

" La conoscenza non ha valore se non la metti in pratica" 
(Herbert J. Grant)

Articolo a cura di Florian Cortese