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giovedì 7 gennaio 2016

La filosofia del Clown



E’ del diventare adulti la perdita dell’innocenza, della fede nell’umano cieca, senza crepe.


Le effimere e la fortezza
LA FILOSOFIA DEL CLOWN
Io conosco uomini e donne che quando torno a casa la sera mi sento di pesare centinaia di chili, tutti chili amari, di una umanità che mi va come un pugno nello stomaco.
E lo so che li conosciamo tutti: è del diventare adulti la perdita dell’innocenza, della fede nell’umano cieca, senza crepe.
Però debbo pure urlare che conosco anche uomini e donne che mi hanno cambiato gli occhi e la pesantezza.
Lo debbo dire che esiste un umano stupefacente, che mi spalanca la bocca come davanti al dolore.
E’ un umano che mi solleva, sterra e libera.
Creature originali da cui imparo la donna e l’adulto che voglio essere. Perché l’identità è un progetto e ci costruiamo osservando. Osservando e imitando.
Io, da cinque anni, ne frequento un po’, di questa specie originale.
Li trovo pure in un “campo scuola” che da 19 anni si chiama “Allegra… mente” e che afferra da tutta Italia persone leggere e bizzarre, stupefacenti e delicate.
Quest’anno il tema del campo era la clownerie. Ma una particolare: non quella delle tecniche. Era quella degli occhi. Guardarsi e guardare mentre cadiamo… e lì, proprio lì, non scappare ma restare. E sorridere alla caduta perché dice del nostro mistero.
Il maestro è stato Robert Mc Neer: ha subito detto che non aveva niente da dare. Che lui era un maestro solo nell’erranza. Un maestro sbagliato, docente dell’arte di sbagliare.
La gente non è andata via e non ha chiesto il rimborso.
E dire che tutti, tutti quelli di quell’umano inventario (capi del personale, veterinari, medici, insegnanti, ufficiali dell’esercito, sociologi, bibliotecari, filosofi) ce l’avevamo già questa competenza. Ogni umano ce l’ha. Solo che se la nasconde e la bracca stretta.
Quel che invece ha fatto lui è stato liberare e lasciar andare: prendere i fili attorcigliatissimi dei nostri pensieri e metterli al sole, come bucato.
Stesi.
Prendi i pensieri e falli respirare.
Io ho ancora molto da imparare per diventare, come lui, finalmente un pagliaccio, di quelli veri, che sanno vivere respirando, non col fiato sospeso in attesa di parole e risposte come chi non sa nuotare e con la punta degli alluci cerca disperatamente un appiglio da toccare. E stendendo i piedi si perde il mare.
Io ci sto provando a lasciar andare gli alluci. A essere vulnerabile e nobile. A prendere l’inadeguatezza ed a farne non vergogna ma canto. Ma sono un’allieva che ha bisogno di sostegno. Laurea e dottorato non mi sono nient’affatto utili. Anzi.
Sono un’allieva ritardata. In questa disciplina che è la più importante.
Che poi: chi è che ce la insegna?
Dove lo si incontra l’umano per cui vale la pena restare umani?
Io lo trovo, ogni torrido luglio, con loro: in un posto scalcagnato dove sei sterminato dalle zanzare e pestato dall’afa. Ma dove ogni volta vai via col pieno di bellezza.
Abbiamo tutti bisogno di dosi di innocenza.
No, non quella cieca: dico quella dei clown, dei vulnerabili contenti, quelli che hanno conosciuto il dolore eppure non ne hanno fatto il loro dio.
Ecco la materia che vale la pena studiare: l’innocenza dei caduti che poi anziché rallentare si mettono a correre.
Sicché oggi vorrei dire grazie a chi in quei giorni di torrido luglio ha avuto verso tutti e verso me raziocinio e fede, quell’anomalo connubio che ogni umano la sera cerca di computare.
Perchè a credere in Dio non ci vuole mica fatica! La parte più laboriosa è credere negli uomini.

(Ecco, questa volta questa rubrica vi ha raccontato di un prof.re universitario che è andato a fare un corso da clown. Queste cose poco serie e anormali accadono a Bari, grazie a un gruppo di insegnanti e a un dirigente scolastico che ostinatamente non s’arrendono al cospetto dell’amaro umano pesante. Si chiamano da 23 anni “Gruppo Educhiamoci alla Pace” e quando, dopo la loro bizzarra frequentazione, torno a casa la sera… io mi sento leggera. E fiera per l’aver qualcuno a cui impegnarmi d’ assomigliare.).


venerdì 5 luglio 2013

Autori e dintorni...



La signora Pochecose
di Aida Dattola

Era minuta, graziosa, con i capelli grigi raccolti sulla nuca e gli occhiali appoggiati sulla punta del naso. La mattina si svegliava prestissimo e, dopo aver messo in ordine la sua modesta casetta, innaffiava i gerani sul davanzale, dava da mangiare ai colombi che arrivavano mattinieri a darle il buongiorno e poi si affacciava alla finestra. Di buon’ora passava il sindaco del paese, che salutava cordialmente la signora e, sempre indaffarato, si recava in Municipio a lavorare; poi si vedeva il parroco, che andava a celebrare la prima messa e aveva sempre una parola buona da regalarle, e lei ricambiava con un gesto affettuoso e rispettoso, baciandogli la mano. Intanto arrivavano i bambini, che si recavano a scuola accompagnati dalle loro mamme, e la signora Pochecose augurava loro una buona giornata. Sorrideva, la signora, perché i bambini le piacevano tanto e le rallegravano la giornata. Ai più piccoli, che a volte facevano le bizze, regalava caramelle e cioccolatini e subito si calmavano. Quindi la signora si ritirava in casa e dava inizio al rito pacato della sua giornata. Apriva il cassetto di un mobile antico e tirava fuori forbici, ago, filo, metro e un pezzo di stoffa. Appoggiava tutto sul tavolo e, ripetendo mentalmente il consiglio di sua mamma”Cento misure e un taglio”, misurava e rimisurava se stessa e la stoffa, finchè si decideva a tagliare. La signora era una brava sarta, anche molto creativa. Infatti, disegnava da sola i suoi modelli e li riproduceva così bene che tutti, poi, la domenica, quando indossava i capi che aveva realizzato, le facevano i complimenti.
Poi preparava qualcosa da mangiare e, giunta l’ora di pranzo, apparecchiava con cura la tavola e si sedeva da sola, gustando il cibo, che per lei rappresentava un dono del Cielo. Si riposava un po’ e nel pomeriggio usciva per fare qualche acquisto o per visitare la vicina di casa ammalata o per tenere compagnia ad un’anziana signora rimasta sola. La sera cenava e poi andava a letto serena, ringraziando il Signore per averle fatto trascorrere una giornata tranquilla. Nessuno seppe mai i particolari della sua vita; nessuno le chiese mai se si fosse sposata, se avesse dei figli lontani, perché la signora era molto riservata e sembrava venire da un mondo lontano.
Non conosceva l’invidia e il rancore, non sapeva spettegolare, non si adirava mai, era paziente fino al sacrificio ed era silenziosa…Sembrava strana, ma tutti le volevano bene e a lei bastava questo per farla sentire felice. A qualcuno faceva un po’ rabbia la sua incrollabile fiducia nella vita e si chiedeva che senso avesse vivere in quel modo. Dentro di sé la signora sapeva che tutto ha un senso, ed è proprio questo il mistero della nostra esistenza: le cose che a noi appaiono banali sono,in realtà, ricche di significato. Un giorno la signora si alzò come al solito e aprì la finestra del cielo per dare il suo buongiorno agli angeli…Allora capii perché la chiamavano “La signora Pochecose”: semplicemente perché si era sempre accontentata di poco, perchè  aveva capito che in poche cose davvero è racchiuso il segreto di una vita serena, quella che ognuno di noi ha sempre sognato.

lunedì 22 aprile 2013

Pubblicato su "Cronache del labirinto"



Mindfullness

(by drdedalo)

" Non attraverso le azioni, non attraverso le parole, ci rendiamo liberi dalle contaminazioni mentali, ma osservandole e riconoscendole in continuazione"
Anguttara Nikaya, 557-477 a.C.

Pensare è molto spesso agire e reagire: "questa cosa che hai fatto mi ha fatto pensare che..., ho fatto così perché ho pensato che tu pensassi..., per forza mi comporto così, lui non capisce che finché non capirà che io non sopporto che...", questi e mille altri ragionamenti portano ad una serie di conclusioni e di azioni che innescano delle catene di gesti, di risposte emotive, di lunghe elaborazioni mentali e di conseguenti azioni, atteggiamenti, prese di posizione.

Siamo così abituati a considerare che all'interno di una relazione, di un rapporto o anche di un semplice scambio comunicativo fra esseri umani, occorra rispondere con delle azioni ai "cenni che l'altro dà" che, spesso, non ci passa nemmeno per la testa la possibilità di non fare niente: assaporare, invece, il gesto; cogliere l'azione per quello che è; sospendere il giudizio e l'azione di risposta e ascoltare con attenzione, lasciare che ciò che viene detto o fatto abbia il tempo di impressionarci.

Agli albori della Psicoanalisi, Freud, volendo dare ai suoi primi allievi un consiglio su come porsi di fronte ad un paziente, suggeriva di: "Procedere senza intenzione alcuna, lasciandosi ogni volta sorprendere, affrontando ciò che accade via via con mente sgombra e senza preconcetti".
Non avere alcuna intenzione significa lasciare spazio all'attenzione: riuscire a sospendere il giudizio e la smania di agire e osservare ciò che emerge, lasciare che l'osservazione permetta ai contenuti di manifestarsi e al paziente di comunicarli trovando le parole per dirli.

Fare silenzio e sospendere la memoria e il desiderio significa, per un terapeuta (ma naturalmente anche per chiunque decida di ascoltare veramente qualcuno), mettersi in una posizione aperta, essere disposto a contenere e a non rispondere subito.

Farlo è, innanzitutto, un modo per rompere il solito schema comunicativo: è capire e far capire con un gesto eloquente che si può frenare la valanga di risposte e di "cose interessanti" che ci vengono in mente e che si sovrapporrebbero alla comunicazione e al flusso di coscienza dell'altro.

E' questo il significato del termine mindfullness: un'apertura in cui l'attenzione e la consapevolezza sono focalizzate su quanto accade nel momento presente; uno stato mentale in cui ci si ricorda di essere vigili e ricettivi e ci si dimentica di... tutto il resto.

Questa posizione favorisce quella che gli scienziati cognitivisti chiamano elaborazione ascendente (bottom-up): un approccio alle cose che comincia con i dettagli e procede verso il livello concettuale più elevato.
"Al centro della meditazione mindfullness troviamo un'enfasi più verso le funzioni ascendenti della mente, che verso quelle discendenti, in altre parole la mindfullness cerca di portare l'attenzione direttamente al flusso di dati sensoriali che arrivano all'esperienza attraverso le porte dei sensi (forme visive, suoni, odori, gusti e sensazioni fisiche), così come al sorgere di pensieri e immagini nella mente. Nel farlo, la midfullness allontana l'attenzione da schemi, narrazioni, convinzioni di "livello superiore" e da altre mappe concettuali che di solito usiamo per orientarci nelle esperienze quotidiane " (R.D. Siegel et al.)

Escludendo per un po' la cascata di informazioni che provengono dalla memoria e che tendono naturalmente ad associarsi a ciò che stiamo osservando, ascoltando, percependo, possiamo cambiare la nostra posizione: spostarci dalla consueta ottica di "opinionisti desideranti" per trasferirci verso quella molto meno frequentata di "osservatori spassionati".

Come tutti i "gesti semplici" è più facile a dirsi che a farsi: siamo talmente abituati a lasciare che memorie, desideri, giudizi, aspettative e opinioni interferiscano con la nostra percezione del mondo che, per cambiare modalità e controbilanciare l'elaborazione discendente dobbiamo letteralmente cambiare il nostro cervello.

E' un percorso complesso e, a volte, faticoso che, tuttavia, offre, già dai primi passi, un sollievo da certi sintomi e un'apertura che rende il viaggio più gratificante e pieno.
Sui mezzi idonei a favorire questa trasformazione e sugli ostacoli che si incontrano per raggiungerla, scriverò alcuni dei prossimi "pandemonio".

Per ora vi lascio con questo brano (solo un esercizio) di A.W.Watts che descrive la posizione in cui ci si dovrebbe mettere per essere mindfull:
"Vi si chiede - temporaneamente certo - di lasciare da parte tutte le vostre opinioni filosofiche, religiose e politiche per diventare quasi un bambino, che non sa niente. Niente, cioè, tranne quello che adesso realmente ascoltate, vedete, sentite, e odorate. Pensate che non state andando in altro posto che qui e che non c'era, c'è o ci sarà altro tempo che non adesso. Semplicemente, siate consapevoli di quello che realmente è senza dargli un nome e senza giudicarlo, poiché voi adesso state sentendo la realtà stessa invece delle idee e delle opinioni che la riguardano. Non vale la pena di cercare di sopprimere il balbettio delle parole e delle idee che continuano in molti cervelli adulti, perciò se non si fermerà, lasciatelo andare come vuole, ed ascoltatelo come se fosse il rumore del traffico o il chiocciare delle galline.
Lasciate che le vostre orecchie ascoltino quello che vogliono ascoltare; lasciate che i vostri occhi vedano quello che vogliono vedere; lasciate che la vostra mente pensi qualunque cosa voglia pensare; lasciate che i vostri polmoni respirino seguendo il proprio ritmo.
Non aspettatevi nessun risultato speciale perché in questo stato senza parole e senza idee, dove possono essere passato e futuro e dove può essere qualunque nozione di scopo? Fermatevi, guardate e ascoltate..."

martedì 20 novembre 2012

da "L'espresso"



Ergastolo: è ora di dire basta
di Umberto Veronesi

La condanna a vita è incivile come una condanna a morte. Per questo è nata un'associazione per eliminarla. Guidata da un grande medico. Che qui ne spiega le ragioni
(12 novembre 2012)
Quest'anno alla Conferenza Science for Peace di Milano parleremo di dignità della persona, di un mondo più equo e di convivenza in diversità e libertà: tre temi legati alla difesa dei diritti umani fondamentali. Perché questi tre argomenti legati alla scienza e alla pace? Perché la pace è il primo dei diritti dell'uomo e la condizione di rispetto di tutti gli altri - diritto alla conoscenza compreso - e la scienza, io credo, ha il dovere morale di promuoverlo. Non ho mai creduto in una ricerca scientifica che non si occupi delle ricadute sociali delle sue scoperte, e anzi ho sempre sostenuto che la scienza (nel mio caso scienza medica, ma lo stesso vale per la fisica, la chimica, e così via) quando conquista un nuovo sapere sull'uomo e la sua natura, abbia il dovere di diffonderlo, condividerlo e offrirlo al dibattito pubblico, perché sia applicato alle varie discipline.

La ricerca scientifica ha dimostrato che la violenza non fa parte della biologia dell'uomo. Lo provano le indagini genetiche, antropologiche e biologiche. Il messaggio del nostro Dna è la perpetuazione della specie: procreare, educare, abitare, fare sapere, costruire ponti e legami che rendono più sicura la vita. In sintesi il nostro genoma "pensa" l'essere, non la distruzione. Uccidere e fare guerre rappresenta un'infrazione al messaggio genetico, che ci spinge invece verso relazioni costruttive. Promuovere la pace significa quindi sostenere il disarmo, incoraggiare l'abolizione dei conflitti armati, fare opposizione a tutte le forme di violenza, soprattutto se istituzionalizzate. Prima fra tutte la pena di morte, perché è un omicidio di Stato, che inevitabilmente genera una distorsione. Se lo Stato uccide, lo posso fare anch'io: lo Stato non può uccidere in nome dei cittadini rendendo omicida tutti quanti rappresenta. Ma anche l'ergastolo a vita (ostativo) è una forma di pena di morte o una pena fino alla morte, perché una persona condannata a morire in carcere, entra in cella per affrontare un'agonia lenta e spietata. Tanto dolorosa, da far scrivere a Carmelo Musumeci, un ergastolano con cui intrattengo un carteggio da molti mesi: «Fatemi la grazia di farmi morire».

Per questo Science for peace si è schierato con quanti si impegnano perché l'ergastolo a vita venga eliminato dal nostro sistema giudiziario. E' un gruppo appena nato, di cui fanno parte Giuliano Amato, Bianca Berlinguer, Andrea Camilleri, Don Luigi Ciotti, Erri de Luca, Margherita Hack, Franca Rame, Stefano Rodotà, e altri diciassettemila cittadini che hanno già sottoscritto un manifesto contro l'ergastolo. Le motivazioni vanno ben di là della questione giuridico-legislativa: sono ragioni morali, etiche, culturali e anche scientifiche. Gli studi più recenti in neurologia hanno dimostrato che il nostro sistema di neuroni è plastico e si rinnova, perché il cervello è dotato di cellule staminali proprie in grado di generare nuove cellule. Questo dimostra scientificamente che la persona che abbiamo messo in carcere, non è la stessa vent'anni più tardi e che per ogni uomo esiste per tutta la vita la possibilità di cambiare, evolversi, adattarsi.

Chi ha visto il film di Matteo Garrone "Reality", non può immaginare che l'attore protagonista, un ergastolano nella realtà, venga rinchiuso in cella per sempre alla fine del set. Noi crediamo nel principio di una giustizia tesa al recupero e la rieducazione della persona, che eviti trattamenti contrari al senso di umanità, e dignità della persona, come recita la nostra Costituzione. Ma una giustizia che condanna "per sempre" è soltanto vendetta, perché esclude la possibilità di un ravvedimento e un reinserimento nella vita sociale. E' una giustizia che punisce senza capire le cause profonde di un crimine, e così facendo perde anche la sua efficacia. Molti giuristi sostengono che la criminalità gioisce di fronte ad una condanna di ergastolo, perché sa che la persona non verrà recuperata e non potrà dunque agire sfavorevolmente al sistema criminale. Sappiamo, tuttavia, che scardinare dall'opinione pubblica il principio della vendetta richiede un grande sforzo collettivo. La non-violenza non è questione giuridica o politica, ma prima di tutto di cultura, e la nuova cultura nasce soltanto dal confronto delle opinioni, dal dibattito e lo scambio fra diverse forme di pensiero, come ci impegneremo a creare nella Conferenza di Milano.

venerdì 9 novembre 2012

Tratto da "Il libro dell'inquetudine", Pessoa

[...]
Sento suonare i rintocchi della campana o dell'orologio grande; devono essere le otto, ma io non li conto. Mi fa risvegliare da me stesso la banalità che esistano le ore, clausura che la vita sociale impone alla continuità del tempo, frontiera nell'astratto, limite nello sconosciuto. Mi risveglio da me stesso, vedo che tutto è già pieno di vita e della abituale umanità, e mi accorgo che la nebbia (che ormai ha sgombrato il cielo, eccetto qualche brandello non azzurro nell'azzurro) mi ha davvero intriso l'anima e contemporaneamente ha intriso il lato segreto di tutto ciò che esiste, quel lato attraverso la quale le cose comunicano con la mia anima. Smarrisco l'immagine che vedevo. Sono diventato un cieco che vede. Il mio modo di sentire ormai appartiene alla banalità. Tutto questo non è più la Realtà: è semplicemente la vita.
[...] Dove saranno i vivi?

mercoledì 31 ottobre 2012

Da "Repubblica"


"Potrebbe esistere il sesto senso"

La scienza riconsidera le premonizioni
L'uomo potrebbe essere in grado di prevedere, adattarsi e reagire a un fenomeno incombente, come se avvertisse cosa sta per accadere. E' la conclusione delle ricerche di un team accademico che ha rilevato la consistenza di misurazioni fisiologiche in 26 soggetti. "Non parliamo di paranormale", dicono. Ma una spiegazione per quanto osservato per ora non c'è.
(di TIZIANO TONIUTTI)


UN SENSO in più, una capacità di avvertire che qualcosa sta per accadere, preparare mente e corpo al futuro imminente e reagire nel modo più approriato prima che questo diventi presente. Una facoltà che potrebbe presto essere derubricata dall'albo del paranormale per accedere a quello delle scienze. Gli esseri umani potrebbero avere un "sesto senso", non collegato a organi sensoriali, o forse almeno non ad uno solo, dall'origine ancora ignota, ma reale e funzionante. E' questa la conclusione di una ricerca condotta da tre scienziati, la specialista in neuroscienze Julia Mossbridge della Northwestern University, Patrizio Tressoldi, dipartimento di Psicologia dell'Università di Padova, e Jessica Utts, statistica all'Università di Irvine in California. Lo studio è stato pubblicato su Frontiers in Perception Science.
Facoltà e coincidenze. L'uomo sarebbe in grado di predire il futuro quel tanto che basta per proteggersi. Julia Mossbridge ha analizzato 26 studi psicologici non specifici sull'argomento, con dati recenti e altri meno - alcuni risalgono al 1978 - raccolti nell'arco di una lunga ricerca. I test effettuati hanno dimostrato che i soggetti in analisi manifestavano variazioni importanti nel battito cardiaco, nell'attività cerebrale e nelle misurazioni elettriche della pelle fino a 10 secondi prima di ricevere uno stimolo indotto. Come se avvertissero che da lì a pochi istanti avrebbero visto o sentito qualcosa. Secondo la studiosa, i risultati sono interessanti perché quei 26 studi erano stati condotti per altri motivi che non la rilevazione dell'esistenza di un presentimento. Eppure manifestavano analogie nei dati poi riscontrati, e secondo un calcolo delle probabilità della stessa Mossbridge, una coincidenza del genere avrebbe una possibilità su 400 miliardi di verificarsi in questo modo.

Più nel dettaglio, per stimoli di uno o due tipologie indotti in modo da renderli imprevedibili e destinati a produrre effetti fisiologici post-stimolo diversi, la ricerca ha individuato che in questi 26 casi la "direzione" dell'attività fisiologica pre-stimolo era la medesima di quella registrata dopo lo stimolo. Come se i soggetti avessero "sentito" cosa stava per accadere, producendo un effetto anticipatorio. Gli studi analizzati consistevano di due paradigmi: stimoli neutrali contro eccitazione provocata, e test di domanda-risposta con verifica immediata, il classico giusto-sbagliato. Tra le variabili in esame, attività elettrica della pelle, battito cardiaco, pressione sanguigna, dilatazione delle pupille, attività elettroencefalografica, e livello di ossigeno nel sangue. L'effetto riscontrato è stato valutato come ampiamente maggioritario, con una ampia casistica di reazioni combacianti, che è risultata maggiore in esperimenti più dettagliati. Una controcasistica adatta a ridurre l'importanza del dato è stata calcolata in 87 casi.
Ma a questo punto, secondo gli scenziati, sembra più interessante indagare nell'altro senso, non per confutare ma cercando spiegazioni a quanto osservato: "Altri esperimenti vanno condotti, in condizioni diverse e specifiche", fanno sapere i ricercatori. Che frenano sul paranormale, categoria del resto coniata per catalogare fatti osservati non riconducibili a una spiegazione scientifica: "La causa di questa attività anticipatoria", sottolineano gli scienziati, "rientra indubbiamente nell'ambito dei processi fisici naturali, e non in quelli paranormali e soprannaturali". E però, concludono, "l'origine del fenomeno è ancora da determinare".
(28 ottobre 2012)

venerdì 14 settembre 2012

La catarsi....riflessioni di Osho




[…]
Fondamentalmente le mie tecniche iniziano con la catarsi. Tutto ciò che è occultato deve essere liberato. Non devi più continuare a reprimere, devi scegliere la via dell’espressione. Non condannare te stesso: accettati come sei, perché ogni condanna crea divisione.
Può sembrare paradossale, ma coloro che reprimono le proprie nevrosi diventano sempre più nevrotici, mentre coloro che le esprimono in maniera consapevole, se ne liberano. Pertanto, fino a quando no diventate consapevolmente pazzi, non potrete mai essere sani di mente. R.D. Laing, uno degli uomini più sensibili dell’occidente, ha ragione quando dice:”Permettiti di essere pazzo”. Sei pazzo, ragion per cui si può fare qualcosa.
Sto dicendo di diventare consapevoli. E cosa dicono le antiche tradizioni? Dicono: “Reprimi, non lasciar venire fuori  tutta quella mole di cose represse, altrimenti impazzirai”.
Io dico di farla uscire, è la sola via per la salute mentale. Liberala! Tenuta dentro ti intossicherà. Buttala fuori, scaricala e svuotane completamente il tuo organismo. L’espressione è morale; e per fare questa catarsi ti devi avvicinare in maniera sistematica, metodica, perché si tratta di impazzire con metodo: occorre diventare pazzi in maniera consapevole.
Devi fare due cose: rimanere consapevole di quello che fai, e poi non reprimere nulla. Questa è la disciplina e deve essere appresa: diventare consapevoli e non reprimere; in altre parole essere consapevoli ed esprimere.
 […]


giovedì 30 agosto 2012

Da "Corriere della sera"


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LA POETESSA VERSI CHE RIFLETTONO ESPERIENZE DI GRANDE INTENSITÀ

Saffo celebra l' amore che sconvolge la vita

Sensibilità femminile Rovescia i valori della virilità bellicosa e attribuisce agli affetti un primato sulla passione per le armi e la guerra Un modello rielaborato da numerosi autori

«A ppena ti guardo un breve istante, nulla mi è più possibile dire / ma la lingua mi si spezza e subito un fuoco sottile corre sotto la pelle e con gli occhi nulla vedo e rombano le orecchie». E ancora: «E su me sudore si spande e un tremito mi afferra tutta e sono più verde dell' erba e poco lontana da morte sembro a me stessa». Questi celebri versi del frammento 31 di Saffo (VII-VI a.C.) hanno cantato per la prima volta i sintomi della malattia d' amore. La poetessa di Lesbo dipinge con parole una scena nuziale: un uomo, paragonato agli dei, ascolta una fanciulla che parla e ride; Saffo, rapita dal volto di lei, esprime la sua incontenibile passione. Si tratta di un modello che sarà tradotto e rielaborato da tantissimi poeti nel corso dei secoli: da Catullo a Aristeneto, da Lucrezio a Petrarca, da Teocrito a Foscolo, da Ovidio a Ronsard. Qui non è in gioco la gelosia. I versi, invece, concorrono a creare una descrizione poetica di come l' amore possa sconvolgere l' anima e il corpo. Non a caso Eros viene definito «dolceamaro» («Di nuovo mi assilla Eros che scioglie le membra, dolceamara invincibile creatura»): in questo eloquente ossimoro risiedono tutti i contrasti possibili, tutte le sofferenze e le gioie dell' ardore amoroso. Sposata con Cerchila e madre di Cleide, Saffo canta anche la sua passione per alcune ragazze che frequentano la sua comunità - congregazione religiosa o scuola, poco importa - per essere iniziate alla vita matrimoniale. La sua poesia, giunta soltanto attraverso frammenti, riflette i riti, le liturgie, i temi che l' educazione all' amore comporta. Ma il carattere occasionale e celebrativo delle feste nuziali (come testimoniano i numerosi «epitalami») non relegano i versi di Saffo all' interno di una produzione puramente retorica: l' immaginazione e la partecipazione emotiva della poetessa trasformano le ripetizioni e i motivi fissi, anche quando racconta amori altrui, in singolari momenti di esperienza vissuta. Come in una galleria di ritratti sfilano le fanciulle amate da Saffo: Atthis («Io ero innamorata di te, o Atthis tempo fa, / mi sembravi una bimba minuta e sgraziata»), la ragazza che parte («ma se non ricordi, allora io voglio farti ricordare... tutti i momenti... e belli che abbiamo vissuto insieme»), Irene, Mika, Janthis. In ogni caso la forza dell' amore sembra incontenibile («Eros ha squassato il mio cuore, come raffica che irrompe sulle querce montane») e il sollievo talvolta deriva solo dall' incontro con chi si ama («Giungesti, e hai fatto bene - io ti desideravo - e hai refrigerato il mio cuore che ardeva di passione»): attraverso il fuoco del desiderio però l' assenza può trasformarsi in una dolce presenza. La lontananza e la separazione, infatti, provocano il dolore. Un dolore che, come la bellezza femminile, predilige i paesaggi notturni, la luna, le stelle: «ma ora fra le donne lidie spicca come talvolta, tramontato il sole, la luna dita di rosa / supera tutte le stelle». Con gli occhi di donna sapiente, Saffo riesce a ribaltare i valori maschili, a mostrare che la bellezza dell' amore può essere ancora più luminosa di un esercito o di una flotta di navi («Alcuni dicono che sulla terra nera la cosa più bella sia un esercito di cavalieri, altri di fanti, altri di navi, io invece ciò di cui uno è innamorato»): agli spettacoli bellici, alle adunate militari, i versi contrappongono l' intimità dell' incontro tra chi ama e chi è amato. Nel frammento 58, che ha suscitato interpretazioni divergenti, si condensano i contrasti: da una parte la vecchiaia che incede («ormai la vecchiaia ha inaridito tutta la pelle... e i capelli neri sono diventati bianchi... e le ginocchia non riescono a portarmi») e dall' altro l' amore per il sole che diventa un inno alla vita («a me l' amore per il sole ha dato in sorte splendore e bellezza»). Lodata da filosofi e letterati per i suoi componimenti d' amore («Non vedi tu quale grazia possiedono le parole di Saffo per incantare con i loro sortilegi quelli che la ascoltano?» scriveva Plutarco), la poetessa diventerà anche simbolo dell' eccellenza femminile. Non a caso l' Ariosto, nell' Orlando Furioso, la ricorderà tra le donne che hanno saputo rendere immortali se stesse e coloro di cui hanno cantato: «Saffo e Corinna perché furon dotte/splendono illustri e mai non veggon notte»
Ordine Nuccio
Pagina 41
(25 aprile 2012) - Corriere della Sera