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domenica 6 agosto 2017

Tratto da Artspecialday.com

Ritrovare il senso dell’amicizia: la terza lettera di Seneca

Ha ancora senso parlare di amicizia quando i giornali, per dare la notizia di un crimine, titolano: Stupro, amiche diffondono video su WhatsApp? È corretto scrivere “amiche“? Quante contraddizioni contiene questa parola in un tale contesto?
Nelle recenti notizie di cronaca abbiamo visto, troppo spesso, utilizzare la parola amici o amichein senso improprio. Si parla infatti di criminali, di persone che hanno diffuso illegalmente contenuti privati altrui. Nel caso più recente, in particolare, si trattava delle presunte “amiche” che hanno filmato una ragazza mentre subiva una violenza sessuale. A questo punto, appare legittimo chiedersi: ma questi sono davvero definibili “amici”? Abbiamo forse perso il senso di questa nobilissima parola?
Seneca, nella terza lettera a Lucilio, riflette proprio sulla definizione di “amico”, e rimprovera il suo destinatario di aver utilizzato, in una lettera, questa parola in maniera troppo vaga:
Itaque sic proprio illo verbo quasi publico usus es
Dunque hai usato la specifica parola “amico” in senso generico. 
Lucilio aveva infatti scritto a Seneca di aver incaricato un suo “amico” di consegnargli le lettere; tuttavia, prega il filosofo di non rivelare i suoi fatti privati a questa persona, con cui non è solito fare confidenze. Come definire “amico” qualcuno di cui non ci si può fidare? Difatti, Seneca afferma: «Così, nella medesima lettera, hai definito costui “amico” e poi lo hai negato» («Ita eadem epistula illum et dixisti amicum et negasti»). È la stessa colpa dei giornalisti che hanno definito “amiche” persone che non hanno nulla da spartire con l’amicizia. Un automatismo, la banalizzazione di una parola, amico, che invece contiene in sé la radice sacra del verbo amare.
Seneca spiega: «Sic illum amicum vocasti quomodo […] obvios, si nomen non succurrit, “dominos” salutamus», «Hai chiamato quello “amico”, così come definiamo “signori” i passanti, quando non ci ricordiamo del loro nome». “Amico” diventa così, ambiguamente, una parola passepartout, a definire un “qualcuno” più o meno conosciuto di cui magari non ci fidiamo del tutto.
Secondo il nostro filosofo, la confusione terminologica è grave: «Sed si aliquem amicum existimas cui non tantundem credis quantum tibi, vehementer erras et non satis nosti vim verae amicitiae», ovvero: «Ma se ritieni “amico” qualcuno di cui non ti fidi quanto di te stesso, ti sbagli completamente e dimostri di non conoscere abbastanza il valore della vera amicizia».
Certamente anche molti articolisti dovrebbero essere debitamente redarguiti, come Lucilio. Ma chi sono allora i veri amici?
Post amicitiam credendum est, ante amicitiam iudicandum. 
Dopo aver fatto amicizia è necessario fidarsi, prima di fare amicizia è necessario valutare. 
Ritrovare il senso dell'amicizia: la terza lettera di SenecaLa parola d’ordine è valutare, ovvero cercare di capire se la persona a cui stiamo prestando fiducia la meriti veramente. Questo può sembrare un consiglio un po’ rigido e difficilmente applicabile: come possiamo essere sicuri dell’indole di una persona senza prima averla conosciuta almeno un po’, senza aver condiviso con lei qualche esperienza?
Per comprendere bene ciò che intende il filosofo, ancora una volta dobbiamo ritornare alla ferma credenza senecana nella conoscenza di se stessi. Comprendendo il nostro io, la nostra identità, capiremo anche quali persone far entrare nella nostra cerchia di amici, senza alterare i nostri equilibri emotivi. Secondo Seneca, per vivere bene viene bisogna dare la precedenza all’armonia personale, che deve essere preservata ad ogni costo. Ancora una volta, ci salva il potere della scelta: dobbiamo saper scegliere gli amici, distinguere chi può farci bene e chi, invece, può farci male. Un pensiero egoistico? No: piuttosto, un accorgimento necessario per vivere sereni e più sicuri di sé e delle proprie possibilità.
La soluzione è quindi:
Diu cogita an tibi in amicitiam aliquis recipiendus sit. 
Pensa a lungo prima di accettare qualcuno come amico. 
Quanto è difficile farlo, soprattutto quando si è giovani; dovremmo sempre circondarci di persone positive, che stimolano e condividono i nostri interessi. Ma non sempre è possibile, specialmente se la nostra identità, a causa dell’età, non è ben definita. Cerchiamo allora almeno qualcuno col quale non aver paura di confidarci, di dire tutto quello che ci passa per la testa, i sentimenti, i progetti, i gusti personali. Con le parole di Seneca: «cum amico omnes curas, omnes cogitationes tuas misce», vale a dire «condividi con l’amico tutte le tue preoccupazioni, tutti i tuoi pensieri». Miscĕo in latino è una parola bellissima: oltre a mescolare, significa anche scambiarsi vicendevolmente, un perfetto equilibrio tra il dare e il ricevere. Se non riusciamo a farlo, significa che davanti a noi non c’è la persona giusta, che non ci sentiamo a nostro agio. Dobbiamo allora capire se il problema è nostro (eccessiva timidezza, pudore, paura, blocco emotivo) oppure se effettivamente l’altra persona non è adatta a noi, a comprenderci e ad ascoltarci, perché i nostri caratteri vanno in direzioni differenti. Non è una sconfitta: può succedere. In certi casi, un’amicizia vera non si può costruire; allora dobbiamo imparare a guardare oltre, senza risentimento.
Onoriamo del nome di amico, dunque, solo coloro che davvero lo meritano, coloro che ci aiutano a credere in noi e nei nostri progetti, che prestano attenzione ai nostri problemi, non a quelli che sempre minimizzano, sfuggono al confronto, cercano di imporci le loro idee. Rifiutare certi atteggiamenti è, in primis, una vittoria per noi stessi nonché una lezione di vita impartita agli altri.
Ritrovare il senso dell'amicizia: la terza lettera di SenecaSeneca ci indica, infine, i due estremi da cui rifuggire:
Quidam quae tantum amicis committenda sunt obviis narrant, et in quaslibet aures quidquid illos urit exonerant; quidam rursus etiam carissimorum conscientiam reformidant et, si possent, ne sibi quidem credituri interius premunt omne secretum. 
Certuni raccontano a chiunque le cose da affidare solo agli amici, e riversano nelle orecchie di tutti ciò che li tormenta; altri, viceversa, hanno paura di confidarsi persino con i loro cari e soffocano dentro di sé ogni segreto: se potessero, non farebbero confidenze nemmeno a se stessi.
In conclusione: non è così automatico decidere a chi donare la nostra fiducia, specialmente in certi momenti della vita, quando tutto è più incerto. Certamente, “amico” e “non amico” non sono etichette da apporre a proprio piacimento e con leggerezza alle persone. Quello che può salvarci e che spesso manca è la riflessione: ancora una volta, prima la meditazione su se stessi, il dare valore alle proprie capacità, i propri gusti, i propri progetti e poi scegliere persone fidate con cui condividerli. È una questione di rispetto e onestà verso se stessi e verso gli altri. Se crediamo in noi e nelle nostre qualità, gli amici, poi, quelli veri, che sanno ascoltarci e sostenerci, verranno da sé.
Arianna Capirossi per MIfacciodiCultura

lunedì 30 marzo 2015

Autori e dintorni...A. Carotenuto

«…e tradire la propria solitudine può rivelarsi estremamente pericoloso (…). Si cerca un altro, un punto esterno a noi, per soffocare la tristezza, per avvolgere la solitudine: prevalgono la paura e l’ansia… […] Non c’è nulla di patologico nel cercare incoraggiamento nell’amicizia e nell’amore degli altri, direi anzi che si tratta di una manifestazione di piena salute; è di altro, però che stiamo parlando, dell’incapacità totale di fondare la propria esistenza intorno a un centro interiore e della compulsione a riempire sempre il proprio vuoto con punti di riferimento esterni, siano essi gli altri, il lavoro, le droghe e ogni altra forma di ‘addiction’. Il tradimento che questo modo di vita sottende si caratterizza come duplice: in primo luogo viene tradito il pianto dentro di noi, il pianto che si sforza penosamente di comunicarci qualcosa, proprio come un bambino inascoltato; in secondo luogo vengono traditi gli altri, quelli cui ci rivolgiamo per farci “riempire” un po’: in questo caso infatti per noi interessante è non tanto l’altro, con la sua umanità, ma il fatto che egli ci posa gratificare con la sua prestazione di presenza. (…) Ci interessa soltanto (…) soverchiare la tristezza con il rumore.»

(Amare Tradire: Quasi un apologia del tradimento, di Aldo Carotenuto, Edizioni Bompiani, p.65)








domenica 2 febbraio 2014

Parole di William Shakespeare...


Sonetti per un Amico    

William Shakespeare



Scritti probabilmente fra il 1595 e i primi anni del 1600, i Sonetti di Shakespeare costituiscono uno dei grandi vertici della letteratura d'amore di tutti i tempi, rappresentano anche un momento centrale della produzione letteraria del grande drammaturgo inglese. Definiti la chiave con la quale Shakespeare era in grado di aprire qualsiasi cuore, i Sonetti presentano un lato inedito e affascinante del drammaturgo. Studiate a lungo dai critici alla ricerca di indizi sulla vita privata di un autore per molti versi ancora misterioso, queste poesie toccano tematiche profondamente ambigue ed irrimediabilmente umane tessute in un ordito di metafore fautrici di una fascinazione universalmente riconosciuta. Shakespeare riuscì nei sonetti a fondere le due opposte tendenze della cultura occidentale. Da un lato l’archetipo platonico incarnato in un essere umano nel quale convergono tutti i tratti della bellezza e dell’amore di ogni tempo; dall’altro la continua ed incessante trasformazione di questo archetipo nella mobilità fluttuante, ed inquietante, della natura.


shakespeare.sonetti


mercoledì 19 settembre 2012

Osho: "L'Amicizia"

 […]L’amicizia va più in profondità dell'amore. L'amore può finire, l'amicizia non finisce mai. Noi possiamo odiare domani quelli che amavamo oggi - ma colui che è amico non potrà mai diventare un nemico. Se diventa un nemico allora sappi che non vi era mai stata amicizia in primo luogo. Le relazioni basate sull'amicizia appartengono a dimensioni profonde e sconosciute. Questo è il motivo per cui Buddha non ha detto alle persone di amarsi l'un l'altra. Ha chiamato la relazione "amicizia". Aveva una ragione per questo - ha detto di avere amici nella propria vita. Qualcuno ha chiesto a Buddha: "Perché non lo chiami amore? "Buddha ha risposto: "L'amicizia è più profonda dell'amore. L'amore può finire, l'amicizia non finisce mai". L'amore lega, l'amicizia dà libertà. L'amore può assoggettare qualcuno, lo può possedere, può diventarne il padrone. L'amicizia non diventa il padrone di nessuno, non trattiene nessuno, non imprigiona, è libera. L'amore diventa schiavitù, poiché ogni amante pretende che l'altro non ami nessuno all'infuori di lui. L'amicizia non ha questo tipo di pretesa. Una persona può avere migliaia di amici, milioni di amici, perché l'amicizia è molto vasta, è un'esperienza molto profonda. Nasce dal più profondo centro della vita. Per questo, l'amicizia diventa la via più importante per condurci al divino. Una persona che è amica con tutti, prima o poi raggiungerà il divino, poiché entra in contatto con il centro di ognuno. E un giorno o l'altro sarà inevitabile che entri in contatto con il centro dell'universo. Le relazioni che abbiamo nel corso della vita, non dovrebbero essere semplicemente intellettuali, né solo di cuore, dovrebbero essere più profonde, appartenere al centro. Per esempio, in nessun posto al mondo è chiaro - ma prima o poi lo diventerà.... Prima o poi arriveremo a scoprire che siamo connessi con fonti di energia vitale lontanissime, che non possiamo vedere. Sappiamo che la luna è molto lontana, ed esercita una qualche influenza sconosciuta sull'acqua del mare. L'acqua del mare inizia a crescere o a calare con la luna. Sappiamo che il sole è molto lontano, ma è connesso con la vita, attraverso qualche filo invisibile. Il sole sorge la mattina e in ogni cosa vivente succede una rivoluzione. Tutto ciò che dormiva, tutto ciò che era disteso come morto, tutto ciò che era inconscio, inizia a diventare conscio. Cose che dormivano iniziano a svegliarsi, i fiori iniziano a fiorire, gli uccelli a cantare. Un invisibile flusso solare inizia a influenzarci. Ci sono tante invisibili fonti di energia vitale che ci raggiungono in questo modo, che guidano continuamente la nostra vita. Non solo il sole, non solo la luna, non solo le stelle nel cielo, ma la vita in se stessa ha un flusso di energia che non si vede, ma che continuamente influenza e guida i nostri centri. Più ricettivo è il nostro centro, più questa energia può influenzare la nostra vita. Meno ricettivo è il nostro centro, meno questa energia lo può influenzare.  Il sole sorge, il fiore fiorisce. Ma se noi costruiamo un muro attorno al fiore e la luce solare non lo raggiunge, allora il fiore non potrà fiorire e appassirà. Il sole non può entrare efficacemente e aprire questo fiore. Il fiore deve essere all'aperto, deve essere pronto. Il fiore deve dare la possibilità al sole di entrare e aprirlo.     Il sole non può andare alla ricerca di un singolo fiore, cercando di vedere quale fiore si nasconde dietro il muro, in modo tale da poterlo raggiungere. Il sole non sa nulla dei fiori. Si tratta di un processo vitale assolutamente inconscio:  il sole sorge, i fiori fioriscono. Se un fiore si trova vicino a un muro, non fiorirà,  appassirà e morirà. L'energia vitale è un fluire in tutte le direzioni, ma quelli che non hanno il centro aperto saranno privati di questo flusso. Non lo conosceranno neppure. Non capiranno che  questa energia era lì e non erano aperti, che c'era qualcosa di nascosto dentro che  non si è potuto aprire. Non sapranno che è così. Questo fiorire , chiamato fiore di loto sin dai tempi più antichi, viene chiamato loto poiché ha la possibilità dell'apertura - è possibile che venga aperto da una qualche energia vitale. Ci vuole un po' di preparazione perché questo succeda. Per questo motivo il nostro centro deve essere disponibile al cielo aperto e noi dobbiamo rimanere all'erta. Allora l'energia vitale disponibile può raggiungere il centro e dargli vita. Noi pensiamo che l'audacia sia assenza di paura; è un errore. L'audacia non è assenza di paura. L'audacia è una cosa totalmente differente che accade dentro, in presenza della paura. Non è assenza di paura. L'audacia è la totale presenza di paura, con il coraggio di fronteggiarla.                    

venerdì 6 luglio 2012

Saggezza senza tempo



Le persone vengono sempre nella tua vita per una ragione,
per una stagione o tutta la vita
Quando saprai perché, saprai anche cosa fare con quella persona.
                                                                                                                  
Quando qualcuno è nella tua vita per una ragione,
di solito è per soddisfare un bisogno che hai espresso.
E’ venuto per assisterti attraverso una difficoltà,
per darti consigli e supporto,
per aiutarti fisicamente, emotivamente o spiritualmente.
Può sembrare come un dono del cielo e lo è.
E’ lì per il motivo per cui tu hai bisogno che ci sia.
                                                                                                                                                     
Quindi, senza nessuno sbaglio da parte tua o nel momento meno opportuno,
questa persona dirà o farà qualcosa per portare la relazione a una fine.
Qualche volta se ne va. Qualche volta muore.
Qualche volta si comporta male e ti costringe a prendere una decisione.
Ciò che devi capire è che il tuo bisogno è stato soddisfatto,
il tuo desiderio realizzato,
il suo lavoro finito.

La tua preghiera ha avuto una risposta e ora è il momento di andare avanti.
C’è chi resta nella tua vita per una stagione,
perché è arrivato il tuo momento di condividere, crescere e imparare.
Ti porta un’esperienza di pace o ti fa semplicemente ridere.
Può insegnarti qualcosa che non hai mai fatto.
Spesso ti dà un’incredibile quantità di gioia.
Credici, è vero. Ma è solo per una stagione!
Le relazioni che durano tutta la vita
ti insegnano lezioni che durano tutta la vita,
cose che devi costruire al fine di avere solide fondamenta emotive.

Il tuo lavoro è accettare la lezione,
amare la persona e usare ciò che hai imparato
in tutte le altre relazioni o momenti della tua vita.
Si dice che l’amore è cieco, ma l’amicizia no.
Grazie per essere una parte della mia vita,
che sia una ragione, una stagione o tutta la vita.
(Paulo Coelho)

lunedì 25 giugno 2012

Le lezioni della natura!


Impariamo dalle Oche.
Le oche volano in formazione a V.

Lo fanno, perché al battere delle loro ali, l’aria produce un movimento, che aiuta l’oca che sta dietro.
Volando cosi, le oche aumentano la loro forza di volo rispetto ad un’ oca che va da sola. Ogni volta che un’oca esce dalla formazione, sente la resistenza dell’aria e si rende conto  della difficoltà nel farlo da sola allora, con rapidità ritorna nella formazione per approfittare del compagno che sta davanti. Quando il capo delle oche si stanca, passa dietro, ed un’ altra oca prende il suo posto. Le oche che vanno dietro gracidano per sostenere coloro che vanno avanti a mantenere la velocità.
Quando l’oca si ammala o cade ferita da un sparo, altre due oche escono dalla formazione e la seguono per aiutarla e proteggerla.

Le persone che condividono una direzione comune e hanno il senso della comunità, possono arrivare a compiere il loro obiettivo più facilmente, perchéaiutandosi l’un l’altro, i risultati sono certamente migliori. Se ci uniamo e ci manteniamo insieme con quelli che vanno nella nostra stessa direzione, lo sforzo sarà minore, sarà più semplice e più gradevole raggiungere le mete. Le persone ottengono risultati se si sostengono nei momenti duri, se si rispettano reciprocamente in ogni momento, condividendo i problemi ed i lavori più difficili.
Una parola di coraggio, detta nel momento giusto, aiuta, motiva, da forza e produce dei benefici.
Se ci manteniamo uno accanto all’altro, appoggiandoci ed accompagnandoci...
Se a dispetto delle differenze, possiamo conformare un gruppo umano per affrontare tutti i tipi di situazioni.
Se capiamo il vero valore dell’ amicizia, se siamo coscienti del sentimento di condividere, la vita sarà più semplice e, stare con gli amici, sarà più bello”
dal Web. Autore non conosciuto


GUARDA IL VIDEO:
Il volo delle oche

sabato 12 maggio 2012

.....nella sfera delle possibilità!

Tammet, il genio dei numeri partito con l'handicap

La testimonianza di un giovane dotato di memoria eccezionale, affetto dalla sindrome di Asperger


«I numeri, per me, sono come amici che incontro dappertutto. Ciascuno è unico e ha una precisa personalità. L'11 è espansivo e il 5 è rumoroso, mentre il 4 è timido e silenzioso: è il mio numero preferito, forse perché mi ricorda me stesso. Hanno una forma, un colore e si muovono. L'1 è di un bianco accecante, il 5 è un rombo di tuono, l'89 mi ricorda la neve che cade dal cielo. Alcuni sono belli e altri brutti ma ai miei occhi sono tutti speciali. Ovunque vada e qualunque cosa faccia i numeri non sono mai lontani dai miei pensieri ». Così Daniel Tammet, nel libro Nato in un giorno azzurro (Rizzoli, traduzione di Annalisa Crea, pp. 299, e 18), descrive la sua sofisticata percezione dei caratteri matematici.
La particolarità di Daniel è dovuta alla sindrome di Asperger, una forma di autismo che è stata resa famosa nel 1988 da Dustin Hoffman con il film Rain man, L'uomo della pioggia, vincitore di quattro Oscar. «Come il personaggio Raymond Babbit — spiega Tammet — anch'io ho un bisogno quasi ossessivo di ordine e di routine che si riflette in moltissimi dettagli quotidiani». Piccoli gesti, come allacciarsi le scarpe o radersi, gli risultano complicati e sono un problema anche i rapporti con gli altri: sostenere una conversazione gli crea crisi di panico. Con grande caparbietà, però, Daniel s'impegna a vincere tutte queste sfide e nel libro racconta in modo onesto e accattivante come ci è riuscito. Si ha l'impressione di essere presi per mano dall'autore e condotti a scoprire un nuovo mondo dove tutto funziona al contrario: è difficile lavarsi i denti ma si possono memorizzare 22.514 decimali di pi greco e imparare una nuova lingua in quattro giorni.

Anche medici e scienziati sono affascinati da questa sua straordinaria capacità di chiarire i meccanismi psichici: lo stanno studiando e cercano di utilizzare le sue esperienze sia per approfondire la comprensione di alcune patologie sia per tentare di migliorare i normali processi di apprendimento. È notevole in Tammet l'abilità nell'analizzare sentimenti e percezioni. L'amicizia è descritta come un processo delicato e graduale da non affrettare o imprigionare. La immagina come una farfalla bella e fragile: qualsiasi tentativo di afferrarla mentre sta volando la distruggerebbe. Innamorarsi, scrive Tammet, è diverso da qualsiasi altra cosa e non c'è un modo giusto o sbagliato per farlo: non esiste un'equazione matematica per la storia d'amore perfetta. «Se dieci anni fa avessero detto ai miei genitori che avrei vissuto per conto mio, che avrei avuto una relazione sentimentale e una carriera, non ci avrebbero creduto ». Erano preoccupati per questo figlio perché, come tanti, tendevano a far coincidere la normalità con la felicità e la realizzazione. Questo libro rompe gli schemi e fa capire come l'amore e la costanza riescano a vincere qualsiasi difficoltà e, soprattutto, come sia «importante insegnare ai figli ad avere fiducia nei sogni, perché sono i sogni a plasmare il futuro di ciascuno di noi».

Fonte corriere della sera - redattore c.a.

giovedì 19 aprile 2012

"...che non ti manchi mai la gioia, anzi che ti nasca in casa; e nascera' purche' essa sia dentro a te stesso. Le altre forme di contentezza non riempiono il cuore, sono esteriori e vane. E' lo spirito che deve essere allegro ed ergersi pieno di fiducia al di sopra di ogni evento. Credimi, la vera gioia e' austera.  E' l'animo che devi cambiare non il cielo sotto cui vivi. (Seneca)

mercoledì 4 aprile 2012

"Poesia" in musica


A mio figlio

 Sogna, Ragazzo Sogna (Roberto Vecchioni)


E ti diranno parole rosse come il sangue,
nere come la notte;
ma non è vero, ragazzo,
che la ragione sta sempre col più forte
io conosco poeti
che spostano i fiumi con il pensiero,
e naviganti infiniti
che sanno parlare con il cielo.
Chiudi gli occhi, ragazzo,
e credi solo a quel che vedi dentro
stringi i pugni, ragazzo,
non lasciargliela vinta neanche un momento
copri l'amore, ragazzo,
ma non nasconderlo sotto il mantello
a volte passa qualcuno,
a volte c'è qualcuno che deve vederlo.

Sogna, ragazzo sogna
quando sale il vento
nelle vie del cuore,
quando un uomo vive
per le sue parole
o non vive più;
sogna, ragazzo sogna,
non lasciarlo solo contro questo mondo
non lasciarlo andare sogna fino in fondo,
fallo pure te..
Sogna, ragazzo sogna
quando cade il vento ma non è finita
quando muore un uomo per la stessa vita
che sognavi tu
Sogna, ragazzo sogna
non cambiare un verso della tua canzone,
non lasciare un treno fermo alla stazione,
non fermarti tu...

Lasciali dire che al mondo
quelli come te perderanno sempre
perchè hai già vinto, lo giuro,
e non ti possono fare più niente
passa ogni tanto la mano
su un viso di donna, passaci le dita
nessun regno è più grande
di questa piccola cosa che è la vita

E la vita è così forte
che attraversa i muri per farsi vedere
la vita è così vera
che sembra impossibile doverla lasciare
la vita è così grande
che quando sarai sul punto di morire,
pianterai un ulivo,
convinto ancora di vederlo fiorire

Sogna, ragazzo sogna,
quando lei si volta,
quando lei non torna,
quando il solo passo
che fermava il cuore
non lo senti più
sogna, ragazzo, sogna,
passeranno i giorni,
passerrà l'amore,
passeran le notti,
finirà il dolore,
sarai sempre tu...

Sogna, ragazzo sogna,
piccolo ragazzo
nella mia memoria,
tante volte tanti
dentro questa storia:
non vi conto più;
sogna, ragazzo, sogna,
ti ho lasciato un foglio
sulla scrivania,
manca solo un verso
a quella poesia,
puoi finirla tu.




"Poesia" in musica

Alla stazione di Zima (Roberto Vecchioni)

C'è un solo vaso di gerani
dove si ferma il treno,
e un unico lampione
che si spegne se lo guardi,
e il più delle volte
non c'è ad aspettarti nessuno,
perché è sempre troppo presto
o troppo tardi.
-Non scendere- mi dici,-
continua con me questo viaggio!-
e così sono lieto di apprendere
che hai fatto il cielo
e milioni di stelle inutili
come un messaggio,
per dimostrarmi che esisti,
che ci sei davvero:
ma vedi, il problema non è
che tu sia o non ci sia:
il problema è la mia vita
quando non sarà più la mia,
confusa in un abbraccio
senza fine,
persa nella luce tua
sublime,
per ringraziarti
non so di cosa e perché

Lasciami
questo sogno disperato
di esser uomo,
lasciami
quest'orgoglio smisurato
di esser solo un uomo:
perdonami, Signore,
ma io scendo qua,
alla stazione di Zima.

Alla stazione di Zima
qualche volta c'è il sole:
e allora usciamo tutti a guardarlo,
e a tutti viene in mente
che cantiamo la stessa canzone
con altre parole,
e che ci facciamo male
perché non ci capiamo niente.

E il tempo non s'innamora
due volte
di uno stesso uomo;
abbiamo la consistenza lieve
delle foglie:
ma ci teniamo la notte, per mano,
stretti fino all'abbandono,
per non morire da soli
quando il vento ci coglie:
perché vedi, l'importante non è
che tu ci sia o non ci sia:
l'importante è la mia vita
finché sarà la mia:
con te, Signore
è tutto così grande,
così spaventosamente grande,
che non è mio, non fa per me

Guardami,
io so amare soltanto
come un uomo:
guardami,
a malapena ti sento,
e tu sai dove sono...
ti aspetto qui, Signore,
quando ti va, alla stazione di Zima.