L’uomo: i piedi sulla terra, lo sguardo verso il cielo
(di Alessio saccà)
1.
Il mito – caratteri generali
Circa
70 milioni di anni fa, proseguendo per un albero filogenetico che affonda le
sue radici alle origini della vita sulla terra, ha origine il ramo dei primati,
ordine di cui fanno parte con l’uomo tutte le scimmie.
L’evoluzione
del genere umano parte dalla specie più antica, l’Australopithecus (4 milioni
di anni fa), giunge alla nascita dell’Homo habilis, creatore della prima coltura,
segue l’Homo herectus per arrivare fino all’Homo sapiens, ed infine l’Homo
sapiens sapiens, l’artista delle caverne e delle grotte e l’inventore dei primi
simboli. Lo studio di questi simboli ha permesso di vedere la nascita e la
crescita dell’uomo religioso e la manifestazione della sua coscienza religiosa.
La
volta celeste e la simbologia cosmica fanno nascere nell’uomo arcaico il
sentimento dell’esistenza di una trascendenza che si è manifestata in maniera
visibile dal momento in cui egli seppellisce i defunti, sviluppa riti di
iniziazione, culti funerari, e inventa i
miti.
Di
fronte all’uomo primitivo, la vita, la natura e le sue forze, tutto ciò che lo
circonda, appare come un turbinio di immagini senza senso. Egli non conosce le
leggi che governano la natura, le cause della vita e della morte, del bene e
del male. Davanti a questo universo di immagini incomposte, che la natura e la
vita gli propongono ogni giorno, rischia di perdersi, di cadere preda dell’ansia
e della paura. Sarà il mito, dunque, a fargli trovare il senso della realtà ed a
costruire l’ordine di quelle forme, altrimenti incomprensibili. I miti rivelano
l’ordine che regola la vita e la morte, i successi e le sconfitte, l’origine degli astri e della terra, delle piante e degli animali, l’alternarsi
delle stagioni, tutto ciò che è accaduto,
che accade e che accadrà.
Il
termine mito deriva dal greco mythos, che in Omero significa parola, discorso ma anche progetto,
macchinazione. Il mito è dunque il
discorso, la storia narrata sull’esistenza di esseri antropomorfi, spesso
immortali e onnipotenti, che compiono azioni fantastiche, interessandosi a ciò
che avviene tra i mortali e modificando il mondo e il corso degli avvenimenti
con il loro intervento. Compare anche l’uomo, ma sotto due aspetti ben
distinti, quello dell’uomo comune e quello dell’eroe. Gli eroi sono uomini dai
poteri fuori dall’ordinario, coraggiosi, a volte figli di un di un dio e di una
creatura mortale; veri superuomini che lottano per scopi nobilissimi; proiezione
di tutto quanto l’uomo comune aspira ad essere.
Il
mito è il bisogno dell’uomo di spiegare la realtà e costituisce la struttura
sulla quale si fondano le credenze di un gruppo, di un etnos. Ad esso viene, perciò, attribuito un significato religioso e
spirituale, considerandolo verità di fede.
Ogni
civiltà fiorita sulla terra ha sviluppato fin dalle sue più lontane origini un
vasto repertorio di miti che riflettono la cultura dei popoli cui appartengono
e le modalità attraverso le quali essi hanno tentato di fornire
un’interpretazione della realtà. Tra questi, i Veda, gli
Egizi, i Greci e i Romani, che nella loro lunga storia hanno trovato in essi
precisi punti di riferimento. Tramandato inizialmente in maniera orale dai
depositari dei valori di un popolo, in genere i sacerdoti, il mito è stato poi fissato
in forma scritta. Non è raro pertanto che di una narrazione mitica spesso
esistano più versioni, o perché più scrittori l’hanno tramandata, oppure perché
nel tempo si è modificata, visto che il passaggio alla versione scritta non ha
posto fine alla tradizione di trasmettere oralmente il racconto che, passando
di bocca in bocca, ha facilmente subito variazioni o ricevuto aggiunte.
A
mettere in moto il meccanismo narrativo del mito, di solito molto semplice, è
quasi sempre una situazione di contrapposizione o di scontro, in cui il
protagonista positivo, l’eroe, deve affrontare le forze antagoniste che lo
contrastano e lo ostacolano. L’eroe non giunge solo e disarmato al momento
dello scontro decisivo: in suo favore intervengono divinità e presenze
benevole, pronte a fornirgli gli strumenti indispensabili per poter superare
difficoltà altrimenti insormontabili. Il tempo è sempre indeterminato,
lontanissimo, anteriore alla nascita della storia. L’indeterminatezza non è
dovuta solo all’impossibilità di definire il periodo in cui sono avvenuti i
fatti, ma anche all’esigenza di attribuire alla narrazione un valore perenne,
di eternità. Ciò che è avvenuto è dunque di tale importanza che ha, ed avrà,
sempre valore.
La
mitologia antica a noi più familiare è senz’altro quella greca. I greci furono
grandi creatori di miti, tutti vivacemente popolati da divinità dotate si del
requisito fondamentale dell’immortalità e di qualità fisiche e intellettuali
superiori, ma in tutto simili agli esseri umani sia per la colorita
caratterizzazione sia per passioni e debolezze.
Limpidamente
suddivise sui gradini di una rigida gerarchia, spesso invidiose, vendicative,
intriganti, esse dimorano sull’Olimpo, il più alto massiccio montuoso della
Grecia, in Tessaglia, considerato dalla fantasia popolare un luogo di delizie e
di sontuose dimore.
Capo
supremo di tutti gli dei è Zeus, signore dell’Olimpo e dell’umanità, terribile
gestore dei fenomeni atmosferici, amante di dee, ninfe e donne mortali
nonostante la gelosa presenza della moglie Hera. Ai fratelli di Zeus ,
Poseidone e Ade, spetta rispettivamente il dominio del mare e il regno del
sotterraneo mondo dei morti; le sue sorelle sono Demetra, dea dell’agricoltura,
e Hestia, custode del focolare e della quiete domestica. Accanto a queste
divinità maggiori, i miti greci collocano numerose divinità minori, semidei e
creature fantastiche, quali fauni e ninfe,
ovunque diffuse per mare e per terra.
1.1.
Il mito e
la rielaborazione nella letteratura
1.1.1.
Giacomo
Leopardi e le canzoni giovanili
Dalla
remota antichità, Ulisse e Fedro, Antigone e Oreste, Amore e Psiche, ci parlano
ancora attraverso le opere dei moderni scrittori che ripropongono arcaici e
misteriosi messaggi, caricandoli di nuovi significati. La loro voce è stata
udita e rimodulata da scrittori e poeti quali Foscolo, Leopardi, Quasimodo,
Sartre (nel teatro). Dalla lettura delle
pagine dello Zibaldone e delle Canzoni giovanili di Giacomo Leopardi, si
rileva un’attrazione costante dell’autore per il mito.
Nello
Zibaldone il termine favola ricorre
frequentemente ed egli precisa che con questo termine Platone definiva il suo sistema di idee. La favola è
il mezzo attraverso cui, gli uomini antichi, i saggi elargivano il dono della
verità. Favola è definito il mito di Prometeo che ruba il fuoco agli Dei per
darlo agli uomini. Favola è anche il mito di Amore e Psiche. Così il mito è
favola per Leopardi e da conoscitore e abile manipolatore qual è non esita a
rielaborarlo e inserirlo nelle sue opere, in particolare nelle Operette Morali e nelle Canzoni giovanili, nelle quali il mito
è la tela su cui tesse il suo intricato pensiero, per creare un tessuto letterario complesso ma omogeneo
nella sua stratificazione. Il mito permette l’analisi della realtà e della
natura umana, attraverso forme ed espressioni alternative a quelle reali e
soprattutto esso è inalterabile, esemplare ed universale, eterno e perciò
sacro.
Riutilizzare
la fonte mitica in Leopardi significa non solo estrapolarla, ma adattarla alla
sua capacità inventiva. Il mito è lo strumento che l’autore usa per ritornare
all’antico, utilizzando l’immaginazione che corrisponde a quel senso di vago e
di indefinito a lui tanto caro. L’atteggiamento di Leopardi verso il mito
tradizionale è di emulazione, mai di sterile imitazione. Accoglie e rielabora
la tradizione, rivisitandola sempre alla luce del suo pensiero, delle sue idee,
delle sue osservazioni critiche, adattando la materia letteraria alle sue
teorie. Il mito diventa instrumentum per
esplicare le proprie convinzioni, materia da plasmare per dimostrare il suo
pensiero. Esempi significativi sono le canzoni il Bruto minore e l’Ultimo canto
di Saffo.
Le
Canzoni furono composte tra il 1818 e
il 1823 e pubblicate in un opuscolo a Bologna nel 1824. Si tratta di
componimenti di impianto classicistico che impiegano il linguaggio aulico
sublime e denso della tradizione, con
sensibili influenze soprattutto di Foscolo. Le prime cinque (All’Italia, Sopra il monumento di Dante,
Ad Angelo Mai, Nelle nozze della sorella Paolina, A un vincitore nel pallone), composte tra il 1818 e il 1821,
affrontano una tematica civile. La base di pensiero è costituita dal “pessimismo
storico” in cui Leopardi vede la condizione negativa del presente come effetto
di un processo storico, di una decadenza e di un allontanamento progressivo da
una condizione originaria di felicità. Queste canzoni sono animate da acri
spunti polemici contro l’età presente, inerte e corrotta, incapace di azioni
eroiche, immersa in una “nebbia di taedium
vitae”. Caratteristiche diverse possiedono il Bruto minore (1821) e l’Ultimo
canto di Saffo (1822), le cosiddette “canzoni del suicidio”. Leopardi non
vi parla più in prima persona ma delega il discorso poetico a due personaggi
dell’antichità entrambi suicidi, Bruto, l’uccisore di Cesare, e la poetessa
greca Saffo.
Il Bruto minore fu composto a Recanati nel 1821,
dopo una lunga meditazione sul tema e soprattutto sulla scelta del personaggio.
La figura del figlio adottivo di Cesare, che finì per essere il capo della
congiura assieme a Cassio, era per tradizione storiografica latina il simbolo
stesso della virtù antica; Bruto rappresentava l’ultimo uomo in grado di
sacrificare se stesso per salvare la patria dalla tirannide. Il gesto di
uccidersi dopo la sconfitta di Filippi del 42 d.C. ad opera delle legioni di
Ottaviano, il futuro imperatore, poteva essere interpretato come l’estremo
rifiuto di accettare la perdita della libertà politica. Tuttavia per Leopardi,
Bruto è molto di più, egli rappresenta l’uomo nel momento storico in cui lo
sviluppo della civiltà porta alla caduta delle illusioni.
Il
tutto si presenta con i caratteri del soliloquio portato all’estrema
drammaticità, come se Bruto fosse il protagonista di una vera e propria tragedia.
L’Ultimo canto di
Saffo fu
composto a Recanati nel 1822 e pubblicato per la prima volta due anni dopo. È
un monologo lirico attribuito a Saffo, l’antica poetessa greca che, secondo la
leggenda, si sarebbe uccisa gettandosi dal promontorio di Leucade per amore del
giovane Faone. Leopardi era a conoscenza degli studi filologici e storici in
base ai quali era chiaro che questa era soltanto una leggenda, senza alcun
carattere di realtà; ma nella canzone egli non vuole riferirsi al personaggio
storico, bensì all’idea espressa nel mito, che era comunque uno spunto per la
sua meditazione. Tale spunto è tratto da Ovidio ma il personaggio diviene pura
proiezione autobiografica e portavoce delle idee leopardiane. A tal proposito
il poeta dichiara la sua intenzione di rappresentare l’infelicità di un animo
delicato, tenero, sensibile, nobile e caldo, posto in un corpo brutto.
Il tema centrale del canto è l’infelicità come
destino individuale dell’io lirico, che un errore del caso, dandogli un corpo
brutto, ha condannato all’infelicità. Tuttavia l’idea dell’infelicità
individuale si allarga a quella di infelicità universale, che abbraccia tutti
gli uomini. Non a caso il discorso passa dall’io iniziale al noi del verso 46.
L’infelicità dunque non è solo più dei moderni che hanno perso la facoltà di
illudersi, ma, derivando da terribili mali esterni, coinvolge tutti gli uomini
in ogni tempo. Dunque, in questa prospettiva, non appare casuale che, come
esempio di infelicità, sia proposta la poetessa greca: la miseria umana infatti
non risparmia neanche quegli antichi che Leopardi riteneva privilegiati perché
più vicini alla natura ed immuni dagli effetti distruttivi della ragione. La
concezione di questa infelicità universale nasce dal fatto che ora, all’idea di
una natura benigna, propria del Leopardi degli anni precedenti, si associa
l’idea di un fato crudele, che dispensa sventure e destina l’uomo “negletta
prole”, alla sofferenza senza scampo. Si
delinea cioè un dualismo tra natura e fato; tuttavia è una fase transitoria che
ben presto sarà superata con l’attribuzione alla natura delle caratteristiche
di questo fato ostile all’uomo. Un esempio può essere il dialogo della natura e
di un islandese nelle operette morali. Coerentemente con l’idea che anche gli
antichi non sfuggivano all’infelicità, Saffo diviene portatrice di una
coscienza moderna e può cosi proporsi come portavoce del poeta stesso.
Il
mito, dunque, ha sempre impregnato con la sua bellezza e il suo fascino la
letteratura di ogni tempo. Altro esempio di scrittore che, molto più vicino ai
giorni nostri, ha saputo riadattare alla luce del pensiero moderno il mito
antico è Salvatore Quasimodo con le traduzioni dei Lirici greci.
1.1.2. Salvatore Quasimodo e le traduzioni dei Lirici greci
La
prima edizione dei Lirici greci è
stata pubblicata nel 1940. L’opera suscita subito un ampio dibattito che vede
contrapposti quanti criticano l’eccessiva libertà delle traduzioni del poeta e
quanti invece ne apprezzano la resa moderna, più vicina allo spirito del tempo.
Decisivo è il saggio introduttivo di Luciano Anceschi, che coglie il legame tra
i modi dell’ermetismo cui aderiscono le traduzioni e un nuovo ideale di
classicità, privo dell’enfasi e della retorica che avevano caratterizzato le
precedenti trasposizioni. Infatti le traduzioni sono scevre da qualsiasi
ripiegamento neoclassico, ovvero prive di quegli elementi di scrittura
arcaicizzanti che avevano contrassegnato gran parte delle composizioni degli
anni Venti e Trenta.
In
Italia, peraltro, l’interesse per la lirica greca, giunta in veste
frammentaria, s’incontra con l’orientamento letterario del “frammentismo”.
Simbolo di una tradizione “rovinata” dallo scorrere del tempo, il frammento
stimola l’interpretazione, il desiderio mai spento di svelare l’enigma
originario che si cela dietro il mito. Il bisogno ancestrale di “indagare” il
passato per giungere al principio delle cose. Inoltre il frammento, per
definizione breve, si sposava all’idea di poesia come illuminazione folgorante,
tipica dell’ermetismo.
La
novità delle sue traduzioni, pertanto, risiede nell’aver piegato il canto
greco, vecchio di più di duemila anni, al proprio tempo.
Il
poeta siciliano, peraltro, ha preferito tradurre solo quelle liriche che si
confacevano al suo gusto poetico moderno, ovvero quelle più brevi ed
essenziali, tralasciando le poesie più distese e di carattere celebrativo.
Quasimodo
non impiega metri barbari, come hanno fatto taluni rappresentanti di una non
troppo credibile filologia poetica, per esempio Romagnoli, poiché tradurre
significa rendere la poesia antica o straniera nell’unita metrica della lingua
di arrivo. E per tale motivo che il poeta si e servito del verso più naturale
della lingua italiana: l’endecasillabo.
Quasimodo,
nello scritto Traduzioni dai classici del
1945, spiegava cosa lo avesse spinto a tradurre i lirici greci: il forte
desiderio di dare voce nuova a contenuti eterni, ma una voce nuova che parlasse
direttamente al cuore dell’uomo moderno.
Dal
punto di vista stilistico, i Lirici greci
presentano un linguaggio decisamente ermetico. I nessi logici sono ridotti al
minimo; sono assottigliati fino a scomparire; restano le parole essenziali.
Sono queste le caratteristiche pregnanti della poesia ermetica. Le traduzioni
attenuano l’effetto delle inversioni, avvicinando il linguaggio della poesia al
linguaggio d’uso quotidiano, con un marcato decremento della letterarietà, per
mettere ancor di più in evidenza la volontà di rendere il messaggio antico
sulla base di una concezione moderna. Spesso il poeta, a causa del carattere
frammentario dei lirici, crea una narrazione accostando frammenti diversi e
dando, così, origine ad una successione di momenti nel tempo, connessi tra loro
da una logica, seppur debole, di causa-effetto.
Una
caratteristica comune alla poesia ermetica e alla lirica greca e l’importanza
del valore musicale della parola. Anche nelle traduzioni, ma questo vale per
tutta la poesia di Quasimodo, c’è una forte presenza dell’elemento
fono-simbolico: assonanze, allitterazioni, omotonia che formano quasi una
corrente “sottomare”, una cassa di risonanza della pura referenzialità delle
immagini.