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giovedì 28 agosto 2014

Autori e dintorni...E. Fromm


Fra tutte le minacce agli interessi vitali quella alla libertà è la più importante in assoluto, 
sia dal punto di vista sociale che individuale. Essa è la condizione per la crescita totale di una persona, per la sua salute mentale,
 per il suo benessere. 
L’assenza di libertà mutila l’uomo, lo rende sofferente: ecco un ulteriore motivo per dedurre l’esistenza di un impulso intrinseco dell’uomo a combattere per essa.

(Tratto da Anatomia della distruttività umana)



domenica 26 gennaio 2014

Coazione a ripetere...Tratto da "Forme Vitali"




La coazione a ripetere e il metodo pericoloso

“Ciò che è rimasto capito
male ritorna sempre;
come un’anima in pena,
non ha pace finchè non
ottiene soluzione e liberazione”
S.Freud


Nel “secondo libro” de “I fratelli Karamàzov” Dostoevskij parla di “Un dolore che cola in lamentazioni” e “Le lamentazioni non gli danno alcun ristoro fuorchè quello di esulcerare e di lacerare il cuore. E’ un dolore che non desidera neppure trovare consolazione: si nutre del suo senso di essere inconsolabile. Le lamentazioni sgorgano da un bisogno di rinfiammare costantemente la piaga”.

Tante volte in seduta ho visto questo tipo di dolore. In certe persone che soffrono di depressione, in particolare, capita di vedere una sorta di continuo ruminare su un’idea che provoca dolore, senza riuscire, tuttavia, a cavar niente da quell’idea se non altri lamenti. Eppure proprio come dice Freud nella frase dell’incipit, mentre sto ad ascoltare ho l’impressione che qualcosa, sotto al lamento, cerchi una liberazione e una soluzione.

Lo stesso accade con certi gesti e certe azioni che continuamente si ripetono quasi fossero dei riti. In seduta questi gesti vengono raccontati nelle descrizioni che la persona fa della propria vita.

Un mio paziente che giocava d’azzardo mi raccontava, ad esempio, della fatica di procurarsi un po’ di euro per precipitarsi in un bar e buttarli velocemente nella slot machine senza nemmeno più la speranza di vincere ma così “per il bisogno di giocare”. Quando gli feci notare che è uno strano “gioco” quello che ripetendosi sembra volere solo se stesso: senza sfoghi, senza particolari vittorie ma solo con l’esigenza della ripetizione, mi rispose che non riusciva nemmeno a pensare alla propria vita senza il senso di tranquillità che veniva dal buttare i soldi in una “macchinetta”.

Era consapevole del disastro che il vizio del gioco stava causando alla sua vita, si rendeva conto dei debiti, degli sguardi di compatimento che gli altri gli rivolgevano e del “distacco da tutto il resto” che la sua abitudine creava. Ma continuava a chiamare tranquillità quello stato d’animo che provava quando, dopo essersi procurato i soldi, riusciva a perderli, quando riusciva a svuotarsi dopo essersi riempito.

Allo stesso modo e quasi con le stesse parole una paziente affetta da bulimia una volta mi disse che provava sazietà non dopo essersi abbuffata ma solo dopo avere vomitato tutto quello che aveva ingerito. “Solo allora mi sento tranquilla; solo così elimino, per un po’, la tensione.”

Nell’Enciclopedia di Psicoanalisi gli autori (J.Laplanche e J.B.Pontalis) spiegano che la coazione a ripetere è: “A livello di psicopatologia concreta, quel processo incoercibile e di origine inconscia con cui il soggetto si pone attivamente in situazioni penose, ripetendo così vecchie esperienze senza ricordarsi il prototipo e con invece l’impressione di qualcosa che è pienamente motivato dalla situazione attuale”.

Nei lamenti del depresso, nei gesti stereotipati del giocatore d’azzardo, nel rituale bulimico quello che vediamo all’opera è proprio questa tendenza a ripetere, questo bisogno incoercibile di compiere dei gesti che non producono un risultato, non risolvono niente e, proprio per questo, hanno bisogno di essere continuamente ripetuti. Anche dopo avere messo in atto le azioni che dovrebbero portare sollievo, i giocatori patologici rimangono scontenti, i bulimici affamati, i depressi soli e sconsolati.

E’ come se il prototipo, l’esperienza originale che fa da stampo a tutte le altre e che è un po’ il primo anello della catena non venisse mai a galla, creando così l’esigenza della ripetizione e, allo stesso tempo, la sua inutilità.

Per usare un’altra metafora si può dire che ciò che vorremmo scoprire o capire fino in fondo continua a dare segno di sé e, contemporaneamente, a nascondersi, rendendo la ricerca vana e infinita.

In una delle sue intense poesie la scrittrice Emily Dickinson dice: “Il cuore non dimentica / finchè non contempla / ciò che rifiuta”. Sembra che, allo stesso modo, la mente che non riesce a vedere bene ciò contro cui lotta, che non riesce a capire cosa sta cercando veramente di evitare, continui, ossessivamente, a rimettere in scena la propria protesta cercando esperienze penose in cui combattere contro un fantasma per perdere, ancora una volta, la battaglia.

Tutto questo (e un bel po’ di varianti sul tema) è la coazione a ripetere e gli esempi clinici che ho fatto poc’anzi non sono che estremizzazioni di ciò che accade ad ognuno di noi: è facile vedere la reiterazione di certi comportamenti quando si osservano fenomeni macroscopici come il gioco compulsivo, le tossicodipendenze o i disturbi alimentari, ma basta guardare un po’ più in profondità nelle nostre vite per accorgerci di quanto questo meccanismo influenzi più o meno profondamente il nostro comportamento quotidiano, il nostro stile di vita e le nostre abitudini.

Portare un individuo a contemplare ciò a cui realmente si oppone e a diventare consapevole di quale sia il vero nemico è forse il compito più ambizioso di qualsiasi metodo che si ponga come obiettivo quello di aiutare la persona a liberarsi dalle proprie catene.

E ogni metodo che si ponga un tale obiettivo merita l’appellativo che William James diede alla Psicoanalisi (allora agli albori). La definì infatti metodo pericoloso perché si accorse che i pazienti avrebbero ripetuto in seduta ciò che non erano in grado di vedere. Capì che ai terapeuti sarebbe stata posta una scelta cruciale: rispondere ai pazienti nello stesso modo in cui rispondevano ai loro eccessi e alle pulsioni le persone della loro vita: rispondere all’odio con dell’altro odio, al desiderio con altro desiderio; oppure aiutarli a prendere coscienza di cosa veramente li costringesse ad agire certe spinte, a combattere gli avversari sbagliati. Ciò che rende pericoloso il metodo è l’oggetto stesso su cui il metodo si applica.

Chi fa il mio lavoro sa, perché lo ha provato nella pratica, che chi è depresso si lamenta anche della terapia che sta facendo, che i bulimici hanno la tendenza ad abbuffarsi con i contenuti della seduta per rigettarli subito dopo e per non sentirsi mai sazi e che il giocatore d’azzardo scommette, senza volerlo, contro la riuscita della terapia. Sa anche che è utile che tutto ciò avvenga perché, nello spazio della seduta, sarà possibile affrontare in un modo diverso quell’anima in pena che nella ripetizione cerca soluzione e liberazione.

Perché questo avvenga e per porre fine al circolo vizioso occorre, innanzitutto, vedere l’individuo dietro al sintomo e riconoscere quelle forze che, nella persona, spingono per “rompere l’incantesimo” e per uscire dalla trappola.
E’ un lavoro su cui sono stati scritti migliaia di libri e su cui io, in questo blog, faccio solo alcuni accenni, nelle cronache.

Ma questo è un saggio semi serio; pone solo domande e dà spunti per la riflessione: ci sono metodi meno pericolosi?, privi di rischi, che garantiscano un risultato senza lo sforzo di esporsi e senza il pericolo di andare a sbattere insieme contro la sofferenza che, scavando, verrà a galla?

Ci sono!….Sono “innocui”, inefficaci, redditizi.

Si possono fare “pubblicità progresso” contro i disturbi alimentari e inserirle con cura fra un blocco di spot sulle merendine e un altro in cui modelle filiformi indossano taglia 38.
Si può, (si deve!) mettere alla fine di ogni promozione televisiva di poker on line l’avviso “gioca con moderazione”.
Si può suggerire a tutta la popolazione, subito dopo una catastrofe, di andare avanti a fare la vita di sempre: il consiglio che G.W.Bush e Rudolph Giuliani diedero agli abitanti di New York subito dopo l’11 settembre fu “uscite a fare shopping”.

O possiamo usare un metodo pericoloso: fermarci un attimo e riflettere, e, parafrasando solo un po’ E. Dickinson, contemplare ciò che stiamo rifiutando! Renderci conto di cosa vogliamo lasciarci davvero alle spalle!

lunedì 7 ottobre 2013

Psicologia e dintorni...



L'analisi di Nancy e i 5 sistemi motivazionali 

Recensione a Lichtenberg-Lachman-Fosshage,
Lo scambio clinico, la teoria dei sistemi motivazionali e i nuovi principi della tecnica psicoanalitica, 1996, Milano, Rsffaello Cortina, 2000
(di Antonio Dorella)
[…]
In ‘Lo scambio clinico’, Lichtenberg sceglie una strada, inusuale e avvincente, per dimostrare l’applicabilità della propria teoria dei 5 sistemi motivazionali, già precedentemente presentati in Psicoanalisi e sistemi motivazionali, 1995. Lo scambio clinico è l’esposizione e il commento di sequenze cronologiche dell’analisi di Nancy, una ragazza trentenne tenuta in cura per 9 anni. Nancy ha un’infanzia difficile. Alla sua nascita, a causa di una placenta previa, la madre si ritira dai propri genitori e lascia che la figlia venga allevata dal padre e dal nonno. Le uniche figure positive e benevole della famiglia. Al ritorno della madre, Nancy rievoca la delusione e il distacco dei suoi rapporti attraverso quelle che Lichtenberg definisce ‘scene modello’. Cioè scene ricorrenti, emotivamente dense, all’interno delle narrazioni del setting, le quali definiscono lo status di una relazione. In particolare Nancy ricorda l’irrigidimento della gamba della madre, ogni volta che da piccola in uno slancio d’amore tentava di abbracciarla. Salvo poi, la madre, effondersi in complimenti e affettuosità per la vista o la vicinanza del fratello Matt, il prediletto della casa. Altra scena modello che incardina i temi relazionali all’interno della famiglia di Nancy è data dalla ‘scena del tavolo’. In cui Matt è posto sopra un tavolo dalla madre per farlo cantare. Nancy a fatica si arrampica su di una sedia e raggiunge il fratello, per imitarlo. Ma la madre, rimproverandola per il suo gesto di impossibile emulazione delle doti di Matt, la ripone per terra. “Solo Matt è il cantante di casa”. Matt è un sadico. Da piccolo si masturba sulla schiena di Nancy. Talora si diverte a chiuderle la bocca, fino a farle mancare il fiato. Quando Nancy riesce a liberarsi, al limite delle sue riserve di ossigeno, e rimprovera Matt davanti alla madre, entrambi, fratello e madre, la criticano per non aver capito, per mancanza di affetto, che si trattava solo di un gioco. E’ lei, Nancy la bambina malevola e provocatrice. L’uso delle scene modello è solo uno dei dieci principi tecnici suggeriti da Lichtenberg. Forse uno dei più convincenti in fase applicativa. Gli altri, ugualmente importanti, sono la costruzione di una cornice amichevole e attendibile. Definizione che non coincide con la gratificazione ad oltranza delle aspettative idiosincratiche del paziente, ma con la tendenza dell’analista o del terapeuta a comprendere i bisogni e i desideri del paziente. Ad esempio, Nancy in analisi aveva dimostrato di non gradire, perché pronunciato, a suo giudizio, con un falso tono affettuoso, la frase di commiato: “Il nostro tempo è scaduto adesso”. L’analista decide di accondiscendere alla richiesta, togliendo dalla usuale formula di saluto la parola “adesso”. Il secondo principio è la percezione empatica, cioè la capacità dell’analista di orientarsi dall’interno della prospettiva del paziente. Il terzo principio è la ricerca dell’affetto specifico vissuto dal paziente in quella situazione. E’ solo in base al rinvenimento dell’affetto specifico che si può poi giungere all’identificazione di quale dei cinque sistemi motivazionali,  è in atto. Il quarto principio recita “il messaggio contiene il messaggio”. A differenza della psicoanalisi per la quale il vero messaggio del paziente è sempre celato dietro ciò che è manifesto, Lichtenberg propone di considerare con positività quanto riferito dal paziente. Senza sistematicamente svalutarne il reale contenuto a favore di pregiudizi dietrologici. Solo così è possibile minimizzare le resistenze iatrogene del paziente, in un clima di sicurezza e di basso livello di intrusività. Il quinto principio invita a formulare le domande per riempire l’involucro narrativo. Compito irrinunciabile del terapeuta è una ricostruzione attendibile delle narrative del paziente, per dimostrare il proprio personale interesse alla terapia e per conseguire l’effetto terapeutico che ogni presentazione narrativa coerente ha sul trattamento. Il sesto principio consiste in un lavoro di sartoria: indossare le attribuzioni del paziente. L’analista è invitato a vedere se stesso così come lo vede il paziente, impegnandosi in una attualizzazione del ruolo con cui viene identificato. Le conseguenze positive di una corretta applicazione di questo principio sono l’esplorazione degli aspetti intersoggettivi del transfert, la possibilità di fornire continuità al corso della seduta e l’invito ad un senso del gioco come forma di comunicazione. Ad esempio, all’inizio dell’analisi di Nancy, su Lichtenberg viene proiettato il ruolo di possibile maniaco sessuale. Nancy accusa l’analista di essere perversamente intento ad esporla a discorsi a sfondo sessuale. L’analista accetta di discutere –per paradosso- l’attribuzione, che grazie a questa disponibilità al dialogo verrà ampiamente superata. Il settimo principio, sarebbe stato meglio dire consiglio terapeutico, è come già discusso, la costruzione congiunta di scene modello. Come ad esempio quella della gamba rigida della madre. L’ottavo principio consiste nell’invito all’esplorazione dei motivi avversativi –resistenza, rabbia- al pari di qualsiasi altro messaggio espresso all’interno del setting. Il nono principio –siamo quasi al termine di questa estenuante elencazione- consiste nel raggruppare le possibilità di intervento dell’analista nel processo terapeutiche in tre forme. Un tipo di intervento per riecheggiare le parole del paziente, permettendo l’ampliamento dell’esposizione dei contenuti con formule interrogative quali: “E’ questo che mi stai dicendo?” oppure “Sta dicendo che…?”. Una seconda modalità di intervento riguarda l’espressione del punto di vista dell’analista, per prendere posizioni personali attraverso valutazioni, sentimenti o impressioni. Ed infine l’ultimo gruppo di interventi: che Lichtenberg definisce con un ossimoro, e cioè “coinvolgimenti spontanei disciplinati”. Delle piccole, gioiose, impertinenti, provocazioni. Per accrescere, con arguzia, la capacita all’interno del setting di giocare empaticamente, dimostrando la capacità di un umorismo imprevisto e coscienzioso. L’ultimo principio, ma il piacere della rubricazione di Lichtenberg continua in seguito con il capitolo delle motivazioni, è l’interpretazione della sequenza degli interventi dell’analista e delle risposte del paziente. Scopo della presentazione dell’analisi di Nancy attraverso i dieci principi operativi è dimostrare la possibilità di individuare la presenza, alternante o simultanea, di uno o più dei cinque sistemi motivazionali. Che Lichtenberg pone alla base di ogni condotta e ama raggruppare in questo modo. Il primo è chiamato la regolazione psichica delle esigenze fisiologiche. E’ un principio minimalista che ci piace. Lichtenberg lo spiega con un esempio. Se un paziente che soffre di asma racconta, attraverso le sue associazioni, la possibilità di identificare la bomboletta che stringe in mano e il cui contenuto è spruzzato in bocca durante gli accessi acuti, con la mano della madre, uno psicoanalista classico parlerà di complesso edipico. Lichtenber preferisce fermarsi al dato fenomenologico e parlare di insufficiente regolazione psichica delle esigenze fisiologiche, rimandando le interpretazioni ad una analisi più approfondita e meno dogmatica delle resistenze infantile allo sviluppo. Nel caso di Nancy la disorganizzazione di questo primo sistema motivazionale era presente nella sua difficoltà a provare l’orgasmo, che si risolverà solo al termine dei nove anni di analisi, e nell’enuresi e nella stitichezza che l’ha accompagnata per tutta l’adolescenza. Il secondo principio deriva direttamente dall’infant reserch a cui Lichtenberg si richiama spesso, ed è il sistema motivazionale definito come attaccamento e affiliazione. I suoi ambivalenti rapporti di amore e odio con la madre costituiscono per Nancy uno degli oggetti di maggiore importanza nella discussione analitica. Il terzo principio motivazionale è l’esigenza di esplorazione e assertività. Che Nancy sviluppa come forma di competizione con il fratello Matt. Il quarto sistema motivazionale è garantito dalla presenza dell’aggressività e il quinto –non poteva mancare- è dato dal piacere sensuale e dall’eccitamento sessuale.

martedì 9 luglio 2013

Sigmund Freud, Lettere all'amico

Wilhelm Fliess 1887-1904



Per quindici anni, nel periodo più intenso e importante, dal punto di vista scientifico, della sua vita, Freud tiene con il collega Wilhelm Fliess, di due anni più giovane di lui, una corrispondenza quasi giornaliera.
I due si conoscono quando Fliess, arrivato a Vienna nel 1887 per la specializzazione, riceve da un amico il consiglio di frequentare le lezioni che Freud teneva sull’anatomia e la fisiologia del sistema nervoso.
Ben presto tra i due si afferma un rapporto di amicizia e già nella sua prima lettera, nel novembre del 1887, Freud si esprime così :

” Egregio amico e collega,
la mia lettera odierna è dettata da un motivo professionale; devo però iniziare confessando che spero di poter proseguire il rapporto con Lei, e che Lei mi ha lasciato una profonda impressione, la quale potrebbe facilmente indurmi a comunicarLe schiettamente in quale categoria di uomini sento di doverLa collocare.”
E’ la prima di una lunga serie di lettere tra i due. Quelle di Fliess sono andate perdute, mentre quelle di Freud a Fliess, circa 300, ci sono arrivate ( e la storia del loro acquisto e della loro pubblicazione nel 1985 è, a dir poco, romanzesca).
Queste lettere, dopo ogni sorta di peripezie, finirono nelle mani della principessa Marie Bonaparte, famosa psicoanalista e allieva dello stesso Freud. Essa rifiutò di distruggerle, come avrebbe voluto il suo maestro, e le conservò gelosamente, conscia del loro valore storico e scientifico. Proprio negli anni di questo carteggio Freud ebbe, come egli stesso disse poi, "capacità di introspezione quali un uomo può avere una sola volta nella vita"



15 ottobre 1897

Caro Wilhelm,

la mia autoanalisi è in effetti la cosa più importante che io abbia ora per le mani, e promette di essermi assai preziosa se arriverò a finirla. Quando sono giunto a metà, essa si è interrotta improvvisamente per tre giorni…il quarto giorno procedette puntualmente; naturalmente la pausa fu determinata anche da altro, e cioè dalla  resistenza  di fronte a qualche sorprendente novità. Da allora sono di nuovo occupato intensamente, con la mente fresca, quantunque afflitto da molteplici piccoli disturbi che nascono dal contenuto dell’analisi. La mia attività professionale sfortunatamente mi lascia ancora molto tempo libero…

Sono proceduto ancora parecchio, ma non sono ancora arrivato al vero punto definitivo. Comunicare quanto è ancora incompleto è così faticoso e mi porterebbe tanto lontano che spero mi scuserai e ti accontenterai di conoscere i frammenti ormai certi. Se l’analisi mantiene ciò che mi attendo, la rielaborerò in modo sistematico e te ne esporrò i risultati. Finora non ho trovato nulla di completamente nuovo, ma tutte le complicazioni alle quali sono normalmente abituato. Non è una cosa facile. Essere del tutto onesti con sé stessi è un buon esercizio. Mi è nata una sola idea di valore generale: in me stesso ho trovato l’innamoramento per la madre e la gelosia verso il padre, e ora ritengo che questo sia un evento generale della prima infanzia, anche se non sempre si manifesta tanto presto come nei bambini resi isterici. (Analogo al “romanzo delle origini” dei paranoici, degli eroi e dei datori di religioni). Se è così, si comprende il potere avvincente dell’Edipo re…La saga greca si rifà a una costrizione che ognuno riconosce per averne avvertita in sé l’esistenza. Ogni membro dell’uditorio è stato, una volta, un tale Edipo in germe e in fantasia e, da questa realizzazione di un sogno trasferita nella realtà, ognuno si ritrae con orrore e con tutto il peso della rimozione che separa lo stato infantile da quello adulto.

Mi è  balenata l’idea che la stessa cosa possa essere alla base dell’Amleto. Non penso ad una intenzione deliberata di Shakespeare, ma ritengo piuttosto che un avvenimento reale abbia spinto il poeta a tale rappresentazione, mentre il suo inconscio capiva l’inconscio dell’eroe.

Come giustifica l’isterico Amleto la sua frase: “Così la coscienza ci rende tutti codardi” e la sua esitazione a vendicare il padre uccidendo lo zio? Come può giustificarle se non per il tormento suscitato in lui dall’oscuro ricordo di aver meditato lui stesso il medesimo gesto contro il padre, per passione verso sua madre? “Trattate ogni uomo secondo il suo merito, e chi sfuggirà alla frusta” la sua coscienza è il suo senso di colpa inconscio…E alla fine non riesce, nello stesso modo prodigioso dei miei isterici, ad attirare su di sé la punizione, vivendo l’identico destino del padre, avvelenato  dal medesimo rivale?

Il mio interesse è stato così esclusivamente concentrato sull’analisi, che non ho ancora provato a saggiare se, invece della mia ipotesi che la rimozione inizi sempre dal lato femminile e sia diretta contro quello maschile, possa essere vero il contrario, come tu suggerisci. Ma una volta o l’altra ci arriverò.  Sfortunatamente io posso contribuire poco al tuo lavoro e ai tuoi progressi. Da questo punto di vista sono avvantaggiato rispetto a te. Quanto io ti racconto, infatti, delle frontiere psichiche di questo mondo trova in te un critico competente, mentre ciò che tu mi dici delle sue frontiere astrologiche suscita in me soltanto un improduttivo stupore.

Con i saluti più affettuosi a te, alla tua cara consorte e al mio nuovo nipote

Tuo Sigm.



lunedì 8 luglio 2013

"Freud e la nuova razionalità"

di Antonio Gargano


Sigmund Freud, nato nel 1856 a Freiberg, in Moravia, da una famiglia ebrea di lingua tedesca, trascorse l’infanzia e la giovinezza a Vienna, dove si formò in un’atmosfera di cultura positivistica e materialistica e dove si laureò in medicina nel 1881. Nei primi anni dopo la laurea in medicina, Freud si occupò degli effetti chimici degli anestetici e della cocaina; da queste ricerche passò allo studio dei disturbi mentali. Collaborando con il collega Josef Breuer, Freud giunse a capire che l’isteria non è causata da un tessuto che si è necrotizzato, da una lesione del sistema nervoso, da un fatto fisico, ma da tutt’altro. Freud e Breuer studiarono pazienti affette da isteria che, indotte a cadere in un sonno ipnotico, riuscivano a liberarsi del loro malessere, ad alleviare i loro sintomi e a dare segni di guarigione. Essi iniziarono ad applicare il loro metodo, che chiamarono catartico (dal greco catarsi=purificazione) riscontrando anche su altri tipi di pazienti che il ricordare gli episodi traumatici che hanno portato alla sofferenza libera dai sintomi stessi; piú precisamente, se il paziente non semplicemente ricorda l’episodio traumatico, ma riprova «l’affetto che lo aveva accompagnato», il sintomo scompare. Freud studiò le dinamiche dell’ipnosi anche in Francia, presso la clinica parigina della Salpêtrière insieme a Charcot. Tornato a Vienna, dovette difendersi dagli attacchi della medicina ufficiale, ispirata a principi positivistici, convinta della natura puramente organica, fisica, dei disturbi mentali. Nel 1895 Freud e Breuer pubblicarono un libro intitolato Studi sull’isteria, che raccoglieva i risultati delle loro esperienze terapeutiche.
Successivamente Freud si rende conto che l’ipnosi non è un metodo affidabile per diversi motivi: prima di tutto perché non tutti i pazienti possono venir ipnotizzati, in quanto l’ipnosi implica una sorta di stato di inferiorità, di debolezza del paziente, inoltre perché si riscontrano fenomeni di ricaduta, ma soprattutto Freud si convince del fatto che il paziente ipnotizzato, proprio perché si trova in una condizione di soggezione nei confronti dell’ipnotizzatore che gli comanda di ricordare, racconta traumi, afferma di essersene liberato, ma lo fa soltanto perché pensa che il medico abbia piacere di sentirsi dire questo. Freud ricorre all’espressione “ricordi di copertura” per indicare ricordi che il paziente inventa, sia pur inconsapevolmente. Per questo Freud sostituisce il metodo ipnotico con quello delle libere associazioni. Egli si accorge che il paziente, anche senza essere ipnotizzato, se posto in uno stato di rilassatezza, mediante libere associazioni di parole e di ricordi fa emergere l’evento che lo opprime: il paziente viene sollecitato a esprimere immediatamente e liberamente tutto ciò che pensa; con le libere associazioni si mette in movimento una catena di ricordi, di pensieri che penetra in profondità nella psiche ed arriva di anello in anello alla causa del malessere. Freud si avvicina cosí alla scoperta dell’inconscio.
Freud esplicita con chiarezza un’idea che era stata già presente nel Romanticismo, in Schopenhauer e in una parte della cultura dell’800. I romantici tedeschi avevano parlato del sogno come un luogo in cui si manifestano verità diverse da quelle della vita reale, cosciente. Schopenhauer parla della coscienza come della superficie di un lago, lasciando intendere che sotto la superficie c’è qualcosa d’altro. Freud perfeziona queste intuizioni e, grazie alle sue esperienze terapeutiche, perviene alla formulazione della teoria dell’inconscio, delineata nel celebre libro L’interpretazione dei sogni, apparso nel 1900, che si può considerare l’inizio della psicoanalisi, di una nuova consapevolezza dell’uomo. Freud sostiene che non solo nello stato di rilassatezza, ma a maggior ragione nel sogno, i contenuti che urgono all’interno dell’individuo e che causano il suo malessere riescono a manifestarsi, sia pure parzialmente. L’interpretazione dei sogni mostra che la nostra vita cosciente è solo la punta di un iceberg. Come in un iceberg la parte emergente è minima rispetto a quella sommersa, cosí nella nostra vita psichica il conscio è un materiale minimo rispetto al materiale inconscio che si trova nella profondità della nostra psiche. L’inconscio è un intero mondo di forze che premono dal nostro interno e mantiene dentro di sé contenuti respinti dalla coscienza in quanto per le sue convinzioni morali l’individuo non li riconosce come congrui, come ammissibili. Questi contenuti rimossi dalla coscienza vengono tenuti sotto controllo da una censura, che impedisce loro di emergere, ma che in stato di rilassatezza, e soprattutto durante il sonno, si indebolisce, consentendo ai contenuti inconsci di manifestarsi parzialmente. La censura si indebolisce, ma non si annulla del tutto: durante il sonno l’inconscio manifesta nei sogni, i suoi contenuti, ma in maniera parziale, distorta, per cui è necessaria un’interpretzione dei sogni. In questa grande opera Freud decodifica il linguaggio dell’inconscio attraverso l’analisi dei sogni dei suoi pazienti (e dei propri) e riesce a capire quali sono i meccanismi fondamentali attraverso cui la censura modifica il contenuto inconscio, il contenuto latente del sogno e lo fa diventare contenuto manifesto, cioè quello che noi ricordiamo. Imparando a decifrare il contenuto manifesto del sogno si può risalire al contenuto latente (nascosto) e quindi agli impulsi dell’inconscio.
I meccanismi fondamentali attraverso i quali impulsi, desideri, emozioni del nostro inconscio vengono tradotti in immagini di sogno sono:
- la condensazione, per la quale un’idea, un’immagine del sogno può fondere insieme vari pensieri e ricordi; dice in proposito Freud: «Il sogno è stretto, misero e laconico in paragone alla estensione e alla ricchezza delle idee del sogno»;
-lo spostamento, processo per cui la carica emotiva (attrazione erotica, aggressività, etc) è separata dal suo oggetto reale ed è riferita a un oggetto differente;
-la drammatizzazione, che è la «trasposizione in immagini visive»; la maggior parte dei sogni sono composti da immagini vivide, mentre il pensiero concettuale è in essi spesso debole o assente; i pensieri e le emozioni alla base del sogno si presentano in successione densa e movimentata, come se il sognatore fosse allo stesso tempo spettatore e attore in un dramma misterioso;
-la simbolizzazione, che consiste nell’utilizzo da parte dell’inconscio di simboli sostitutivi delle cose. Riccorriamo in proposito alle parole e a qualche esempio dello stesso Freud: «Il simbolismo è forse il capitolo più strano della teoria dei sogni [...] i simboli realizzano in certo qual modo l’idea dell’interpretazione onirica degli antichi e del popolo [...]. Per il genitale maschile il sogno conosce un gran numero di figurazioni che si possono dire simboliche, nelle quali il lato comune a tutti i paragoni è per lo più evidente: in primo luogo oggetti lunghi e sporgenti come per esempio bastoni, ombrelli, stanghe, pali, alberi ed altro. Poi da oggetti che abbiano con esso l’attitudine comune di poter penetrare nel corpo e di ferire, come per esempio armi appuntite di ogni sorta, coltelli, pugnali, lance, spade, ma anche armi da fuoco come schioppi, pistole e rivoltelle, che per la loro struttura si adattano ottimamente a questo simbolo [...]. Il genitale femminile viene rappresentato simbolicamente con tutti quegli oggetti che hanno in comune con esso la qualità di rinchiudere uno spazio vuoto atto ad accogliere qualche cosa. Dunque con pozzi, fosse o caverne, con recipienti e bottiglie, con scatole, barattoli, bauli, astucci, casse, borse, ecc. Anche la nave appartiene a questa serie [...]».