“Questo è il grande errore dei medici del nostro tempo:
tenere separata
l’anima dal corpo”.
La Medicina
Psicosomatica studia i rapporti che intercorrono tra il nostro mondo interno e
le reazioni corporee.
Nelle reazioni psicosomatiche, in generale, manca l’operazione di elaborazione
degli eventi che ci causano sofferenza e la partecipazione della intera
personalità a questi possibili accadimenti della vita appare limitata. Manca la
consapevolezza del collegamento tra gli eventi dolorosi della vita e gli
effetti negativi che essi possono causare all’organismo.
Un esempio banale, utile per capire:
“Mi è venuto un
tremendo mal di testa perché ho lavorato troppo” – stress da super-lavoro –,
dice una persona; “
Mi è venuto un
tremendo mal di testa e non lo so perché”, dice un’altra.
Quest’ultima persona dimostra di avere qualche difficoltà ad
accedere alla comprensione del suo “star male” e potrebbe continuare a lavorare
aggravando il suo sintomo, mentre la prima, consapevole della possibile origine
del suo mal di testa, potrebbe scegliere di fermarsi di lavorare e magari
concedersi dei momenti di pausa rispettosi del suo modo di essere e del suo
livello di fatica.
Le persone che tendono a funzionare come la persona citata
per seconda, possono essere candidate ad avere sintomi di natura psicosomatica,
cioè hanno maggiore probabilità di sviluppare una sofferenza psicosomatica.
Il modello
psicosomatologico di interpretazione della malattia e dello “star male”,
ribalta, d’altra parte, lo schema classico il quale prevede la lesione
dell’organo quale base del suo mal funzionamento, nello schema secondo cui il
protrarsi di uno stress intenso può generare una disfunzione di quell’organo e,
quindi, il suo mal funzionamento e, addirittura, se non si riescono a porre
ripari in tempi normali, una sua lesione.
Ricerche
Molte ricerche hanno dimostrato che i condizionamenti
psicologici e sociali sono una classe di fattori che si trovano presenti in
tutte le malattie e in tutti i disturbi fisici anche se il loro peso può
variare da disturbo a disturbo, da un individuo all’altro.
Dalla letteratura
internazionale si ricava che il disturbo psicosomatico è caratteristico di
quelle persone che presentano difficoltà nei processi di mentalizzazione, ossia
di elaborazione psichica delle emozioni attraverso le operazioni del pensiero,
sia intellettuale e cosciente sia immaginativo e fantastasmatico.
Inoltre, le
caratteristiche della loro personalità sono incentrate su un’accentuazione del
pensiero operativo, queste persone sono sempre rigidamente aderenti alla realtà
concreta e difficilmente
la loro vita è ricca di vita fantastica.
Teorie a confronto:
Freud, Reich, Lowen et al.
Secondo S. Freud, la
sofferenza psicosomatica e, in senso lato, il disturbo psichico, nascerebbe da
un conflitto tra la soddisfazione di un desiderio e la constatazione della
impossibilità o, quantomeno, della difficoltà nel realizzarlo.
Secondo un altro grande del pensiero
psicoanalitico, W. Reich,
tutti i processi vitali seguono i fenomeni di carica e scarica. Per cui, quando
la scarica risulta impedita, l’organismo vive in uno stato di carica senza
sfogo e se questa condizione diventa cronica, si forma una corazza caratteriale
a livello psichico e una corazza muscolare a livello fisico, in tal modo
l’organismo arriva a svolgere una operazione di controllo delle emozioni e una
potente struttura di difesa da esse.
Mentre quindi Freud
poneva attenzione soltanto alla produzione verbale dei suoi pazienti, Reich
introdusse nella psicoanalisi anche l’osservazione del corpo, come
l’espressione degli occhi e del viso, la qualità della voce e i vari tipi di
tensione muscolare. Descrisse per primo quello che oggi noi chiamiamo il
linguaggio del corpo.
Le teorie di Reich
hanno prodotto lo sviluppo dell’analisi bioenergetica, metodica
psicoterapeutica elaborata da A. Lowen.
Questo approccio,
unico nel suo genere, considera la mente e il corpo un’unità funzionale,
inscindibile, tanto che il suo intervento è costituito da una complessa
combinazione di lavoro sul corpo e lavoro psicoanalitico.
Tra gli anni Quaranta
e gli anni Cinquanta, Franz Alexander propose che gli stati conflittuali,
attraverso la mediazione del sistema neurovegetativo, fossero implicati nelle
cause di varie malattie psicosomatiche.
Un’altra teoria molto
significativa è quella proposta dalla Dunbar. Ella sostenne che la struttura
della personalità individuale può condizionare le difese corporee,
predisponendo allo sviluppo di determinate malattie.
Nonostante le molte
obiezioni, gli studi di questa autrice sollevarono un certo interesse nella
comunità scientifica internazionale e favorirono altre ricerche, tra le quali
quelle di Friedman e Rosenman, che portarono all’identificazione di un pattern
di Comportamento definito di “tipo A”, oggi considerato ufficialmente un
fattore di rischio per le malattie cardiovascolari.
L’individuo di “tipo A”
e malattie coronariche
L’individuo “di
tipo A” ha sempre fretta, avverte la pressione del tempo, è eccessivamente
coinvolto nel lavoro, è ambizioso e competitivo, è impaziente e si annoia
facilmente, è ostile ed irritabile, è ansioso ed impulsivo, ha uno stile di
espressione a volte arrogante ed un linguaggio rapido e incalzante, ricerca il
successo e la valorizzazione sociale, è sempre teso, impegnato senza tregua
verso il raggiungimento di obiettivi.
Nel 1981 il “Comportamento
di Tipo A” è stato riconosciuto ufficialmente come fattore di rischio nei
confronti delle malattie coronariche, riconoscimento di portata storica per la
psicosomatica, che venne condiviso anche dalla Organizzazione Mondiale della
Sanità.
Vent’anni di studi
ulteriori, tra il 1970 e il 1990, hanno chiarito che sensibile alle reazioni
emozionali non è solo il sistema nervoso vegetativo ma anche, e notevolmente,
il sistema endocrino, inaugurando il filone di ricerca della
psiconeuroendocrinologia.
Mentre, a partire
dagli anni ’80, anche il sistema apparentemente più lontano, il sistema
immunitario, risultò avere connessioni con il sistema nervoso e molto sensibile
allo stress.
Psiconeuroendocrinoimmunologia
Vengono così gettate
le basi della neuroimmunomodulazione e nasce la psiconeuroendocrinoimmunologia.
Com’è noto, animali stressati – ad esempio ripetutamente spaventati – producono
meno anticorpi e spesso si ammalano con più facilità rispetto ad animali di
controllo non stressati.
Lo stress può indurre aumentata mortalità in seguito
all’esposizione ad agenti infettivi. Persone in lutto per la morte di un
proprio caro possono risultare immunodepresse.
Sifneos, negli anni
Sessanta, parlò di “alessitimia”, letteralmente “emozione senza lessico”;
secondo questo autore le persone affette da disturbi psicosomatici avrebbero
incapacità ad esprimere verbalmente le loro emozioni, la loro attenzione sarebbe
interamente centrata sugli oggetti concreti e sulla realtà esterna tanto da
essere “sbilanciate” anche sotto l’aspetto neuropsicologico, nel senso che predominerebbe, in queste
persone, la neocorteccia a danno del sistema libico, mancando ogni integrazione
tra componenti intellettive ed emozionali.
In Italia, il
compianto Ferruccio Antonelli nel 1981 iniziò a parlare di “brositimia”, letteralmente
“sentimento ingoiato”.
Secondo questo autore,
le persone affette da disturbi di natura psicosomatica, presenterebbero
difficoltà nel reagire alle avversità della vita, tanto che questo loro stile
di vita risultò essere il principale responsabile delle loro sofferenze, la più
chiara espressione della somatizzazione dell’ansia. “Mandare giù”, d’altra parte, ricorda il comportamento dello struzzo:
non risolve i problemi ma li dirotta all’interno lasciandoli irrisolti.
Di Alfredo Ferrajoli

