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sabato 1 marzo 2014

Psicologia e dintorni...Disturbo Psicosomatico


“Questo è il grande errore dei medici del nostro tempo:
 tenere separata l’anima dal corpo”.
Platone

La Medicina Psicosomatica studia i rapporti che intercorrono tra il nostro mondo interno e le reazioni corporee. Nelle reazioni psicosomatiche, in generale, manca l’operazione di elaborazione degli eventi che ci causano sofferenza e la partecipazione della intera personalità a questi possibili accadimenti della vita appare limitata. Manca la consapevolezza del collegamento tra gli eventi dolorosi della vita e gli effetti negativi che essi possono causare all’organismo.
Un esempio banale, utile per capire:
    “Mi è venuto un tremendo mal di testa perché ho lavorato troppo” – stress da super-lavoro –, dice una persona; “
    Mi è venuto un tremendo mal di testa e non lo so perché”, dice un’altra.
Quest’ultima persona dimostra di avere qualche difficoltà ad accedere alla comprensione del suo “star male” e potrebbe continuare a lavorare aggravando il suo sintomo, mentre la prima, consapevole della possibile origine del suo mal di testa, potrebbe scegliere di fermarsi di lavorare e magari concedersi dei momenti di pausa rispettosi del suo modo di essere e del suo livello di fatica.
Le persone che tendono a funzionare come la persona citata per seconda, possono essere candidate ad avere sintomi di natura psicosomatica, cioè hanno maggiore probabilità di sviluppare una sofferenza psicosomatica.
Il modello psicosomatologico di interpretazione della malattia e dello “star male”, ribalta, d’altra parte, lo schema classico il quale prevede la lesione dell’organo quale base del suo mal funzionamento, nello schema secondo cui il protrarsi di uno stress intenso può generare una disfunzione di quell’organo e, quindi, il suo mal funzionamento e, addirittura, se non si riescono a porre ripari in tempi normali, una sua lesione.
Ricerche
Molte ricerche hanno dimostrato che i condizionamenti psicologici e sociali sono una classe di fattori che si trovano presenti in tutte le malattie e in tutti i disturbi fisici anche se il loro peso può variare da disturbo a disturbo, da un individuo all’altro.
Dalla letteratura internazionale si ricava che il disturbo psicosomatico è caratteristico di quelle persone che presentano difficoltà nei processi di mentalizzazione, ossia di elaborazione psichica delle emozioni attraverso le operazioni del pensiero, sia intellettuale e cosciente sia immaginativo e fantastasmatico.

Inoltre, le caratteristiche della loro personalità sono incentrate su un’accentuazione del pensiero operativo, queste persone sono sempre rigidamente aderenti alla realtà concreta e difficilmente la loro vita è ricca di vita fantastica.
Teorie a confronto: Freud, Reich, Lowen et al.
Secondo S. Freud, la sofferenza psicosomatica e, in senso lato, il disturbo psichico, nascerebbe da un conflitto tra la soddisfazione di un desiderio e la constatazione della impossibilità o, quantomeno, della difficoltà nel realizzarlo.
Secondo un altro grande del pensiero psicoanalitico, W. Reich, tutti i processi vitali seguono i fenomeni di carica e scarica. Per cui, quando la scarica risulta impedita, l’organismo vive in uno stato di carica senza sfogo e se questa condizione diventa cronica, si forma una corazza caratteriale a livello psichico e una corazza muscolare a livello fisico, in tal modo l’organismo arriva a svolgere una operazione di controllo delle emozioni e una potente struttura di difesa da esse.
Mentre quindi Freud poneva attenzione soltanto alla produzione verbale dei suoi pazienti, Reich introdusse nella psicoanalisi anche l’osservazione del corpo, come l’espressione degli occhi e del viso, la qualità della voce e i vari tipi di tensione muscolare. Descrisse per primo quello che oggi noi chiamiamo il linguaggio del corpo.
Le teorie di Reich hanno prodotto lo sviluppo dell’analisi bioenergetica, metodica psicoterapeutica elaborata da A. Lowen.
Questo approccio, unico nel suo genere, considera la mente e il corpo un’unità funzionale, inscindibile, tanto che il suo intervento è costituito da una complessa combinazione di lavoro sul corpo e lavoro psicoanalitico.
Tra gli anni Quaranta e gli anni Cinquanta, Franz Alexander propose che gli stati conflittuali, attraverso la mediazione del sistema neurovegetativo, fossero implicati nelle cause di varie malattie psicosomatiche.
Un’altra teoria molto significativa è quella proposta dalla Dunbar. Ella sostenne che la struttura della personalità individuale può condizionare le difese corporee, predisponendo allo sviluppo di determinate malattie.
Nonostante le molte obiezioni, gli studi di questa autrice sollevarono un certo interesse nella comunità scientifica internazionale e favorirono altre ricerche, tra le quali quelle di Friedman e Rosenman, che portarono all’identificazione di un pattern di Comportamento definito di “tipo A”, oggi considerato ufficialmente un fattore di rischio per le malattie cardiovascolari.

L’individuo di “tipo A” e malattie coronariche
    L’individuo “di tipo A” ha sempre fretta, avverte la pressione del tempo, è eccessivamente coinvolto nel lavoro, è ambizioso e competitivo, è impaziente e si annoia facilmente, è ostile ed irritabile, è ansioso ed impulsivo, ha uno stile di espressione a volte arrogante ed un linguaggio rapido e incalzante, ricerca il successo e la valorizzazione sociale, è sempre teso, impegnato senza tregua verso il raggiungimento di obiettivi.
Nel 1981 il “Comportamento di Tipo A” è stato riconosciuto ufficialmente come fattore di rischio nei confronti delle malattie coronariche, riconoscimento di portata storica per la psicosomatica, che venne condiviso anche dalla Organizzazione Mondiale della Sanità.
Vent’anni di studi ulteriori, tra il 1970 e il 1990, hanno chiarito che sensibile alle reazioni emozionali non è solo il sistema nervoso vegetativo ma anche, e notevolmente, il sistema endocrino, inaugurando il filone di ricerca della psiconeuroendocrinologia.
Mentre, a partire dagli anni ’80, anche il sistema apparentemente più lontano, il sistema immunitario, risultò avere connessioni con il sistema nervoso e molto sensibile allo stress.
Psiconeuroendocrinoimmunologia
Vengono così gettate le basi della neuroimmunomodulazione e nasce la psiconeuroendocrinoimmunologia. Com’è noto, animali stressati – ad esempio ripetutamente spaventati – producono meno anticorpi e spesso si ammalano con più facilità rispetto ad animali di controllo non stressati.
Lo stress può indurre aumentata mortalità in seguito all’esposizione ad agenti infettivi. Persone in lutto per la morte di un proprio caro possono risultare immunodepresse.
Sifneos, negli anni Sessanta, parlò di “alessitimia”, letteralmente “emozione senza lessico”; secondo questo autore le persone affette da disturbi psicosomatici avrebbero incapacità ad esprimere verbalmente le loro emozioni, la loro attenzione sarebbe interamente centrata sugli oggetti concreti e sulla realtà esterna tanto da essere “sbilanciate” anche sotto l’aspetto neuropsicologico, nel senso che predominerebbe, in queste persone, la neocorteccia a danno del sistema libico, mancando ogni integrazione tra componenti intellettive ed emozionali.
In Italia, il compianto Ferruccio Antonelli nel 1981 iniziò a parlare di “brositimia”, letteralmente “sentimento ingoiato”.
Secondo questo autore, le persone affette da disturbi di natura psicosomatica, presenterebbero difficoltà nel reagire alle avversità della vita, tanto che questo loro stile di vita risultò essere il principale responsabile delle loro sofferenze, la più chiara espressione della somatizzazione dell’ansia. “Mandare giù”, d’altra parte, ricorda il comportamento dello struzzo: non risolve i problemi ma li dirotta all’interno lasciandoli irrisolti.
Di Alfredo Ferrajoli


martedì 11 febbraio 2014

Autori e dintorni...



"LE VIE SONO DIVERSE, LA META E' UNICA. NON SAI CHE MOLTE VIE CONDUCONO A UNA SOLA META? LA META NON APPARTIENE NE' ALLA MISCREDENZA NE' ALLA FEDE; LI' NON SUSSISTE CONTRADDIZIONE ALCUNA. QUANDO LA GENTE VI GIUNGE LE DISPUTE E LE CONTROVERSIE CHE SORSERO DURANTE IL CAMMINO SI APPIANANO; E CHI SI DICEVA L'UN L'ALTRO DURANTE LA STRADA "TU SEI UN EMPIO" DIMENTICA ALLORA IL LITIGIO, POICHE' LA META E' UNICA".






Gialàl-ad-Dìn Rūmī – Il poeta di Dio
(a cura di Francesco Mazzarini)        





Qualcuno lo definisce, senza troppa esagerazione, “il più grande poeta mistico di tutti i tempi”.
Come spesso accade i mistici non amano parlare molto di loro stessi, così Gialàl-ad-Dìn Rūmī ha deciso di comunicarci solamente i dati indispensabili della sua esistenza visibile. Alcuni aneddoti sulla sua vita si possono però trovare nel “Manàqib al-Arifin” di al-Aflàkì, discepolo di un nipote di Rūmī.
Il poeta nacque nel 1207 in Persia, ed è fondatore della confraternita dei Dervisci Rotanti (Mevlevi).
Due eventi spirituali furono determinati nella vita di Rūmī. Uno fu l’incontro, nel 1244, con il misterioso personaggio noto come Shams-i Tabrīz (il sole di Tabrīz), suo maestro spirituale che sembra sia stato uno di quei tipici dervisci vaganti, simili per certi versi agli jurodivyj russi, un “pazzo sacro” di indiscutibile fascino. Per un anno entrambi si dedicarono interamente ad una ricerca spirituale, che destò un notevole scandalo, che portò alla scomparsa di Shams in misteriose condizioni. A seguito della morte di Shams, Jalāl al-Dīn ebbe un momento di particolare capacità creativa che lo portò a comporre una raccolta di poesie comprendenti ben trentamila versi. Più avanti negli anni compose un’altra raccolta di componimenti poetici suddivisa in sei libri contenente più di 40mila strofe.
Il secondo evento fu la conoscenza, a Damasco, con Ibn Arabi, grande mistico islamico, tra i più grandi teorizzatori della waḥdat al-wujūd o “unità dell’essere”. Rūmī riesce a fondere in modo perfetto l’entusiasmo inebriato di Dio di Shams-i Tabrīz, con le sottili elucubrazioni e le visioni di Ibn al-’Arabi. La realtà terrena, sostiene, non è che un riflesso della realtà simbolica che è la vera realtà.
Le opere principali di Rūmī sono due: uno è il Dīwān o canzoniere, noto come Divan-i Shams-i Tabrīz (“Canzoniere di Shams-i Tabrīz”). L’appellativo è anche esteriormente, ben meritato, trattandosi di una raccolta di odi veramente immensa. L’altro è un poema lungo a rime baciate, forma che si chiama comunemente in persiano “Masnavī” e noto appunto come Masnavī-yi Mànavi (“Masnavī Spirituale”).