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lunedì 7 gennaio 2019

Aromaterapia e Metodo Feuerstein

Come contrastare la demenza ed il declino cognitivo nei malati di Alzheimer:
Aromaterapia e Metodo Feuerstein

Sapevate che l’aromaterapia influenza positivamente l’umore, i modelli di allerta EEG e i calcoli matematici?

L’olfatto è un senso chimico in quanto è finalizzato alla percezione di sostanze chimiche. L’aria inalata contenente le molecole, raggiunge le fibre nervose dei neuroni olfattivi collocate nella parte superiore delle cavità nasali. Queste cellule nervose, sollecitate dalle molecole odorose, trasformano l’energia chimica in impulsi elettrici che vanno a stimolare i centri olfattivi dei bulbi nel cervello. Da qui il messaggio olfattivo viaggia verso altre regioni del cervello per essere decodificato, elaborato ed interpretato.
Diverse aree del cervello sono coinvolte nell’elaborazione dello stimolo e conferiscono all’odore una connotazione affettivo-emozionale favorendo così la conservazione del ricordo.
Recenti studi clinici controllati sull’aromaterapia hanno dato risultati promettenti. Sembra che ponendo nei sacchetti per la biancheria fiori di lavanda sotto cuscini e guanciali si faciliti il sonno negli anziani: uno studio ha mostrato che l'uso della lavanda ha aumentato il sonno dei pazienti che sono stati ricoverati per demenza nelle case di cura. Un altro studio ha coinvolto 122 pazienti non dementi in terapia intensiva, con aromaterapia e massaggio con olio di lavanda ed i risultati hanno riportato un evidente miglioramento nell'umore e nella riduzione dell'ansia dei pazienti.
In un altro studio, lavanda, geranio e oli essenziali di mandarino in una base di olio di mandorle sono stati applicati sulla pelle di 39 pazienti per un periodo non specificato. Ciò si è tradotto in una maggiore prontezza, contentezza e il dormire la notte, e livelli ridotti di agitazione, e la diminuzione dell’ irrequietezza e degli atteggiamenti maniacali.  In uno studio recente, su persone con demenza, l'uso di una gamma di oli essenziali, tra cui ylang ylang, patchouli, rosmarino, menta piperita e altri, ha prodotto una marcata riduzione dei comportamenti disturbati nella maggior parte dei partecipanti. Ciò ha portato ad una riduzione di prescrizioni delle medicine tradizionali, che si traduce anche in risparmi sui costi.
Ciò induce a pensare che l’aromaterapia agisca nella demenza anche quando i pazienti hanno perso l’uso dell’olfatto; in effetti studi dimostrano l’efficacia degli olii attraverso l’utilizzo come lozione sulla pelle. Un recente studio condotto dalla Corea ha anche riferito che massaggi manuali di lavanda riducono l'aggressività.
Pertanto, da dati clinici risulta che questi olii utilizzati con cura e seguendo precise indicazioni possono fornire beneficio anche per l’Alzheimer, nelle demenze e altri disturbi psichiatrici, evitando così gli effetti avversi associati ad alcuni dei farmaci convenzionali già in uso. L’Aromaterapia può quindi essere una scelta molto più sicura che  farmaci antipsicotici convenzionali o SSRI, che sono spesso usati per trattare l'agitazione o altri sintomi non- cognitivi che accompagnano la demenza.


Sempre studi sugli animali hanno suggerito l’ipotesi che gli effetti benefici di un miglioramento del sonno sul funzionamento cognitivo nei pazienti affetti da Alzheimer siano dovuti ad un rafforzamento della plasticità sinaptica, fortemente compromesse in tali pazienti; gli studi si riferiscono a Kang et al 2009, Osorio et al  2011.
La riduzione delle alterazioni del sonno in questi pazienti, pertanto, potrebbe aiutare a ripristinare i meccanismi di plasticità neurale permettendo un rallentamento del deterioramento cognitivo.
Il ruolo del sonno e sue alterazioni, secondo gli studi di Gorgoni et al del 2013, non dovrebbero essere trascurati nel corso di riabilitazione motoria e cognitiva.

Attraverso uno studio si è inoltre evidenziato il miglioramento cognitivo nella riabilitazione di anziani in soggetti affetti da demenza di Alzheimer attraverso l’applicazione del PAS, Programma di Arricchimento Strumentale. L’esperienza è stata condotta all’interno di una residenza sanitaria assistenziale di Lissone ed ha previsto l’applicazione sperimentale del metodo Feuerstein ad ospiti del nucleo protetto Alzheimer.
Il percorso ha avuto una durata di due anni suddivisi in 4 cicli di sei mesi ciascuno, con incontri a cadenza bisettimanale su un gruppo costituito da 5 soggetti con demenza di Alzheimer. 
Scopo di questo lavoro è stato quello di valutare l’impatto di un intervento di tipo cognitivo nel recupero e/o nel mantenimento di alcune funzioni cognitive compromesse dalla malattia, rallentando il processo di deterioramento e potenziando le abilità residue presenti.
Il lavoro è consistito nell’affrontare, in maniera individuale, esercizi con carta e matita e successiva discussione, in gruppo, sulle strategie di lavoro utilizzate, sulle difficoltà incontrate e sull’attivazione finale della generalizzazione nella vita quotidiana di quanto appreso durante l’incontro. Tutto il lavoro è stato svolto con la guida del mediatore che, con puntuali domande e con uno stile di ascolto proattivo, facilitava i processi di pensiero.
Sebbene tali punteggi non raggiungono il livello di significatività si tratta comunque di indicazioni importanti che segnalano l’avvenuto apprendimento, potenziamento, arricchimento di alcune funzioni cognitive, così come previsto dall’applicazione del   PAS.
Purtroppo non segnalato da alcun test, ma, tangibile nel corso di tutti gli incontri effettuati, è stato l’incremento della motivazione e del buon umore dei soggetti partecipanti allo studio.
Anche il colloquio dopo 6 mesi dall’inizio del percorso, avuto con i parenti, ha dato riscontri positivi. Sono stati, infatti, evidenziati: miglioramenti nell’attenzione, la concentrazione, l’autostima e la motivazione e il figlio di C.G. durante un colloquio con il mediatore, ha riferito: se prima funzionava a 10 ora funziona a 30.
Le tre signore a distanza di diciotto mesi dal lavoro sono state in grado di mostrare una maggiore autonomia nello svolgimento del compito, sebbene in alcune circostanze abbiano avuto la necessità che la conduttrice ricordasse loro il compito assegnato. 
Sono state capaci di utilizzare le immagini mentali e di esplorare meglio lo spazio come se avessero sviluppato una sorta di memoria motoria, grazie alla quale nel compito di ricostruzione di figure in base ad un modello dato, ricordavano il movimento che avevano già fatto. Generalmente sono state in grado di mantenere il ricordo del lavoro fatto e di quanto è stato detto in tutti gli incontri, molto più motivate, autonome e veloci nelle varie fasi del lavoro. Hanno mostrato una motivazione alle novità, voglia di fare ed imparare cose nuove, e una di loro, O.B., ha affermato che il loro “cervello era chiuso e dormiva e ora è aperto e si muove ! Hanno chiamato questo lavoro la ginnastica della mente.
Si  può affermare che l’intervento con il Metodo Feuerstein in soggetti con deterioramento anche grave e stabilizzato può portare a miglioramenti negli ambiti delle abilità cognitive, quali l’attenzione, il linguaggio e l’orientamento spazio-temporale, e al rallentamento della progressione del deterioramento, oltre al potenziamento delle abilità residue.
A maggior ragione si può ipotizzare che un intervento più tempestivo, e precoce nelle prime fasi della malattia, possa avere un impatto ancora più rilevante sul contenimento e il controllo del declino cognitivo.
All’inizio del lavoro è subito emersa l’ansia e la preoccupazione per dover affrontare qualcosa di nuovo e sconosciuto, così come è stata immediatamente evidente la scarsa autostima di alcune di loro come è emerso da alcune loro affermazioni: non sono brava…  oppure lei è più brava di me…è difficile… non riesco a farlo!
E’ stato quindi necessario per il mediatore rinforzare e rendere evidenti di volta in volta i micro-cambiamenti individuali. Le difficoltà maggiormente riscontrate sono state: la scarsa precisione nella raccolta delle informazioni, la difficoltà ad esplorare lo spazio sistematicamente, nel cogliere più informazioni contemporaneamente, il mettere in relazione diversi stimoli, nel cogliere la consequenzialità di alcuni aspetti.
Proseguendo il lavorole partecipanti hanno acquisito sicurezza e, maggiore autonomia come evidenziato dall’indice di Barthel, che è una scala ordinale utilizzata per misurare le prestazioni di un soggetto nelle attività della vita quotidiana (ADL, activities of daily living).
Quando alle pazienti veniva posta la domanda: Secondo voi a cosa serve il nostro lavoro ?   
Hanno fornito la seguente risposta: Per migliorare l’attenzione e la memoria, o ancora: Sono più attenta quando vado in giro e mi ricordo dove ho messo le cose.
In generale si è notato un miglioramento delle performances, in particolare una migliore tenuta attentiva da un incontro ad un altro, aumentata la motivazione, ed una maggiore autonomia sul lavoro svolto. Le funzioni cognitive che sembrano più potenziate sono quelle attentive, percettive e di esplorazione visuo-spaziale in input, le funzioni motivazionali e di utilizzo del lessico in output. 
Nella fase di elaborazione invece le difficoltà maggiori riguardano gli aspetti della pianificazione e dell’anticipazione del pensiero, mentre anche qui le funzioni cognitive che si sono più attivate sono quelle relative all’uso del linguaggio. E’, infatti, pian piano rinforzata la capacità di utilizzare il lessico per recuperare concetti e categorie che erano presenti nel pensiero e che all’inizio faticavano ad essere espresse.
Come si può notare dai risultati dei test somministrati, si può affermare che l’utilizzo di un programma di stimolazione cognitiva ha inciso positivamente sul mantenimento di alcune funzioni cognitive. Il cambiamento è avvenuto nei primi 6 mesi di applicazione del PAS, ma si può affermare che è stato strutturale, in quanto i punteggi delle prove cognitive sono rimasti invariati col passare del tempo ed anche dopo la conclusione del percorso; si evidenzia inoltre un miglioramento, o almeno il mantenimento, dei punteggi relativi alle autonomie nella vita quotidiana. La metodologia utilizzata ha mostrato un’utilità importante e richiederebbe uno studio su un numero più ampio di soggetti per validarne l’applicazione sui pazienti con demenza.




L’uso di entrambe le stimolazioni può aiutare a contrastare i sintomi della demenza nel declino cognitivo.


Aromaterapia e Metodo Feuerstein 
per il trattamento della demenza attraverso la stimolazione delle funzioni cognitive.

Per info rivolgersi a:
Romano Maria
Naturopata – Oli Essenziali doTerra
Applicatrice Metodo Feuerstein
Pagina Facebook: Conoscere la Naturopatia
Cellulare 339 1419267



martedì 23 settembre 2014

Un pensiero, una teoria, un metodo...Reuven Feuerstein



Il Metodo Feuerstein è stato ideato dal Prof. Reuven Feuerstein, psicologo e pedagogista.   Inizialmente è stato applicato per i figli dei deportati ebraici,  al fine di un recupero dei soggetti che, sopravvissuti al dramma delle persecuzioni razziali, riportavano un ritardo nello sviluppo intellettivo e della personalità. Le sue radici affondano,  pertanto,  nel bisogno profondo dell’uomo di vivere in armonia con se stesso e con gli altri, attivando processi di comunicazione e mediazione  dettati dall’interesse inscindibile per ogni essere umano. La sua particolare attenzione rivolta ai bisogni speciali si associa nel fornire un valido supporto strutturale e metodologico in ogni campo ed in ogni ambito.  Oggi il Metodo è diffuso a livello internazionale ed è volto ad attivare strategie cognitive e relazionali che favoriscano il processo di apprendimento sia per se stessi, sia in ambito educativo e riabilitativo.



L’utilizzo del Metodo trova validità in quanto risulta ampiamente sperimentato e di notevole efficacia per intervenire sul disagio giovanile e sulle situazioni di rischio; viene applicato anche in contesti differenti ed esattamente nei progetti di educazione degli adulti. L’applicazione è inoltre sperimentata in molte parti del mondo in ambiti diversificati quali l’educazione formale, lo sviluppo delle eccellenze ed inoltre la formazione del personale dirigenziale di molte aziende come Pirelli, Michelin,  Motorola, ecc. Il Metodo,  elaborato inizialmente per il recupero dei problemi di sviluppo cognitivo,  ha una sua base teorica, la Teoria sulla Modificabilità Cognitivo-Strutturale,  enunciata dal Prof. Feuerstein ed una base pratica che consiste nell’LPAD (Valutazione del Potenziale di Apprendimento) e nel PAS (Programma di Arricchimento Strumentale),  che comprende 14 strumenti,  coperti dal copyright e a disposizione solo di coloro che sono formati dai centri autorizzati.
Secondo il Prof. Reuven Feuerstein esiste la possibilità di produrre un cambiamento significativo in chiunque; in effetti l’intelligenza umana è plastica e dinamica e può essere migliorata in ogni situazione e in ogni momento dell’esistenza di un essere umano. Ciò avviene attraverso l’opera efficace  di un mediatore-applicatore,  orientato a far si che il soggetto divenga consapevole dei propri processi cognitivi , impari ad imparare dalle situazioni ed in tal modo riesca ad apprendere in modo sempre più autonomo, potenziando progressivamente le sue capacità e la sua intelligenza.

Da questi concetti sull’intelligenza e sulla plasticità e dinamicità del cervello si caratterizza il pensiero di Feuerstein e prende origine la sua Teoria della Modificabilità Cognitiva Strutturale. Quanto detto valorizza le capacità potenziali di tutti gli esseri umani; secondo Feuerstein, infatti, l’intelligenza, qualunque siano le condizioni fisiche, mentali e culturali di un soggetto, non è mai data una volta per tutte.
In più il Metodo Feuerstein può essere applicato a tutti ed a tutte le età: efficaci sono i riscontri avuti in ambito scolastico,  riabilitativo, neurologico, ecc., inoltre ottimi i risultati con persone con difficoltà di apprendimento, handicap o con persone anziane e addirittura può essere applicato per favorire le eccellenze in ambiti scolastici. Le lezioni possono essere somministrate a singoli allievi, per piccoli gruppi o nel gruppo classe,  come potenziamento delle funzioni cognitive. In più, non essendo basato su contenuti disciplinari favorisce l’autostima e il successo, motivando gli allievi al punto di auto sperimentarsi in compiti sempre più complessi.

Per impiegare l’espressione di Feuerstein: 

“Le nuove strutture cognitive diventate attive nell’individuo attraverso le applicazione del PAS, lo rendono in grado di produrre cambiamenti in se stesso, su base intenzionale e cambiamenti rilevanti nell’ambiente circostante in quanto l’individuo è parte di un sistema: se si modificherà contagerà il sistema.”



Obiettivi  e contesti applicativi del Metodo Feuerstein

Favorire modificazioni sul piano cognitivo, prevenire le difficoltà di apprendimento, prevenire e potenziare le abilità cognitive degli allievi, organizzare ed attuare interventi per il sostegno di alunni con disagio scolastico, acquisire un metodo di studio con ricaduta nelle diverse discipline, potenziare l’autostima, organizzare ed attuare interventi di recupero e sostegno per soggetti portatori di handicap (ritardo nelle prestazioni, sindrome di Down, dislessia, difficoltà senso-motorie), far fronte alle problematiche relative ai giovani in situazione di svantaggio culturale o sociale e con problemi di apprendimento, con particolare attenzione al preoccupante problema della dispersione scolastica e dell’inadeguato rendimento dell’allievo rispetto agli obiettivi prefissati. 
il metodo trova inoltre  applicazione con gli anziani per stimolare e migliorare le funzioni cognitive; nelle aziende per la formazione del personale e nei progetti di formazione per adulti, insegnanti e genitori. L’applicazione può essere individuale o in gruppo. 



Aldilà della teoria,  concretamente, cos’è il Metodo Feuerstein?
È un programma di arricchimento strumentale detto anche PAS (Basic o Standard). Il PAS Basic è applicabile in età prescolare mentre il PAS Standard è applicabile dagli 8 anni in su. Il programma PAS Standard,   messo a punto nel corso di decine di anni, comprende 14 strumenti, circa 500 schede carta-matita contenenti esercizi graduali da sottoporre agli allievi, mettendo in atto la cosiddetta  “teoria della mediazione”.  Non si insegnano contenuti disciplinari ma si ristruttura, attraverso l’applicazione del PAS, la modalità di pensiero degli allievi. La natura degli esercizi e la loro progressione consentono di intervenire sulle difficoltà cognitive individuate nei soggetti, correggendo i loro comportamenti carenti. La finalità del PAS è quella di modificare l’individuo in maniera durevole, aumentando la sua capacità di anticipare il pensiero all’azione (un momento…sto pensando  è appunto lo slogan di tutti gli strumenti).

A chi può essere applicato?
A tutti, dagli 8 anni fino all’anzianità, per stimolare o ripristinare le funzioni cognitive che, per qualche ragione, non hanno un funzionamento efficiente: un cervello in declino numerico, secondo le nuove ricerche, non è minato necessariamente nella sua funzionalità, purché colleghi i neuroni che gli restano disponibili. Questa plasticità si apprezza particolarmente nel recupero da ictus o altre offese cerebrali e se alcuni neuroni muoiono, quelli vicini sono in grado di vicariarli bene e in modo naturale;  in tutto ciò  risultano determinanti gli stimoli esterni, infatti le formazioni di sinapsi avvengono quando vi sono informazioni ambientali da elaborare. Il  PAS, inoltre,  può essere applicato anche a persone analfabete o semianalfabete in quanto l’applicazione non richiede conoscenze pregresse. Inoltre la teoria della modificabilità cognitivo – strutturale supporta ipotesi di apprendimento che riguardano tutto l’arco della vita, valorizzando il ruolo dell’ambiente e delle relazioni umane, atte ad intensificare lo sviluppo dell’individuo. Da qui prende strada l’idea, divenuta certezza in seguito alle nuove scoperte delle neuroscienze, che i programmi cognitivi sono efficacissimi anche nella formazione degli adulti in genere. La vita lavorativa di ognuno diviene cosi un luogo in cui  apprendere e migliorarsi è prassi comune e la formazione continua è oramai  necessaria in ogni ambito,  al fine di aggiornarsi e trovarsi al passo coi tempi. Ciò rappresenta uno dei motivi chiave per cui il Metodo Feuerstein, prima all’estero e oggi in Italia, entra nelle aziende per la formazione del personale dirigenziale e non. Progetti di educazione e formazione degli adulti trovano risposte adeguate nell’applicabilità del metodo, al fine di migliorare i processi di apprendimento dell’adulto, migliorarne la flessibilità, il pensiero strategico, ecc.

Chi può applicarlo?
Il mediatore, chiamato anche applicatore PAS, ovvero colui che si è formato presso i centri autorizzati dall’ICELP (Centro di potenziamento per l’apprendimento  con sede a Gerusalemme e diretto dal Prof. Feuerstein). I centri autorizzati sono oggi distribuiti più o meno in tutta Italia e presso le sedi si attivano con frequenza  i corsi per divenire mediatore Feuerstein. La particolarità di questa esperienza  è rappresentata dal fatto che il mediatore stesso ne esce modificato. Sin dalle prime lezioni, pertanto, si  sperimentano  i benefici delle applicazioni su se stessi,  divenendo credibili  agli altri.
Il mediatore, in pratica,  si fa carico “intenzionalmente” degli apprendimenti degli allievi, filtra gli stimoli e li seleziona, attivando i processi mentali. Il suo mediare è ispirato a dei criteri detti appunto “criteri della mediazione”. Pertanto,  “modificare e modificarsi”  è uno dei criteri fondanti,  presente in ogni rapporto di mediazione  (reciprocità).

In quali contesti può essere applicato?
In tutti i contesti: scolastici, riabilitativi, formativi, ecc.. Il metodo trova applicazione in contesti di normalità, per stimolare e migliorare le funzioni cognitive; in contesti di eccezionalità, per arricchire ulteriormente e puntare alle eccellenze; in contesti di difficoltà, handicap, deprivazione, disagio, dispersione scolastica, ecc.. Tutti possono sottoporsi alle applicazioni del PAS, trovando beneficio e riscontrando personalmente che la modificabilità è possibile in tutti i casi ed a tutte le età.
 
Perché, in contesti scolastici, oltre i già cospicui programmi didattici, può essere utile l’applicazione del metodo?
Il metodo, come già detto, può trovare applicazione nei contesti scolastici per singoli allievi o nel gruppo classe come potenziamento delle abilità cognitive; laddove, inoltre, riesce difficile o impossibile applicare i programmi scolastici,  con l’utilizzo del PAS  si possono somministrare lezioni diverse, che vanno aldilà dei contenuti didattici, atti a risvegliare la mente o meglio a riattivare i processi mentali, con ricadute inevitabili sulle discipline scolastiche, sul proprio vissuto e offrendo all’individuo nuove ed inaspettate possibilità. Le lezioni, somministrate attraverso schede strutturate ed a difficoltà graduale, offrono all’allievo materiali che non alimentano l’insuccesso scolastico ma motivano e accrescono l’autostima e, grazie alla costante presenza di un mediatore, conducono l’allievo all’acquisizione naturale di nuovi concetti, di strategie operative, con evidente scambio culturale, crescita e arricchimento individuale. A distanza di anni adesso, credendo fermamente nella Teoria del Prof. Reuven Feuerstein sulla  Modificabilità Cognitiva Strutturale  e seguendo i percorsi di formazione sul PAS  "io stessa" in qualità di insegnante,  posso affermare di esserne uscita modificata, aperta alla mediazione e al continuo confronto, naturalmente, senza particolari sforzi. Inoltre, applicando il metodo a  giovani diversamente abili di età adulta e lontani o addirittura privi di esperienza scolastica posso dire di essermi trovata più volte incredula di fronte al loro interesse per il lavoro intrapreso, per le loro generalizzazioni, per il modo  spontaneo di  operare e per l’esecuzione naturale di alcune pagine, in  taluni casi ritenute difficili, se non impossibili… Ho compreso che il nostro cervello ci offre possibilità infinite di “ripresa”,  sempre e comunque,  se opportunamente stimolato. Inoltre gli allievi modificano il loro modo di comunicare e di relazionarsi con il mediatore e/o con il gruppo, divenendo gradualmente essi stessi, per dirla come Feuerstein,  “generatori attivi di informazioni”. Ricadute evidenti si riscontrano inoltre sul miglioramento delle capacità mnemoniche e sul divenire  flessibili,  imparando a trasferire altrove quanto appreso con il Metodo Feuerstein.
Riprendo una frase della Dott.ssa Paola Vanini, la quale nel suo libro “Potenziare la mente? Una scommessa possibile” ha dedicato  il testo -  


"A quanti, insegnanti ed educatori, si lasceranno muovere dalla curiosità  e dal bisogno di “provare a cambiare”- 

con l’auspicio che la semplice conoscenza del metodo Feuerstein si traduca in coinvolgente passione ed impegno per la modificabilità di ciascuno.





Per info scrivere a :
luigina.giglio@gmail.com 

Applicatrice PAS Standard, PAS Basic e PAS Tattile

lunedì 6 gennaio 2014

da "Le Scienze"



Università Milano Bicocca: Emozioni, parlarne aumenta l’empatia e le capacità cognitive dei bambini

Secondo uno studio dell’Università di Milano-Bicocca, condotto in collaborazione con l’Università di Manitoba del Canada, i bambini che vengono sollecitati a parlare di emozioni sono più empatici e migliorano alcune abilità cognitive. I ricercatori hanno analizzato cinque emozioni: colpa, rabbia, paura, felicità e tristezza. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Journal of Experimental Child Psychology
Rabbia, paura, colpa, felicità e tristezza. Se i bambini ne parlano, in piccoli gruppi e sotto la guida di un adulto, riescono a essere più empatici e migliorano le loro capacità cognitive. È il risultato di uno studio (Veronica Ornaghi, Jens Brockmeier, Ilaria Grazzani Enhancing social cognition by training children in emotion understanding: A primary school study DOI:10.1016/j.jecp.2013.10.005) condotto dai ricercatori del Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione dell’Università di Milano-Bicocca e pubblicato sul “Journal of Experimental Child Psychology”, nell’ambito del progetto PRIN del 2008 Star bene a scuola: il ruolo della teoria della mente nel favorire lo sviluppo socio-motivo e cognitivo nella scuola primaria.  
Sulla scia dei risultati conseguiti in due precedenti studi, condotti dallo stesso team con bambini tra i 3 e i 5 anni, la ricerca, svolta in collaborazione con l’Università di Manitoba del Canada, ha coinvolto 110 bambini delle scuole elementari dell’hinterland milanese. I bambini, distribuiti in un gruppo sperimentale e in uno di controllo, avevano tra i 7 e gli 8 anni. Quattro le fasi dello studio: pre-test, training, post-test e follow-up. Nella fase di pre-test sono state proposte ai bambini prove individuali di “comprensione delle emozioni”, di “empatia” e di ”teoria della mente” (prova cognitiva), per valutare il livello di partenza. Poi si è passati alla fase di training che è durata circa due mesi. Durante questo periodo, i bambini del gruppo sperimentale, dopo aver ascoltato delle storie a contenuto emotivo, venivano coinvolti nelle conversazioni sulla comprensione della natura, delle cause e della regolazione delle emozioni. Per promuovere la partecipazione attiva di tutti i bambini, il gruppo è stato a sua volta suddiviso in piccole classi di circa sei bambini. Le attività si sono concentrate su cinque emozioni, di cui quattro di base (felicità, rabbia, paura e tristezza) e una complessa (senso di colpa). Ciascuna di queste emozioni è stata oggetto di conversazione per tre incontri: il primo focalizzato sulla comprensione dell’espressione, il secondo sulla comprensione delle cause e il terzo sulla comprensione delle strategie di regolazione dell’emozione target. Ogni incontro è stato strutturato in quattro momenti: introduzione al tema da parte dell’adulto, un racconto di vita quotidiana, avvio della conversazione, e riflessione finale da parte dell’adulto (leggi la scheda col dettaglio dell’esperimento).

I bambini del gruppo di controllo, invece, ascoltavano le storie e in seguito facevano un disegno, non partecipando dunque alla conversazione. Nella fase post-test, ai bambini sono state nuovamente proposte le prove; infine, dopo due mesi, a tutti i partecipanti è stata riproposta la prova di comprensione delle emozioni per verificare la persistenza degli effetti prodotti dall’intervento.

E’ emerso che il gruppo dei bambini sottoposti all’intervento migliora significativamente, rispetto al gruppo di controllo, in vari aspetti della comprensione delle emozioni, nella dimensione cognitiva dell’empatia, e nella prova cognitiva di teoria della mente.

La spiegazione dei risultati sta nell’uso della conversazione in piccolo gruppo, che ha favorito il decentramento cognitivo, l’assunzione del punto di vista dell’altro, la consapevolezza delle differenze individuali e il collegamento – da parte dei bambini - tra mondo interno non visibile e azioni manifeste.
«La novità dello studio – spiega Ilaria Grazzani, coordinatrice della ricerca e docente di Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione - consiste proprio nell’avere scoperto che l’intervento sulle emozioni produce miglioramenti anche nella capacità cognitiva di “teoria della mente”, ovvero nella capacità che consente di prevedere i comportamenti degli altri sulla base dell’inferenza dei loro stati mentali (“se ha fatto questo, forse è perché desiderava qualcosa; “se ha agito in un certo modo doveva essere arrabbiato”)».

«All’interno della scuola primaria tradizionalmente deputata all’insegnamento dei saperi curriculari– aggiunge Veronica Ornaghi, assegnista di ricerca –, è possibile realizzare interventi che, oltre a potenziare le abilità socio-emotive, come la comprensione delle cause delle emozioni, l’empatia e l’aiuto nei confronti dell’altro, producono anche miglioramenti su capacità di tipo cognitivo, per esempio, rappresentarsi la mente dell’altro e prevederne i comportamenti, un’abilità indispensabile nella vita sociale».