domenica 9 settembre 2012

Da "Le scienze"


Il "paziente R" e la consapevolezza di sé

Il riconoscimento di se stessi come individui distinti dagli altri è una capacità attribuita finora all’attività di tre precise regioni cerebrali. Il concetto viene ora messo in discussione dallo studio del caso del “paziente R,” in cui tutte e tre sono state danneggiate, ma che mostra di possedere ancora un notevole grado di consapevolezza di sé, superando numerosi test specifici. La facoltà sarebbe quindi legata a interazioni molto più distribuite tra network di diverse regioni cerebrali.
La consapevolezza di sé, ovvero l’autoriconoscimento della propria esistenza individuale distinta da quella degli altri, potrebbe non essere confinata in modo preciso in alcune aree cerebrali, come ritenuto finora, ma emergere dall’interazione di diversi network neuronali: è quanto sostiene sulle pagine della rivista PLOS ONE gruppo di ricerca dell’Università dell’Iowa guidato da David Rudrauf. La conclusione si è basata sull’osservazione di un unico paziente con estesi danni cerebrali che, nell’attuale modello, avrebbero dovuto compromettere inevitabilmente la sua autoconsapevolezza.


(Un babbuino si osserva allo specchio: prove di autoriconoscimento sono state raccolte per diverse specie di primati) 

Considerata fin dalle speculazioni filosofiche più antiche una delle capacità più squisitamente umane, la consapevolezza di sé è stata profondamente analizzata anche negli studi di psicologia mediante test classici come il riconoscimento allo specchio. Il test, inoltre, ha allargato notevolmente lo spettro delle specie animali che ne sarebbero dotate almeno in un certo grado, poiché è stato superato non solo dalle scimmie antropomorfe ma anche da delfini, elefanti e polpi.

I neuroscienziati da parte loro hanno individuato il correlato neurologico dell’autoconsapevolezza in tre regioni principalmente: nella corteccia dell’insula, nella corteccia cingolata anteriore e nella corteccia prefrontale mediale.

Questa precisa localizzazione viene ora messa in discussione.
Questi risultati che tendono a localizzare la consapevolezza di sé in precise porzioni di alcune regioni cerebrali viene ora messa in discussione da Rudrauf e colleghi in virtù delle capacità residue di un unico soggetto, indicato come “paziente R”, un raro caso in cui tutte e tre le regioni cerebrali coinvolte sono state danneggiate.

“Secondo le nozioni finora accettate, quest’uomo avrebbe dovuto essere una sorta di zombie”, spiega David Rudrauf, coautore dell’articolo apparso su PLoS ONE. “I nostri test dimostrano invece tutt’altro: conoscendolo, ci si rende conto immediatamente che l’autoconsapevolezza non gli manca, pur con le difficoltà di una persona con un notevole danno ai lobi temporali che, producendo gravi amnesie, inficia notevolmente il sé autobiografico”.

In primo luogo, il paziente R ha mostrato ripetutamente di riconoscersi quando si guardava allo specchio oppure quando osservava alcune fotografie realizzate in periodi diversi della sua vita. Oltre a ciò, dimostrava di percepire un’azione come conseguenza delle proprie intenzioni. Se invece gli venivano somministrati più specifici test di misura della personalità, egli mostrava una stabile capacità di pensare a se stesso e di auto-percepirsi, con una profonda abilità d’introspezione, ritenuta una delle sfumature più raffinate dell’autoconsapevolezza.
“Ciò che mostra chiaramente la nostra ricerca è che l’autoconsapevolezza corrisponde a processi neuronali che non possono essere localizzati in una o più regioni distinte del cervello”, ha concluso David Rudrauf. “Con tutta probabilità, l’autoconsapevolezza emerge da interazioni molto più distribuite tra network di diverse regioni cerebrali”.

Si ipotizza che a essere maggiormente coinvolti nel sopperire alle mancanze funzionali delle tre regioni cerebrali danneggiate siano il tronco encefalico, il talamo e la corteccia posteromediale.

Nessun commento:

Posta un commento