venerdì 26 aprile 2013

Paolo Crepet tesse l'elogio dell'amicizia da "La Gazzetta di Lucca"

(Il celebre psichiatra indaga le forme di un sentimento sempre più raro...)


Il testo presentato è un percorso nelle realtà dell'amicizia. Sentimento lungamente omaggiato, che può non rivelarsi affatto positivo. Descritto da Crepet come una pianta grassa: "Può morire per eccesso di acqua, così come l'amicizia per eccesso d'affetto". E più nobile dell'amore, secondo lo psichiatra. " Al tempo di mia nonna una sua amica era la vicina che possedeva la farina e poteva aiutarla- spiega - Erano rapporti veri". Sono implosi, a suo dire, "quando tutti hanno iniziato ad avere la farina". Risultato, la ristrettezza dei rapporti, la conclusione dell'autore. Il quale, però, non vede tutto nero. La crisi può aiutare a riscoprire l'amicizia. Anche se oggi il mondo si fonda sulle comodità, "ed io trovo orrendo tutto ciò che è comodo", ha rivelato. Stoccata a Facebook ed al mondo dei social network ("ma alla fine dove lo trovano tutto quel tempo per fare i followers?", il suo commento). Sfruttano o si avvalgono, a seconda delle opinioni, della propensione all'amicizia. Così “molti si illudono di coltivare vere amicizie virtuali”, ha rilanciato Crepet.

Il suo libro tratta le diverse sfaccettature amicali. Il legame tra uomini, tra donne o l'amicizia nascente sul luogo di lavoro. Senza dimenticare l'amico immaginario. Entrando nei vari campi della natura umana, alcuni ripercorsi durante l'incontro. Un'ora per esprimere i suoi pensieri, arricchendoli di sempre nuove metafore e sottile ironia. Con l'aggiunta di una lucida visione del mondo, non temendo di avere opinioni controcorrente. Ad esempio quando ha spiegato che, nonostante gli indubbi danni materiali, ben venga la crisi. E' un buon punto di ripartenza per riscoprire, a suo dire, la genuinità dei rapporti. Provando a "rammendare qua e là, come fosse un maglione di cashmere- questa l'immagine donata da Crepet - visto che la nostra comunità prima era roba buona". O, ancora, il tema della gioventù. "Fuga dei cervelli? Sono contento- ha affermato - Significa che abbiamo cervelli italiani. Che soprattutto hanno voglia di scappare. Non c'è niente di male nel lavorare all'estero" - questa la sua visione. Considerato che la società attuale è "sempre più reality che vita", ha sottolineato. Oppure parlando dei giovani e del rapporto d'amicizia, descritto nel libro,tra madre e figlio. Che rischia, a parere del professore, di trasformare i figli in "piccoli budda", sempre al centro dell'attenzione. Conseguenza, "genitori invertebrati ed adolescenti saccenti", ha, solo in parte, ironizzato Crepet. Il libro è dedicato ad alcuni suoi amici. "Sono molto pochi - spiega Crepet - Ma averne pochi è segno positivo. Significa che abbiamo ben vissuto".




Potrebbe essere interessante leggere quel che ne pensava Cicerone ai tempi in cui non c’era Facebook .

“LAELIUS DE AMICITIA” di MARCO TULLIO CICERONE

Collocazione storico-letteraria
Scritto nel 44 a.C. – dopo le idi di Marzo, di cui risente l’effetto nello stile e nei contenuti, e prima del novembre 44, essendo già menzionato come compiuto nel De officiis - a poca distanza dal Cato maior, e come quest’ultimo dedicato ad Attico, il breve dialogo Laelius de amicitia segna il ritorno di Cicerone all’agone politico. Secondo i critici, la prima sezione dell’opera risalirebbe all’euforico periodo immediatamente successivo all’assassinio di Cesare, mentre la seconda, più amara, risentirebbe delle tensioni riguardanti la forte presenza sulla scena politica dei seguaci dell’ucciso, contrapposti ai cesaricidi. Poiché si colloca dopo la scomparsa del dittatore, il Laelius de amicitia è mosso da un forte slancio combattivo e ideale da cui emerge un Cicerone proteso verso la conquista di un ruolo importante nel futuro politico di Roma. Non è un entusiasmo ingenuo, bensì consapevole di tensioni e polemiche e velato talora di acredine, come nell’aspra invettiva contro i Gracchi, che incarnano il disordine demagogico,  e contro gli Epicurei, che con il loro invito al λαθε βιωσας (vivi nascosto) distolgono i potenziali boni cives che abbracciano il loro insegnamento dalla causa politica.
Il dialogo è ambientato da Cicerone nell’anno 129 a.C., lo stesso del De re publica, e come nell’importante dialogo sullo Stato gli interlocutori appartengono al cosiddetto “circolo degli Scipioni”: paucis diebus post mortem Africani durante le agitazioni graccane, Lelio rievoca davanti a Caio Fanno e Mucio Scevola la figura dell’amico scomparso, e disserta sul valore, sulla natura e sulle finalità dell’amicizia. La drammaticità trae origine dal fatto che l’esaltazione dell’amicizia scaturisce dal ricordo dell’amico morto e il pathos è accentuato dalle allusioni alle circostanze misteriose della morte di Scipione e alla violenza della lotta politica tra optimates e populares, che sembra la causa del presunto omicidio. “Come morì è difficile dirlo; sapete quali sospetti circolano” (qua de genere mortis difficile dictu est; quid homines suspicentur videtis) afferma Lelio. Il clima è dunque quello di una composta tristezza, sullo sfondo di una situazione politica assai tesa, che rispecchia fedelmente quella a Roma nell’anno di stesura del dialogo, con Cesare da poco assassinato e Cicerone che cercava il rilancio sulla scena politica. Che il Laelius sia un’opera dai significati anche apertamente politici, è un dato spesso sottolineato dalla critica recente e il dialogo nasce sicuramente dalla volontà di superare l’antica e tradizionale concezione romana dell’amicizia come serie di legami personali a scopo di favoritismo politico. Cicerone, grazie alla riflessione sulla filosofia compiuta negli anni di ozio forzato dall’attività pubblica nella sua villa di Tuscolo e ispirandosi alla concezione della φιλια greca, cerca invece di definire e stabilire i fondamenti etici del sentimento dell’amicizia. Nascendo dal tentativo di superare la tradizionale logica clientelare e di fazione propria dello stato aristocratico, il dialogo muove alla ricerca dei fondamenti morali e sociali nel rapporto che lega fra loro le volontà degli amici. Cicerone vuole allargare la base sociale delle amicizie oltre la nobilitas: a fondamento dell’amicizia sono posti valori come virtus, probitas, fides e constantia, attribuibili in modo trasversale ai vari ceti sociali; rimangono però nella sua concezione delle ambiguità inevitabili, derivanti dall’impossibilità di coniugare una connivenza tra partigiani della stessa fazione nella prassi politica e la più alta concezione dell’affetto fraterno intriso di morale e di virtù. L’amicizia teorizzata da Lelio non è solo un’amicizia politica, ma un rapporto sincero, quale Cicerone, completamente immerso nella vita pubblica, poté allacciare forse solamente con Tito Pomponio Attico. Ecco perché il destinatario, carissimo amico di Cicerone, riveste in quest’opera un’importanza fondamentale: alla coppia di amici Scipione e Lelio si associa idealmente quella formata da Cicerone e Attico: “Sed, ut tum ad senem senex de senectute, sic hoc libro ad amicum amicissimus scripsi de amicitia” (Ma come allora da vecchio ho dedicato a un vecchio un libro sulla vecchiaia, così da vero amico dedico a un amico questo trattato sull’amicizia).

Marco Tullio Cicerone in breve: vita e pensiero
Nasce nel 106 a.C. ad Arpino, da una ricca famiglia equestre che non ha mai raggiunto il rango senatoriale (egli sarà un homo novus, il primo della sua famiglia a far parte del Senato). A 17 anni, assunta la toga virile, è educato dai giuristi e retori Scevola l’Augure (genero di Caio Lelio) e Scevola il Pontefice e frequenta il poeta Archia e gli oratori Marco Antonio e Lucio Licinio Crasso. Nasce la sua amicizia con Attico e nell’89 combatte nella guerra sociale agli ordini di Pompeo Strabone.
Busto di Cicerone nei Musei Capitolini

Busto di Cicerone nei Musei Capitolini

La sua carriera forense ha inizio nell’81 con un processo privato (Pro Quinctio) e prosegue nell’80 con la difesa di un uomo accusato di parricidio dal liberto Lucio Cornelio Crisogono, figura di spicco del potente entourage sillano (Pro Sexto Roscio Amerino). Ottiene la vittoria e, nel timore di ritorsioni, parte per la Grecia con il fratello Quinto e l’amico Attico: segue anche le lezioni di Molone da Rodi, famoso insegnante di retorica, e approfondisce l’arte oratoria e la filosofia. Dopo la morte di Silla, torna a Roma e sposa la nobile e ricca Terenzia, che gli darà i due figli Tullia (76) e Marco (65). La sua carriera politica prosegue con la questura in Sicilia, nel 75. La correttezza della sua amministrazione, cinque anni più tardi, induce i Siciliani ad affidargli l’accusa contro Verre, governatore corrotto, difeso dal principe del foro Quinto Ortensio Ortalo.  Raccolte rapidamente prove e testimonianze, affinché la causa non si dibattesse nell’anno di consolato dell’avvocato rivale, Cicerone scrive le Verrinae. Gli basta pronunciare le due orazioni dell’Actio prima in Verrem per ottenere la condanna in contumacia, dopo la colpevole fuga dell’imputato. L’Actio secunda viene invece pubblicata in cinque libri. Edile nel 69, pretore nel 66, parla in favore della proposta del tribuno della plebe Manilio di affidare a Pompeo poteri straordinari in Oriente per debellare il re del Ponto Mitridate (Pro lege Manilia de imperio Gnaei Pompei): dall’orazione emerge il principio della concordia ordinum, l’intesa armonica tra i due ceti portanti dello stato romano, quello senatorio e quello equestre, e l’importanza del ricco Oriente per gli affari privati e pubblici, in primis la riscossione di tributi e vectigalia necessari allo stato, affidata in appalto ad affaristi membri dell’ordo equestre. Nel 63 è console: difende Caio Rabirio, accusato dell’omicidio del sovversivo tribuno Saturnino avvenuto 37 anni prima (Pro Rabirio perduellionis reo) e Lucio Licinio Murena, accusato di corruzione elettorale (Pro Murena), ma soprattutto debella la congiura di Lucio Sergio Catilina. Le quattro orazioni Catilinariae, pronunciate due in Senato e due nel Foro, sono un capolavoro di eloquenza e di invettiva (Fino a quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza? è il violento attacco della prima orazione In Catilinam). Catilina è presentato come un uomo brutale e vizioso, feroce assassino, libidinoso, estremista, corruttore della gioventù cui insegna ogni sorta di malvagità, mentre Cicerone si erge alla difesa dello Stato. La congiura fallisce: Cicerone, con la complicità di una tribù di Galli Allobrogi scesi a Roma per lamentare la cattiva amministrazione della loro provincia, ne ottiene le prove e fa giustiziare i complici di Catilina senza processo. A Pistoia, nel frattempo, il suo collega Antonio sgomina l’esercito di Catilina, allestito dal luogotenente Manlio, e il capo della congiura muore valorosamente in battaglia.
Questo è il culmine dell’ascesa ciceroniana: acclamato come pater patriae, Cicerone gode per poco del suo trionfo: con la costituzione del primo triumvirato (Cesare, Pompeo, Crasso) la sua importanza politica declina. Nel 62 difende con successo il poeta Archia accusato di aver usurpato la cittadinanza romana, ma già nel 58 Publio Clodio, estremista democratico, con la retroattiva lex Clodia, che colpisce chi condanna un cittadino romano a morte senza processo, ottiene l’esilio di Cicerone. Dopo 18 mesi trascorsi tra Durazzo e Tessalonica, Cicerone viene richiamato in patria per intercessione di Pompeo e difende nel 56 l’amico tribuno Publio Sestio dall’accusa de vi et de ambitu, violenza e broglio elettorale (Pro Sestio, in cui emerge la nuova teoria, sviluppo della precedente concordia ordinum, del consensus omnium bonorum, che non chiama in causa i ceti bensì invita alla difesa e alla cura dello stato tutti gli uomini purché integri et sani et bene de rebus domesticis constituti). Nella Pro Caelio attacca con veemenza Clodia, la Lesbia di Catullo, sorella del tribuno Publio Clodio, e nella In Pisonem si scaglia contro il suocero di Cesare; ma difende anche personaggi legati alla fazione democratica (Pro Balbo, Pro Rabirio Postumo) e appoggia Cesare per il rinnovo del suo comando nelle province galliche. Nel 52, quando Clodio trova la morte in uno scontro tra fazioni sulla via Appia, Cicerone consuma la sua vendetta difendendo il colpevole, il leader delle bande ottimate Tito Annio Milone, ma a causa della tesissima situazione politica le sue orazioni non hanno la consueta forza e incisività: Milone è costretto all’esilio a Marsiglia. La sua maggiore opera politica, il De re publica, risale al 54-52 (seguito dal De legibus): qui egli esalta, come già lo storico greco Polibio, la costituzione romana che fonde sapientemente monarchia (consoli), aristocrazia (Senato) e democrazia (comizi popolari), delinea la figura del princeps, sapiente e disinteressato uomo politico che guida lo stato virtuosamente e al di sopra delle parti. Allo scoppio della guerra civile tra Cesare e Pompeo, Cicerone, dopo un’iniziale titubanza, si schiera con il secondo e dopo la sconfitta di Farsalo ottiene il perdono di Cesare a Brindisi. Torna a dedicarsi al foro, prendendo le difese di ex pompeiani (Pro Marcello, Pro Ligario, Pro rege Deiotaro). Quindi, quando si rafforza il potere di Cesare, si ritira a vita privata dedicandosi alle opere retoriche (Brutus e Orator, che si riallaccia al precedente De oratore) e ai trattati filosofici (Hortensius, Academica, De finibus bonorum et malorum, Tusculanae disputationes, De natura rerum, De divinatione, De fato, Cato Maior de senectute, Laelius de amicitia) in cui all’interno del suo eclettismo emerge la forte influenza stoica.
Dopo la morte di Cesare, Cicerone si riaffaccia sulla scena politica per combattere Antonio con le orazioni Filippiche (44 a.C.) in cui dipinge il cesariano come un ingordo, ubriacone e tirannico demagogo; scrive anche il De officiis. La violenta invettiva contro Antonio, quando si costituisce il secondo triumvirato (Ottaviano, Antonio, Lepido), è causa della sua inclusione nelle liste di proscrizione: Marco Tullio Cicerone, l’ultimo strenuo difensore della repubblica, cade per mano di un sicario di Antonio, nel 43 a.C., nei pressi di Formia.

Laelius de amicitia
Il breve dialogo del Laelius de amicitia è incorniciato da una complessa struttura concentrica: nel proemio Cicerone spiega com’è venuto a conoscenza del discorso di Lelio sull’amicizia e come intende riferirlo, pur senza travisarne il contenuto, arbitratu suo. Lelio ha tenuto il discorso sull’amicizia alla presenza dei generi Caio Fannio e Quinto Mucio Scevola l’Augure, precettore di Cicerone, che gli ha riportato il discorso che ora Cicerone riporta all’amico Attico, ricostruendo le battute del dialogo e facendo rivivere i personaggi. Pochi giorni dopo la morte di Scipione Emiliano, Fannio e Scevola si recano da Lelio, loro suocero: Fannio domanda a Lelio come riesca a sopportare con tanta forza la morte dell’amico e gli propone di trattare il tema dell’amicizia dicendo cosa ne pensi, quale essenza le attribuisca, che regole le assegni. Il dialogo avviene quindi in un ambito familiare, tra personaggi colti appartenenti al circolo scipionico.
Lelio, rispondendo ai due giovani, rievoca la figura dell’amico e discorre sull’amicizia rifiutandosi di trattare l’argomento secondo gli schemi usuali dei filosofi, ma pronunciando un’esortazione che dimostra l’insostituibilità dell’amicizia, di cui nulla è più conforme alla natura e più conveniente all’uomo virtuoso nella buona e nella cattiva sorte. L’esaltazione dell’amicizia è strettamente intrecciata con l’elogio della virtus, fondamento etico di ogni legame sincero e duraturo tra boni vires. L’amicizia è definita come “un’intesa sul divino e umano, congiunta a un profondo affetto” (Est enim amicitia nihil aliud nisi omnium divinarum humanarumque rerum cum benevolentia et caritate consensio) che può esistere solo tra boni, ad esempio dei quali vengono portati illustri personaggi della Roma antica, primi fra tutti gli Scipioni. Lelio quindi illustra l’origine e l’essenza dell’amicizia, slancio naturale che porta l’uomo virtuoso ad amare negli altri la virtù. Non nasce quindi da bisogno o interesse, secondo la concezione che Lelio attribuisce, forzando polemicamente e scorrettamente le loro teorie in proposito (che riconduce in toto a utilitas e voluptas), agli Epicurei. Quindi si innesta la sezione del dialogo di argomento più spiccatamente politico, anziché etico-filosofico. Durante la trattazione dei limiti dell’amicizia e delle sue leggi, Lelio cita una serie di esempi negativi, tra i quali spiccano Tiberio Gracco e i suoi sostenitori, che rimandano polemicamente a Cesare e alla sua fazione. Secondo Lelio lo ius amicitiae sancisce una legge fondamentale: in amicizia, è vergognoso sia avanzare richieste immorali che soddisfarle, e soprattutto commettere reati contro lo stato in nome dell’amicizia è assolutamente ignominioso. La scelta degli amici, secondo Lelio, deve essere fondata sulla virtus: fermezza, stabilità, coerenza, onestà, integrità sono le caratteristiche che un amico deve possedere. Quanto alla pratica dell’amicizia, non bisogna anteporre una nuova conoscenza a un vecchio amico (multos modios salis simul edendos esse, ut amicitiae munus expletum sit: bisogna mangiare insieme molti moggi di sale per poter dire esaurito il dovere dell’amicizia) e in amicizia non bisogna mai far pesare la propria superiorità. Le amicizie non vanno strappate, ma scucite e prima di stringerle bisogna trovare chi ne sia degno e abbia perciò in sé la ragione di essere amato (Rarum genus!). Solo tra virtuosi ci possono essere stima, affetto, rispetto, condivisione e si può trovare nell’amico un alter ipse, si può scoprirsi come un’anima divisa in due corpi. Infine, Lelio esalta la sincerità nell’amicizia, condannando con disprezzo l’ossequio e l’adulazione e citando a questo proposito un motto di Catone: Melius de quisquam acerbos inimicos mereri, quam eos amicos qui dulces videantur: illos verum saepe dicere, hos numquam (Talvolta fanno del bene più gli acerrimi nemici che gli amici apparentemente compiacenti: i primi dicono spesso il vero, i secondi mai). Il discorso di Lelio si conclude con un’esaltazione della sua amicizia con Scipione, che si augura resterà d’esempio ai posteri, e con un invito a coltivare la virtù, sine qua amicitia esse non potest, perché nulla è più nobile dell’amicizia eccetto la virtù.

Quali sono i fondamenti dell’amicizia? (Paragrafi 65-66)
 “Dunque la base di quella stabilità e di quella coerenza che cerchiamo nell’amicizia è la lealtà. Nulla infatti che sia infido è stabile. Inoltre è bene scegliersi un amico sincero, e socievole, e affine a noi, cioè che si interessi delle medesime cose. E tutto ciò concerne la fedeltà. Infatti né può essere fidato un carattere ambiguo e tortuoso, né può essere leale o stabile chi non si preoccupa delle medesime cose e non ha la stessa sensibilità. Si deve poi aggiungere che l’amico non deve provar gusto nel calunniare o nel prestar fede ad accuse mosse da altri. Tutte cose che attengono a quella coerenza di cui già da un po’ vado trattando. Così si verifica proprio quello che ho detto all’inizio: che l’amicizia non può esistere se non fra uomini virtuosi. È infatti caratteristica dell’uomo virtuoso, quel medesimo che è lecito definire saggio, osservare questi due principi nell’amicizia. Primo, evitare ciò che è finto o simulato; infatti è più nobile odiare apertamente che celare il proprio pensiero dietro un’espressione del volto. Quindi, bisogna non solo respingere le accuse portate da qualcun altro, ma neppure essere l’amico stesso sospettoso, supponendo sempre che l’amico abbia violato in qualcosa il patto d’amicizia. Si aggiunga a ciò una certa qual dolcezza di parole e di modi, un condimento per nulla trascurabile dell’amicizia. Di sicuro la scontrosità e la severità in ogni circostanza hanno una certa solennità, ma l’amicizia dev’essere più indulgente e più schietta e più dolce e più incline a ogni amabilità e cortesia.”

La novità del messaggio del Laelius de amicitia è grandissima: Cicerone in quest’opera reinterpreta la concezione romana dell’amicizia, arricchendola di nuove sfumature prese a prestito dal mondo greco. Il rapporto d’amicizia non nasce dall’interesse e dal bisogno, da una logica di partito, ma dall’amore per i propri simili innato nell’uomo. La vera amicizia può sussistere solo tra i buoni, e il mezzo migliore per procurarsi veri amici è la pratica della virtù. È bella questa concezione che lega indissolubilmente amicizia e virtù ed è profondamente innovativa la costituzione di uno ius amicitiae, costituito non da regole artificiose ma da precetti che dovrebbero scaturire spontaneamente dalla virtù dei due uomini contraenti patto d’amicizia: la parità e il rispetto reciproco dovrebbero generare l’automatica osservanza delle leges amicitiae. Preliminare a questa nuova concezione è un allargamento della base sociale cui riferire il concetto d’amicizia: non più solo gli aristocratici, la nobilitas, ma chiunque possa rientrare nella fondamentale categoria ciceroniana dei boni viri, che attraversa verticalmente gli strati sociali esistenti, senza identificarsi con alcuno di essi in particolare. Boni sono dunque gli uomini virtuosi (integri et sani et bene de rebus domesticis constituti) ai quali Cicerone già dai tempi dell’orazione Pro Sestio lancia un forte invito a occuparsi della cosa pubblica, a entrare nell’agone politico. È a questi virtuosi dunque che il nostro autore indica la via dell’amicizia perfetta, quella che mescola virtus e probitas, fides e constantia. In primo piano c’è la fides: parola molto importante per Cicerone e per tutto il mondo romano, virtù fondamentale e costitutiva dello stato. Fides è prima di tutto la fiducia che si ripone concretamente nell’altro, poi diventa fiducia in senso lato, quindi fedeltà al patto, onestà, dirittura morale, coscienza stessa dell’individuo. Accanto alla fides c’è la constantia, che è fermezza nel perseguire la virtù. Ad attenuare la pur indispensabile gravitas e verecundia, il comportamento retto e composto, spicca la suavitas, piacevolezza, soavità nel parlare e nell’atteggiarsi, che Cicerone definisce un non secondario “condimento” al rapporto. Come l’amicizia teorizzata da Cicerone ha leges e praecepta suoi propri in cui si fondono il concetto romano di alleanza politica e la greca φιλια, assoluta e fine a se stessa, così l’anima politica e quella etica e filosofica si fondono nel dialogo, causandone la concitata vivacità, ripetizioni e apparenti contraddizioni, con cui Cicerone ritorna sullo stesso concetto mitigando le sue affermazioni o affrontando l’argomento da un punto di vista nuovo, più marcatamente politico o più spiccatamente idealizzato.

In generale condivido la maggior parte delle affermazioni di Cicerone a proposito dell’amicizia, ma ve n’è una che non approvo affatto. Egli sostiene, per bocca di Lelio, che “niente affascina e attira qualcosa a sé quanto la somiglianza affascina e attira gli uomini all’amicizia”, rifacendosi al proverbio greco secondo il quale il simile ama il simile. Ebbene, secondo me non è affatto così. Ricordo di aver intavolato con alcuni amici una discussione che verteva proprio su questo, se fosse preferibile avere un amico simile a sé oppure diverso. In quell’occasione sostenni, contro l’opinione della maggioranza, che non vedevo come la diversità potesse essere d’ostacolo all’amicizia e sono ancora del medesimo parere. Ritengo che tra due persone virtuose, ma di abitudini e di idee diametralmente opposte, si possa creare un legame profondissimo di amicizia, purché esista tra esse una sola affinità: l’apertura, la capacità di comprendere e rispettare la diversità, pur senza rinunciare a se stessi e alle proprie opinioni. Anzi, il confronto quotidiano con una realtà diversa (se però ci si accosta senza pregiudizio e con disponibilità al confronto stesso) porta spesso una grande ricchezza, costringe a guardarsi talvolta con occhi nuovi scorgendo dei difetti e delle spigolosità da limare, insegna il rispetto e porta a comprendere come la virtù si possa manifestare in modi diversissimi senza perdere la propria essenza più alta. Certo, il buono non può stringere amicizia che con il buono e pare vero il detto “non esiste solidarietà tra i ladri”, ma non necessariamente due persone buone sono simili, così come non lo sono due malvagi. La ragione non è mai tutta da una parte e imparare a trovare il lato positivo negli altri e il negativo in noi, confrontandoci e abituandoci a convivere con la diversità, è secondo me estremamente costruttivo. È fin troppo facile provare rispetto e stima per chi condivide le nostre posizioni: un amico siffatto, per quanto bello e profondo possa essere il rapporto che abbiamo con lui, non riuscirà mai ad aprirci gli occhi per mondarli dall’inevitabile velo di cecità che li ricopre e che può essere squarciato solo dal confronto (magari anche serrato, ma sempre nel rispetto reciproco). Per questo è importante avere anche amici diversi da noi, che ci aiutano a migliorare e che noi stessi possiamo aiutare a diventare migliori: un’amicizia come questa può arricchire entrambi, in un mutuo scambio, in un mutuo insegnamento, quando ciascuno si impegna a completare l’altro nelle sue manchevolezze e a svelargli tessere mai notate prima nel grande mosaico del mondo. Cicerone stesso non doveva essere completamente convinto della sua affermazione: il suo più grande amico, Attico, a cui ha dedicato il trattato sull’amicizia, era un convinto epicureista, mentre Cicerone riteneva tanto pericolosa questa dottrina da farla bersaglio di numerose frecciate all’interno del Laelius. Eppure, nonostante le loro diverse vedute, nonostante lo zelo politico di Cicerone contrapposto all’otium di Attico, i due amici si offrirono reciproco sostegno nelle avversità della vita e forse mitigarono in parte, con continue amichevoli discussioni, le reciproche posizioni. Cicerone e Attico, a parer mio, sono il miglior esempio a sostegno della mia affermazione e il loro rapporto smentisce senza alcun dubbio l’affrettato principio secondo il quale l’amicizia può nascere soltanto tra persone profondamente simili. La bellezza dell’opera nasce proprio dalla fluente sincerità con cui Cicerone esprime ad Attico le sue dottrine: con il suo stile ricchissimo e cesellato di chiasmi e poliptoti a sottolineare le sue tesi nei passi più importanti, eppure con la spontaneità di un amico che scrive a un amico, l’oratore romano ci regala, sull’amicizia, uno dei trattati più splendidi e gradevoli di tutti i tempi.

Sull'amicizia

Elogio dell'amicizia PDF 

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