venerdì 7 settembre 2012

UNO, NESSUNO E CENTOMILA

 


Nota su un problema del rapporto comunicazione/relazione
di Ferdinando Dubla

“L’uomo piglia a materia anche se stesso, e si costruisce, sissignori, come una casa.
Voi credete di conoscervi se non vi costruite in qualche modo? E ch’io possa conoscervi se non vi costruisco a modo mio? E voi me, se non mi costruite a modo vostro? Possiamo conoscere soltanto quello a cui riusciamo a dar forma. Ma che conoscenza può essere? E’ forse questa forma la cosa stessa? Sì, tanto per me, quanto per voi; ma non così per me come per voi: tanto vero che io non mi riconosco nella forma che mi date voi, nè voi in quella che vi do io; e la stessa cosa non è uguale per tutti e anche per ciascuno di noi può di continuo cangiare, e difatti cangia di continuo.
Eppure, non c’è altra realtà fuori di questa, se non cioè nella forma momentanea che riusciamo a dare a noi stessi, agli altri, alle cose. La realtà che ho io per voi è nella forma che voi mi date; ma è realtà  per voi e non per me; la realtà che voi avete per me è nella forma che io vi do; ma è realtà per me e non per voi; e per me stesso io non ho altra realtà se non nella forma che riesco a darmi. E come? Ma costruendomi, appunto”,
[Luigi Pirandello, Uno, nessuno e centomila, , ed. Mondadori, 1969, pp.59/60]
L’estremo relativismo riguardo la costruzione, la comunicazione e l’immagine di sè per sè e per gli altri, è di Vitangelo Moscarda, protagonista di uno delle più celebri opere di Luigi Pirandello, scritta nel 1925 (ma il suo inizio data 1909) e pubblicata a puntate sul settimanale “La Fiera letteraria” nel 1926, “Uno, nessuno e centomila”; ultimo romanzo del grande scrittore siciliano, esso è anche uno degli esiti più rivoluzionari della narrativa del ‘900.
Nessuno per sé, in quanto l’io è fondamentalmente essere-per-l’altro, il protagonista è contemporaneamente uno per quanti sono coloro che si mettono in relazione con lui e costruiscono la sua immagine, e dunque altri centomila.
Costruire se stessi e la propria immagine, questa sara’ ricevuta per quanti sono coloro che si metteranno in relazione con quell’immagine: cio’ dimostra si’ la relativita’ della relazione, ma l’assolutezza della comunicazione: e’ impossibile non solo non comunicare (Watzlavick), ma e’ impossibile non comunicare la propria immagine (forma) seppure questa possa non coincidere con l’io vero della propria personalita’ (sostanza) [vedi dialettica io/me e il concetto di role-taking (Io Psicologico) di G.H.Mead]
Eppure Pirandello parte da un altro assunto filosofico: è impossibile comunicare, l’uomo è destinato alla solitudine:
“Abbiamo usato, io e voi la stessa lingua, le stesse parole. Ma che colpa abbiamo, io e voi, se le parole, per sé, sono vuote? Vuote, caro mio. E voi le riempite del senso vostro, nel dirmele; e io nell’accoglierle, inevitabilmente, le riempio del senso mio. Abbiamo creduto d’intenderci; non ci siamo intesi affatto.”
L’unica strada per superare la chiusura della soggettività è essere consapevoli della relatività dei giudizi; ma, appunto, la solitudine e la chiusura in sé, assolutizzati, porterebbero ad occludersi ogni via di conoscenza, seppure costituirebbero la vera libertà. Il che sposta l’assunto pirandelliano, dall’incomunicabilità alla comunicazione e relatività comunicativa come via alla conoscenza.
D’altra parte lo stesso protagonista, Vitangelo Moscarda, attua la salvezza dalla razionalità attraverso il suo pieno inveramento (decidere di essere l’uno/nessuno di se stessi senza curarsi delle centomila immagini diverse, distrugge le relazioni così come esse si erano maturate nel corso dell’esperienza esistenziale, porta alla libertà ma lo conduce al mendicio). E, in definitiva, anche la riconquistata riappropriazione del proprio essere, a seguire Pirandello, porterebbe ad un’altra immagine per gli altri, mai concidente con la propria vera.
“ ‘Era proprio la mia quell’immagine intravista in un lampo? Sono proprio così, io, di fuori, quando – vivendo – non mi penso? Dunque per gli altri sono quell’estraneo sorpreso nello specchio: quello, e non già io quale mi conosco: quell’uno lì che io stesso in prima, scorgendolo, non ho riconosciuto. Sono quell’estraneo, che non posso veder vivere se non così, in un attimo impensato. Un estraneo che possono vedere e conoscere solamente gli altri, e io no’, E mi fissai d’allora in poi in questo proposito disperato: d’andare inseguendo quell’estraneo ch’era in me e che mi sfuggiva; che non potevo fermare davanti a uno specchio perché subito diventava me quale io mi conoscevo; quell’uno che viveva per gli altri e che io non potevo conoscere; che gli altri vedevano vivere e io no. Lo volevo vedere e conoscere anch’io così come gli altri lo vedevano e conoscevano.
Ripeto, credevo ancora che fosse uno solo questo estraneo: uno solo per tutti, come uno solo credevo d’esser io per me. Ma presto l’atroce mio dramma si complicò: con la scoperta dei centomila Moscarda ch’io ero non solo per gli altri ma anche per me, tutti con questo solo nome di Moscarda, brutto fino alla crudeltà, tutti dentro questo mio povero corpo ch’era uno anch’esso, uno e nessuno ahimè, se me lo mettevo davanti allo specchio e me lo guardavo fisso e immobile negli occhi, abolendo in esso ogni sentimento e ogni volontà.” [pag.21/22]

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