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giovedì 14 gennaio 2016

I Mandala e il loro valore terapeutico

Da qualche tempo viene rivalutata con particolare interesse l’ attenzione nei confronti dei mandala, a cui viene attribuita un’ importanza talmente rilevante da farla definire da alcuni una forma di Art Teraphy.

Mandala
, parola derivata dal sanscrito, significa cerchio magico e consiste in una rappresentazione circolare all’ interno della quale si trovano varie forme e colori che hanno la caratteristica fondamentale di convogliare e partire da un centro. Possono essere disegnati a mano libera oppure colorati, in ogni caso si ritiene che concentrarsi su di essi permetta a chi lo fa di entrare in una dimensione meditativa, per certi aspetti ipnotica e quindi rilassante.
Il cerchio, forma privilegiata del mandala, è simbolo da sempre di completezza e totalità che si esprime già in certi simboli fondamentali della natura stessa, basti pensare alla terra, al sole, alla luna; ciò sottolinea l’ importanza archetipica di questa figura, talmente radicata a livello di inconscio collettivo che è la prima ad essere riprodotta dai bambini di ogni cultura, sottoforma di spirali circolari.
Sebbene tali rappresentazioni siano tipiche della cultura orientale e collegate a filosofie religiose come il buddismo o l’ induismo, fu lo psichiatra svizzero Jung a studiarli, dipingendone a sua volta e scoprendo gradualmente il loro importante significato (Papadopoulos, 2009). Focalizzarsi sul mandala permette infatti di entrare in maniera del tutto spontanea in un percorso di conoscenza di se stessi e raggiungere quindi il Sé, ovvero la mèta verso cui tende il processo di individuazione di ognuno.
I centro del mandala diventa così il centro della propria anima, il punto da cui ripartire per poter trovare armonia ed energia.
Come accennato in un precedente articolo, l’ archetipo della concentrazione sul mondo interno è impersonato dalla dea Estia, il suo focolare di forma circolar simbolizza infatti il mandala e possiede pertanto la capacità di mettere in contatto con la fonte interna di calore e luce nonchè di coniugarsi al proprio Sè.
Disegnare o colorare un mandala consente a chi lo fa di entrare in contatto con questa importante parte di Sé, di conoscerla e potenziarla.
Permettendo di rimanere focalizzati sul “qui ed ora”,consente di concentrare l’ attenzione solo sulle forme ed i colori, liberando la mente, alleggerendola e determinando di conseguenza un generale senso di rilassamento e tranquillità. Induce, al tempo stesso, uno stato di semitrance che al pari di altre attività meditative o distensive come il Training Autogeno, per esempio, permette di sviluppare l’ introspezione e di “sognare ad occhi aperti”. È assolutamente di aiuto nella riduzione dello stress quotidiano, favorisce la distensione dei muscoli ed è in grado di allontanare stati ansiogeni e pensieri ossessivi.
Come si disegna e colora un mandala?
La regola principale per farlo bene è..che non ci sono regole!
Sicuramente può essere di aiuto ritagliarsi uno spazio per sé e porsi di fronte al foglio quando si è da soli in modo da potersi concentrare e farsi guidare dall’ istinto nella creazione di questa opera unica.
Se si decide di disegnare bisogna permettere alla mano di essere libera di esprimersi come vuole; i disegni, come notò lo stesso Jung, infatti, tendono a cambiare a seconda della situazione psichica che si sta vivendo, è quindi necessario che non si presenti alcuna forzatura, ma che chi disegna si senta libero di esprimere se stesso come vuole. Non importa che l’ immagine sia tecnicamente bella, ciò che conta è che sia autentica.
Discorso analogo vale ovviamente chi decide di colorare un mandala già disegnato. Deve innanzitutto scegliere un modello che lo attrae, che lo ispira in quel momento e, mentre dipinge, non deve preoccuparsi del giusto accostamento delle tonalità ma di esprimere se stesso con i colori che lo rappresentano di più in quel momento.

Una volta finito, il mandala si osserva.
Cosa trasmette ora che è completo? Come mi fa sentire? E prima di disegnarlo, come mi sentivo? Dove è andata la mia mente? Cosa è cambiato?
Si può decidere di incorniciare un mandala particolarmente significativo e osservarlo nei momenti di pausa quotidiana, al fine di focalizzarsi su quella immagine e concedersi nuovo un tempo per sé, per rilassare la mente e meditare. Ogni volta che i pensieri distraggono e tornano le preoccupazioni quotidiane può essere utile fissare il centro del mandala….e ricominciare..
 Articolo della Dott.ssa Ilaria Visconti, Firenze.

Riferimenti Bibliografici:
Papadopoulos, R. K. (2009). Manuale di psicologia Junghiana, Moretti & Vitali Editori, Tecnoprint, Romano di Lombardia (BG) Settembre 2009.

sabato 1 marzo 2014

Psicologia e dintorni...Disturbo Psicosomatico


“Questo è il grande errore dei medici del nostro tempo:
 tenere separata l’anima dal corpo”.
Platone

La Medicina Psicosomatica studia i rapporti che intercorrono tra il nostro mondo interno e le reazioni corporee. Nelle reazioni psicosomatiche, in generale, manca l’operazione di elaborazione degli eventi che ci causano sofferenza e la partecipazione della intera personalità a questi possibili accadimenti della vita appare limitata. Manca la consapevolezza del collegamento tra gli eventi dolorosi della vita e gli effetti negativi che essi possono causare all’organismo.
Un esempio banale, utile per capire:
    “Mi è venuto un tremendo mal di testa perché ho lavorato troppo” – stress da super-lavoro –, dice una persona; “
    Mi è venuto un tremendo mal di testa e non lo so perché”, dice un’altra.
Quest’ultima persona dimostra di avere qualche difficoltà ad accedere alla comprensione del suo “star male” e potrebbe continuare a lavorare aggravando il suo sintomo, mentre la prima, consapevole della possibile origine del suo mal di testa, potrebbe scegliere di fermarsi di lavorare e magari concedersi dei momenti di pausa rispettosi del suo modo di essere e del suo livello di fatica.
Le persone che tendono a funzionare come la persona citata per seconda, possono essere candidate ad avere sintomi di natura psicosomatica, cioè hanno maggiore probabilità di sviluppare una sofferenza psicosomatica.
Il modello psicosomatologico di interpretazione della malattia e dello “star male”, ribalta, d’altra parte, lo schema classico il quale prevede la lesione dell’organo quale base del suo mal funzionamento, nello schema secondo cui il protrarsi di uno stress intenso può generare una disfunzione di quell’organo e, quindi, il suo mal funzionamento e, addirittura, se non si riescono a porre ripari in tempi normali, una sua lesione.
Ricerche
Molte ricerche hanno dimostrato che i condizionamenti psicologici e sociali sono una classe di fattori che si trovano presenti in tutte le malattie e in tutti i disturbi fisici anche se il loro peso può variare da disturbo a disturbo, da un individuo all’altro.
Dalla letteratura internazionale si ricava che il disturbo psicosomatico è caratteristico di quelle persone che presentano difficoltà nei processi di mentalizzazione, ossia di elaborazione psichica delle emozioni attraverso le operazioni del pensiero, sia intellettuale e cosciente sia immaginativo e fantastasmatico.

Inoltre, le caratteristiche della loro personalità sono incentrate su un’accentuazione del pensiero operativo, queste persone sono sempre rigidamente aderenti alla realtà concreta e difficilmente la loro vita è ricca di vita fantastica.
Teorie a confronto: Freud, Reich, Lowen et al.
Secondo S. Freud, la sofferenza psicosomatica e, in senso lato, il disturbo psichico, nascerebbe da un conflitto tra la soddisfazione di un desiderio e la constatazione della impossibilità o, quantomeno, della difficoltà nel realizzarlo.
Secondo un altro grande del pensiero psicoanalitico, W. Reich, tutti i processi vitali seguono i fenomeni di carica e scarica. Per cui, quando la scarica risulta impedita, l’organismo vive in uno stato di carica senza sfogo e se questa condizione diventa cronica, si forma una corazza caratteriale a livello psichico e una corazza muscolare a livello fisico, in tal modo l’organismo arriva a svolgere una operazione di controllo delle emozioni e una potente struttura di difesa da esse.
Mentre quindi Freud poneva attenzione soltanto alla produzione verbale dei suoi pazienti, Reich introdusse nella psicoanalisi anche l’osservazione del corpo, come l’espressione degli occhi e del viso, la qualità della voce e i vari tipi di tensione muscolare. Descrisse per primo quello che oggi noi chiamiamo il linguaggio del corpo.
Le teorie di Reich hanno prodotto lo sviluppo dell’analisi bioenergetica, metodica psicoterapeutica elaborata da A. Lowen.
Questo approccio, unico nel suo genere, considera la mente e il corpo un’unità funzionale, inscindibile, tanto che il suo intervento è costituito da una complessa combinazione di lavoro sul corpo e lavoro psicoanalitico.
Tra gli anni Quaranta e gli anni Cinquanta, Franz Alexander propose che gli stati conflittuali, attraverso la mediazione del sistema neurovegetativo, fossero implicati nelle cause di varie malattie psicosomatiche.
Un’altra teoria molto significativa è quella proposta dalla Dunbar. Ella sostenne che la struttura della personalità individuale può condizionare le difese corporee, predisponendo allo sviluppo di determinate malattie.
Nonostante le molte obiezioni, gli studi di questa autrice sollevarono un certo interesse nella comunità scientifica internazionale e favorirono altre ricerche, tra le quali quelle di Friedman e Rosenman, che portarono all’identificazione di un pattern di Comportamento definito di “tipo A”, oggi considerato ufficialmente un fattore di rischio per le malattie cardiovascolari.

L’individuo di “tipo A” e malattie coronariche
    L’individuo “di tipo A” ha sempre fretta, avverte la pressione del tempo, è eccessivamente coinvolto nel lavoro, è ambizioso e competitivo, è impaziente e si annoia facilmente, è ostile ed irritabile, è ansioso ed impulsivo, ha uno stile di espressione a volte arrogante ed un linguaggio rapido e incalzante, ricerca il successo e la valorizzazione sociale, è sempre teso, impegnato senza tregua verso il raggiungimento di obiettivi.
Nel 1981 il “Comportamento di Tipo A” è stato riconosciuto ufficialmente come fattore di rischio nei confronti delle malattie coronariche, riconoscimento di portata storica per la psicosomatica, che venne condiviso anche dalla Organizzazione Mondiale della Sanità.
Vent’anni di studi ulteriori, tra il 1970 e il 1990, hanno chiarito che sensibile alle reazioni emozionali non è solo il sistema nervoso vegetativo ma anche, e notevolmente, il sistema endocrino, inaugurando il filone di ricerca della psiconeuroendocrinologia.
Mentre, a partire dagli anni ’80, anche il sistema apparentemente più lontano, il sistema immunitario, risultò avere connessioni con il sistema nervoso e molto sensibile allo stress.
Psiconeuroendocrinoimmunologia
Vengono così gettate le basi della neuroimmunomodulazione e nasce la psiconeuroendocrinoimmunologia. Com’è noto, animali stressati – ad esempio ripetutamente spaventati – producono meno anticorpi e spesso si ammalano con più facilità rispetto ad animali di controllo non stressati.
Lo stress può indurre aumentata mortalità in seguito all’esposizione ad agenti infettivi. Persone in lutto per la morte di un proprio caro possono risultare immunodepresse.
Sifneos, negli anni Sessanta, parlò di “alessitimia”, letteralmente “emozione senza lessico”; secondo questo autore le persone affette da disturbi psicosomatici avrebbero incapacità ad esprimere verbalmente le loro emozioni, la loro attenzione sarebbe interamente centrata sugli oggetti concreti e sulla realtà esterna tanto da essere “sbilanciate” anche sotto l’aspetto neuropsicologico, nel senso che predominerebbe, in queste persone, la neocorteccia a danno del sistema libico, mancando ogni integrazione tra componenti intellettive ed emozionali.
In Italia, il compianto Ferruccio Antonelli nel 1981 iniziò a parlare di “brositimia”, letteralmente “sentimento ingoiato”.
Secondo questo autore, le persone affette da disturbi di natura psicosomatica, presenterebbero difficoltà nel reagire alle avversità della vita, tanto che questo loro stile di vita risultò essere il principale responsabile delle loro sofferenze, la più chiara espressione della somatizzazione dell’ansia. “Mandare giù”, d’altra parte, ricorda il comportamento dello struzzo: non risolve i problemi ma li dirotta all’interno lasciandoli irrisolti.
Di Alfredo Ferrajoli


mercoledì 1 gennaio 2014

Da "Cronache del Labirinto"



Ansia: un primo antidoto
Posted di drdedalo


“L’ansia è quel che più uccide l’amore. Crea i fallimenti.
Fa in modo che gli altri si sentano come tu ti sentiresti
se una persona che sta affogando si aggrappasse a te.
Vorresti salvarlo ma sai che, con il suo panico,
potrebbe strangolarti “
Anaïs Nin


Tutti portiamo un cronico fardello di ansia: una sorta di secondo corpo non visibile ma percepibile internamente.
E’ lì che possiamo andare ogni volta che ci chiedono o ci chiediamo “come ti senti?”: diamo un’occhiata e sappiamo quanto in pace o in conflitto, in armonia o in dissonanza, attivati o disattivati siamo.

E’ un giudizio soggettivo che non ha niente a che fare con le misurazioni esterne: una persona può sembrare calma e sentirsi terribilmente ansiosa, può dissimulare e nascondere ma, proprio per questo, a volte, essere ancora più agitata.

Solo coloro che ci conoscono bene sono in grado di cogliere quei piccoli segnali che fanno la differenza e ci sono frangenti in cui se ne accorgono prima gli altri, della nostra ansia, perché noi siamo impegnati a difenderci dalla sua presa e nel tentativo di non sentirla attiviamo quelle difese che ci sembra che possano allontanarla.

Spesso mi capita di sentire l’ansia di un paziente appena entra in studio: mi accorgo di qualcosa nel suo respiro… non fluisce come al solito… ha quelle intermittenze che noto quando parla di cose che lo agitano, lo preoccupano, lo fanno soffrire.
E’ il suo solito fardello ma oggi pesa di più: più acuto, appuntito e ingombrante, più difficile da portare.

Ci sono mille fattori che intervengono a modificare la percezione soggettiva di un sintomo. Ci sono momenti in cui quello che sembrava un piccolo peso ci sembra un macigno insostenibile e altri in cui sentiamo che niente può piegarci. Dipende dalla durata dello stimolo, dalla quantità di attenzione che gli dedichiamo (quanti filtri riusciamo a mettere, quanto riusciamo a distrarci, su cos’altro siamo impegnati), quanto abbiamo riposato, come abbiamo dormito e sognato, che farmaci abbiamo assunto… tutto questo gioca un ruolo nel contribuire a cambiare il modo in cui percepiamo, in diversi momenti, “lo stesso sintomo”.

Che quindi, naturalmente, non è mai “lo stesso”. Cambia in base a come lo portiamo ed è per questo che in seduta, dopo un po’ che insieme si osserva un’emozione, uno stato d’animo e la quantità di ansia che li gonfia, li amplifica o li colora, dopo un po’ che si guarda con attenzione il dolore di cui il paziente è portatore… quel dolore tende a scomparire: cambia intanto che viene espresso, si attenua, diventa più sopportabile.



L’interesse del terapeuta unito all’interesse del paziente sembra aggiungere qualcosa al sistema: certi “oggetti” che prima erano presenti solo dentro al paziente vengono spiegati, raccontati e osservati da entrambi; ciò che viene aggiunto è un osservatore composto: due punti di vista su ciò che viene descritto e ascoltato e differenziato da “tutte le altre volte”.
Questo osservatore ibrido diventa, per qualche non ancora ben chiarito motivo, curativo. L’ansia spiegata e raccontata, intravista e estrovertita tende a svanire. Il fardello condiviso diventa meno pesante.

Sono convinto che quel che succede in questi “momenti terapeutici” sia l’esatto contrario di ciò che Anaïs Nin descrive nell’aforisma che ho citato nell’incipit: si riesce, a volte, a tendere una mano a chi sta affogando nella propria ansia e, dopo un po’, si guadagna terra, ci si toglie insieme da uno stato di paura e di rigidità in cui le difese stesse, nel tentativo di sconfiggerlo, aumentano e determinano il sintomo.

E credo che questo succeda perché, nel dialogo, ci si avvicina ad una definizione meno claustrofobica di psiche, ci si libera dai confini stretti di una mente piccola e troppo soggettiva.

Hillman dice: ” Fin da Platone ‘psiche’ è stata riferita a un’anima avvolgente, esterna al di là della nostra testa e della nostra pelle umana, al di là dei confini di ‘me’, al di là delle relazioni intra e interpersonali, perfino al di là del mondo in quanto mio ambiente ecologico e mio campo proiettivo. Come diceva Jung: non è la psiche in me, ma io nella psiche.”

Quando cadiamo preda dell’ansia iniziamo a dibatterci in un mondo che non va al di là del nostro piccolo corpo fisico, cominciamo a sentirci limitati e non accettati, desiderosi di approvazione e spaventati dalla possibile rottura del legame; la psiche diventa una piccola mente soggettiva e il desiderio diventa bisogno.

Poi, miracolosamente, appena ci sentiamo capiti, appena ci accorgiamo di essere un po’ meno soli, i confini tornano ad allargarsi. In una psiche più vasta ci ricordiamo di saper nuotare e non è mai il terapeuta a salvarci! E’ il cambiamento di visione, l’assunzione di una mappa più intelligente che ci permette di riprendere, letteralmente, i sensi.

L’ansia non se ne va ma fa quello che ogni emozione dovrebbe fare: viene espressa e: “Se, come in molte teorie, definiamo l’emozione come un’azione trattenuta all’interno dell’organismo, allora le emozioni vogliono fare quello che dice la parola stessa : ex-movere uscire fuori, e la rabbia è in realtà, violenza interiorizzata, frustrata. E l’ansia non è che paura non detta, non espressa e contenuta in una rigida corazza” (J. Hillman 1989, corsivi finali miei).


martedì 8 ottobre 2013

Attenzione: liberamente fluttuante...


Posted di drdedalo

“… il cambiamento può essere un atto di volontà
o un flusso, ma l’atto di volontà è più complicato”

Parlare di attenzione è parlare della più fondamentale delle attività psichiche: senza l’attenzione non ci sarebbe il linguaggio, non sarebbero possibili i pensieri, i sogni, la “percezione della realtà”.
E’ modulando la quantità di attenzione che rivolgiamo ad un qualsiasi oggetto, fisico o mentale, reale o immaginario, è indugiando su di esso, scrutandolo, osservandolo, assaggiandolo, studiandolo, che possiamo portarlo dentro, e illuminarlo, renderlo più o meno interessante, vivido, familiare, caro.
E l’attenzione, come tutte le funzioni fondamentali, tende a restarsene sullo sfondo, ignorata e usata quasi automaticamente come uno strumento così scontato che, come un braccio, una gamba o un occhio, non ha bisogno di niente a meno che si guasti, si deteriori o smetta di funzionare.
Ha poco bisogno di attenzione, l’attenzione! Lavora da sola, spesso così da sola che continua la sua attività anche quando il suo uso conduce ad una serie di problemi che compaiono ma che, finché non vengono analizzati accuratamente (cambiando l’attenzione, appunto), se ne stanno lì, fino a diventare cronici.
C’è tutta una quantità di disturbi mentali che potrebbero essere catalogati e descritti come disturbi dell’attenzione: possiamo vedere il Disturbo Ossessivo Compulsivo come un’appiccicosità dell’attenzione, un’incapacità di staccarla da un oggetto se non con grandi sforzi e con faticosi rituali; la depressione come un’insistenza dell’attenzione su oggetti indigeribili, il rimuginare della mente fino allo sfinimento su colpe, abbandoni, lutti, “negatività”; la mania, lo stato di grandezza maniacale come un dilagare dell’attenzione, l’espandersi dell’Ego senza tener conto dei confini fino a gonfiarsi ipertroficamente; il Panico come lo scivolamento dell’attenzione verso il baratro, l’impossibilità di distrarsi rispetto ad un sintomo, che, quindi, risucchia e fa precipitare; ecc.
Queste, che potremmo definire modalità dell’attenzione non sono che strumenti che ci siamo abituati ad usare: modi in sé né buoni né cattivi, propensioni forse, qualità del nostro modo di essere nel mondo, anche tratti del carattere che ci hanno contraddistinto: un bambino fantasioso, con la testa fra le nuvole, o introverso o musone, schivo, riflessivo o, al contrario espansivo, incontenibile o sensibile, suscettibile, permaloso.
Niente di male… ognuno di questi che ho citato non è che un modo di stare nel mondo e nelle cose: una presa, una modalità di cogliere gli oggetti e le relazioni, un gesto interno che ci fa descrivere il mondo in un certo modo.
De-scriverlo: metterlo lì, presentarlo a noi stessi come se lo scrivessimo in un certo modo, raccontandocelo con un gesto che non è passivo ma solo in parte conscio.
Sono tratti del carattere, modi quasi innati o, comunque appresi in tenera età, che determinano le nostre percezioni e, poi, quasi contemporaneamente le nostre risposte a ciò che ci circonda, dentro, nel nostro mondo psichico, e “fuori”.
Ciò che può renderli patologici è l’automaticità: la fissazione (causata dai più svariati eventi) su uno solo di essi che diventa ponderante e dominante a discapito degli altri, favorendo una direzione e, in un certo senso, uno squilibrio.
E’ l’automatismo che andrebbe curato e, per farlo occorre curare l’attenzione: mettere l’attenzione sul modo in cui stiamo attenti, imparare a prenderci cura dei modi in cui dirigiamo il nostro sguardo.
Il consiglio di Freud ai terapeuti, la regola che dava come primo presidio di cura per la loro attenzione era: “Si tenga lontano dalla propria attenzione qualsiasi influsso della coscienza e ci si abbandoni completamente alla propria ‘memoria inconscia’, oppure in termini puramente tecnici: si stia ad ascoltare e non ci si preoccupi di tenere a mente alcunché”.
Questo è il primo strumento per curare la fissità, il primo e più importante diluente di un’attenzione troppo fissata.
Non è qualcosa che può essere insegnato in termini puramente teorici: l’attenzione non si insegna con un “dire” ma con un fare… se vuoi percepire comincia ad agire e, se vuoi cambiare la tua attenzione  comincia a stare attento in un modo diverso.
Ai pazienti veniva detto di “dare diritto di cittadinanza all’inconscio”, senza censurare niente, favorendo il flusso e lasciando stare la coerenza, prediligendo le libere associazioni senza curarsi della logica o del solito modo di procedere. Non è facile all’inizio, ma dopo un po’ si prende il gusto del flusso di coscienza, ci si accorge di come le cose possono associarsi in modi diversi e si sperimenta una sorta di “prima liberazione”: il pensiero può scorrere più fluidamente, le idee sono più libere di emergere, cose strane vengono alla mente.
E così, in questo Pandemonio, ad esempio, l’attenzione può diventare una delle ragazze di cui parla D.F. Wallace “… il tipo di ragazza imprendibile, fatalmente bella che fluttua per i corridoi di liceo nei sogni degli eiaculatori notturni” una tipa, insomma, che non riesci a conquistare ma che puoi sognare, e che sognandola puoi allargare i tuoi orizzonti e, idealizzandola un po’ ti ispira come può fare una musa…
L’attenzione può cambiare, cambiando il modo in cui percepisci il tempo che può diventare non il solito Cronos che mangia i suoi figli, non il tempo cronologico che scorre inesorabilmente in avanti ma Kairos: il momento in corso, in cui le cose accadono mentre il tempo scorre, in cui l’attenzione può essere messa, la puoi mettere, sugli incontri e sullo stupore di vedere che le cose che hai di fronte sono nuove, non invecchiate e non le stesse, lontane quindi dalle ripetizioni e dalla coazione e dal solito ritorno dell’uguale, e esenti, per forza, dalla noia.
E se lasciamo che la nostra attenzione fluttui possiamo staccarci per un attimo dalla tirannia dell’io, trovarci nel flusso e con la possibilità di liberarci momentaneamente da noi stessi che, come sa chiunque si sia qualche volta “sciolto”, è un gran sollievo!

lunedì 8 luglio 2013

"Freud e la nuova razionalità"

di Antonio Gargano


Sigmund Freud, nato nel 1856 a Freiberg, in Moravia, da una famiglia ebrea di lingua tedesca, trascorse l’infanzia e la giovinezza a Vienna, dove si formò in un’atmosfera di cultura positivistica e materialistica e dove si laureò in medicina nel 1881. Nei primi anni dopo la laurea in medicina, Freud si occupò degli effetti chimici degli anestetici e della cocaina; da queste ricerche passò allo studio dei disturbi mentali. Collaborando con il collega Josef Breuer, Freud giunse a capire che l’isteria non è causata da un tessuto che si è necrotizzato, da una lesione del sistema nervoso, da un fatto fisico, ma da tutt’altro. Freud e Breuer studiarono pazienti affette da isteria che, indotte a cadere in un sonno ipnotico, riuscivano a liberarsi del loro malessere, ad alleviare i loro sintomi e a dare segni di guarigione. Essi iniziarono ad applicare il loro metodo, che chiamarono catartico (dal greco catarsi=purificazione) riscontrando anche su altri tipi di pazienti che il ricordare gli episodi traumatici che hanno portato alla sofferenza libera dai sintomi stessi; piú precisamente, se il paziente non semplicemente ricorda l’episodio traumatico, ma riprova «l’affetto che lo aveva accompagnato», il sintomo scompare. Freud studiò le dinamiche dell’ipnosi anche in Francia, presso la clinica parigina della Salpêtrière insieme a Charcot. Tornato a Vienna, dovette difendersi dagli attacchi della medicina ufficiale, ispirata a principi positivistici, convinta della natura puramente organica, fisica, dei disturbi mentali. Nel 1895 Freud e Breuer pubblicarono un libro intitolato Studi sull’isteria, che raccoglieva i risultati delle loro esperienze terapeutiche.
Successivamente Freud si rende conto che l’ipnosi non è un metodo affidabile per diversi motivi: prima di tutto perché non tutti i pazienti possono venir ipnotizzati, in quanto l’ipnosi implica una sorta di stato di inferiorità, di debolezza del paziente, inoltre perché si riscontrano fenomeni di ricaduta, ma soprattutto Freud si convince del fatto che il paziente ipnotizzato, proprio perché si trova in una condizione di soggezione nei confronti dell’ipnotizzatore che gli comanda di ricordare, racconta traumi, afferma di essersene liberato, ma lo fa soltanto perché pensa che il medico abbia piacere di sentirsi dire questo. Freud ricorre all’espressione “ricordi di copertura” per indicare ricordi che il paziente inventa, sia pur inconsapevolmente. Per questo Freud sostituisce il metodo ipnotico con quello delle libere associazioni. Egli si accorge che il paziente, anche senza essere ipnotizzato, se posto in uno stato di rilassatezza, mediante libere associazioni di parole e di ricordi fa emergere l’evento che lo opprime: il paziente viene sollecitato a esprimere immediatamente e liberamente tutto ciò che pensa; con le libere associazioni si mette in movimento una catena di ricordi, di pensieri che penetra in profondità nella psiche ed arriva di anello in anello alla causa del malessere. Freud si avvicina cosí alla scoperta dell’inconscio.
Freud esplicita con chiarezza un’idea che era stata già presente nel Romanticismo, in Schopenhauer e in una parte della cultura dell’800. I romantici tedeschi avevano parlato del sogno come un luogo in cui si manifestano verità diverse da quelle della vita reale, cosciente. Schopenhauer parla della coscienza come della superficie di un lago, lasciando intendere che sotto la superficie c’è qualcosa d’altro. Freud perfeziona queste intuizioni e, grazie alle sue esperienze terapeutiche, perviene alla formulazione della teoria dell’inconscio, delineata nel celebre libro L’interpretazione dei sogni, apparso nel 1900, che si può considerare l’inizio della psicoanalisi, di una nuova consapevolezza dell’uomo. Freud sostiene che non solo nello stato di rilassatezza, ma a maggior ragione nel sogno, i contenuti che urgono all’interno dell’individuo e che causano il suo malessere riescono a manifestarsi, sia pure parzialmente. L’interpretazione dei sogni mostra che la nostra vita cosciente è solo la punta di un iceberg. Come in un iceberg la parte emergente è minima rispetto a quella sommersa, cosí nella nostra vita psichica il conscio è un materiale minimo rispetto al materiale inconscio che si trova nella profondità della nostra psiche. L’inconscio è un intero mondo di forze che premono dal nostro interno e mantiene dentro di sé contenuti respinti dalla coscienza in quanto per le sue convinzioni morali l’individuo non li riconosce come congrui, come ammissibili. Questi contenuti rimossi dalla coscienza vengono tenuti sotto controllo da una censura, che impedisce loro di emergere, ma che in stato di rilassatezza, e soprattutto durante il sonno, si indebolisce, consentendo ai contenuti inconsci di manifestarsi parzialmente. La censura si indebolisce, ma non si annulla del tutto: durante il sonno l’inconscio manifesta nei sogni, i suoi contenuti, ma in maniera parziale, distorta, per cui è necessaria un’interpretzione dei sogni. In questa grande opera Freud decodifica il linguaggio dell’inconscio attraverso l’analisi dei sogni dei suoi pazienti (e dei propri) e riesce a capire quali sono i meccanismi fondamentali attraverso cui la censura modifica il contenuto inconscio, il contenuto latente del sogno e lo fa diventare contenuto manifesto, cioè quello che noi ricordiamo. Imparando a decifrare il contenuto manifesto del sogno si può risalire al contenuto latente (nascosto) e quindi agli impulsi dell’inconscio.
I meccanismi fondamentali attraverso i quali impulsi, desideri, emozioni del nostro inconscio vengono tradotti in immagini di sogno sono:
- la condensazione, per la quale un’idea, un’immagine del sogno può fondere insieme vari pensieri e ricordi; dice in proposito Freud: «Il sogno è stretto, misero e laconico in paragone alla estensione e alla ricchezza delle idee del sogno»;
-lo spostamento, processo per cui la carica emotiva (attrazione erotica, aggressività, etc) è separata dal suo oggetto reale ed è riferita a un oggetto differente;
-la drammatizzazione, che è la «trasposizione in immagini visive»; la maggior parte dei sogni sono composti da immagini vivide, mentre il pensiero concettuale è in essi spesso debole o assente; i pensieri e le emozioni alla base del sogno si presentano in successione densa e movimentata, come se il sognatore fosse allo stesso tempo spettatore e attore in un dramma misterioso;
-la simbolizzazione, che consiste nell’utilizzo da parte dell’inconscio di simboli sostitutivi delle cose. Riccorriamo in proposito alle parole e a qualche esempio dello stesso Freud: «Il simbolismo è forse il capitolo più strano della teoria dei sogni [...] i simboli realizzano in certo qual modo l’idea dell’interpretazione onirica degli antichi e del popolo [...]. Per il genitale maschile il sogno conosce un gran numero di figurazioni che si possono dire simboliche, nelle quali il lato comune a tutti i paragoni è per lo più evidente: in primo luogo oggetti lunghi e sporgenti come per esempio bastoni, ombrelli, stanghe, pali, alberi ed altro. Poi da oggetti che abbiano con esso l’attitudine comune di poter penetrare nel corpo e di ferire, come per esempio armi appuntite di ogni sorta, coltelli, pugnali, lance, spade, ma anche armi da fuoco come schioppi, pistole e rivoltelle, che per la loro struttura si adattano ottimamente a questo simbolo [...]. Il genitale femminile viene rappresentato simbolicamente con tutti quegli oggetti che hanno in comune con esso la qualità di rinchiudere uno spazio vuoto atto ad accogliere qualche cosa. Dunque con pozzi, fosse o caverne, con recipienti e bottiglie, con scatole, barattoli, bauli, astucci, casse, borse, ecc. Anche la nave appartiene a questa serie [...]».