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sabato 28 giugno 2014

Ambiente
A cura di Daniela Lucarelli

"C'è uno stadio all'inizio dello sviluppo dell'individuo in cui l'ambiente entra necessariamente in gioco, ha un suo posto preciso e non si può quindi evitare di dargli l'importanza che gli compete. Il neonato non ha ancora separato il NON-ME dal ME, cosicché, per definizione il NON-ME o l'ambiente, è una parte del ME dal punto di vista dell'Io del bambino" (Winnicott, 1989 p. 487). "Nel nostro lavoro terapeutico possiamo scegliere di studiare e isolare la distorsione che ha luogo nella struttura della personalità. Noi, però, abbiamo bisogno immediato di una classificazione e di una rivalutazione del fattore ambientale, in quanto questo influisce in modo positivo o negativo sullo sviluppo maturativo e sull'integrazione del Sé" (Winnicott, 1965 p. 175).
Derivato dal latino ambiens, sta ad indicare tutto ciò che sta intorno, con un maggiore o minore riferimento o all'ambito fisico, materiale o a quello culturale, relazionale, sociale.
Così il Palazzi dice: "L'aria che sta attorno e involge un corpo qualunque. Dicesi dell'aria, dell'acqua e per estensione ciò che circonda, avvolge, sta intorno", mentre per lo Zanichelli è il "Complesso delle condizioni esterne materiali, sociali, culturali, nell'ambito delle quali si sviluppa, vive e opera un essere umano". Oppure, ancora, per il Garzanti: "Le persone, le cose, con le quali sei a contatto; le condizioni e le circostanze nelle quali si vive".
L'importanza e l'incidenza dell'ambiente è stata, negli ultimi cinquanta anni, oggetto di una sempre maggiore attenzione e studio da parte sia delle scienze biomediche (biologia, biologia evolutiva, neurofisiologia) e naturali (etologia, ecologia), che delle scienze umane (antropologia, storia).
Gli etologi, muovendosi nell'ambito della tradizione darwiniana, hanno cercato di ristabilire teoricamente l'esistenza degli istinti (anche se Lorenz nega l'esistenza di un processo istintivo indipendente da fattori ambientali; infatti per lui l'istinto è un accordo dell'organismo con un ambiente del quale non ha esperienza, ma sul quale ha un'informazione acquisita geneti- camente), gli antropologi, con lo studio condotto su altre culture, hanno affermato che, seppure pulsioni quali l'aggressività e la sessualità sono presenti in ogni cultura, esse sono determinate in modi diversi dall'ambiente.
Si è passati da una ricerca scientifica, dominata dall'esperimento di laboratorio, dove si presumeva che le condizioni ambientali fossero costanti e secondo la quale l'ambiente era principalmente considerato come fonte di risposte accidentali o apprese, alla biologia contemporanea, dominata dai concetti della teoria dell'informazione, nella quale si considera l'interazione dinamica di tutte le unità biologiche con l'ambiente, dal livello della cellula a quello dell'organismo. L'ambiente è considerato uno dei più rilevanti fattori evolutivi.
Per quanto riguarda le discipline psicologiche, il dibattito riguardante l'apporto dell'ambiente, presente da sempre, è divenuto ancor più ricco e variegato. Il ruolo dell'ambiente è stato al centro sia della dialettica tra pulsione e cultura che di quella tra deficit e conflitto.
Freud stesso, pur essendosi formato intellettualmente in un ambiente scientifico che non prendeva in considerazione il dinamismo che esiste tra l'organismo e l'ambiente, si era sempre dibattuto su questo tema e, nel cercare di teorizzare il concetto di trauma, si trovò, nel corso della sua lunga elaborazione a dare una differente valutazione del fattore ambientale, passando dalla teoria della seduzione alla teoria dell'angoscia fino a giungere nel 1925, con Inibizione, sintomo e angoscia ad un'ulteriore revisione del concetto, nel quale il ruolo dell'ambiente (madre) e il bisogno di aiuto esterno in situazioni di impotenza diventano centrali per il concetto di trauma. Egli giunse così, ad una integrazione delle origini intrapsichica, intersistemica e ambientale del trauma.
Già nel 1920, Freud, scrivendo: "rappresentiamoci l'organismo vivente nella sua forma più semplificata possibile come una vescichetta indifferenziata di una sostanza suscettibile di stimolazione" aveva fissato un modello concettuale per lo studio di un organismo vivente in un ambiente aperto. L'idea di Freud era che la protezione dagli stimoli dell'ambiente fosse una funzione quasi più importante della ricezione degli stessi.
Il concetto di barriera contro gli stimoli esterni è stato successivamente ripreso da numerosi autori: la madre come ambiente prevedibile di Hartmann (1939), il rafforzamento ambientale di (Interazioni, 1, 11, 1998, pp. 151-155)
Wallerstein (1958), lo scudo protettivo di Winnicott (1956) che comprende sia l'intervento personale della madre verso il bambino, sia la sua organizzazione dell'ambiente materiale da cui dipende il benessere del bambino stesso. Per Kris (1956) le brecce nella barriera protettiva materna hanno il carattere di pressione e costituiscono una deviazione dello sviluppo dell'Io.
M. Khan (1963) introduce poi, il concetto di trauma cumulativo, derivante dalle tensioni e dalle pressioni che il bambino piccolissimo sperimenta nel contesto della dipendenza del suo Io dalla madre, in quanto scudo protettivo e ausiliario. Questo concetto rappresenta un tentativo di offrire, nell'ambito del primo sviluppo dell'Io e nel contesto del rapporto madre-bambino, un'ipotesi complementare al concetto freudiano di punti di fissazione dello sviluppo libidico.
Dopo Freud, a partire dagli anni trenta, all'interno della psicoanalisi, si delinearono due correnti che vedevano da un lato i sostenitori della teoria delle pulsioni e, dall'altro, quelli delle relazioni oggettuali, che davano maggiore importanza al fattore culturale e descrivevano i processi intrapsichici nel contesto di un ambiente umano.
M. Klein aveva posto maggiore attenzione ai fattori di disturbo psichico interno, considerando in modo meno significativo l'incidenza dell'ambiente, ed A. Freud, con la scuola viennese, favorì la teoria della pulsione secondaria, affermando (1954) che: "il rapporto con la madre non è il primo rapporto del bambino con l'ambiente: esso è preceduto da una fase in cui hanno la massima importanza non il mondo oggettuale bensì i bisogni fisici e la loro soddisfazione o frustrazione". La teoria delle relazioni oggettuali, negli anni trenta e quaranta (Fairbairn, Bibring, Balint, Winnicott), ha riportato l'attenzione sull'ambiente e sull'angoscia di separazione, con la elaborazione successiva fatta da M. Mahler (1975) relativa ai concetti di fase autistica e simbiotica ed al processo di separazione-individuazione.
Nel dopoguerra la psicologia dell'Io, con H. Hartmann (1939) e D. Rapaport (1958), ha riconosciuto l'importanza del ruolo svolto dall'ambiente nella regolazione delle prime esperienze evolutive: l'inclinazione evolutiva consiste in una capacità di adattamento all'ambiente innata nell'individuo, libera dai conflitti (normale ambiente umano prevedibile). Lo sviluppo autonomo dell'Io aumenta l'autonomia dell'organismo dall'ambiente attraverso il processo di internalizzazione.
E.H. Erikson (1968), nei suoi studi sull'identità, estende il concetto di ambiente al contesto sociale: "il mondo esterno dell'ego è costituito da ego altrui che siano per esso significativi. I membri della stessa specie e di altre specie sono sempre parte della reciproca Umwelt (ambiente)". Egli denuncia sia la sterilità di una contrapposizione tra organismo e ambiente e tra mondo interno e mondo esterno, sia la tendenza ad isolare il rapporto madre-figlio, come entità biologica dall'ambiente.
Winnicott è l'autore che maggiormente si è interessato all'importanza dell'ambiente nello sviluppo primario del bambino tanto da affermare che "il significato dell'ambiente per il bambino, quando egli è in uno stato di dipendenza assoluta, è tale che "non si può descrivere il bambino senza descrivere l'ambiente". Per Winnicott la "preoccupazione materna primaria" permette alla madre di avere un comportamento adattivo verso il bambino, identificandosi con i suoi bisogni e fornendo un ambiente facilitante che sostiene e contiene (holding), necessario allo sviluppo dell'individuo e all'integrazione del Sé. La madre sufficientemente buona è quella che mette il bambino in grado di non scontrarsi con l'imprevedibile finché non è in grado di sopportare i fallimenti ambientali. Per Winnicott tutti i parziali insuccessi e l'insufficienza dell'ambiente di sostegno, nella prima infanzia, sollecitano la coazione a correggere gli squilibri e le dissociazioni intervenute nell'integrazione dell'Io. La costituzione del "falso SU è uno dei risultati dell'incapacità dell'ambiente di assistenza ad adattarsi e ad offrire un sostegno sufficiente (1949).
Negli anni '60 J. Bowlby , affrontando il tema delle radici psichiche del legame affettivo tra madre e bambino nell'ambito del concetto generale di istinto, postula il comportamento di attaccamento come una autonoma pulsione primaria non strettamente biologica, ma ad orientamento sociale.
Nello stesso periodo, la psicologia del Sé, con H. Kohut e il concetto di oggetto-Sé, collega strettamente l'organizzazione dell'esperienza del Sé con la funzione dell'ambiente fino ad affermare che: “le relazioni Sé/oggetto-Sé costituiscono l'essenza della vita psicologica; il passaggio da uno stato di dipendenza a uno stato di indipendenza nella sfera psicologica è tanto impossibile quanto il passaggio, nella sfera biologica, da una vita che dipende dall'ossigeno a una vita indipendente da esso” (1984).
Negli anni '80, nell'ambito della psicologia evolutiva, D. Stern (1985), enfatizzando l'importanza delle ricerche empiriche osservatine per formulare ipotesi sul funzionamento psichico normale e patologico, critica il concetto classico di barriera contro gli stimoli, affermando che: “Non c'è una differenza fondamentale nell'attività regolatrice del bambino rispetto all'ambiente esterno. La relazione del bambino con la stimolazione esterna è, dal punto di vista qualitativo, la stessa in tutto il corso della vita”. Per Stern, il bambino non attraversa una fase autistica, di isolamento dall'ambiente, ma è profondamente impegnato, fin dall'inizio nella relazione con l'universo sociale.
In tempi più recenti, le teorie intersoggettive (Storolow R.D., Atwood G.E., Brandchaft B., 1992) muovono una critica alle ipotesi psicoanalitiche classiche che tenderebbero a creare il mito della mente isolata, in quanto attribuirebbero all'individuo un'esistenza separata dal mondo della natura fisica e dal mondo dei legami sociali. La prospettiva intersoggettive intende mettere a fuoco sia il mondo dell'esperienza interna dell'individuo sia la sua immersione, accanto ad altri di questi mondi, in un flusso continuo di influenza reciproca (Storolow R.D. e Atwood G.E., 1995). Quest'ottica propone il tentativo di ricomporre la frattura tra il dominio dell'intrapsichico e quello dell'interpersonale e di superarne le contrapposizioni.
Storolow elabora una concezione di trauma evolutivo, basata sulla psicologia del Sé, che pone in risalto la funzione di oggetto-Sé da parte dell'ambiente: il trauma è il risultato dell'assenza di risposte adeguate all'affetto doloroso del bambino, una volta che lo scudo protettivo è venuto meno".

Bibliografia
Balint M. (1968), The basic fault, Tavistock, London (trad. it. in: Balint M., Balint E., La regressione, Cortina, Milano 1983).
Bowlby J. (1969), Attachment and loss, Hogarth, London (trad. it. L'attaccamento alla madre, Boringhieri, 1972).
Erikson E.H. (1950), Childhood and society, Norton, N.Y. (trad. it. Infanzia e società, Armando, Roma, 1966) Fairbairn W.R.D. (1952), Psychoanalytic studies of the personality, Routledge & Kegan, London (trad. it.
Studi psicoanalitici sulla personalità, Boringhieri, Torino, 1970.
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Freud S. (1925), Inibizione, sintomo e angoscia, in
OSF, 10.
Hartmann H
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Khan M.M.R. (1963),
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spazio privato del Sé, Boringhieri, Torino, 1979).
Klein M. (1948-1952),
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Kohut H. (1984),
How does analysis cure?, Chicago Press, Chicago (trad. it. La cura psicoanalitica,
Boringhieri, Torino, 1986).
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Modell A.H. (1984),
Psychoanalysis in a new context, Intemational Universities Press, N.Y. (trad. it.
Psicoanalisi in un nuovo contesto, Cortina, Milano, 1992).
Stem D.N. (1985),
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del bambino, Boringhieri, Torino, 1987).
Storolow R.D., Atwood G.E. (1992),
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The Analytic Press, New Jersey (trad. it. I contesti dell'essere, Boringhieri, Torino, 1995).
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emotional development, Hogarth, London (trad. it. Sviluppo affettivo e ambiente, Armando, Roma,
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Winnicott D.W. (1989),
Psycho-analytic explorations, The Winnicott Trust (trad. it. Esplorazioni
psicoanalitiche, Cortina, Milano, 1995).
Interazioni, 1, 11, 1998, pp. 151-155


giovedì 9 gennaio 2014

Meravigliosi Bambini...




I Diritti naturali dei bambini

Questo manifesto è rivolto ai grandi, anche perché i piccoli lo capiscono al volo.
 Un po' come diceva il Piccolo Principe "…ai grandi bisogna sempre spiegare tutto quello che i bambini capiscono subito".

1. IL DIRITTO ALL’OZIO - Siamo in un momento della storia umana in cui tutto è programmato, curriculato, informatizzato. I bambini hanno praticamente la settimana programmata dalle loro famiglie o dalla scuola. Non c’è spazio per l’imprevisto. Non c’è, da parte dei bambini e delle bambine, la possibilità di qualcosa di autogestito, di giocare da soli. C’è bisogno di un tempo in cui i bambini siano soli, in cui imparino a “vivere il sistema delle regole”, imparando da soli a gestire i piccoli conflitti. E questo senza la presenza eccessiva degli adulti. È solo così che si diventa adulti sani.

2. IL DIRITTO DI SPORCARSI - “Non ti sporcare”, una frase tipica del genitore della società del benessere. Credo che i bimbi e le bimbe abbiano il sacrosanto diritto di giocare con i materiali naturali quali la sabbia, la terra, l’erba, le foglie, i sassi, i rametti... Quanta gioia nel pastrocchiare con una pozzanghera o in un cumulo di sabbia. Proviamo ad osservare attentamente bimbi e bimbe in alcuni momenti di pausa dai giochi organizzati oppure quando siamo in un boschetto... e scopriremo con quanto interesse riescono a giocare per ore con poche cose trovate per terra.

3. IL DIRITTO AGLI ODORI - Oggi rischiamo di mettere tutto sotto vuoto. Abbiamo annullato le diversità di naso, o meglio le diversità olfattive, tipiche di certi luoghi. Pensiamo alla bottega del fornaio, all’officina del meccanico delle biciclette, al calzolaio, al falegname, alla farmacia. Ogni luogo ha un proprio odore: nei muri, nelle porte, nelle finestre. Oggi una scuola, un ospedale, un supermercato o in una chiesa hanno lo stesso odore di detergente. Non ci sono più differenze. Eppure chi di noi non ama sentire il profumo di terra dopo un acquazzone e non prova un certo senso di benessere entrando in un bosco ed annusando il tipico odore di humus misto ad erbe selvatiche? Imparare fin da piccoli il gusto degli odori, percepire i profumi offerti dalla natura, sono esperienze che ci accompagneranno lungo la nostra esistenza.

4. IL DIRITTO AL DIALOGO - Dobbiamo constatare sempre di più la triste realtà di un sistema di comunicazione e di informazione “unidirezionale”. Siamo spettatori passivi dei tanti mass media: soprattutto la televisione. In quasi tutte le case si mangia, si gioca, si lavora, si accolgono gli amici “a televisione accesa”. E la televisione trasmette modelli culturali, ma soprattutto plasma il consumatore passivo. Con la televisione non si prende certo la parola. Cosa diversa è il raccontare fiabe, narrare leggende, vicende e storie, fare uno spettacolo di burattini. In questi casi anche lo spettatore-ascoltatore può prendere la parola, interloquire, dialogare.

5. IL DIRITTO ALL’USO DELLE MANI - La tendenza del mercato è quella di offrire tutto preconfezionato. L’industria sforna ogni giorno miliardi di oggetti “usa e getta” che non possono essere riparati. Nel mondo infantile i giocattoli industriali sono talmente perfetti e finiti che non necessitano dell’apporto del bambino o della bambina. L’abitudine al video-gioco è spesso incentivata dalla stessa scuola che, nel proporre l’introduzione del computer, ne suggerisce l’accattivante utilizzo ludico. E nel contempo mancano le occasioni per sviluppare le abilità manuali ed in particolare la manualità fine. Non è facile trovare bambini e bambine che sappiano piantare chiodi, segare, raspare, cartavetrare, incollare... anche perchè è difficile incontrare adulti che vanno in ferramenta a comprare i regali ai propri figli. Quello dell’uso delle mani è uno dei diritti più disattesi nella nostra società post-industriale.

6. IL DIRITTO AD UN “BUON INIZIO” - Mi riferisco alla problematica dell’inquinamento. L’acqua non è più pura, l’aria è intrisa di pulviscoli di ogni genere, la terra è inquinata dalla chimica di sintesi. Si dice sia il frutto non desiderato dello sviluppo e del progresso. Eppure oggi è importante anche “tornare indietro”. Ritrovato il gusto del camminare per la città, lo stare insieme in maniera conviviale. Ed è questo che spesso i bimbi e le bimbe ci chiedono. Da qui l’importanza dell’attenzione a quello che fin da piccoli “si mangia”, “si beve” e “si respira”.

7. IL DIRITTO ALLA STRADA - La strada è il luogo per mettere in contatto le persone, per farle incontrare. La strada e la piazza dovrebbero permettere l’incontro. Oggi sempre più le piazze sono dei parcheggi e le strade sono invivibili per chi non ha un mezzo motorizzato. Piazze e strade sono divenute paradossalmente luoghi di allontanamento. É praticamente impossibile vedere bambini giocare in piazza. Gli anziani sono continuamente in pericolo in questi luoghi. Dobbiamo ribadire che, come ogni luogo della comunità, la strada e la piazza sono di tutti... così come ancora è in qualche paesino di montagna o in molte città del Sud del mondo.

8. IL DIRITTO AL SELVAGGIO - Anche nel cosiddetto tempo libero tutto è preorganizzato. Siamo nell’epoca dei “divertimento”. I parchi gioco sono programmati nei dettagli. Così accade anche nel piccolo, nei parchi delle scuole o nelle aree verdi delle città, compreso l’arredo urbano. Ma dov’è la possibilità di costruire un luogo di rifugio-gioco, dove sono i canneti e i boschetti in cui nascondersi, dove sono gli alberi su cui arrampicarsi? Il mondo è fatto di luoghi modificati dall’uomo, ma è importante che questi si compenetrino con luoghi selvaggi, lasciati al naturale. Anche per l’infanzia.

9. IL DIRITTO AL SILENZIO - I nostri occhi possono socchiudersi e così riposare, ma l’apparato auricolare è sempre aperto. Così l’orecchio umano è sottoposto continuamente alle sollecitazioni esterne. Mi sembra ci sia l’abitudine al rumore, alla situazione rumorosa al punto da temere il silenzio. Sempre più spesso è facile partecipare a feste di compleanno di bimbi e bimbe accompagnate da musiche assordanti. E così è anche a scuola. L’emblema di tutto ciò è dato da coloro che si spostano alle periferie delle città e a piedi o in bicicletta si portano nella natura per una bella passeggiata con le cuffie dell’Ipod ben inserite nelle orecchie. Perdiamo occasioni uniche: il soffio del vento, il canto degli uccelli, il gorgogliare dell’acqua. Il diritto al silenzio è educazione all’ascolto silenzioso.

10. IL DIRITTO ALLE SFUMATURE - La città ci abitua alla luce, anche quando in natura luce non c’è. Nelle nostre case l’elettricità ha permesso e permette di vivere di notte come di fosse giorno. E così spesso non si percepisce il passaggio dall’una all’altra situazione. Quel che più è grave è che pochi riescono a vedere il sorgere del sole e il suo tramonto. Non si percepiscono più le sfumature. Anche quando con i bambini usiamo i colori non ci ricordiamo più delle sfumature. Il pericolo è quello di vedere solo nero o bianco. Si rischia l’integralismo. In una società in cui le diversità aumentano anziché diminuire, quest’atteggiamento può essere realmente pericoloso.

Gianfranco Zavalloni