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lunedì 7 settembre 2015

Disability Studies

I Disability Studies vogliono trasformare la società: ora c’è la rivista italiana

Intervista a Simona D'Alessio

All’estero se ne parla già da un po’. Nel mondo anglosassone addirittura da un bel po’. In Italia, invece, i “Disability Studies” non c’erano ancora, almeno non con una veste ufficiale. Organizzazioni come la FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) e DPI Italia (Disabled Peoples’ International) si sono dedicate ad approfondirli, ma occorreva un manipolo di liberi ricercatori universitari per fondare, svincolati dal mondo accademico baronale, il primo gruppo di studio e la prima rivista tutta italiana che se ne occupa


Nel nostro Paese, organizzazioni come la FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) e DPI Italia (Disabled Peoples’ International) dedicano già da un po’ parte della loro attività ai cosiddetti Disability Studies. Perché hanno capito che si tratta di un’azione politica fondamentale.
Anche il mondo accademico istituzionale negli ultimi anni ha iniziato ad avvicinarsi a questi argomenti – in modo ancora frammentato e quasi soltanto dal punto di vista dei diritti umani – e lo ha fatto chiedendo la collaborazione proprio alle suddette associazioni. Ma non era ancora successo che nascessero un gruppo di studio e una rivista a essi dedicata.
Ora, dallo scorso marzo, c’è (per vederla, cliccare qui) e la sua nascita è avvenuta nel modo più interessante, perché non è stata concepita negli ambienti “baronali” dei corridoi universitari, ma è scaturita dall’ingegno di un gruppo di giovani ricercatori indipendenti. Tra questi, di donne (per ora) ce n’è soltanto una. Si chiama Simona D’Alessio e tra le sue doti utili al gruppo c’è senz’altro quella di fare da collante e coordinare l’avanzamento della ricerca. La chiamavano “la mamma” prima ancora che mamma lo diventasse per davvero. La sua storia è quella di un’insegnante di sostegno che si è resa conto che la pratica si può cambiare solo dopo che si è cambiata la teoria. Se si vuole che le cose vadano in un certo modo, insomma, occorre prima che le persone responsabili siano convinte che quello sia il modo in cui debbano andare. Allora Simona ha studiato e si è formata, fino a diventare una delle massime esperte italiane di questo settore innovativo.
Oggi insegna inglese part-time, fa la neomamma e collabora con l’European Agency for Development in Special Needs Education. «Quest’ultima – ci spiega – è un’organizzazione europea indipendente, finanziata sia dai Ministeri dell’Istruzione dei ventisette Paesi membri, europei o che gravitano attorno all’Unione Europea, sia dalla Commissione Europea. Quest’ultima sostiene l’Agenzia tramite il Jean Monnet Programme, che fa parte del Programma Lifelong Learning Programme (LLP), lo stesso che finanzia ad esempio l’Erasmus, grazie a cui gli studenti universitari frequentano per un anno le università straniere». (Barbara Pianca)
Qual è il ruolo dell’Agenzia Europea per lo Sviluppo dei Bisogni Educativi Speciali?
«Siamo una piattaforma internazionale di scambio che mette in contatto i vari Paesi membri, per avviare confronti sulle politiche dedicate alle persone con disabilità nell’ambito dell’educazione. Io personalmente mi occupo di educazione inclusiva. Ma la rivista che ho fondato insieme agli altri non c’entra con l’Agenzia, è un’iniziativa del tutto indipendente».
La rivista è la prima in Italia dedicata ai “Disability Studies”. Cosa sono esattamente?
«Sono una nuova materia interdisciplinare il cui obiettivo è studiare la disabilità da una nuova prospettiva e non più solo come fenomeno medico individuale. Una materia interdisciplinare perché richiama studiosi ed esperti di storia, diritto, educazione, scienze sociali, sociologia, psicologia e filosofia, che osservano la disabilità intendendola come una costruzione sociale.
Una persona vive uno stato di disabilità – è in un certo senso ‘”disabilitato” – perché la società in cui è inserita ha degli elementi di inaccessibilità a vario livello che la opprimono e discriminano. La disabilità, insomma, è da intendersi più che altro come una forma di oppressione sociale in cui le persone con disabilità sono costrette a vivere a causa del modo in cui è strutturata la società.
Ogni studioso cerca nel proprio campo gli ostacoli specifici (povertà, disoccupazione, politiche educative e sociali disabilitanti, barriere architettoniche, nella comunicazione e culturali e atteggiamenti sociali) ed esplora le proposte per superarli. Non interessa qui la condizione medica. Non interessa riabilitare o assistere. Interessa trasformare, pensare cioè a una società capace di rispondere alle esigenze di tutti, anche a quelle delle persone con disabilità».
Avete dei riferimenti extranazionali?
«Certo. Devono essere extranazionali per forza perché da noi manca una vera e propria tradizione di Disability Studies. Essi nascono a partire dagli anni Settanta in ambiente prevalentemente anglosassone: Nordeuropa, Inghilterra e Nordamerica. Siamo in contatto soprattutto con il movimento britannico, capitanato da Mike Oliver e Len Barton, che hanno teorizzato il modello sociale proposto dall’UPIAS (Union of the Physically Impaired Against Segregation)».
Qual è il ruolo politico dei Disability Studies?
«Questa domanda è centrale perché i DisabilityStudies nascono con uno scopo esplicitamente politico, quello cioè di promuovere il cambiamento sociale verso un mondo in cui le persone con disabilità partecipino attivamente alla progettazione collettiva. Vogliamo liberare dall’oppressione chi la subisce, identificando le barriere che lo opprimono e permettendo a chi è stato sempre escluso di recuperare un ruolo attivo nella vita sociale.
Le persone con disabilità sono state lungamente escluse dai processi decisionali e ancora oggi l’inclusione è spesso più che altro formale. Significa che alle persone con disabilità viene al massimo consentito di scegliere tra alcune variabili già predisposte, ma difficilmente esse siedono al tavolo di discussione fin dall’inizio, quando le decisioni devono ancora venir prese. La nostra proposta è invece quella di capovolgerele relazioni di potere esistenti, dove i professionisti della medicina, del welfare e non solo decidono senza consultare chi l’oppressione la vive sulla sua pelle. Questo implica investire la ricerca di un ruolo etico, vale a dire assumersi la portata sociale e politica della ricerca, intesa come potenziale sorgente di cambiamento e responsabilizzazione dei suoi partecipanti alla ricerca».
La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità ha contribuito a modificare la situazione nel senso auspicato dai Disability Studies?
«Mi pare più che altro a livello macro, per ora. Nel piccolo, nel concreto, i cambiamenti faticano a emergere. Però si tratta di uno stimolo fondamentale che mette in luce i princìpi cui ogni Stato aderente cercherà poi, a suo modo e a seconda dei suoi tempi, di conformarsi».
Qual è il ruolo dell’Università in tutto questo?
«Il ruolo dell’Università dovrebbe essere quello del cosiddetto critical friend, ossia di osservatore in grado di offrire una critica costruttiva, necessaria alla trasformazione culturale e al miglioramento delle condizioni di vita delle persone con disabilità e non. In generale dovrebbe contribuire a creare una società più giusta e più equa da cui tutti possiamo trarre beneficio.
Purtroppo oggi le Università non sempre sono un faro per la guida verso il cambiamento, soprattutto in Italia, dove spesso si assiste a un’azione conservatrice (dal punto di vista culturale, ma non solo) delle relazioni di potere esistenti e quindi a un mantenimento dello status quo… è triste ma è così. Sono però fiduciosa che qualcosa cambi nel prossimo futuro, sia grazie al lavoro che stanno facendo le organizzazioni delle persone con disabilità come la FISH, sia grazie a quello di studiosi di stampo internazionale i cui lavori cominciano ad entrare nelle nostre biblioteche. Di fatto, però, ad oggi manca ancora una sistematizzazione dei DisabilityStudies a livello accademico in Italia. A parte due eccezioni, non ho trovato finora nessun Ateneo interessato a muoversi in questo senso».
Quali sono le due eccezioni?

«L’Università di Bergamo, grazie soprattutto al professor Roberto Medeghini, fondatore della rivista «Milieu», dedicata alle culture dell’inclusione, e al professor Walter Fornasa, ai quali ci appoggiamo per il nostro progetto editoriale. Anche due dei fondatori della nostra rivista, Giuseppe Vadalà ed Enrico Valtellina (ricercatore con sindrome di Asperger che però si dovrebbe spostare nell’Ateneo veneziano), sono ricercatori a Bergamo.
L’altra eccezione è l’Università di Reggio Calabria, dove lavora Angelo Marra, ricercatore e attivista con disabilità, autore di uno dei primi testi italiani dedicati al tema della disabilità da un punto di vista giuridico. Marra, che è stato anche lui uno dei primi ideatori della nostra rivista, è il creatore di una mailing list nazionale chiamata Disability Studies Italy».
Dove inserirebbe i Disability Studies nei percorsi di studio universitari?
«All’interno dei corsi di sociologia dell’educazione, pedagogia speciale (che io non chiamerei “speciale” perché secondo me è un termine discriminante), scienze della formazione, medicina, filosofia e giurisprudenza».

Com’è nata l’idea della rivista?

«Nasce su iniziativa personale mia e di Giuseppe Vadalà. Ci incontravamo ai convegni e confrontandoci abbiamo condiviso il desiderio di intervenire nella situazione attuale, modificandola. La nostra è anche una scelta di rottura con il mondo accademico istituzionale che, come ho appena spiegato, è lento e conservatore.
Dopo aver parlato con Giuseppe, ho fatto una ricerca in internet per trovare altri ricercatori indipendenti nel nostro campo e così ho conosciuto Marra, che si è aggiunto a noi due. Abbiamo cominciato nel 2009 a scrivere i primi testi, a collaborare, a discutere. In un secondo momento ci hanno affiancato anche Valtellina e Stefano Onnis, etnoantropologo della Sapienza di Roma. Ci abbiamo messo due anni a realizzare il primo numero, che ha l’intento di dare una voce al dibattito italiano. Ora cercheremo di mantenere la cadenza semestrale. Stiamo lavorando al secondo numero, che vorremmo incentrare sulla ricerca emancipativa, ma il fatto è che facciamo tutto questo su base volontaria e quindi nei ritagli di tempo. Siamo liberi ricercatori che credono in questo progetto, ad oggi del tutto privo di finanziamenti».
Ci può presentare il primo numero?

«Nel primo numero ci sono sette articoli (incluso l’editoriale), più una traduzione ed una recensione.Vi ha anche collaborato Giampiero Griffo del direttivo della FISH. Non esiste un tema monografico per questo primo numero, ma poiché i DisabilityStudies in Italia ancora non esistono in modo strutturato, abbiamo cercato di rendere forte la nostra voce, dichiarando che è arrivata l’ora di offrire loro uno spazio di dialogo e di dibattito.
Siamo in pochi e se non facciamo rete sarà difficile contribuire alla nascita e diffusione di queste nuove teorie. La nostra è una voce alternativa, non per forza migliore o peggiore, ma decisamente diversa e nuova».
Ma perché si è dovuto aspettare così a lungo per avere una rivista italiana dedicata a questa materia, mentre altrove gli studi sono ormai strutturati da diversi anni?

«Intendo scrivere un testo su questo argomento: secondo me – è una mia considerazione personale – in Italia l’influenza della Chiesa Cattolica e dei professionisti della medicina ha rallentato i processi di emancipazione delle persone con disabilità. Molte delle associazioni storiche, ad esempio quelle raccolte sotto il cappello della FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità), erano associazioni per le e non delle persone con disabilità. Il loro scopo era soprattutto di solidarietà e assistenza. Operavano per ottenere aiuti e finanziamenti.

La qualità innovativa della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) sta proprio nel proporre la capacità di autorappresentarsi. Ma la sua azione è ostacolata da forme diffuse di pensiero assistenzialistico di derivazione medica e, in secondo luogo, religiosa. La religione, spesso, spiega la disabilità come una “volontà divina” cui non bisogna opporsi. Propone l’accettazione, che a livello sociale ha avuto un effetto anestetizzante perché ha impedito alle persone di credere nelle proprie potenzialità e nei propri sogni.

Non voglio esagerare, riconosco anche il ruolo positivo della Chiesa. Grazie infatti alla sua influenza, le persone con disabilità prima rinchiuse in casa sono state portate fuori e hanno ottenuto una dignità. Ma purtroppo proprio quello stesso approccio caritatevole ha poi bloccato il passo successivo, che è quello della rivendicazione sociale».

sabato 16 novembre 2013


TV : la Fiera delle Apparenze
Di Isabella Moccia



Negli ultimi anni, per conciliare il sonno mi affido all’efficacia soporifera dei programmi tv. Fare zapping, saltando da un canale all’altro, da sempre ingenera quell’ebbrezza di onnipotenza, quell’illusione di poter scegliere, quell’ubiquità che ci consente di vedere contemporaneamente più canali stando appollaiati sul proprio divano.
  Infatti, il telecomando rappresenta di solito un po’ lo scettro del potere e soprattutto in passato, quando nelle case troneggiava un solo televisore, rappresentava spesso oggetto di contesa tra i componenti di uno stesso nucleo familiare. Tuttavia, la tv era un’aggregante scatola magica, forniva spunti di conversazione ed in quell’alternanza di consensi e critiche induceva a dover scegliere cosa guardare non mettendo tale decisione sempre tutti d’accordo.
Oggi la scatoletta in versione digitale è presente in quasi tutte le stanze delle case nel numero dei suoi abitanti, la sua funzione, più evasiva che informativa, è diventata individuale, per cui spesso accade che ognuno fruisca del suo programma preferito in completa solitudine. Ciò che viene trasmesso è in parte il riflesso della società e di conseguenza è anche espressione di quei valori da essa trasmessi.
In realtà è difficile stabilire se il linguaggio pubblicitario, cinematografico e televisivo venga influenzato dai mutamenti sociali o  se, viceversa, detti nuove norme e modelli da seguire condizionando i comportamenti e i gusti delle persone, soprattutto dei più giovani. Tra i vari talent show, fiction e reality sembra quasi che la realtà sia quella vista in televisione, ossia se una cosa è detta in tv allora è sicuramente vera, se il tronista, il personaggio del grande fratello viene osannato come una divinità allora quella fama tangibile diventa l’obiettivo di molti giovani che crescono ispirati da quel modello di comportamento.
La scelta del termine “reality” è fuorviante, perché se quella fosse la realtà sarebbe davvero triste la vita. I protagonisti di questi programmi non sono rappresentativi dei giovani italiani ma solo di una parte e spero anche piccola. Un trionfo di ignoranza, aggressività ed esibizione di sé e del proprio corpo che non può e non deve essere il modello di riferimento.
Sicuramente guardare donne starnazzanti che si accapigliano su un’isola e uomini che sbraitano per primeggiare nella giungla televisiva può scatenare una curiosità a volte morbosa che a confronto una Rita Levi Montalcini, un Piero Angela o una qualunque persona dalle concrete qualità intellettive risulta decisamente  meno attraente e appariscente, almeno in prima istanza.  Sembra che la comunicazione sia manovrata e gestita allo scopo di seminare nelle menti ancora acerbe il seme dell’ignoranza, del cattivo gusto, dell’improperio verbale, del superfluo insomma di tutto ciò che domina la religione dell’apparire.
La realtà  si disperde in una fiera delle apparenze dove tutto è quasi vero, o meglio è percepito come tale, ma in realtà è recitato a soggetto cioè con la tecnica dell’improvvisazione. Dunque tutto appare reale ma non lo è, tuttavia la sfumatura diventa così sfocata per cui gli stessi protagonisti perdono di vista il senso reale delle cose e della vita. Ovviamente non tutto ciò che si vede in tv è antieducativo, violento e superficiale. Essendo specchio della società ne contiene sia gli aspetti positivi che quelli negativi.
Il punto è che tutti i programmi che potrebbero essere interessanti da guardare vengono relegati in orari assurdi, oltre ad essere generalmente poco o per nulla pubblicizzati, con la conseguenza che, in nome del “dio audience”, spesso si decide di sospenderli definitivamente. Criticare i modelli propugnati dalla tv sembra essere il solito discorso retorico e per giunta approssimativo, ma quando questi prendono vita negli atteggiamenti, nei desideri e nel linguaggio della maggior parte dei giovani allora credo ci si debba fermare a riflettere.
La tv è un potente strumento di comunicazione che va usato con intelligenza e in modo selettivo affinché i messaggi non vengano subiti ma scelti. La capacità critica che è alla base di scelte consapevoli si può acquisire soltanto attraverso la conoscenza, cioè quel sapere che  arricchisce la mente e ci consente di sviluppare ideali ed idee robuste tali che i venti delle mode non le recidano in favore di un modus vivendi massificante.

Fonte:http://www.psichiatrianapoli.it/articoli/83-comunicazione/91-tv-la-fiera-delle-apparenze.html

http://www.eccocosavedo.blogspot.it/2013/01/tv-la-fiera-delle-apparenze.html

lunedì 2 settembre 2013

PERCHÈ LA GUERRA?



Carteggio Albert Einstein - Sigmund Freud



Lettera di Einstein a Freud -  30 luglio 1932

Caro signor Freud,
La proposta, fattami dalla Società delle Nazioni e dal suo “Istituto internazionale di cooperazione intellettuale” di Parigi, di invitare una persona di mio gradimento a un franco scambio d’opinioni su un problema qualsiasi da me scelto, mi offre la gradita occasione di dialogare con Lei circa una domanda che appare, nella presente condizione del mondo, la più urgente fra tutte quelle che si pongono alla civiltà. La domanda è: C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra? E’: ormai risaputo che, col progredire della scienza moderna, rispondere a questa domanda è divenuto una questione di vita o di morte per la civiltà da noi conosciuta, eppure, nonostante tutta la buona volontà, nessun tentativo di soluzione è purtroppo approdato a qualcosa.

Penso anche che coloro cui spetta affrontare il problema professionalmente e praticamente divengano di giorno in giorno più consapevoli della loro impotenza in proposito, e abbiano oggi un vivo desiderio di conoscere le opinioni di persone assorbite dalla ricerca scientifica, le quali per ciò stesso siano in grado di osservare i problemi del mondo con sufficiente distacco. Quanto a me, l’obiettivo cui si rivolge abitualmente il mio pensiero non m’aiuta a discernere gli oscuri recessi della volontà e del sentimento umano. Pertanto, riguardo a tale inchiesta, dovrò limitarmi a cercare di porre il problema nei giusti termini, consentendoLe così, su un terreno sbarazzato dalle soluzioni più ovvie, di avvalersi della Sua vasta conoscenza della vita istintiva umana per far qualche luce sul problema. Vi sono determinati ostacoli psicologici di cui chi non conosce le scienze mentali ha un vago sentore, e di cui tuttavia non riesce a esplorare le correlazioni e i confini; sono convinto che Lei potrà suggerire metodi educativi, più o meno estranei all’ambito politico, che elimineranno questi ostacoli.
Essendo immune da sentimenti nazionalistici, vedo personalmente una maniera semplice di affrontare l’aspetto esteriore, cioè organizzativo, del problema: gli Stati creino un’autorità legislativa e giudiziaria col mandato di comporre tutti i conflitti che sorgano tra loro. Ogni Stato si assuma l’obbligo di rispettare i decreti di questa autorità, di invocarne la decisione in ogni disputa, di accettarne senza riserve il giudizio e di attuare tutti i provvedimenti che essa ritenesse necessari per far applicare le proprie ingiunzioni. Qui s’incontra la prima difficoltà: un tribunale è un’istituzione umana che, quanto meno è in grado di far rispettare le proprie decisioni, tanto più soccombe alle pressioni stragiudiziali. Vi è qui una realtà da cui non possiamo prescindere: diritto e forza sono inscindibili, e le decisioni del diritto s’avvicinano alla giustizia, cui aspira quella comunità nel cui nome e interesse vengono pronunciate le sentenze, solo nella misura in cui tale comunità ha il potere effettivo di impone il rispetto del proprio ideale legalitario. Oggi siamo però lontanissimi dal possedere una organizzazione sovrannazionale che possa emettere verdetti di autorità incontestata e imporre con la forza di sottomettersi all’esecuzione delle sue sentenze. Giungo così al mio primo assioma: la ricerca della sicurezza internazionale implica che ogni Stato rinunci incondizionatamente a una parte della sua libertà d’azione, vale a dire alla sua sovranità, ed è assolutamente chiaro che non v’è altra strada per arrivare a siffatta sicurezza.
L’insuccesso, nonostante tutto, dei tentativi intesi nell’ultimo decennio a realizzare questa meta ci fa concludere senz’ombra di dubbio che qui operano forti fattori psicologici che paralizzano gli sforzi. Alcuni di questi fattori sono evidenti. La sete di potere della classe dominante è in ogni Stato contraria a qualsiasi limitazione della sovranità nazionale. Questo smodato desiderio di potere politico si accorda con le mire di chi cerca solo vantaggi mercenari, economici. Penso soprattutto al piccolo ma deciso gruppo di coloro che, attivi in ogni Stato e incuranti di ogni considerazione e restrizione sociale, vedono nella guerra, cioè nella fabbricazione e vendita di armi, soltanto un occasione per promuovere i loro interessi personali e ampliare la loro personale autorità.