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lunedì 6 gennaio 2014

da "Le Scienze"



Università Milano Bicocca: Emozioni, parlarne aumenta l’empatia e le capacità cognitive dei bambini

Secondo uno studio dell’Università di Milano-Bicocca, condotto in collaborazione con l’Università di Manitoba del Canada, i bambini che vengono sollecitati a parlare di emozioni sono più empatici e migliorano alcune abilità cognitive. I ricercatori hanno analizzato cinque emozioni: colpa, rabbia, paura, felicità e tristezza. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Journal of Experimental Child Psychology
Rabbia, paura, colpa, felicità e tristezza. Se i bambini ne parlano, in piccoli gruppi e sotto la guida di un adulto, riescono a essere più empatici e migliorano le loro capacità cognitive. È il risultato di uno studio (Veronica Ornaghi, Jens Brockmeier, Ilaria Grazzani Enhancing social cognition by training children in emotion understanding: A primary school study DOI:10.1016/j.jecp.2013.10.005) condotto dai ricercatori del Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione dell’Università di Milano-Bicocca e pubblicato sul “Journal of Experimental Child Psychology”, nell’ambito del progetto PRIN del 2008 Star bene a scuola: il ruolo della teoria della mente nel favorire lo sviluppo socio-motivo e cognitivo nella scuola primaria.  
Sulla scia dei risultati conseguiti in due precedenti studi, condotti dallo stesso team con bambini tra i 3 e i 5 anni, la ricerca, svolta in collaborazione con l’Università di Manitoba del Canada, ha coinvolto 110 bambini delle scuole elementari dell’hinterland milanese. I bambini, distribuiti in un gruppo sperimentale e in uno di controllo, avevano tra i 7 e gli 8 anni. Quattro le fasi dello studio: pre-test, training, post-test e follow-up. Nella fase di pre-test sono state proposte ai bambini prove individuali di “comprensione delle emozioni”, di “empatia” e di ”teoria della mente” (prova cognitiva), per valutare il livello di partenza. Poi si è passati alla fase di training che è durata circa due mesi. Durante questo periodo, i bambini del gruppo sperimentale, dopo aver ascoltato delle storie a contenuto emotivo, venivano coinvolti nelle conversazioni sulla comprensione della natura, delle cause e della regolazione delle emozioni. Per promuovere la partecipazione attiva di tutti i bambini, il gruppo è stato a sua volta suddiviso in piccole classi di circa sei bambini. Le attività si sono concentrate su cinque emozioni, di cui quattro di base (felicità, rabbia, paura e tristezza) e una complessa (senso di colpa). Ciascuna di queste emozioni è stata oggetto di conversazione per tre incontri: il primo focalizzato sulla comprensione dell’espressione, il secondo sulla comprensione delle cause e il terzo sulla comprensione delle strategie di regolazione dell’emozione target. Ogni incontro è stato strutturato in quattro momenti: introduzione al tema da parte dell’adulto, un racconto di vita quotidiana, avvio della conversazione, e riflessione finale da parte dell’adulto (leggi la scheda col dettaglio dell’esperimento).

I bambini del gruppo di controllo, invece, ascoltavano le storie e in seguito facevano un disegno, non partecipando dunque alla conversazione. Nella fase post-test, ai bambini sono state nuovamente proposte le prove; infine, dopo due mesi, a tutti i partecipanti è stata riproposta la prova di comprensione delle emozioni per verificare la persistenza degli effetti prodotti dall’intervento.

E’ emerso che il gruppo dei bambini sottoposti all’intervento migliora significativamente, rispetto al gruppo di controllo, in vari aspetti della comprensione delle emozioni, nella dimensione cognitiva dell’empatia, e nella prova cognitiva di teoria della mente.

La spiegazione dei risultati sta nell’uso della conversazione in piccolo gruppo, che ha favorito il decentramento cognitivo, l’assunzione del punto di vista dell’altro, la consapevolezza delle differenze individuali e il collegamento – da parte dei bambini - tra mondo interno non visibile e azioni manifeste.
«La novità dello studio – spiega Ilaria Grazzani, coordinatrice della ricerca e docente di Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione - consiste proprio nell’avere scoperto che l’intervento sulle emozioni produce miglioramenti anche nella capacità cognitiva di “teoria della mente”, ovvero nella capacità che consente di prevedere i comportamenti degli altri sulla base dell’inferenza dei loro stati mentali (“se ha fatto questo, forse è perché desiderava qualcosa; “se ha agito in un certo modo doveva essere arrabbiato”)».

«All’interno della scuola primaria tradizionalmente deputata all’insegnamento dei saperi curriculari– aggiunge Veronica Ornaghi, assegnista di ricerca –, è possibile realizzare interventi che, oltre a potenziare le abilità socio-emotive, come la comprensione delle cause delle emozioni, l’empatia e l’aiuto nei confronti dell’altro, producono anche miglioramenti su capacità di tipo cognitivo, per esempio, rappresentarsi la mente dell’altro e prevederne i comportamenti, un’abilità indispensabile nella vita sociale».

giovedì 15 novembre 2012

Da "Espresso on line"



'One life', un inno alla vita
di Letizia Gabaglio

Crudele, faticosa, emozionante. La lotta di venti specie animali in un film Bbc: quattro anni di riprese nel mondo
(09 novembre 2012)


Crescere, sfamarsi, costruirsi un rifugio, trovare l'anima gemella, riprodursi e accudire i propri figli. E' la storia della vita, degli umani come degli animali. E' la lotta per conquistarsi un posto sulla Terra narrata in maniera unica e spettacolare da "One Life", il docufilm realizzato dall'unità di Storia Naturale della Bbc: 4 anni di produzione, più di 3000 giorni di riprese da un capo all'altro del pianeta, in 23 location diverse nei 5 continenti, oltre 20 specie diverse riprese in sequenze mozzafiato grazie a innovazioni tecnologiche e tecniche cinematografiche inedite. Una narrazione epica e intima allo stesso tempo, scientifica ed emozionante, affidata nella versione italiana alla voce di Mario Biondi.


I protagonisti del film, nelle sale con due proiezioni evento dal 19 e 21 novembre, sono i più vari: all'apparenza molto diversi dagli umani, ma i loro comportamenti sono spesso sorprendentemente simili ai nostri. Come l'amore per i figli che dimostra la minuscola rana "punta di freccia", che scala alberi incredibilmente alti per nutrire i suoi girini tra le foglie. O il polpo che si occupa delle sue uova per molte settimane, tenendole al sicuro e al fresco soffiando su di loro acqua fredda in continuazione, mentre piano piano muore di fame. Poi i piccoli crescono e devono imparare a procurarsi del cibo: con l'astuzia, come i delfini che obbligano le loro prede a uscire dall'acqua, o le scimmie cappuccine che hanno capito come usare le pietre per rompere il guscio delle noci di palma; oppure con il lavoro di squadra come i ghepardi, che preferiscono spartirsi un bottino sicuro piuttosto che rischiare, correndo da soli, di rimanere a bocca asciutta; o ancora con "armi non convenzionali", come il veleno del drago di Komodo capace di annientare anche un grande bufalo d'acqua.

Il film narra la quotidiana lotta per la sopravvivenza che spinge la lucertola Gesù Cristo a correre a pelo d'acqua, rende il corpo del rospo sassolino resistente agli impatti, fa sì che le scimmie delle nevi allontanino gli estranei dalle loro calde sorgenti termali, condannandoli così alla morte. Arriviamo a conoscere i segreti del momento per molti versi più difficile: trovare un partner per dare continuazione alla vita. Le immagini ci svelano il ballo di corteggiamento più bello e romantico al mondo, quello degli svassi che escono sull'acqua del lago in perfetta sincronia. Intelligenza, forza, determinazione, coraggio e amore sono gli ingredienti delle storie che si intrecciano davanti agli occhi degli spettatori, rapiti da immagini mai viste prima.

A rendere One Life davvero eccezionale è infatti un mix di tecnologia e dedizione dei registi, Michael Gunton e Martha Holmes, e della produzione, la Bbc Earth Films. Gli 84 minuti del documentario presentano animali mai filmati prima, comportamenti colti per la prima volta, in molti casi grazie a nuove tecniche di ripresa che permettono di apprezzare gli animali conosciuti in maniera totalmente inedita. Per esempio le riprese aeree giro-stabilizzate di avvoltoi barbuti, fetonti beccorosso e di delfini che utilizzano la tecnica del "mudding", creano cioè vortici di acqua e fango per intrappolare i pesci. O ancora le riprese effettuate con macchine Hd Macro e le sequenze fotografate in super high speed e poi rallentate fino a 80 volte, che svelano dettagli stupefacenti impossibili da vedere a occhio nudo, come i pesci vela che si cibano di una palla di esche.

Un inno alla vita e alla natura quello di One Life, che si trasforma in atto pratico: la versione italiana del film sostiene la campagna Wwf "Green Heart of Africa" per salvare il Bacino del Congo, straordinaria culla di biodiversità e secondo polmone verde del mondo dopo l'Amazzonia. Un cuore verde deforestato a un ritmo vertiginoso: 700 mila ettari l'anno. Tagli illegali, costruzione di infrastrutture e attività minerarie, caccia alle specie selvatiche e bracconaggio per il commercio illegale dell'avorio stanno decimando specie preziosissime. Proprio come i protagonisti di One Life.

domenica 3 giugno 2012

Lo scafandro e la farfalla







"Ero cieco e sordo, ma mi serviva necessariamente la luce dell'infermità
 per vedere la mia vera natura".






Ha voglia di dire qualcosa alle persone che si muovono?”
“Continuate. Ma fate attenzione a non essere divorati dalla vostra agitazione. Anche l’immobilità è fonte di gioia.” (da un’intervista rilasciata da Bauby per Elle)




Nel dicembre ‘95, all'età di 43 anni, Jean-Dominique Bauby.
dinamico e carismatico direttore d i ELLE Francia,
fu colpito da un ictus devastante che ne rese inattivo
il sistema cerebrale e ne cambiò la vita per sempre.
Superato un iniziale stato di coma, si svegliò
per scoprire di essere vittima di una sindrome locked-in,
mentalmente vigile ma prigioniero dentro il suo stesso corpo,
in grado di comunicare col mondo esterno solo attraverso
il battito della palpebra dell'occhio sinistro.
Costretto a confrontarsi con quest'unica prospettiva di vita,
Bauby riuscì a costruire un ricco universo interiore per trovare dentro di sé
le uniche due cose che non fossero paralizzate: l'immaginazione e la memoria.
All'Hospitale Maritime di Berck-Sur-Mer imparò
un alfabeto completamente nuovo,
che codifica le lettere più frequenti del vocabolario francese.
Queste parole, queste frasi, questi capitoli
dolorosamente espressi lettera per lettera,
raccontano la storia di una profonda avventura
all'interno della psiche umana e della battaglia
tra la vita e la morte.
Questo alfabeto riuscì a scardinare la prigione
del corpo di Jean-Dominique,
che lui chiamava il suo scafandro, ed aprì
gli sconfinati territori della libertà interiore,
da lui chiamati la farfalla.
Il film inizia come il libro. Una luce bianca, accecante,
una danza di colori un po' sfuocati.
Appaiono facce di sconosciuti, che ci parlano,
che gli parlano. Jean-Dominique Bauby capisce
di essere in ospedale,attaccato a delle macchine
che lo aiutano a respirare.
Un uomo vestito da dottore viene verso di lui.
Gli fa un franco aggiornamento sulla situazione.
Bauby ha avuto un ictus ed è stato in coma per diversi mesi.
Prova a parlare ma nessuno sembra sentirlo.
Il dottore gli spiega che soffre di una condizione
estremamente rara. Il paziente è interamente paralizzato,
come se fosse chiuso dentro se stesso,
tutto il suo corpo intrappolato da una specie di scafandro.
Nel caso di Bauby, l'unica cosa che funziona
è la sua palpebra sinistra. E' la sua ultima finestra sul mondo
e il suo unico metodo di comunicazione.
Un battito di ciglia per dire sì, due per dire no.
Il cervello, da parte sua, funziona alla perfezione.
Bauby può sentire, capire, ricordare, ma non può più parlare.
Oltre la palpebra sinistra, ci sono altre due cose
che funzionano ancora, l'immaginazione e la memoria, la farfalla.


Da questo punto di vista decide di raccontare la sua storia.
Non come un'intervista, ma come un libro.
Impara a memoria le frasi della sua storia
e poi, utilizzando il metodo sviluppato dalla sua logopedista,
le detta quello che vuole dire lettera per lettera,
sbattendo le ciglia quando viene pronunciata la lettera corretta.

Un anno e due mesi nella stanza 119 dell'Ospedale Marittimo
di Bercke il suo libro è finito.

Jean_Do è' morto dieci giorni dopo la pubblicazione.

venerdì 11 maggio 2012

Psicologia e dintorni


Dall’empatia alle condotte sociali altruistiche.
La psicologia evolutiva ci insegna che i comportamenti altruistici sono comparsi prima della capacità di esprimere emozioni e di sentire empatia verso gli altri. Le api che si sacrificano per proteggere l’alveare dall’attacco di un calabrone o i segnali di allarme che lanciano gli uccelli per allertare di un pericolo i propri simili sono due esempi di comportamenti altruistici che non riposano sull’empatia. Non possiamo dunque dire che l’empatia ha favorito la comparsa dei comportamenti sociali, dato che gli insetti sociali hanno comportamenti  altruistici senza empatia. Al contrario, la capacità di percepire gli stati emotivi dei propri simili e di rispondere in maniera appropriata ha portato, nei mammiferi, a un vantaggio adattivo evidente per la sopravvivenza dell’individuo e del gruppo. Nell’uomo numerosi studi di psicologia sociale indicano che l’empatia è un fattore che favorisce i comportamenti prosociali. Fra i 7 e i 40 anni la rete neuronale che reagisce al dolore degli altri subisce diversi cambiamenti: l’attività dell’insula posteriore, dell’amigdala e della corteccia orbitofrontale mediana diminuisce con l’età mentre quella laterale aumenta. Una simile evoluzione riflette il passaggio di una risposta emotiva viscerale, che serve ai bambini per analizzare il significato affettivo degli stimoli, a una funzione più valutativa nell’adulto, che fa appello ai ricordi, ai giudizi morali e ai cambiamenti di punto di vista per modulare le reazioni di empatia.
Numerosi studi di visualizzazione cerebrale hanno mostrato che il “circuito della ricompensa”, che sottintende alla percezione del piacere e rinforza i comportamenti che gli sono associati, si attiva nello stesso modo sia quando una persona riceve una somma di denaro che quando decide di donarla a una fondazione benefica. Inoltre le donazioni sono più elevate quando il donatore è in presenza di altre persone: l’attivazione dello striato ventrale è modulata dalla presenza di altri. Tutto ciò non è cosi sorprendente, dato che, nell’anima sociale, essere osservato dagli altri è una situazione naturale, e la sensibilità alle reazioni del gruppo, una forma di “ricompensa” sociale,  è un aspetto fondamentale dei comportamenti prosociali.
Cosi le condotte altruistiche derivano da una pluralità di motivazioni. Lo spettacolo della sofferenza altrui innesca l’attivazione della rete neurale che si occupa delle reazioni di avversione. Questo può promuovere condotte di aiuto o di conforto, che possono essere motivate dal desiderio di sopprimere il fastidio che la vista della sofferenza altrui può suscitare. Queste condotte possono ugualmente essere motivate e rinforzate dall’effetto positivo dell’approvazione sociale, che è fisiologicamente gratificante, perché attiva le aree cerebrali responsabili della percezione del piacere.

Le generalità della condotta prosociale